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..ovvero le puttanate ufficiali propagandate dal Sistema Mediatico di IGB
sandropascucci
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Messaggioda sandropascucci » 3 set 2014, 18:08

da: http://www.ticinolive.ch/2014/08/29/cin ... rodollaro/

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Cina e Russia abbandonano ufficialmente il petrodollaro
29 agosto 2014
Dopo che il presidente russo Vladimir Putin aveva annunciato, il 14 agosto, che la Russia non intende più vendere il suo gas in dollari, sono passati pochi giorni per giungere all’accordo che il governo di Mosca ha siglato con le autorità cinesi al riguardo.

Secondo il quotidiano RIA Novosti, che cita la rivista Kommersant, il governo russo ha già mandato due navi verso l’Europa con a bordo 80 000 tonnellate di petrolio proveniente da Novoportovskoye, un campo di estrazione nell’Artico. Queste due consegne saranno pagate in rubli e non in dollari.
Il petrolio che la Russia consegnerà alla Cina verrà pagato in yuan, la moneta cinese.

Secondo Kommersant, si tratta di una misura di protezione attuata da Mosca a seguito delle sanzioni degli Stati Uniti nei confronti della Russia.

Sinora dunque l’unico risultato tangibile di queste sanzioni è il disfacimento dell’egemonia del dollaro nelle transazioni internazionali (egemonia mai contestata dal 1945) e del suo ruolo di moneta di riserva a livello globale.

La Cina e la Russia eseguiranno d’ora in poi i loro scambi commerciali nelle rispettive monete nazionali. Uno sviluppo che ridefinisce completamente l’ordine politico ed economico internazionale, anche perchè gli importatori europei di gas e di petrolio russo saranno obbligati a pagare Mosca in rubli.

Con l’appoggio della Cina, la Russia intende chiaramente mettere fine al mezzo di dominio della potenza americana, distruggendolo alla base. Questa dichiarazione di guerra è sicuramente più pericolosa di qualunque azione militare.

(Fonte : breizatao.com)
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Re: [DOLLARO] tira un'arietta..

Messaggioda sandropascucci » 3 set 2014, 18:08

da: http://www.ticinolive.ch/2014/07/08/il- ... l-dollaro/

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Il governatore della Banca di Francia minaccia di abbandonare il dollaro
8 luglio 2014
La multa di 10 miliardi di dollari inflitta dagli Stati Uniti al colosso bancario francese BNP Paribas per presunta violazione dell’embargo economico americano in Iran, Sudan e Cuba, ha fatto reagire Christian Noyer, presidente del Consiglio di amministrazione della BIS (Bank of international settlements) e governatore della Banca di Francia.

In un’intervista alla rivista economica francese “Investir” a Noyer era stata posta la domanda “Il ruolo del dollaro americano come moneta di scambio internazionale costituisce un rischio sistemico?”

Noyer aveva risposto “Al di là di questo caso particolare, l’aumento dei rischi giuridici provenienti dall’applicazione delle regole americane all’insieme delle transazioni in dollari nel mondo può portare a una diversificazione delle monete utilizzate.

BNP Paribas è stata l’occasione per numerosi osservatori di ricordare che vi erano già state diverse sanzioni e di pensare che in futuro ve ne saranno altre.

Un movimento di diversificazione delle monete utilizzate nel commercio internazionale è inevitabile. Il commercio fra l’Europa e la Cina non ha bisogno di utilizzare il dollaro e potrà essere integralmente regolato in euro o in renminbi. Il cammino verso un mondo monetario multipolare è un orientamento naturale, dal momento che esistono diversi grandi insiemi economici e monetari molto potenti.

La Cina ha deciso di sviluppare il renminbi come moneta di transazione. La Banca di Francia è stata all’origine dello swap BCE-Banca popolare della Cina e abbiamo concluso un memorandum sulla creazione di un sistema di compensazione del renminbi offshore a Parigi. In questo settore abbiano una forte collaborazione con i cinesi, ma sono evoluzioni che prendono tempo.”

(Fonte : Le-veilleur.com)
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Re: [DOLLARO] tira un'arietta..

Messaggioda sandropascucci » 3 set 2014, 18:09

da: http://www.ticinolive.ch/2014/06/09/il- ... i-dollari/

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Il gigante del gas russo Gazprom sopprime gli scambi in dollari
9 giugno 2014
Il direttore esecutivo del gigante del gas russo Gazprom ha annunciato che la società si è accordata con il 90% dei suoi clienti per sopprimere il dollaro dalle transazioni energetiche e sostituirlo con l’euro, lo yuan oppure con il rublo.

Questa misura risponde agli sforzi intrapresi dalla Russia per ammortizzare gli effetti delle sanzioni occidentali sul suo settore energetico. Il governo di Mosca cerca anche di sfidare la supremazia del dollaro negli scambi commerciali internazionali.

Qualche giorno fa Mosca e Pechino hanno concluso un accordo sul gas per un importo equivalente a 400 miliardi di dollari su 30 anni.
La vendita del gas russo alla Cina avverrà in virtù di questo accordo sulla base del rublo o dello yuan cinese. La società Gazprom si sforza di introdurre la moneta russa, cinese ed europea negli scambi commerciali energetici, nell’intento di escludere il dollaro da un settore vitale dell’economia mondiale.

(Fonte : french.irib.ir)
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Messaggioda sandropascucci » 19 set 2014, 10:30

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N. 231 – L’IPOTESI DI STAGNAZIONE SECOLARE: UNA RASSEGNA DEL DIBATTITO E ALCUNE RIFLESSIONI (THE SECULAR STAGNATION HYPOTHESIS: A REVIEW OF THE DEBATE AND SOME INSIGHTS)

Patrizio Pagano, Massimo Sbracia , settembre 2014
Alcuni studi recenti ipotizzano che l'economia statunitense possa tornare a una fase di stagnazione secolare. Nei prossimi 20-50 anni la crescita economica degli Stati Uniti sarà influenzata negativamente da un più basso contributo delle ore lavorate e dell'istruzione. Alcuni lavori, tuttavia, aggiungono che anche la produttività potrebbe decelerare bruscamente e notano che il PIL pro-capite, essendo una misura riferita alla famiglia media, trascuri il fatto che il reddito stia già stagnando da circa 30 anni per il 99% delle famiglie (quelle il cui reddito è inferiore al 99-esimo percentile nella distribuzione del reddito). Dopo aver passato in rassegna le più recenti previsioni a lungo termine, il presente lavoro mostra come congetture pessimistiche siano state formulate in passato dopo tutte le recessioni più profonde. Tali congetture si sono poi dimostrate fallaci non perché costruite sulla base di teorie erronee o dati incompleti, né per le difficoltà di prevedere l'introduzione di nuove tecnologie, ma perché avevano sottovalutato le potenzialità delle tecnologie già esistenti. Tale risultato suggerisce il rischio che, oggi, si possa commettere lo stesso errore, sottovalutando gli effetti delle tecnologie dell'informazione. Infine, il lavoro discute alcuni temi che dovrebbero essere analizzati dalla futura ricerca economica.


