IL DENARO - di Martin Felix

sandropascucci
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IL DENARO - di Martin Felix

Messaggioda sandropascucci » 30 set 2014, 11:20

da: http://tempofertile.blogspot.it/2014/09 ... enaro.html
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Felix Martin, “Denaro”

Il libro di Felix Martin sul denaro ha ottenuto apprezzamenti da attori di primo piano del dibattito contemporaneo come Martin Wolf, Ha-Joon Chang, e Skidelsky. Sul Book Review del New York Times, è presente una interessante piccola recensione dell’editor di finanza del Guardian, Heidi Moore (lo stesso Martin lo richiama nel suo blog).


Il libro illustra uno scontro durato più secoli e attualmente in pieno svolgimento per trovare il modo di domesticare la più potente tecnologia sociale che l’uomo abbia creato nella sua storia: il denaro.
Questo, infatti, non è una merce; neppure una merce di scambio. Ma un’unità di valore astratta (e qui, come vedremo, è una parte del problema), che rende possibile un sistema di conti che nella sua metrica tiene traccia dei saldi di credito e debito degli attori che tra loro si scambiano beni o servizi; in questo modo esso consente la piena trasferibilità di un obbligo di restituzione (cioè di un debito) dall’uno all’altro.
Tutto il denaro è credito (ovvero rappresenta un rapporto tra un creditore ed un debitore, impegnato a servirlo) ed è caratterizzato dalla trasferibilità.
Se ci si riflette questa è una tecnologia sociale straordinaria: mette in relazione tra di loro i debiti (che sono rapporti sociali, implicando una soggezione di uno verso un altro), rendendoli “merci vendibili”. Connette in questo modo persone che non si conoscono, e che non sono reciprocamente in rapporto di reciproca fiducia (presupposto per l’accensione di un rapporto creditizio), trasferendo su di sé gli oneri di normalizzazione e di garanzia.
Ma, come in ogni pharmakon, qui nasce anche il problema: gli obblighi per trasformarsi in denaro diventano trasferibili ed uniformi. Si trasformano in relazioni finanziarie attraverso una metrica comune; in Grecia le antiche “liturgie” (obblighi tradizionali a prestare beni pubblici, che comportano anche onore, da parte dei cento abitanti più ricchi della città) diventano tasse; i rapporti di mezzadria, diventano affitti; le stesse doti per le spose vengono regolate in danaro. La società precedente (quella del “medioevo greco” rappresentata nelle opere di Omero) era senza denaro, e regolata da rapporti di forza, di onore, da gerarchie.
La società del denaro riconduce (o meglio la sua logica lo fa) invece ogni valore, ed ogni merito, al cumulo di denaro che non ha limiti intrinseci. Lo dice bene il mito di Mida: il re può trasformare tutto in oro, ogni cosa lo diventa cessando di essere se stessa. Anche gli uomini diventano d’oro (ma perdono la vita) se toccati, come il cibo ed ogni altra cosa. Ma l’oro è un ambiguo dono, alla fine è incompatibile con la vita, e Mida se ne accorge. Nella versione del mito riportata da Martin, rinsavisce ed ottiene di trasferire il potere ad il fiume.
Il pharmakon (cioè contemporaneamente farmaco e veleno) è straordinariamente potente, nel tradurre tutto e consentire una negoziabilità decentrata ed illimitata, disloca su di sé il potere togliendolo dalle mani dei tradizionali rapporti consuetudinari. E ottiene una promessa di libertà nello stesso gesto in cui dà ad ogni cosa il suo prezzo, fungendo da criterio per tutto. L’infinita varietà del mondo è ridotta, in questo straordinario gesto, ad un’unica metrica che insieme dipende dalla fiducia che la società gli attribuisce e al contempo isola l’uno dall’altro, come dice Martin, “trasformando la ricca e variegata ecologia dei rapporti umani nel meccanismo impersonale e monotono dei rapporti finanziari” (M., p. 149).

Questo è il dilemma nel quale siamo del tutto immersi anche adesso.

