Debito Pubblico

..ovvero le puttanate ufficiali propagandate dal Sistema Mediatico di IGB
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sergioloy

Re: Debito Pubblico

Messaggioda sergioloy » 18 ott 2010, 21:05

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dal Corriere della Sera
Ue, Tremonti: "Abbiamo il nuovo patto " Debito, conterà anche quello «privato»
Il ministro dell'Economia: «Sarà un testo molto gestibile, sulle sanzioni c'è grande flessibilità»

Giulio Tremonti, ministro dell'Economia (Ansa)LUSSEMBURGO - «Habemus novum pactum». Così il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, ha aperto la conferenza stampa organizzata al termine della riunione dei ministri finanziari europei sulla riforma del patto di stabilità e crescita Ue. Dalla riunione, in effetti, è passata la linea del ministro italiano riguardo al computo del debito pubblico: come ha spiegato il direttore generale del Tesoro, Vittorio Grilli, «la sostenibilità e l'andamento della riduzione del debito pubblico saranno valutati sulla base di vari fattori, comprese la situazione e l'evoluzione del debito privato». Grilli ha precisato che conteranno anche la valuta, le politiche in corso, ma i dettagli saranno definiti in un momento successivo.
«NECESSARIO MANTENERE IL RIGORE» - L'accordo, ha spiegato il ministro, impone all’Italia «di mantenere il rigore sul deficit», anche se sul fronte del debito il nuovo Patto non provoca preoccupazioni al nostro Paese. Il ministro non ha nascosto soddisfazione: «È un testo molto gestibile - ha detto - e sulle sanzioni c’è grande flessibilità, ragionevolezza, non rigidità». Tremonti ha spiegato che oggi «è finito il lavoro tecnico-politico, ora la questione passa al lavoro politico che toccherà ai capi di governo. Comunque siamo tutti concordi, si tratta di un buon testo che potrà essere migliorato».

NO A RIFERIMENTI NUMERICI - Nel testo sulla riforma del Patto di stabilità e di crescita «non c'è alcun riferimento numerico per quel che riguarda il debito pubblico», ha aggiunto il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti. Nella proposta della Commissione Ue si prevede per i Paesi in debito eccessivo (sopra il 60%) un taglio del debito pubblico di un ventesimo l'anno.


POSSIBILE STOP A SANZIONI - In sostanza quello di oggi è un accordo di massima, come ha spiegato direttore generale del Tesoro Vittorio Grilli, in cui le sanzioni per i Paesi che non rispettano i termini del patto saranno proposte della Commissione Ue, ma potranno essere «bloccate da una maggioranza qualificata dei governi». Saranno aumentati i meccanismi di monitoraggio sulle politiche di bilancio degli Stati e anche la stabilità macroeconomica, in sostanza la competitività di un Paese. Ed anche qui le sanzioni saranno possibili in caso di scarso attivismo. I capi di governo discuteranno la riforma nel Consiglio della prossima settimana a Bruxelles.

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Christian Tambasco

Re: Debito Pubblico

Messaggioda Christian Tambasco » 19 ott 2010, 8:54

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sergioloy

Re: Debito Pubblico

Messaggioda sergioloy » 20 ott 2010, 12:03

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Il debito? Garantiscono le famiglie