TRADUZIONEN:

l'altra volta siamo stati dei coglioni a non saper interpretare le cose, che sembravano sul punto di andare male e invece poi sono andate benino (dove? a chi?). SPERIAMO di essere dei coglioni anche 'stavorta perché anche stavorta i segnali sono pessimi e i casi sono:

A. siamo dei coglioni: abbiamo fatto male le analisi e ci dirà bene
B. NON siamo dei coglioni e siamo nella merda più totale
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Messaggioda sandropascucci » 26 set 2014, 11:15

http://thewalkingdebt.wordpress.com/201 ... l-dollaro/

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26/09/2014
Usa al bivio: La demonetizzazione del dollaro

L’osservatore distratto che si avventuri lungo la storia monetaria degli Stati Uniti arriverebbe agevolmente a un paio di conclusioni.

La prima è che le autorità Usa non si fanno alcuno scrupolo a far pagare il costo delle loro decisioni a larghi strati della loro popolazione e, in subordine, al resto del mondo. Quest’ultimo gli Usa lo vivono come un fastidioso altro da sé con cui doversi regolare e, di volta in volta, convincere, con le buone se possono, o sennò con le cattive.

La seconda conclusione è che le autorità americane si sono dimostrate sempre assai creative e altrettanto spregiudicate. Il famoso pragmatismo americano non si perita di distruggere consuetudini ultradecennali se ciò giova all’America e al suo principale feticcio: la sicurezza nazionale.

La sensazione, perciò, è che gli Usa si percepiscano principalmente come un’isola, e non a caso il dibattito sulle loro tentazioni autarchiche, che oggi trovano la migliore declinazione nell’autosufficienza energetica che gli Usa si apprestano a ritrovare, non tramonta mai, pur avendo piena contezza gli americani, ma in subordine, del loro peso globale. Ciò che va bene all’Amaerica va bene pure al resto del mondo, sembrano pensare. Ma anche se così non fosse, peggio per lui.

Tali considerazioni diventano quantomai attuali in un momento in cui è chiaro a tutti che la soluzione alla crisi che sta ancora tormentando l’economia globale non potrà essere trovata senza mettere mano all’infrastruttura finanziaria, da un parte, e al sistema monetario, dall’altra. Senonché parlare di sistema monetario senza tenere conto di ciò che decideranno gli Usa è come parlare di conto senza interpellar l’oste. E l’oste non è la Federal reserve, che pure in questi anni ha fornito pasti abbondanti a casa propria e all’estero.

L’oste è il Tesoro americano che, come la storia ci insegna, non si fa il minimo scrupolo a mettere fuori gioco la banca centrale quando serve. Ricordo che solo nel 1951, dopo la messa in panchina decisa negli anni ’30 da Roosevelt, la Fed tornò a svolgere in piena autonomia il suo ruolo di banca centrale. Il Tesoro infatti aveva affidato a un suo organismo tecnico, l’Exchange Stabilization Fund (ESF) creato col Gold reserve act del ’34, la gestione delle operazioni di mercato aperto su oro e valute.

Il fondo, capitalizzato con i due miliardi di dollari che il Tesoro ricavò dall’aumento del prezzo dell’oro decso dal presidente (dai 20,67 ai 35 dollari l’oncia), agiva in totale autonomia dalla Fed, alla quale rimase il compito di eseguire le transazioni alla stregua di un qualunque agente di cambio. Tanto è vero che il governatore Eugene Black si era già dimesso nel ’33, una volta fiutata l’aria che tirava.

A chi creda che tali informazioni appartengano all’archeologia, basterà ricordare che l’ESF americano è tuttora un organismo funzionante e che da ultimo è stato utilizzato nel 2008 dal governo per stabilizzare alcuni segmenti del mercato monetario. Così come d’altronde è ancora in vigore il Gold reserve act del ’34 che, lo ricordo, cambiò per decreto presidenziale il valore del dell’oro tramite una forte svalutazione del dollaro, il cui valore su più che dimezzato.

Fu l’inizio di un processo che condusse, quarant’anni dopo, a un altro momento di importanza storica: la demonetizzazione dell’oro. Ciò segnò l’avvento del vigente dollar standard, che peraltro gli Usa perseguivano silenziosamente già dagli anni Venti, rifiutandosi di trasformare le notevoli riserve d’oro che andavano accumulando in inflazione, come pure avrebbero richiesto le regole del gioco del Gold exchange standard, e costringendo l’Inghilterra a farsi carico di pesanti deflazioni monetarie per sostenere la parità d’anteguerra con l’oro fino a quando, nel 1931, dopo le crisi bancarie austro-tedesche, la sterlina diede forfait.

Vale la pena fare un altro rapido passo indietro per ricordare che la demonetizzazione dell’oro, ossia togliere all’oro il suo ruolo di mezzo di pagamento e di riserva, lasciandogli solo quello di riserva di valore, non è stata la prima demonetizzazione decisa dagli Usa.

Gli storici ricordano la demonetizzazione dell’argento decisa con il Coinage Act del 1873, che tanta parte degli americani bollò con l’epiteto “crimine del ’73”. La legge fece entrare di fatto (di diritto entrerà solo nel 1900) gli Usa nel Gold Standard classico.

All’epoca a pagare il conto furono innanzitutti i proprietari di miniere d’argento, che però furono salvati per il ventennio successivo grazie alla decisione del govero di comprare argento a prezzi assai superiori a quelli di mercato, visto che l’argento iniziò a soffrire di pesanti svalutazioni verso l’oro. Il prezzo più alto lo pagarono ampie fasce di popolazioni. L’ingresso nello standard aureo provocò una notevole ondata deflazionaria che distrusse il reddito di milioni di contadini, i debitori che speravano nel potere inflazionario dell’argento, a vantaggio dei creditori, le banche, che invece avevano tutto da guadagnare acché i loro crediti conservassero il loro valore agganciandoli all’oro.

Anche questa storia parrà a molti remota. Ma il fatto che sia passato tanto tempo, non vuol dire che le cose siano cambiate. La storia è sempre la stessa: creditori contro debitori, con il governo a fare l’arbitro e decidere chi debba vincere la partita. Solo che stavolta i debitori sono gli Usa, il cui debito denominato in dollari gira come un forsennato per il mondo. E, gli Usa sono, come si usa dire, “armati e pericolosi”.

Volete una prova? Quando il problema degli Usa fu l’argento, si risolse di demonetizzarlo, sostituendolo con l’oro. Quando il problema fu l’oro, si risolse di demonetizzarlo sostituendolo con il dollaro. Adesso è il problema è il dollaro, la cui gestione ordinata richiederebbe sacrifici e responsabilità che gli Usa non sembrano volersi caricare sulle spalle.

Cosa rimane da fare allora se la ripresa continuasse ad essere inconcludente? Facile: “demonetizzare” il dollaro. Ossia “annacquarlo” in un nuova moneta di riserva, magari agganciata all’oro, dopo averlo decisamente svalutato. In tal modo si “distruggerebbe” il debito americano a spese di chi lo detiene, americani compresi. In sostanza ciò farebbe il lavoro dell’inflazione, che però non si decide a partire, e ribaltare gli indicatori di sostenibilità fiscale agendo non più sul denominatore, ossia il Pil, che scarseggia, ma sul valore reale del numeratore.