In questo dilemma cosa è in campo? Quale è il conflitto essenziale determinato da questa unica metrica, e dal meccanismo di accumulo che rende possibile?
Il denaro, per esistere e svolgere la sua funzione, deve adempiere a due promesse contemporaneamente: deve consentire libertà e insieme stabilità. La società tradizionale era stabile, al prezzo dell’essere ogni singolo individuo incapsulato entro rapporti sociali di dominazione (emotiva e fisica) che lo costituivano determinandolo. La società senza denaro è il luogo in cui i debiti/crediti presuppongono un rapporto non trasferibile ed una relazione obbligatoria.
Il debito trasferibile (ed il credito vendibile) muove tutto, ma nel farlo corre il rischio dell’anarchia e della instabilità. Questo rischio è sempre stato presente, ed è al centro del conflitto che per secoli ha organizzato la dinamica monetaria: il conflitto (che Martin chiama “resistenza monetaria”) tra chi aziona le reti di credito che costituiscono il denaro e chi controlla (o vuole farlo) la fiducia. Cioè tra i mercanti ed il sovrano.

La “biografia non autorizzata” di Martin illustra la relazione nella storia tra la massa monetaria nominale (cioè il denaro-moneta, normalmente battuto dal sovrano) e il denaro creditizio fiduciario, che è sempre stato la gran parte del denaro di fatto esistente. I rapporti tra questo e quello sono sempre stati nell’ordine di dieci/venti volte.


Un esempio è nel mondo romano (p. 81), in cui le litterae o i nomina, erano correntemente usati per ogni transazione rilevante: “nomina facit, negotium conficit” (Cicerone, De Officiis, 3.59). Gradualmente l’economia finanziaria, che faceva ampio uso di lettere di credito, assegni, garanzie e assicurazioni, si fa strada insieme al suo solito accompagnatore: le crisi finanziarie per eccesso di debito e improvvisa carenza di fiducia. Un esempio che porta Martin è nella crisi finanziaria del 33 a.c., quando i consiglieri di Tiberio riesumarono una legge di Giulio Cesare che poneva limiti alla quota di patrimonio che si poteva dare in prestito (che era aggirata con “furbeschi artifici”, come scrive Tacito), e ne imposero una interpretazione letterale per raffreddare la esuberanza irragionevole che vedevano nel mercato creditizio privato. Dato che tutti avevano trasgredito (in particolare tutti i senatori) ci fu quella che nell’ottocento si chiamò “corsa agli sportelli”. Malgrado la immediata proroga concessa tutto il mercato immobiliare crollò, ed i terreni ipotecati furono venduti in massa.
Per evitare la totale paralisi l’imperatore finanziò dalle casse pubbliche i prestatori indebitati attraverso un programma di prestiti senza interesse, a restituzione triennale, da un milione di sesterzi accettando in garanzia beni immobiliari al vecchio valore.
Alla fine dell’impero (ma già dal 274 d.c., anno di una inflazione del 100%) il sistema finanziario crollò, per effetto della fine della necessaria stabilità politica e sociale, accelerando il crollo generale (che non è primariamente militare ma sociale).
A partire dal 1300 la situazione era diventata di nuovo abbastanza stabile da consentire che il fiorente sistema internazionale dei commerci creasse le condizioni per l’infittirsi di una rete creditizia e la sua trasmissione. Cioè per la ricomparsa del denaro creditizio.
C’era un problema: ad un certo punto un assegno va cambiato, per consentire acquisti di piccola entità nella vita quotidiana. E a quel punto il denaro creditizio, che si muove in un circuito fiduciario intrinsecamente chiuso (per quanto grande possa essere), entra in rapporto con il denaro sovrano. E qui nasce il conflitto. Nel 1300 la pratica del signoraggio (cioè quella prerogativa del sovrano di attribuire un valore nominale al denaro-moneta, anche se questa ha un valore intrinseco diverso tramite il metallo utilizzato) iniziava ad incontrare i suoi limiti politici. Nell’anno della battaglia di Poitiers il re di Francia attuò, per finanziare la guerra, ben otto deprezzamenti (cioè tosature delle monete) seguiti da una moratoria d’autorità sul debito pubblico.
“I mercati” non potevano sopportare tutto questo (faceva venire meno la seconda promessa del denaro, la stabilità) e assoldarono un professionista: Nicola d’Oresme, Gran Maestro del Collegio di Navarra. Cioè un docente universitario, un economista (ante litteram). Egli scrisse il Tractatus de origine, natura, iure et mutacionibus monetarium, che poneva due domande cruciali: era giusto che il sovrano manipolasse lo standard monetario? Ed in favore di chi?