dal Sole24ore
di Marco Fortis

Molti non sembrano ancora aver capito la lezione più importante che ci ha lasciato questa crisi, la più grave dal 1929. E cioè che in una fase di grandi cambiamenti strutturali e di accumulo di enormi squilibri, come quella che stiamo vivendo, non è più possibile usare come indicatori di performance economica solo i flussi (come il Pil) disinteressandosi di ciò che avviene alla maggior parte degli stock macroeconomici (come la ricchezza delle famiglie, i debiti delle imprese o la qualità degli attivi delle banche). L'unico stock a cui guardiamo con attenzione da lungo tempo è quello del debito pubblico, ma a ben vedere non sappiamo nemmeno misurarne correttamente la sostenibilità perché lo rapportiamo per pura abitudine contabile al Pil, che però è un flusso.
Eppure molti paesi dispongono ormai di sistemi contabili ben costruiti e aggiornati dei conti finanziari nazionali. Tali prospetti esprimono lo stato di salute finanziario dei diversi attori di un sistema economico (imprese non finanziarie, imprese finanziarie, famiglie, pubbliche amministrazioni) oltre che la riconciliazione degli attivi e passivi di ogni paese con il resto del mondo. Continuare a ignorare questi indicatori è un grave errore. Infatti, può portare a diagnosi errate e a formulare ricette sbagliate.


F acciamo tre esempi. Il primo riguarda la crescita economica e il suo stesso significato. Il secondo il debito pubblico e la sua sostenibilità. Il terzo l'eccesso di indebitamento delle famiglie rispetto al loro stock di ricchezza finanziaria.

1. La crescita economica. Si continua a valutare la performance economica dei diversi paesi nel decennio prima della crisi e anche la loro capacità di uscire oggi dalla crisi stessa in base alla crescita del Pil. Con ciò ignorando che molta crescita del Pil precedente era stata generata nei paesi più "dinamici" da un accumulo insostenibile di debiti privati e molta della ripresa economica oggi in corso è stata resa possibile solo da un nuovo accumulo di debiti, questa volta pubblici, senza però incidere sugli squilibri di fondo che hanno causato la crisi.
L'osservazione delle tendenze del Pil e del reddito disponibile delle famiglie prima del settembre 2008 sembrerebbe "condannare" senza appello un paese come l'Italia, che negli ultimi nove anni è cresciuto meno di tutti. Ma anche la Germania, oggi da molti "ammirata" dopo appena un paio di trimestri di forte ripresa del Pil, era cresciuta assai poco dal 2000 al 2007, appena un'incollatura più dell'Italia e solo grazie all'export, risultando la sua domanda interna persino più "stazionaria" di quella italiana. Mentre economie come Stati Uniti e Gran Bretagna (per non parlare dell'Irlanda o della Spagna) venivano invece esaltate per il loro maggiore dinamismo.
L'analisi comparata della crescita reale della ricchezza delle famiglie (costituita dallo stock di attività finanziarie e reali al netto delle passività finanziarie) fornisce tuttavia un'immagine completamente rovesciata del concetto di performance economica e forse un po' più aderente alla realtà. Infatti, le famiglie americane, nonostante la più forte crescita del loro reddito disponibile, sono oggi più povere di sette anni fa, mentre quelle italiane e tedesche sono di gran lunga più ricche rispetto al 2000. Inoltre, mentre a prezzi costanti la ricchezza delle famiglie italiane e tedesche già nel 2009 è quasi ritornata ai livelli del 2007, quella delle famiglie americane impiegherà molto più tempo a recuperare il terreno perduto, risultando nel 2009 ancora del 17% e del 19% circa inferiore, rispettivamente, ai livelli nominali e reali del 2007.
Il Pil americano è indubbiamente diminuito meno di quelli tedesco e italiano durante la recessione del 2008-2009 e forse più rapidamente si riporterà ai livelli pre-crisi (grazie a un bel po' di altri debiti, stavolta pubblici, e a una svalutazione del dollaro dagli effetti imprevedibili). Ma quanti anni saranno necessari all'America per riguadagnare la ricchezza delle famiglie e i livelli occupazionali precedenti?