Tra l’altro la moneta di riserva già c’è: i diritti speciali di prelievo del Fmi (SDR), creati dopo il caos monetario di fine anni ’60-anni ’70, ed emessi dal Fmi, dove gli Usa, è bene ricordalo, sono ancora gli azionisti di maggioranza. Solo che ancora sono emessi in regime di fiat money, e non esiste un mercato liquido e diffuso abbastanza da prendere il posto dei verdoni. Ma è solo questione di tempo e di volontà. Sempre che, ovviamente, si trovi il consenso internazionale.

A questo serve il Fmi. Solo che gli Usa non sono tanto generosi da cedere il passo senza una corposa buonuscita. Non a caso la riforma del Fmi del 2010, che avrebbe redistribuito i pesi decisionali fra i paesi tenendo conto della crescita degli emergenti è stata stoppata dal Congresso Usa, lasciando il Fmi indispettito, ma non rassegnato.

Nell’ultimo staff report del Fmi dedicato proprio agli Usa, i tecnici dedicano giusto un paio di righe alla questione della riforma delle quote del Fondo, proprio al termine dell’analisi sulla sostenibilità fiscale americana, notando soltanto come “l’implementazione della riforma del 2010 rimane un’alta priorità e che gli Usa devono con urgenza ratificarla alla prima occasione utile”. Le autorità Usa hanno replicato all’osservazioni evidenziando che le quote Fmi devono effettivamente riflettere il peso dei paesi nell’economia globale, sottolineando di aver attivamente lavorato col Congresso per arrivare a una legge che recepisca la riforma proposta dal Fmi nel 2010″. Il problema è capire di che peso stiamo parlando.

Tale atteggiamento interlocutorio non deve tranquillizzare. Gli americani ci mettono anni a fare la propria mossa, ma poi, quando si trovano davanti a un bivio con alternative difficili, la fanno. E la fanno sempre in splendida solutudine, come è accaduto negli anni ’30 e negli anni ’70.

In uno scenario siffatto, molti scommettono sulla circostanza che l’oro tornerà a giocare un nuovo ruolo, anche se non è chiaro quale. Ricordo però che gli Usa detengono ancora le più ampie riserve d’oro del mondo, a parte l’eurozona considerata nel suo complesso, e questo, in un eventuale ripensamento del sistema monetario gold-based è di sicuro un punto di forza.

Fra gli anni ’50 e i ’70 del XX secolo, a causa delle richieste di conversione di dollari in oro effettuate dagli europei, gli americani hanno ceduto 11.000 tonnellate d’oro, ma ne hanno ancora 8.133, retaggio della politica degli anni ’30, che, peraltro, sono ancora valutate a 42,22 dollari l’oncia, ossia al prezzo dell’oro fissato nel ’74 dopo la fine di Bretton Woods e le successive svalutazioni pilotate dopo la fine della parità a 35 dollari, decisa sempre negli anni ’30, e abolita da Nixon. Tale tesoro nasconde perciò una plusvalenza potenziale di centinaia di miliardi di dollari, che crescerà in ragione dell’andamento del dollaro sull’oro.

La domanda è: gli Usa possono influenzare da soli la quotazione dell’oro, usandola per svalutare il dollaro quel tanto che giudicheranno necessario per effettuare il loro riequilibrio?

Abbiamo già visto che gli strumenti messi in piedi dal New Deal sono ancora attivi. Gli Usa potrebbero semplicemente rivalutare le riserve d’oro al prezzo che ritengono più opportuno per i loro interessi. E poiché il prezzo è donominato in dollari, l’operazione avrebbe conseguenze internazionali facilmente immaginabili. Il Tesoro, fra le altre cose, può disporre di un fondo di stabilizzazione, capitalizzato abbastanza dalle plusvalenze auree, da poter intervenire con operazioni di mercato aperto sulle quotazioni auree. E inoltre i paesi del futuro blocco monetario, Eurozona e Cina, sono abbastanza piene d’oro da assorbire lo shock di un aumento improvviso del costo dell’oro semplicemente valutandolo ai prezzi correnti che saranno.

La Cina, in particolare, grande creditrice Usa, ha accumulato in questi anni notevoli riserve il cui ammontare ancora non si conosce con precisione, visto che la banca centrale non ha ancora aggiornato le sue statistiche, anche se alcune stime le collocano intorno alle 4.000 tonnellate. Lasciare che la Cina accumuli oro a sufficienza per sopportare senza sconquassi il riprezzamento del dollaro rispetto all’oro potrebbe essere di sicuro un gesto di cortesia, da parte degli Usa. Ma non è detto che vada così.

Ovviamente nessuno sa se questo scenario sottintenda un piano, o si tratti di ipotesi di scuola. Quel che sembra certo è che gli Usa devono dare importanti segnali di risanamento al sistema finanziario globale e non è chiaro se vorranno o sapranno darli.

Fino ad allora varrà la massima di John Connally, segretario al Tesoro dell’epoca in cui Nixon chiuse la finestra aurea, che ammoniva gli alleati europei sul fatto che “il dollaro è la nostra moneta, ma un vostro problema”.

Sono passati più di quarant’anni ed è ancora così.

(5/fine)
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Messaggioda sandropascucci » 30 set 2014, 11:39

da: http://johnnycloaca.blogspot.it/2014/09 ... -cose.html

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lunedì 29 settembre 2014
Valute di riserva mondiali: Cos'è accaduto durante il periodo di transizione?
Etichette: Chris Ferreira, Cina, Europa, Francia, guerra, letteratura, ricerca economica, società, stato, storia, traduzioni, UK, USA

di Chris Ferreira

Il declino dell'egemonia del dollaro USA diviene sempre più chiara ogni giorno che passa, e questo articolo si propone di fornire al lettore delucidazioni su cosa è successo durante i precedenti periodi di transizione riguardanti la valuta di riserva mondiale. Quando una valuta di riserva è stata sostituita da una nuova, il processo di transizione ha segnato un cambiamento fondamentale nel mondo. Il paradigma economico si è spostato e sono cambiate le regole del gioco. Quando il dollaro perderà il suo status di valuta di riserva mondiale, non accadrà nulla di diverso da quanto è avvenuto in passato!

Il processo di transizione della valuta di riserva mondiale porta molta incertezza

Nel corso della storia, il cambiamento della valuta di riserva mondiale ha sempre portato scompiglio ed incertezza sui mercati finanziari. Il declino di un paese, e la successiva ascesa di un altro, ha segnato una trasformazione radicale del mondo, soprattutto per quanto riguarda gli spostamenti della domanda di mercato. Il paese che ha dominato il commercio mondiale nel corso di un dato periodo storico, imponeva di solito la sua valuta come valuta di riserva mondiale. Spagna e Portogallo hanno dominato il XV e XVI secolo, i Paesi Bassi il XVII secolo, Francia e Gran Bretagna il XVIII e XIX secolo, e gli Stati Uniti hanno dominato il XX secolo.