Secondo la tesi di d’Oresme (o meglio, dei suoi mandatari), il denaro non è del sovrano, e gli interessi che questo individua non sono solo i suoi; il denaro è della comunità che lo utilizza.
L’emissione di denaro-moneta è, cioè, un servizio pubblico essenziale, e deve quindi essere gestito in questo interesse. Cioè nell’interesse generale dei possidenti feudali, del clero e dell’aristocrazia, dalle “classi migliori della comunità”, i cui beni erano rappresentati nella circolazione monetaria (sia nel denaro-moneta, sia nel denaro-credito). Con le sue parole: “il sovrano non è il signore né il proprietario della moneta che ha corso nel suo principato. Poiché il denaro è uno strumento equilibratore per lo scambio della ricchezza naturale […] è dunque proprietà di coloro che possiedono tale ricchezza” (p. 90).
Il problema che nasce da questa impostazione è come regolare l’arbitrio del sovrano, nel determinare nuovo conio e relativo diritto di signoraggio. La soluzione di Oresme è che l’interesse da salvaguardare non è quello del sovrano, ma il benessere commerciale. La regolazione della moneta (che ha la capacità, ben riconosciuta nel mondo medioevale sin dai tempi di Teodorico, di soffocare o stimolare i commerci –oggi diremmo di deflazionare o inflazionare) deve essere compiuta in questa ottica. Una conclusione politica radicale scaturisce da questa idea così moderna: la politica monetaria deve essere controllata dalla comunità e non dal sovrano.

Interviene in questa disputa, proprio in quegli anni, un nuovo attore decisivo: la banca.
Il frate francescano Luca Pacioli, è il prossimo eroe, scrive nel 1494 il De arithmetica, attraverso il quale le nuove piramidi del credito, che avevano preso piede in tutta Europa, e che rendevano possibile scambiare somme enormi con pochi tratti di penna, ed eludere il controllo del sovrano sono razionalizzate e regolate.
Da questa elusione nasce il moderno settore bancario. Ma insieme nasce un nuovo problema (non ignoto al mondo antico, come visto): nell’accumulo sotto uno stesso tetto di promesse di pagamento (prestiti, portafogli di titoli, attivi vari) a fronte delle quali esse emettono dei “pagherò” propri (depositi, cambiali, titoli), le banche vedono comparire il rischio di liquidità e quello di credito. Perché ogni promessa, se viene portata all’incasso, deve essere onorata in denaro-moneta sovrano, e perché le promesse possono essere tradite, allora la banca può scoprire di aver emesso “pagherò” non coperti. Questi due rischi sono l’attività e la funzione delle banche.
Questa attività fa nascere pratiche come la “riserva frazionaria” (praticata dai mercanti a Venezia sin dal 1321), e le regolazioni sovrane (che costò la testa al banchiere Francesco Castello a Barcellona nel 1360) per gli scoperti che si fossero manifestati.


Già all’epoca, nel porsi in evidenza del conflitto fondamentale tra le banche che tendono ad autoprogrammarsi e il sovrano che cerca di regolarle, il settore più dinamico e che sfugge al controllo è quello internazionale. Il motivo è sempre lo stesso, esce dalla giurisdizione. La moneta che i commercianti ed i banchieri inventano, e che circola in tale ambito internazionale, è “l’ecu de marc”. Uno standard monetario privato che consentiva di convertire la moneta (poniamo) di Firenze in quella dei Paesi Bassi. Il meccanismo era semplice e pratico: un commerciante di Firenze che volesse comprare stoffe nei Paesi Bassi, pagava accendendo un debito in fiorini che veniva convertito dalla banca che l’accettava (conoscendolo e considerandolo affidabile) in “ecu de marc”; questi erano trasferiti alla banca controparte dei paesi bassi che la convertiva in moneta olandese e trasferiva una lettera di credito (o un deposito) a disposizione del venditore.
Il credito privato circolava (di nuovo) come moneta in tutta Europa, l’unità di valore astratto era il Ecu de marc, il sistema di contabilità era il de arithmetica, i protocolli di applicazione erano stabilità tra le grandi banche, la fiera centrale era la camera di compensazione annuale.