2. Il debito pubblico. Non si è mai visto un governo "pagare" i propri debiti con il Pil. Il Pil è un flusso annuale che appena prodotto viene quasi totalmente allocato nel corso dell'anno stesso in consumi, investimenti, spesa pubblica ed export (e quindi non può essere utilizzato per rimborsare lo stock del debito statale). Ovviamente il Pil genera anche il risparmio (che però in alcuni paesi è molto basso) e il gettito tributario che è cruciale per far quadrare il bilancio pubblico annuale. Tuttavia, un governo che voglia ridurre il proprio stock di debito non usa il Pil ma ha alcune possibilità tra cui le principali sono: a) fare privatizzazioni, e qui conta molto lo stock di patrimonio pubblico; b) ridurre drasticamente la spesa pubblica e tagliare servizi; c) applicare forti tasse. È chiaro peraltro che le ipotesi b) e c) presuppongono che vi sia alle spalle una società ricca, in grado di subire tagli di servizi pubblici o l'introduzione di nuove tasse senza soffrire molto o senza che si corra il rischio di una rivolta sociale.
Per valutare la sostenibilità dello stock del debito pubblico ha dunque molto più senso rapportare tale debito allo stock di ricchezza finanziaria delle famiglie. Infatti, avendo l'aggregato delle imprese strutturalmente dei debiti, accesi per investire in immobilizzazioni reali, è la ricchezza finanziaria delle famiglie l'unico bacino patrimoniale consistente che può "garantire" il debito statale di una nazione.
La regola del 60% del nuovo Patto di stabilità, su cui commissione europea e governi lavorano, dovrebbe dunque riguardare non più il rapporto debito/Pil ma il rapporto debito/ricchezza finanziaria netta delle famiglie. Sulla base di tale parametro (che tiene implicitamente conto anche dello stock dei debiti privati) appare evidente che i paesi oggi realmente fuori linea nell'euro-area sono solo la Grecia e l'Irlanda, mentre Italia e Finlandia sono usciti di traiettoria soltanto temporaneamente a causa della crisi. La Spagna invece è un po' più in difficoltà perché le sue famiglie si sono molto indebitate.
Per lungo tempo Italia e Belgio sono stati additati in Europa come le "pecore nere" del debito pubblico. E tale debito va ridotto senza indugi per liberare finalmente risorse sane per la crescita. Ma il Belgio e l'Italia hanno una tale ricchezza finanziaria netta delle proprie famiglie da poter sopportare un alto debito pubblico mentre la Grecia e l'Irlanda non possono permetterselo.
In base ai dati del 2009, il rapporto debito pubblico/Pil dell'Italia è uguale al 115%, esattamente come quello della Grecia, ma il rapporto debito pubblico/ricchezza delle famiglie in Italia è al 65%, solo un po' più elevato di quelli di Germania e Francia, mentre l'indice della Grecia è al 194 per cento! Proprio perché il suo debito pubblico è ben "coperto" dalla ricchezza privata, l'Italia non ha dunque bisogno di alcuna "patrimoniale" ma necessita solo di tagli e risparmi graduali nel quadro di un rigoroso e credibile piano di riduzione del debito statale. Mentre la Grecia e l'Irlanda, per evitare il tracollo, dovranno invece con grande urgenza tagliare drasticamente la spesa pubblica e aumentare fortemente le tasse: il tutto per valori che andranno ben oltre il maggior differenziale di crescita del Pil che per alcuni anni tali paesi hanno baldanzosamente accumulato verso l'Italia.