Per tutta l'Età delle Esplorazioni, il Portogallo ha creato un impero globale. Nel 1453 le rotte commerciali tradizionali verso l'Asia non erano più praticabili a causa della crescita dell'Impero Ottomano e la sua presa di Costantinopoli, quindi emerse la necessità di rotte commerciali alternative. Grazie ai progressi nella tecnologia di navigazione, nonché ad altre circostanze favorevoli, i portoghesi, e presto gli spagnoli, furono in grado di raggiungere l'Africa, l'Asia ed il Nuovo Mondo. Di conseguenza la valuta portoghese, e più tardi quella spagnola, divenne la valuta principale nel commercio mondiale. I portoghesi, durante i loro viaggi e le loro scoperte, stabilirono avamposti militari lungo le coste dell'Africa, dell'India, della Malesia, del Giappone, della Cina (Macao), ecc.; quando allargarono troppo le loro mire espansionistiche, l'impero cadde a causa degli attacchi militari e della concorrenza di altri paesi (soprattutto gli olandesi, gli inglesi ed i francesi). Portogallo e Spagna poi si fusero per creare l'unione iberica; tuttavia crollò tra guerre e rivoluzioni nella metà del XVII secolo.

Fu poi la volta degli olandesi, la cui ascesa al potere globale venne aiutata in gran parte dalla creazione della prima multinazionale al mondo: la Compagnia Olandese delle Indie Orientali (VOC). Gli olandesi spodestarono Portogallo e Spagna, e si prefissero di trarre profitto dalla domanda europea per le spezie. Nel 1669 la VOC era la società privata più ricca che il mondo avesse mai visto, con oltre 150 navi mercantili, 40 navi da guerra, 50,000 dipendenti, un esercito privato composto da 10,000 soldati ed un dividendo del 40% sull'investimento iniziale degli azionisti. Più tardi, con l'arrivo della guerra anglo-olandese, il commercio delle spezie cessò temporaneamente e questo causò un picco dei prezzi. Altri paesi furono attratti nel commercio delle spezie, vale a dire la Francia e l'Inghilterra (la Compagnia Francese delle Indie Orientali e la Compagnia Inglese delle Indie Orientali). La saturazione del mercato delle spezie e la costosa guerra anglo-olandese, distrussero la Compagnia Olandese delle Indie Orientali e la sua moneta (il "fiorino") come valuta globale.





La Francia ottenne il dominio politico europeo sotto Luigi XIV, e sebbene l'eredità del "Re Sole" fosse grande, non bisogna dimenticare che lasciò i suoi eredi in un vortice di conflitti sociali e di debito causati principalmente dalla guerra e da una base fiscale sleale. Mentre il debito francese raggiungeva cifre impressionanti, gli inglesi, nel frattempo, vissero una Rivoluzione Industriale che diede alla Gran Bretagna una marcia in più, creando un impero "dove il sole non tramontava mai". La Rivoluzione Francese del 1789 fu essenzialmente la conseguenza di una crisi finanziaria che era diventata debilitante. Dopo un decennio di spargimenti di sangue e guerra civile, i francesi scoprirono un nuovo leader sotto il generale Napoleone Bonaparte. Le guerre napoleoniche del 1803-1815 infuriarono per oltre un decennio, estendendo l'influenza francese su gran parte dell'Europa (ispirando una rivoluzione a Haiti). Al culmine del successo di Napoleone nel 1812, l'impero francese aveva una vasta presenza militare in Germania, Italia, Spagna e Polonia. Fu questo impero che scosse profondamente le fondamenta dell'Europa dopo la sconfitta di Napoleone; nel 1815 le potenze europee si riunirono per stabilire una pace al Congresso di Vienna (il quale avrebbe riequilibrato il potere in Europa per il resto del XIX secolo).

Dopo la sconfitta della Francia napoleonica nel 1815, l'Inghilterra godette di quasi un secolo di dominio globale nel commercio.

Nel 1922 l'impero britannico aveva sotto la sua ala circa 458 milioni di persone (un quinto della popolazione mondiale) e circa un quarto della superficie totale. Con la seconda guerra mondiale, l'Impero britannico finì praticamente in bancarotta. Gli Stati Uniti fornirono finanziamenti alla Gran Bretagna, mentre divenivano la più grande nazione creditrice del mondo. Tuttavia, fu solo dopo la Conferenza di Bretton Woods (nel 1945) che il dollaro USA divenne ufficialmente la valuta di riserva mondiale.

Ogni paese che arrivò al massimo del suo dominio globale nel commercio, è crollato a causa di un punto di sovra-saturazione. Oggi c'è una situazione molto simile negli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno 900 basi militari in 130 paesi e hanno speso più di $640 miliardi nel 2013 per spese militari. Questa cifra supera di gran lunga tutte le spese militari DI TUTTI GLI ALTRI PAESI. Gli Stati Uniti non sono più la più grande nazione creditrice del mondo, ma piuttosto la più grande nazione debitrice nella storia del mondo. Ora è la Cina la più grande nazione creditrice del mondo. Il XXI secolo appartiene alla Cina ed allo Yuan?

Oggi gli Stati Uniti dominano la terra, il mare e l'aria in 130 paesi con la loro potenza militare. Tuttavia il paesaggio di guerra sta cambiando ancora una volta. Stanno emergendo versioni alternative alla guerra tradizionale, come la guerra economica/informatica. Con l'imposizione di sanzioni commerciali e con la manipolazione dei prezzi di mercato, i paesi potenti possono esercitare violenza senza nemmeno dover entrare in un altro paese. In altre parole, il mercato azionario ed il mercato dei futures sono diventati uno strumento nelle mani dell'élite. Possono abbassare il prezzo del petrolio per mandare in bancarotta un particolare paese, o venderne il debito pubblico per spazzare via la loro moneta e creare iperinflazione. Queste misure sono molto più veloci/efficaci rispetto ai metodi tradizionali di guerra che abbiamo visto nel secolo scorso. Anche se gli Stati Uniti dominano il senso tradizionale della guerra, non hanno lo stesso tipo di meccanismi di difesa nel mercato finanziario. Come ho sottolineato in un precedente articolo, How the US Dollar Can Collapse, oggi ci sono un numero illimitato di modi in cui gli Stati Uniti possono essere attaccati.



La durata media di una valuta di riserva mondiale

Il cambiamento della valuta di riserva mondiale è un ciclo che di solito impiega tra gli 80 ed i 110 anni. Il dollaro USA è ufficialmente la valuta di riserva mondiale da 68 anni. Tuttavia è stato utilizzato nel commercio molto prima, come minimo sin dal 1920. Ciò significherebbe che il dollaro USA è più vicino ai 90+ anni come valuta di riserva. Questi cicli di circa 100 anni (un secolo) sono molto comuni nella storia: gli antichi li chiamavano saeculum, che rappresentavano le quattro stagioni (primavera, estate, autunno e inverno). Come per tutti i cicli, c'era un periodo di crescita, saturazione, picco e declino. Un libro eccellente sui cicli economici, con un focus sul ciclo attuale in cui ci troviamo, è The Fourth Turning di William Strauss e Neil Howe. Leggetelo, ve lo consiglio vivamente. Ecco una citazione dal libro:

Un apprezzamento per la storia non è mai più importante di quei momenti in cui si prevede un inverno secolare. Nella Quarta Stagione possiamo aspettarci di incontrare scelte personali e pubbliche molto più difficili di quelle affrontate dalle generazioni precedenti. Faremmo bene ad imparare dalle loro esperienze, viste attraverso il prisma del tempo ciclico. Non sarà facile. Richiederà una nuova interpretazione del nostro venerato Sogno Americano. E ci sarà richiesto di ammettere che la nostra fede nel progresso lineare è spesso pari ad un patto faustiano con i nostri figli. Faust alza sempre la posta, ed ogni puntata è il doppio o niente. Attraverso gran parte della Terza Stagione, siamo riusciti a rimandare la resa dei conti. Ma la storia ci avverte che non possiamo rimandarla oltre la prossima.