Il passo successivo è il compromesso tra il sovrano, che controlla nominalmente il denaro-moneta, e le banche internazionali, che controllano la rete creditizia. Il compromesso ha ad oggetto la questione centrale di chi controlla il denaro: il sovrano o i contraenti?
Ognuna delle due parti aveva i suoi mezzi e le sue ragioni: il sovrano era impotente a fronte della extraterritorialità degli scambi e della sua dimensione, ma ancora più a fronte della pervasività del sistema (troppo grande per fallire); “i mercati” erano esposti al rischio della crisi di fiducia. Cioè dell’improvviso scomparire della piramide debitoria a fronte di uno shock abbastanza ampio: è il rischio di liquidità che può essere innescato dal rischio di credito.
La soluzione fu la Banca d’Inghilterra.

Per una serie di ragioni politiche la monarchia inglese attraversava una devastante crisi di fiducia e aveva enormi difficoltà a raccogliere risorse facendosele prestare dai sudditi; fu quindi proposta la costituzione di una nuova banca che avrebbe prestato al sovrano, ottenendo capitale dagli investitori. Ma come garantirli?
Per William Paterson la fiducia andava guadagnata lasciando gestire la banca alle classi mercantili dalle quali si voleva avere credito. Per ottenerlo bisognava concedere privilegi straordinari: il diritto di emettere banconote che rappresentassero le proprie passività. La moneta bancaria privata diventava così sovrana. Lo scambio tra autorità e credito era istituito. Con le parole di Martin: “questo compromesso è l’antenato diretto dei sistemi monetari che dominano il mondo di oggi: sistemi in cui la creazione e gestione del denaro è quasi interamente delegata a banche private, ma in cui la moneta sovrana è rimane il mezzo di regolazione finale; l’unico saldo attivo con cui le banche al penultimo livello della piramide possono essere certe di regolare i pagamenti tra di loro o allo Stato” (p.117).

A questo punto Martin ci racconta la svolta che ancora oggi ci imprigiona, e che costituisce il fondo della polemica sull’austerità (o delle recenti posizioni tedesche contro l’espansione monetaria proposta dalla BCE). Mentre il compromesso della Banca d’Inghilterra prendeva forma sorse infatti anche una reazione che determina ancora il nostro modo di guardare al denaro: Locke, in forte polemica con William Lowndes, contrastò ogni ipotesi di modificare il valore facciale rispetto a quello nominale del metallo utilizzato, affermando che il denaro è l’argento con cui è fatto. La disputa derivava dalla secolare pratica di ridurre il contenuto di argento e dal grande disordine che ne conseguiva. Per evitare danni si contrapposero due tesi opposte: il denaro-moneta era da considerarsi (come era sempre stato, in effetti) un simbolo di valore attribuito dal sovrano oppure una merce? Locke inserì questa questione tecnica in una cornice politica (nella quale è ancora), e affermò che il potere sovrano doveva fare un passo indietro. Il denaro era fuori della sua portata. Come ricorda Keynes: “uno straordinario esempio di come, a partire da un errore, un logico senza scrupoli possa arrivare all’assurdità”.
Naturalmente la proposta (con il suo effetto pratico di ritirare tutte le monete e riconiarle con più argento) portò ad una devastante carenza di monete ed all’arresto di ogni attività nel regno (come sta facendo anche ora in Europa). Il liberalismo politico dava al sovrano (che voleva legare) un solo potere residuale: impegnarsi a mantenere uno standard monetario fisso.
Alla politica non occorreva dare alcuno spazio.

Seguono questa strada, che in effetti ancora percorriamo dopo la parentesi keynesiana, Mandeville e soprattutto Adam Smith (p. 131). Seguono Jean-Baptiste Say (p.198) e Walras (p. 205) con la sua teoria dell’equilibrio generale cui dà forma matematica.
La posta in campo è semplice: se il denaro è semplicemente una merce speciale, allora deve essere sottratto a qualsiasi manipolazione e fondamentalmente non bisogna fare nulla. Il sistema troverà da solo il suo equilibrio, e sarà per il meglio. E’ seguendo questa idea di Adam Smith, e più prosaici interessi a breve termine, che furono lasciati morire di fame un milione di irlandesi nel 1848. Non bisognava infatti fare nulla. È seguendo questa che, molto meno tragicamente, da anni il sud Europa ristagna.

Ma c’è un problema: il debito tende ad accumularsi, e facendolo può generare instabilità. Allora, se viene meno la fiducia nella capacità di onorare i debiti e quindi di riscuotere i crediti, la Legge di Say esce dalle limitate condizioni della sua validità, il denaro viene trattenuto (infatti non è vero che esso viene sempre impiegato) e il luogo diventa incerto. La liquidità evapora, ogni solvibilità viene riesaminata con criteri più severi; tutte le reti di debito e credito che fino a quel momento erano solide crollano. È successo in Europa nel 2008 (ed innumerevoli volte prima); in effetti la rete del credito dovrebbe adattarsi alle mutate condizioni di fiducia, ma essa nel frattempo ha creato degli interessi che si sono costituiti. Questi la vogliono così come essa è. Come era quando hanno contratto il credito.