3. Le passività finanziarie delle famiglie. Se poi la Ue desiderasse davvero individuare un indicatore "predittivo" per il nuovo Patto di stabilità, che dia l'allarme in tempo utile circa le possibili crisi finanziarie future delle famiglie e conseguentemente delle banche che abbiano loro concesso prestiti in modo avventato, c'è solo l'imbarazzo della scelta: è sufficiente, ancora una volta, consultare i colpevolmente trascurati conti finanziari delle nazioni. Lì c'era tutto l'occorrente per capire che era in arrivo un grande crack di famiglie e banche.
A nostro avviso, ad esempio, oltre al vincolo del 3% del deficit pubblico/Pil andrebbe stabilito un vincolo del 3% anche al rapporto tra il valore assoluto della crescita annua delle passività finanziarie delle famiglie e il valore dello stock delle loro attività finanziarie nette dell'anno precedente (Indice Dpf/Afn). Se questo indice fosse stato applicato negli anni scorsi, la commissione europea avrebbe potuto lanciare con largo anticipo dei "warning" e poi minacciare con sanzioni l'eccessiva crescita dell'indebitamento privato che ha portato alla crisi i paesi della "bolla".
L'Irlanda, ad esempio, tra il 2002 e il 2008 ha avuto l'indice Dpf/Afn sempre costantemente sopra il 10% con due punte annue oltre il 20% nel 2005-2006. Idem la Lettonia, con punte annue ancor più vertiginose, tra il 65-70%, nel 2006-2008. Anche la Spagna, la Grecia e il Portogallo hanno "sforato" tutti gli anni dal 2002 al 2008 (con Madrid per ben quattro anni consecutivi sempre sopra il 10%); la Gran Bretagna ha "sforato" dal 2002 al 2007, mentre gli Stati Uniti, allargando il nostro giro d'orizzonte al di fuori della Ue, lo hanno fatto dal 2002 al 2006. Per contro, Italia e Germania hanno sempre mantenuto l'indice Dpf/Afn rigorosamente sotto il 3%, salvo uno sporadico 3,6% dell'Italia nel 2002. Ciò dovrebbe pure insegnare qualcosa.


c'è una leggera difficoltà in questi ultimi articoli del sole24ore, comincia a essere evidente che non sanno più dove girarsi per difendere la situazione.
si aggrappano a vecchie idee come l'errore di calcolare solo il PIL, valutandola però in maniera del tutto sballata come al solito. e poi

A nostro avviso, ad esempio, oltre al vincolo del 3% del deficit pubblico/Pil andrebbe stabilito un vincolo del 3% anche al rapporto tra il valore assoluto della crescita annua delle passività finanziarie delle famiglie e il valore dello stock delle loro attività finanziarie nette dell'anno precedente (Indice Dpf/Afn). Se questo indice fosse stato applicato negli anni scorsi, la commissione europea avrebbe potuto lanciare con largo anticipo dei "warning" e poi minacciare con sanzioni l'eccessiva crescita dell'indebitamento privato che ha portato alla crisi i paesi della "bolla".

due tre anni fa, dato che era evidente, avresti potuto dirlo, ti saresti potuto spogliare in strada urlando che la crisi era imminente.

Tuttavia, un governo che voglia ridurre il proprio stock di debito non usa il Pil ma ha alcune possibilità tra cui le principali sono: a) fare privatizzazioni, e qui conta molto lo stock di patrimonio pubblico; b) ridurre drasticamente la spesa pubblica e tagliare servizi; c) applicare forti tasse. È chiaro peraltro che le ipotesi b) e c) presuppongono che vi sia alle spalle una società ricca, in grado di subire tagli di servizi pubblici o l'introduzione di nuove tasse senza soffrire molto o senza che si corra il rischio di una rivolta sociale.
Per valutare la sostenibilità dello stock del debito pubblico ha dunque molto più senso rapportare tale debito allo stock di ricchezza finanziaria delle famiglie. Infatti, avendo l'aggregato delle imprese strutturalmente dei debiti, accesi per investire in immobilizzazioni reali, è la ricchezza finanziaria delle famiglie l'unico bacino patrimoniale consistente che può "garantire" il debito statale di una nazione.


a) fare privatizzazioni. cosa è rimasto, perché?
b) ridurre drasticamente la spesa pubblica e tagliare servizi. che fa il paio con la prima.
c) applicare forti tasse. la pressione fiscale è in media del 50% del reddito.