Il grafico seguente mostra il cambiamento di ogni valuta di riserva (ogni 100 anni o giù di lì) e gli eventi che sono avvenuti nel corso di ogni transizione. Ogni passaggio è stato caratterizzato da un periodo di grande sofferenza segnato da difficoltà economiche, rivoluzioni e guerre.






Il cambiamento della valuta di riserva mondiale è un ciclo che nasce dal comportamento sociale

Lo stimato storico d'economia britannico Arnold Toynbee (1852-1883) ha anche individuato, nel suo lavoro Study of History, un "ritmo alternato" di guerra e pace che si è verificato in Europa ad intervalli di un secolo, a partire dal Rinascimento. Oltre all'Europa, Toynbee ha inoltre identificato cicli simili nella storia cinese ed ellenistica. Li ha connessi al progressivo decadimento della "memoria vivente di una guerra precedente", dove i discendenti dei veterani di guerra, la cui unica conoscenza della guerra è avvenuta attraverso racconti, libri di storia e per sentito dire, finiscono al potere ed adottano il comportamento belligerante dei loro antenati.

Il periodo di crisi globale più recente è stato caratterizzato dalla prima guerra mondiale, la Grande Depressione e la seconda guerra mondiale; dall'inizio (1914) fino alla fine (1945) troviamo un periodo che va dai 100 (1914-2014) ai 69 (1945-2014) anni fa. Questo suggerisce che stiamo entrando in una nuova crisi globale con lo stesso percorso ciclico.

Le crisi globali sono devastanti a tutti i livelli di esistenza, per non parlare del grande costo in vite umane. Se vogliamo imparare dalla storia, quindi, dovremmo farci trovare pronti per il ciclo del prossimo futuro, in quanto segnerà la fine di un saeculum e l'inizio di un nuovo paradigma economico allineato più positivamente con equilibri nel commercio, nel debito e nelle politiche.

Gli Stati Uniti stanno cercando di rinviare la crisi stampando denaro, ma questo sta creando guerre valutarie con quasi tutte le principali banche centrali del mondo. Come la storia ci ha dimostrato più e più volte, ricorrere a questo ritardo attraverso la stampa di denaro non farà altro che aggravare il problema; non solo non impedirà l'inevitabile, ma lo renderà più doloroso e costoso.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli
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Messaggioda sandropascucci » 7 gen 2015, 16:42

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Dollaro: il canto del cigno prima del tracollo definitivo
Stampa Invia Commenta (6) di: Giuseppe Cirillo | Pubblicato il 07 gennaio 2015| Ora 10:47
Usa vivono al di sopra delle proprie possibilità. Nel mondo presenti 158 trilioni di debito in dollari: moneta sale e diventa più difficile ripagare.
Usa vivono al di sopra delle proprie possibilità. Nel mondo presenti 158 trilioni di debito in dollari: moneta sale e diventa più difficile ripagare.
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Usa vivono al di sopra delle proprie possibilità. Nel mondo presenti 158 trilioni di debito in dollari: moneta sale e diventa più difficile ripagare.

ROMA (WSI) - Da quando la crisi economica del 2007-2008 ha costretto gli Stati Uniti a ricorrere al Quantitative Easing per sostenere la propria economia, da più parti si è detto che il dollaro andava incontro alla sua fine, che il collasso era imminente, che l’oro o il bitcoin o l’euro o lo yuan lo avrebbero sostituito e via dicendo. Il Quantitative Easing è finito ed attualmente addirittura gli Usa annunciano una crescita del 5% (anche se questa gravemente manipolata dall’Obamacare e non supportata dal calo dei consumi, dal dato sul tasso di occupazione, dalla sfiducia al governo e da proteste e criminalità dilagante). Questo effettivamente potrebbe bastare a smontare definitivamente la tesi che il dollaro si avvii verso il suo collasso, dato che invece si sta rafforzando e gli Usa sono in una presunta forte ripresa, ma noi ora vogliamo dimostrare il contrario.

Come molti lettori probabilmente sapranno le banconote che oggi usiamo derivano dalle promesse di pagamento con cui il portatore di una determinata banconota poteva riscuotere dalla banca emittente una certa quantità di oro scritto sulla stessa. Questo fin dai suoi esordi medievali. In seguito, questo sistema è divenuto centralizzato, quindi era la banca centrale del paese a garantire la banconota emessa, garantita da una determinata quantità di oro. Questo sistema ad un certo punto crollò, perché, inevitabilmente, durante le crisi politiche, geopolitiche ed economiche, la richiesta di oro aumentava e la riserva non bastava a coprirla. L’evoluzione di questo sistema furono gli accordi di Bretton Woods, dove ci si accordò nel rendere il dollaro statunitense la valuta di riferimento mondiale con cui si devono compiere i principali scambi commerciali e fu l’unica che fu legata all’oro, tutte le altre valute furono invece coperte dal dollaro, quindi solo indirettamente dall’oro. Anche questo sistema fallì, perché sotto Nixon, non si riuscì più a coprire le richieste di conversione del dollaro in oro e quindi fu annunciata unilateralmente la sospensione della convertibilità del dollaro in oro. Quindi si passò ad un regime di cambi variabili, ma il dollaro rimase la valuta di riferimento sia perché lo era già sia per la potenza militare ed economica degli USA che quindi la rendeva la valuta più sicura. Da quel momento in poi gli USA ebbero un grandissimo vantaggio quello di poter emettere una supevaluta che non serviva soltanto come moneta circolante per far funzionare la propria economia ma era anche usata a livello internazionale negli scambi tra le nazioni.

Quindi oltre al suo valore di valuta nazionale coperta dalla capacità produttiva del paese possedeva anche un valore intrinseco dovuto al fatto di essere la valuta di riferimento mondiale, quindi non era richiesta solo per essere usata negli USA ma anche e soprattutto per essere usata come riserva di valore e negli scambi internazionali. Il vantaggio che questa situazione ha dato agli USA è grandissimo e come se durante il Gold Standard, uno stato avesse il monopolio nella produzione di oro.

Gli Usa hanno usato questo vantaggio sia per sostenere la propria economia interna, sia nelle immense spese militari ed anche per sostenere costantemente il deficit della bilancia commerciale. Quindi gli Usa hanno sempre vissuto al di sopra delle proprie possibilità grazie al dollaro, scaricando sugli altri le proprie necessità. Se da questo punto di vista gli States hanno effettivamente un grande vantaggio su tutti, al tempo stesso l’emissione di dollari anche se fa vivere lo Stato e la società americana al di sopra delle proprie possibilità sostiene la crescita dell’economia mondiale.

Il Quantitative Easing è la dimostrazione lampante del discorso appena fatto. Molti analisti austriaci ma anche keynesiani sbagliano a pensare che il Quantitative Easing sia uguale a quello di una qualsiasi altra nazione del pianeta ed infatti gli effetti sono decisamente diversi. Quello americano non riguarda solo la società americana ma è un QE globale, perché il dollaro è la valuta base del pianeta.