Nel Trattato di Economia politica (1803) di Say tutto questo non c’è: il denaro è visto come una merce della quale non può esserci penuria, infatti tutto quel che è prodotto sarà necessariamente consumato, dato il necessario aggiustamento dei prezzi. Sarà l’offerta a generare la propria domanda. Questo paradigma, alla base dell’economia classica, rende comprensibile come in presenza di una recessione si cerchi la soluzione in presunti problemi di insufficiente offerta (distruzioni, scioperi, nuove tecnologie). Non può essere infatti un problema di insufficiente domanda (cioè di carenza nella capacità di acquisto da parte dei compratori), perché è sempre l’offerta ad essere in questione. Bisognerà agire (al massimo) rendendo più flessibile il mercato del lavoro, riducendo le tasse, etc…
Questa teoria trova forma matematica nella teoria dell’equilibrio generale di Leon Walras, poi messa ulteriormente a punto da Hicks e Arrow. Vengono creati quei modelli stocastici e dinamici che semplicemente non prevedono il denaro. L’intero settore finanziario è ignorato.

Qui Martin mette in luce questa strana spaccatura (che sta iniziando a saldarsi) tra una macroeconomia senza denaro ed una finanza senza macroeconomia. Due discipline che si separano (p.207), ognuna cercando una legittimazione formale nella purezza dei suoi calcoli, e che finiscono per trovarsi alla mercé della realtà, quando essa alla fine arriva.

Questo è il contesto nel quale alla fine matura il “colpo di stato” dei mercati creditizi. Quei mercati internazionali, da secoli in lotta con lo Stato, che cercano e trovano una nuova strategia di fuga dalla regolazione pubblica.
È il vecchio sogno medioevale: come creare nuovo credito trasferibile (cioè nuovo denaro) senza essere soggetti a limiti (di capitalizzazione, di liquidità) dal sovrano? Rendendo difficile capire che cosa si fa e/o facendolo in altre giurisdizioni.
Questa “ripresa della resistenza monetaria” è compiuta con le armi che già Cicerone lamentava (la chiusura in un gergo incomprensibile) e con quelle che nel medioevo rendevano impossibile ai piccoli stati europei di seguire i veloci mercanti.

Attraverso questi antichi espedienti la società monetaria ha rotto ancora una volta i vincoli della politica ed è scappata.



Quali sono le soluzioni? Martin ricorda nel suo libro le tradizioni avverse, quelle che nel tempo hanno cercato di rammentare che il denaro è una tecnologia sociale che lavora con la fiducia, e che a questa è soggetto. Che la carenza di denaro può conseguire al crollo della fiducia e che questa impedisce alla società di funzionare insieme. Dunque che le recessioni sono determinate dal fatto che troppi hanno debiti, a fronte dei quali non esistono adeguati crediti esigibili, e che restano intrappolati in essi. Troppi sono impossibilitati ad agire e sono espulsi dal sistema economico.
John Law in Considerazioni sulla moneta e il commercio, con la proposta per fornire la nazione di moneta, nel 1705, fornisce una possibile soluzione tramite il suo straordinario esperimento della Compagnia delle Indie in Francia. Per lui “il denaro non è il valore attraverso cui si scambiano beni, ma il valore in base al quale sono scambiati” (p. 160). Si tratta di segni attraverso cui si trasmettono le ricchezze totali. Una delle conseguenze è che, come vedrà e chiarirà bene Keynes, “più la gente usa il denaro per preservare la propria stabilità, meno il denaro genera ricchezza e facilita la mobilità” (p. 161). Per evitare questo esito propone la formazione di una Banca Generale autorizzata di emettere moneta fiduciaria, a fronte di titoli che rappresentano investimenti (in America). Malgrado l’esito fallimentare dell’esperimento (causato dai suoi nemici) Law capisce che tutti i redditi e le ricchezze, lungi dall’essere merci, sono il risultato dell’economia produttiva. Il denaro rappresenta soltanto i crediti di questo reddito.
Potrei provare a dirlo così: il denaro non è il lascito del passato, ma del futuro. Rappresenta l’autorizzazione a prelevare il lavoro ed i prodotti che saranno disponibili nel sistema economico. Ma il futuro è per sua natura incerto, “dunque il valore di quei crediti è in realtà incerto a sua volta”.
La soluzione strutturale di Say è di ancorare il denaro ad una società che possiede i mezzi di produzione ed esprimere il suo valore in azioni di questa.