Questa manovra monetaria ha avuto come conseguenza quella di favorire l’ascesa dei diversi paesi emergenti del mondo e la salita del prezzo di diverse materie prime di cui questi sono produttori. Questa ascesa è data dal fatto che nel mondo attualmente sono presenti circa 158 trilioni di debito in dollari. Quindi chi pensa che il dollaro sia in difficoltà perché Washington ha un debito pubblico di circa 18 trilioni deve comprendere che gli USA non sono il Giappone o la Russia e che quel debito non è in una valuta soltanto nazionale ma in una valuta di riferimento mondiale che è coperta da 158 trilioni di debito.

Quindi se Washington deve ai sottoscrittori 18 trilioni al tempo stesso nel mondo i debitori devono restituire 158 trilioni di dollari. Praticamente il debito pubblico americano è coperto dai debiti internazionali sottoscritti in dollari ed ha attualmente una copertura di più di 8 volte superiore, per quello il dollaro non è crollato con il QE.

Ora con la fine del QE, il dollaro torna velocemente a salire e negli ultimi sei mesi la maggioranza delle valute mondiali si è svalutata nei suoi confronti ed anche le materie prime. Questo comporta una serie di conseguenze: che il debito in dollari, salendo il dollaro, aumenta e che quindi diventa più difficile restituirlo ed inoltre essendo venuta meno l’iniezione di liquidità, manca inevitabilmente il circolante in dollari necessario atto a garantire il pagamento degli interessi e quindi tutti i paesi, soprattutto quelli emergenti e dipendenti dalle materie prime, sono costretti a estrarre della propria ricchezza nazionale per pagare direttamente o indirettamente il debito in dollari con conseguenze recessive o rallentanti sulla propria economia. E le conseguenze di questa situazione si sono già abbattute pesantemente sul petrolio e sui diversi paesi emergenti, soprattutto quelli legati a questa materia prima ma non solo quelli.

Il rublo russo, come già sappiamo, è stato tra quelli più colpiti ed adesso tutti i paesi in cui esiste una certa influenza russa sulla propria economia dalla Serbia, alla Bielorussia, al Kazakistan, al Turkmenistan, ecc stanno subendo una forte svalutazione e c’è il forte rischio che questo comporti dal Venezuela, alla Nigeria fino all’Indonesia un grave aumento dell’instabilità sociale e politica.

Detto questo, molti di voi si chiederanno perché il dollaro dovrebbe collassare dato che anzi si sta rafforzando sulle spalle di tutti. E’ proprio la Storia ad insegnarcelo. Quando vigeva la riserva aurea, è proprio nei momenti di crisi generale che l’oro è più forte e che quindi viene richiesto ed è proprio questo che fa saltare il banco e che porta alla bancarotta. Al tempo stesso, avendo il dollaro il ruolo che prima era dell’oro, dimostrando gli Usa una certa presunta crescita e provocando con la fine del QE la svalutazione di tutte le valute mondiali, accrescono di nuovo a dismisura il ruolo del dollaro come valuta di riferimento e quindi la richiesta di esso continuerà a salire ma questo provocherà una grave deflazione interna ed essendo la società americana gravemente indebitata, inevitabilmente non riuscirà a restituire una valuta rivalutata dato che a malapena riesce a restituirla adesso. E questo vale ovviamente anche per il debito pubblico.

Se il debito pubblico americano era garantito dal debito in dollari nel mondo, se quest’ultimo salta e non vale più, anche il primo non è più coperto. E se la recessione è stata finora abbastanza sopportata in Europa, dove prima della crisi economica la diseguaglianza sociale era abbastanza mitigata quindi un suo incremento finora è stato ancora tollerato, negli Usa dove la diseguaglianza è già a livello di Terzo Mondo e dove la tensione sociale è già ora alle stelle, l’austerity comporterà un esplosione sociale senza precedenti.

È a questo punto che l’instabilità economica, sociale e politica statunitense potrebbe mettere fine al dollaro, perché il dollaro rimarrà forte finché gli effetti recessivi della sua forza non si manifesteranno ed a quel punto il governo sarà costretto a una di queste tre cose: 1) austerity, quindi ridurre il debito pubblico con tutte le conseguenze sociale del caso 2) aumentare a dismisura il debito mettendo però in dubbio l’effettiva forza del dollaro 3) Ricominciare con il QE, dimostrando il totale fallimento della presunta ripresa americana. In tutti e tre questi scenari, il dollaro, dopo l’apparente forza, verrebbe messo seriamente in dubbio e quindi in questa fase probabilmente assisteremo alla sua disfatta definitiva.

Se finora la previsione può essere espressa abbastanza chiaramente, quello che avverrà dopo la disfatta del dollaro non è così facile da prevedere. Sicuramente la Terza Guerra Mondiale già iniziata aumenterà d’intensità e si estenderà come una vera e propria guerra civile globale. Probabilmente assisteremo all’ascesa, come in tutti i momenti di crisi, del prezzo dell’oro, che probabilmente diventerà molto ricercato, soprattutto dopo che sempre più paesi ne richiederanno indietro le riserve all’Impero fallito americano e questo dimostrerà di non averle più. E’ probabile, nella fase iniziale della disfatta del dollaro, che si affermi lo Yuan cinese, magari legato ad una riserva aurifera già in suo possesso, ma a nostro avviso sarà un’affermazione effimera dato che la Cina non ha le caratteristiche per sostenere una valuta di riferimento globale ed ancora peggio se la legherà all’oro.

I motivi del perché lo Yuan non sarà la valuta di riferimento mondiale, li elencheremo in un nostro futuro articolo. E al tempo stesso non sarà neanche possibile un ritorno al Gold Standard come da molti ipotizzato. Un sistema del genere come quello del dollaro non può che crollare perché è un sistema di debito impagabile, dove è necessaria la continua creazione di moneta almeno per ripagare gli interessi sul debito emesso, altrimenti questi dovranno essere estratti dall’economia reale innescando inevitabilmente la crisi.

L’oro non può funzionare, sia perché in parte viene sottratto alla circolazione con lo smarrimento e soprattutto con l’accumulo e soprattutto se viene prestato ad interesse inevitabilmente sarà sempre impagabile se non supportato da un’attività estrattiva pari all’ammontare degli interessi più alla deflazione naturale del sistema, cosa impossibile; e del resto per questo esso non ha funzionato in passato. Ed ora accade lo stesso agli USA, paradossalmente era meglio che continuassero con graduale QE che mantenesse il dollaro stabile e rendesse ripagabili i debiti contratti. Per questo sosteniamo che propria la sua attuale e futura forza ne determina la successiva disfatta. E dato che il trucco di emettere soldi facili e poi rendere impossibile restituirli è stato usato con determinati obiettivi politici da secoli, fino anche all’Unione Europea, ci sentiamo anche di metterne in dubbio la casualità, ma intravediamo, invece, una mano consapevole degli stessi che portano avanti la lunga marcia dell’Eurocrazia.

La disfatta Usa potrebbe tradursi credo in due modi, se tutti i rimedi falliranno: o in una unione monetaria, politica e militare con Canada, Messico ed Europa, così da ricostituire una fortissima valuta di riferimento; o come personalmente credo, alla disintegrazione interna degli Usa e il conseguente inasprimento del conflitto mondiale, come scritto in questo articolo. In qualsiasi caso ci avviciniamo spediti ad una lunga fase di transizione post-capitalista o post-socialista se siete economicamente austriaci. Comunque la vogliate chiamare, sarà una transizione dolorosa dovuta alla lunga e graduale fine di un sistema di accentramento distopico del potere. (Attraverso l’accentramento del valore nel capitalismo e con l’accentramento del potere statale nel socialismo).