La seconda linea di ragionamento è di Walter Bagehot, che riflette sul crollo più grande dopo quello del 29: quello della “Overend, Gurney & Co”, anche della “Corner House”. La società finanziaria dei quaccheri era antica ed illustre, rappresentava buona parte dell’economia finanziaria della city e crollò per eccesso di debito e sfortuna nel 1866. Al crollo fece seguito un’energica azione del Governo di Gladstone che arrestò il contagio, allargando la licenza della Banca d’Inghilterra e sciogliendogli quindi le mani, ma non riuscì ad impedire una severa recessione.
Bagehot scrisse quindi “Lombard Street”. Nel suo libro è chiaro che tutti gli affari si compiono con denaro prestato, per cui ciò che in realtà conta è solo la liquidità e la fiducia. Con le sue parole: “il credito è un’opinione generata dalle circostanze e che varia in base ad esse” (p. 191).
Quando la crisi fa venire meno la fiducia, allora deve intervenire la Banca d’Inghilterra (che è il sistema operativo della rivoluzione industriale) che nel suo ruolo di prestatore di ultima istanza deve acquistare i titoli e prestare senza limiti (ma ad un tasso alto, per non incentivare il rischio morale).

Terza linea è quella di Keynes (p.202) per il quale può darsi il caso che le misure di Bagehot possano essere insufficienti, ed allora occorre passare alla espansione fiscale.


Il problema è dunque “come trasformare le locuste in api”, ponendo sotto controllo nuovamente la capacità della finanza di creare denaro fiduciario, fuori e al di là della sua responsabilità. Lasciando che quando le cose vanno bene enormi profitti si accumulino per effetto di questa capacità di trasformare la carta in oro, venendo creduti, e quando vanno male subentri la parte pubblica a salvarli.
Martin illustra in particolare due ragionamenti, volti a risolvere questo problema: quella di Shiller e quella di Fisher.
La prima, del premio nobel Shiller (l’ultimo precisamente) assomiglia allo schema di Law: i titoli di debito dovrebbero pagare un interesse legato al PIL, per condividere i rischi e socializzarli.
La seconda, di Irwin Fisher negli anni trenta, è stata ripresa anche da Martin Wolf ed altri e consiste nell’impedire alle banche di generare denaro fiduciario (tecnicamente imporgli riserve al 100% di quanto prestato). Si tratta del cosiddetto “Chicago Plan”, in seguito ripreso anche da Milton Friedman.


La base comunque di ogni possibile considerazione è che il denaro va preso sul serio.


da: http://www.solosapere.it/libri/4062-fel ... recensione
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Felix Martin e la riscoperta del denaro: come uscire dalla crisi
Pubblicato il: 09-07-2014
Scritto da Damiano Mazzotti


Felix Martin è un economista, è un grande studioso e ha pubblicato il suo primo libro: “Denaro. La storia vera: quello che il capitalismo non ha capito” (Utet, 2014, e-book compreso nel prezzo).
Martin ha tracciato un bellissimo percorso storico e sociologico dello sviluppo dell’uso del denaro e raggiunge in pieno il nocciolo della questione: il denaro è un’arma a doppio taglio che accresce i poteri burocratici. “Una biografia non autorizzata” è il sottotitolo originale più adeguato. Infatti molti capitalisti finanziari e bancari fanno finta di non capire l’attuale sistema che favorisce solo una piccola casta di burocrati molto privilegiati, a discapito di tutta la popolazione. Infatti le piccole e le grandi crisi finanziarie consentono alle banche di appropriarsi dei beni degli imprenditori e dei lavoratori, cioè di avere un paracadute usuraio per i loro azzardi finanziari.
Il sistema bancario ombra (www.ericjweiner.com) gestisce il denaro come una merce di scambio privata e ha una propria emissione di credito monetario incontrollato che cerca di scambiare con il denaro pienamente legale e statalizzato dei lavoratori e degli imprenditori, controllato delle banche centrali. Le obbligazioni bancarie sono titoli semplici, mentre i derivati sono titoli molto più complessi e anarchici. Nei momenti di crisi economica le banche scambiano la loro cartaccia con il denaro vero dei cittadini e degli investitori, e con le aziende, le case, i terreni e l’oro dei poveracci che si sono indebitati per bisogno o perché pensavano che il credito monetario fosse duraturo.
Come è stato possibile tutto questo? Le cose sono molto semplici:
Bastava rendere tutto straordinariamente complesso. Con una catena tra mutuatari e investitori finali che coinvolgeva sette persone giuridiche in varie giurisdizioni che emettevano sette diversi titoli, anziché un unico emittente in un’unica giurisdizione che emetteva un’unica obbligazione, il gioco di destrezza diventava possibile. In qualche punto della lunga linea di intermediari si poteva manipolare a proprio comodo le questione critica della sincronizzazione dei pagamenti. (p. 231)

Come nel famigerato gioco delle tre carte le varie banche si mettono d’accordo e rivendono titoli monetari che promettono buoni guadagni iniziali e nascondono la perdita finale. In genere l’attesa dei polli del mercato da spennare è breve. La credulità popolare è la merce più abbondante: la madre degli stupidi è sempre incinta. E quando le banche si fregano tra di loro non possono interrompere il gioco, altrimenti crollerebbe tutto il loro sistema monetario privatizzato.

Comunque
la crisi ha dimostrato che il mantenimento di un’inflazione bassa e costante come condizione per la stabilità economica è un grosso errore. Il fine ultimo della politica monetaria non è la stabilità finanziaria né quella della moneta, bensì una società giusta e prospera. (p. 257)

D’altra parte le analisi degli economisti carrieristi non prendono quasi mai in esame le influenze economiche della gestione finanziaria del denaro bancario. E i calcoli matematici più difficili non possono sostituire la fiducia: “l’economia è una scienza morale, non naturale” e un economista è “un matematico, uno storico, uno statista e un filosofo in una certa misura” (Keynes).

Il denaro è un’unità astratta di valore economico e un sistema per il conteggio dei crediti trasferibili. Di conseguenza “il denaro è una tecnologia di governo (di autogoverno, idealmente) e le banche sono la sua burocrazia. Quindi nel settore bancario le virtù burocratiche di affidabilità, di etica di servizio pubblico e di riduzione del rischio sono importanti quanto lo spirito imprenditoriale”. L’invenzione del denaro ha consentito una maggiore mobilità personale e una buona stabilità sociale. La gestione privata e pubblica del denaro condizione i gradi di libertà personale di tutti noi e nei paesi più poveri può decidere della vita e della morte delle persone.
In definitiva il denaro è come il linguaggio:
E' una tecnologia sociale e non un oggetto… il modo convenzionale di concepirlo è sbagliato e ne provoca il malfunzionamento… una concezione giusta è disponibile e può permettere al denaro di esprimere tutto il suo potenziale come più grande strumento di autogoverno mai inventato. (p. 264)

Il valore economico del credito monetario è un fenomeno paradossale: dipende dagli altri, ma ci può isolare, “trasformando la ricca e variegata ecologia dei rapporti umani nel meccanismo impersonale e monotono dei rapporti finanziari” (p. 149). Quindi il denaro non è carta, non è oro, ma è credito trasferibile che dipende dalla nostra fiducia e dalle nostre azioni.

felix_martinFelix Martin (http://felixmartin.org) è un economista che ha studiato scienze umane, economia e relazioni internazionali a Oxford, Bologna e Washington. Ha lavorato dieci anni alla Banca Mondiale, è membro del Centre for Global Studies di Londra (http://globalstudies.org.uk) e dell’Institute for New Economic Thinking di New York (www.ineteconomics.org).
Note finali - Con le attuali politiche finanziarie “I baby boomers possiedono tutte le case di proprietà, a cui nessuno sotto i trent’anni può aspirare” (p. 260). Lo sportello automatico è stato l’unica innovazione finanziaria veramente positiva degli ultimi vent’anni (Paul Volcker, p. 216).
I cicli finanziari brevi, medi e corti (10, 30, 70 anni) sono stati studiati da Hyman Philip Minsky (“Potrebbe ripetersi? Instabilità e finanza dopo la crisi del ‘29”, Einaudi, 1984, recensito nel 2009 su Agoravox. Per approfondire potere ricercare “Economia: cicli e crisi storiche” su Google).
Nota personale - I problemi più grossi nascono quando i debiti vengono trasformati in merce vendibile, poiché il rischio finale di non trasformazione è sostanzialmente indeterminabile, date le incertezze del mondo reale e la certezza della natura della crescita della concorrenza nelle relazioni umane (il numero delle persone che viaggiano per lavorare e delle persone da sfamare è in aumento). Inoltre, c’è da valutare la natura “usuraia” di tutti gli attuali sistemi bancari, che impongono alti tassi di interesse per quasi tutti i loro servizi. Il denaro per pagare gli interessi deve essere preso da qualche bene o attività, esasperando la concorrenza e abbassando il valore di molti beni sul mercato, cosa che può mettere in crisi il bilancio di aziende e banche sane.
Damiano Mazzotti