Fonte: Hescaton


riassunto: si chiama "signoraggio", l'aggio del signore. il signore USA FED (igbameregano) stampa a go-gò e fa casini. il mondo (noi) paga (iamo).
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Messaggioda Huro Chan » 23 lug 2016, 17:11

Trump: gli Stati Uniti non faranno default, perché stamperá denaro.


Di Jesse Byrnes - 05/09/16 10:03 EDT

Donald Trump spiega le sue osservazioni circa il riacquisto degli Stati Uniti del proprio debito https://t.co/NhZbYKy3Xx https://t.co/FrZ1tcNLTc
- CNN Politica (@CNNPolitics) 9 Maggio 2016

Donald Trump ha dichiarato Lunedi che gli Stati Uniti non potranno mai andare in default sul loro debito perché avranno la capacità di stampare denaro.

"La gente ha detto che voglio andare a comprare il debito e fare default sul debito - Queste persone sono pazze. Questo è il governo degli Stati Uniti. Prima di tutto, non farete mai default perché, mi dispiace dirvelo, stamperete il denaro - OK? Quindi, non ci sarà mai un default" ha detto Trump su CNN “New Day”.

Il presumibile candidato presidenziale repubblicano ha riespresso tale pensiero nel corso di un'intervista a Fox Business, dicendo: "Un sacco di giornali dicono 'Donald Trump vuole iniziare i negoziati con i creditori.' Prima di tutto non dovete pensare questo, e poi stamperemo il denaro ".

Trump é spinto a chiarificare i punti del suo intervento anche al The New York Times, che ha riferito che Trump stava suggerendo che potrebbe ridurre il debito nazionale convincendo i creditori ad accettare meno del pagamento completo. Il giornale ha chiamato queste osservazioni come senza precedenti tra i candidati moderni.

I report erano basati su osservazioni in un’intervista alla CNBC la scorsa settimana quando, alla domanda se gli Stati Uniti dovrebbero pagare il loro debito in pieno o eventualmente negoziare un rimborso parziale, Trump ha detto: “Prenderei in prestito sapendo che, se l'economia si schiantasse, si potrebbe raggiungere un accordo."

Trump ha detto Lunedí il suo piano si focalizzerebbe sul riacquisto del debito se i tassi di interesse aumentassero.

"Ho detto che se siamo in grado di riacquistare il debito pubblico come sconto - in altre parole, se i tassi di interesse salgono e si può acquistare obbligazioni indietro come uno sconto - se abbiamo abbastanza liquiditá come paese dovremmo farlo. In altre parole, siamo in grado di riacquistare il debito come uno sconto" ha detto Trump alla CNN.

L'auto-proclamato "re del debito", ha detto che il debito è "difficile" e che può essere "pericoloso".

"So come trattare con il debito molto bene - amo il debito - ma, si sa, il debito è difficile, ed è pericoloso, e bisogna stare attenti, e bisogna sapere cosa si sta facendo", ha detto Trump.


fonte: http://thehill.com/policy/finance/27919 ... ints-money
Ultima modifica di Huro Chan il 25 lug 2016, 16:32, modificato 2 volte in totale.
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Messaggioda mr.spyder » 24 lug 2016, 1:37

Hurooooo....porcome!!!...UNA COSA DEVI FARE ...UNA!!(l'hai scritto tu,Huro,non io,TU!)
traduzioni da e in INGLESE!!!....ennamo su*!...

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Re: :: CRACK USA :: + [Stati Uniti d'America] tira un'arietta..

Messaggioda Huro Chan » 25 lug 2016, 16:31

mr.spyder ha scritto:Hurooooo....porcome!!!...UNA COSA DEVI FARE ...UNA!!(l'hai scritto tu,Huro,non io,TU!)
traduzioni da e in INGLESE!!!....ennamo su*!...

*traduz.:..echeccazzo!


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Re: :: CRACK USA :: + [Stati Uniti d'America] tira un'arietta..

Messaggioda Francesco Fata » 25 lug 2016, 18:27

"DONE" SIGNIFICA "fatto"...per gli emiliano-romagnoli naturalizzati siculi!

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Re: :: CRACK USA :: + [Stati Uniti d'America] tira un'arietta..

Messaggioda mr.spyder » 31 lug 2016, 17:21

Huro Chan ha scritto:
mr.spyder ha scritto:Hurooooo....porcome!!!...UNA COSA DEVI FARE ...UNA!!(l'hai scritto tu,Huro,non io,TU!)
traduzioni da e in INGLESE!!!....ennamo su*!...

*traduz.:..echeccazzo!


e imparatevell

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chi ha detto che non lo so???..ma io non ho messo "traduzioni" sotto il mio profilo...
potevo mettere che coltivo i pomodori (cosa che faccio davvero perché ne sono capace),poi qualcuno magari mi avrebbe suggerito che avrei potuto coltivare i pomodori e io sarei sbroccato sfanculandovi tutti...
quindi volevo ringraziare huro per non essere sbroccato ma non per la traduzione,visto che è un suo preciso compito che ha scelto LIBERAMENTE di fare quale contributo al PRIMIT e ai PRIMITivi
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Re: :: CRACK USA :: + [Stati Uniti d'America] tira un'arietta..

Messaggioda mr.spyder » 1 dic 2016, 8:22

!
Trump: Mnuchin, sarò ministro del Tesoro
Terzo uomo di Goldman Sachs a occupare questa carica

(ANSA) - NEW YORK, 30 NOV - Steven Mnuchin, direttore finanziario della campagna elettorale di Donald Trump, ex partner di Goldman Sachs, produttore cinematografico, ha confermato di essere stato scelto per guidare il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti. Il nome di Mnuchin era stato fatto dai media americani, citando fonti del transition team.
Sarà il terzo uomo di Goldman Sachs ad occupare questa poltrona, dopo Henry M. Paulson Jr., sotto il presidente George W. Bush, e Robert E. Rubin, con Bill Clinton. Mnuchin e' stato il capo finanziario della campagna di Trump.
La sua nomina dovrebbe così contrastare la retorica del tycoon contro la grande finanza e i poteri forti di Wall Street.
In uno spot elettorale, il magnate aveva dipinto il chief executive di Goldman Sachs come la personificazione dell'elite globale che aveva ''derubato la working class''.


....o credevate che.....
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Re: :: CRACK USA :: + [Stati Uniti d'America] tira un'arietta..

Messaggioda roberta » 8 dic 2016, 0:20

Alessandro Plateroti per www.ilsole24ore.com

Fermate Basilea»: con una mossa a sorpresa, la federazione che rappresenta 17mila banche internazionali (tra cui le italiane) si è scagliata contro le regole che il Comitato di Basilea (con l’aiuto del Governo Usa) vorrebbe imporre a fine anno. La «rivolta» emerge da una lettera riservata al Financial Stability Board e al G20.