da: http://www.utetlibri.it/libri/denaro/
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di Felix Martin

Denaro

La storia vera: quello che il capitalismo non ha capito
A poche settimane dall’inizio della più grave crisi globale degli ultimi decenni, nel novembre del 2008 la regina Elisabetta II, in visita alla London School of Economics, si rivolge agli eminenti economisti riuniti nell’antico e glorioso centro di ricerca interrogandoli sui motivi del disastro: com’era possibile che nessuno lo avesse saputo prevedere?
Secondo Felix Martin, saggista ed economista britannico, la risposta al quesito della regina, tanto diretto e spiazzante da suscitare imbarazzo nel Gotha dell’economia mondiale, risiede in un enorme equivoco sulla vera natura del denaro.
Tra le più grandi idee dell’uomo – fondamentale in ogni epoca della storia da quando le prime monete vennero coniate, nel cuore del Mediterraneo, oltre duemilacinquecento anni fa –, il denaro secondo Martin sarebbe, allo stesso tempo, l’invenzione più fraintesa. Da filosofi e antichi sovrani, così come da teorici, uomini della finanza e policy makers contemporanei.
Il denaro non è affatto una cosa, un oggetto materiale dotato di un valore in sé, naturale e immutabile, bensì una tecnologia sociale, caratterizzata da una forte valenza politica: una serie di idee e procedure che organizzano quel che produciamo e consumiamo, oltre ai modi stessi in cui ci troviamo a convivere.
Illuminante è l’esempio, con cui il libro si apre, di un modello d’economia alternativa come quello dell’isola di Yap, nell’Oceano Pacifico, riscoperto ai primi del Novecento da alcuni studiosi del sistema monetario tra cui il giovanissimo John Maynard Keynes: nello sperduto isolotto, la valuta è costituita da grossi dischi forati di pietra, che indicano il saldo dei debiti e dei crediti di un individuo o di una famiglia e non hanno alcun bisogno di venire spostati, né di essere presentati a garanzia dello scambio di beni. L’aneddoto dimostra che, al fondo, il denaro non è affatto una merce di scambio, come il pensiero economico ha sostenuto fin dai tempi di Aristotele, ma una rappresentazione simbolica del valore di altri beni.
Traendo storie e vividi esempi da ogni epoca della storia dell’uomo, Felix Martin ci porta infine a rivedere completamente la nostra concezione del denaro, indicando la strada per uscire dalla crisi in cui versa l’economia attuale: una rivoluzione del modo di pensare che deve essere compiuta non da un unico ente sovrano, da uno Stato o da una Banca Centrale, bensì da coloro che lo usano, cioè da tutti noi.

Traduzione di Francesco Graziosi


Felix Martin

Felix Martin, economista e saggista, ha studiato scienze umane, economia e relazioni internazionali a Oxford, Bologna e Washington. Dopo aver lavorato tra il 1998 e il 2008 per la Banca Mondiale, è attualmente membro dell'"Institute for New Economic Thinking" di New York, diretto da George Soros, e del "Centre for Global Studies" di Londra. Ha scritto per "The Financial Times", "The New York Review of Books" e per la rivista "New Statesman". Denaro è il suo primo libro, finalista dell'edizione 2013 del "Guardian First Book Award".
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Huro Chan
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Re: IL DENARO - di Martin Felix

Messaggioda Huro Chan » 1 ott 2014, 0:02

Arturo Tobia - Berlino

'Il denaro è un'allucinazione collettiva.'
[F.Battiato]

‘Who controls energy controls whole continents, who controls food controls people, who controls money can control the entire world’. [H. Kissinger]


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