La lettera, di cui Il Sole24Ore ha ottenuto una copia, conferma non solo la tensione crescente nell’industria bancaria nei confronti di una stretta regolatoria divenuta ormai non solo «soffocante» per l’attività creditizia – già penalizzata dalla crisi economica e dall’effetto negativo dei tassi a zero sui margini di profitto – ma anche squilibrata a favore di una giungla opaca di nuovi operatori finanziari «ombra» (il cosiddetto «shadow banking») che si muovono dagli Stati Uniti sul mercato mondiale del credito senza essere sottoposti alle norme restrittive su crediti, rischi e leva e agli obblighi di vigilanza imposti invece alle banche commerciali tradizionali.

Sotto accusa, dunque, ci sono non solo gli eccessi regolatori concepiti da un esercito di tecnocrati il cui lavoro sembra ormai essere andato ben oltre il mandato ricevuto dal G20 dopo la crisi dei subprime, ma in generale l’intera architettura normativa finora concepita dal Comitato di Basilea. «La Federazione bancaria internazionale – è scritto nella lettera spedita il 30 novembre scorso al Segretario generale del Financial Stability Board, Svein Andresen – ha collaborato attivamente ai lavori del Comitato di Basilea nella definizione di nuovi standard internazionali che hanno reso più livellato «il campo di gioco». Ma ora è opportuno fermare il processo e valutare attentamente non solo i risultati ottenuti in termini di sicurezza del sistema, ma anche gli effetti e i danni collaterali delle norme già introdotte. E soprattutto, di quelle che si vorrebbero approvare entro fine anno».

Le regole, in altre parole, dovrebbero avere come punto di riferimento non solo la riduzione dei rischi sistemici sul mercato, ma soprattutto il sostegno delle economie nazionali, il rilancio della crescita, le necessità di investimento delle imprese e i bisogni delle famiglie. «Il G20 – ha scritto chiaramente il managing director della IbFed, Hedwige Nuyens – deve fermare l’avanzamento del programma di Basilea e aprire un nuovo confronto con l’industria bancaria sulle modifiche necessarie per evitare il rischio di una paralisi del credito, altre ricapitalizzazioni forzate e gravi ripercussioni sui diversi sistemi economici nazionali, soprattutto i più deboli». Il riferimento agli squilibri tra sistemi e modelli bancari non è casuale. Porta dritti alla vera essenza di uno scontro che è non solo finanziario, ma anche politico e competitivo.

«La revisione di Basilea può avere forte impatto sui requisiti di capitale»

Il bersaglio delle 17mila banche è infatti non solo lo zelante presidente del Comitato, l’olandese Stefan Ingves (è considerato come un “falco” persino dai tedeschi, il che è tutto dire), ma soprattutto il ruolo assunto dall’amministrazione americana di Barack Obama in questa delicata partita globale. Dietro le quinte del negoziato tra banche, autorità di vigilanza e governi nel Comitato di Basilea, non ci sono infatti solo diversità nazionali e «culturali» da armonizzare, ma soprattutto il tentativo di Washington di rilanciare il ruolo e il peso delle banche americane sul mercato europeo abusando del proprio “peso” all’intero del Comitato: in particolare, la Casa Bianca sta cercando di imporre all’intero sistema bancario mondiale il modello di business più funzionale alle strategie e alle caratteristiche dei colossi Usa, che non a caso hanno fatto poco o niente per sostenere la “rivolta” dei concorrenti europei.

Anche senza cadere nel patriottismo finanziario, è effettivamente difficile capire come si possa mai pensare che una banca che opera su mercati “tradizionali”, caratterizzati da piccole e medie imprese, artigiani e famiglie, possa essere in grado di assorbire e recepire senza danni regole, norme e modelli concepiti per intermediari finanziari globali operanti su mercati dei capitali ben sviluppati ed efficienti. L’Europa, salvo Londra, non è così: per le nostre banche commerciali tradizionali, per le banche territoriali e in generale per i sistemi che hanno avuto storicamente un forte radicamento nell’economia reale, come per esempio quello italiano.

Solo per avere un’idea dello scenario, basti pensare che se le norme di Basilea 4 fossero approvate come sono, le banche europee potrebbe essere costrette a ricapitalizzazioni per 850 miliardi euro, una cifra da brivido pensando al piano Montepaschi o ad altre ricapitalizzazioni in arrivo,come quella di Unicredit: sui big dell’investment banking americano, invece, l’effetto sarebbe praticamente irrilevante. L’abito «a taglia unica», insomma, sarebbe un grande favore ai colossi di Wall Street, che potrebbero approfittare della situazione per conquistare più quote di mercato in Europa.

In questo contesto, si sta creando persino una situazione paradossale, che spiega tra l’altro la ragione per cui gli americani vogliono l’approvazione delle regole entro fine anno, mentre gli europei (tedeschi, danesi, svedesi e italiani in particolare) puntano sul rinvio al prossimo anno. Chiudere entro fine dicembre – come vorrebbe il Comitato – permetterebbe infatti all’amministrazione Obama di mettere a segno un clamoroso successo politico poco prima che Donald Trump si insedi alla Casa Bianca, impedendo così al neo-presidente americano di onorare l’impegno preso in campagna elettorale di bloccare il varo di nuove norme sul credito dannose e pericolose per le famiglie e le imprese.
benvenuti roberta, firenze

sandropascucci
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Re: :: CRACK USA :: + [Stati Uniti d'America] tira un'arietta..

Messaggioda sandropascucci » 11 dic 2016, 18:49

Dallas, corsa agli sportelli: fondo pensione prosciugato
9 dicembre 2016, di Daniele Chicca

Il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, al convegno giovani di Confindustria, dice sì alla flessibilità in uscita ma fa notare come abbia un prezzo da pagare.
Negli Stati Uniti stanno veramente cominciando a saltare i fondi pensione pubblici. Il sistema previdenziale della città di Dallas ha appena deciso di sospendere a tempo indeterminato i prelievi, finché non sarà risolta una crisi di liquidità. La misura non ha precedenti negli Stati Uniti. Quelle che si vedono nella metropoli texana sono scene paragonabili a quelle di una corsa agli sportelli di una banca sull’orlo del fallimento.

È infatti in vigore una norma che consente ai pensionati oltre una certa età di ritirare somme ingenti, chiedendo la liquidazione in anticipo sulla pensione di contributi già versati in passato. Per impedire che le casse del fondo pensione di Dallas venissero prosciugate le autorità sono state costrette a intervenire.

Il fondo pensionistico di Dallas per la verità è in profonda crisi da quest’estate, ma solo ora il board di un sistema pensionistico insolvente ha finalmente deciso di fare qualcosa per evitare il collasso delle sue finanze. Soltanto da agosto 500 milioni di dollari sono usciti dai depositi del fondo pensionistico. È anche per questo motivo che anche chi ne ha diritto non potrà più effettuare nuovi prelievi.

Quando è stata presa tale decisione, erano già in corso richieste di prelievo per una somma complessiva pari a 154 milioni di dollari da parte dei pensionati. Il sistema è predisposto per eseguire le richieste di pagamento una volta a settimana, ma i funzionari dell’istituto hanno fatto sapere che se avessero permesso i prelievi richiesti sarebbero rimasti senza la liquidità necessaria per finanziare il fondo pensione da $2,1 miliardi.

“La situazione è critica al momento e siamo stati costretti a intervenire”, ha dichiarato il chairman del CdA Sam Friar.

Una bella grana in eredità in più per il neo presidente eletto Donald Trump.
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