mi sa che sei rimasto senza idee. in più queste stronzate machiavelliche, stare attenti alle rivolte sociali.
la ricchezza finanziaria delle famiglie andrebbe, secondo fortis, a garantire il debito statale di una nazione. verso chi? se il debito pubblico, è, come dite voi,
verso il pubblico, ovvero i cittadini, vorresti far garantire da essi stessi un tuo debito? cioè, tu ti vorresti indebitare con una persona, e farti garantire da quella stessa persona? cioè, rimaniamo su un ragionamento terra terra, io ti presto una somma, tu ti indebiti, e io devo garantire il tuo debito con la mia ricchezza? ma non è il contrario? o meglio, secondo te, io mi indebito con me stesso (pubblico/stato) e io garantisco me stesso (pubblico)?

mi pare evidente che non sappiano più a che cazzo aggrapparsi.

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Re: Debito Pubblico

Messaggioda sandropascucci » 20 ott 2010, 12:47

essendo gli italiani un popolo col culo all'aria io ci andrei piano a parlare di cazzi vaganti..
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Christian Tambasco

Re: Debito Pubblico

Messaggioda Christian Tambasco » 22 ott 2010, 11:19

fonte: ANSA San Marino: ok a manovra straordinaria

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San Marino: ok a manovra straordinaria
Si' decreti incentivi fiscali imprese e risoluzione contenziosi
21 ottobre, 21:31

San Marino: ok a manovra straordinaria (ANSA) - SAN MARINO, 21 OTT - E' stata approvata la manovra straordinaria del Governo di San Marino per sanare i conti pubblici. Due i decreti approvati dalla maggioranza: uno sugli incentivi fiscali alle imprese e l'altro per la risoluzione dei contenziosi fiscali. La minoranza, prevedendo per le nuove imprese un'esenzione fino al 50% della base imponibile, boccia decisamente il secondo. Il Consiglio tornera' a riunirsi martedi': temi all'ordine del giorno, la Banca centrale e il sistema bancario-finanziario.


sooolo noooooi, solo nooooooooiiii...il Debito Pubblico non l'abbiamo solo noooooooi....
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Umiltao

Re: Debito Pubblico

Messaggioda Umiltao » 22 ott 2010, 13:43

Christian Panuzzi ha scritto:
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2. Il debito pubblico. Non si è mai visto un governo "pagare" i propri debiti con il Pil. Il Pil è un flusso annuale che appena prodotto viene quasi totalmente allocato nel corso dell'anno stesso in consumi, investimenti, spesa pubblica ed export (e quindi non può essere utilizzato per rimborsare lo stock del debito statale). Ovviamente il Pil genera anche il risparmio (che però in alcuni paesi è molto basso) e il gettito tributario che è cruciale per far quadrare il bilancio pubblico annuale. Tuttavia, un governo che voglia ridurre il proprio stock di debito non usa il Pil ma ha alcune possibilità tra cui le principali sono: a) fare privatizzazioni, e qui conta molto lo stock di patrimonio pubblico; b) ridurre drasticamente la spesa pubblica e tagliare servizi; c) applicare forti tasse. È chiaro peraltro che le ipotesi b) e c) presuppongono che vi sia alle spalle una società ricca, in grado di subire tagli di servizi pubblici o l'introduzione di nuove tasse senza soffrire molto o senza che si corra il rischio di una rivolta sociale.
Per valutare la sostenibilità dello stock del debito pubblico ha dunque molto più senso rapportare tale debito allo stock di ricchezza finanziaria delle famiglie. Infatti, avendo l'aggregato delle imprese strutturalmente dei debiti, accesi per investire in immobilizzazioni reali, è la ricchezza finanziaria delle famiglie l'unico bacino patrimoniale consistente che può "garantire" il debito statale di una nazione.
La regola del 60% del nuovo Patto di stabilità, su cui commissione europea e governi lavorano, dovrebbe dunque riguardare non più il rapporto debito/Pil ma il rapporto debito/ricchezza finanziaria netta delle famiglie. Sulla base di tale parametro (che tiene implicitamente conto anche dello stock dei debiti privati) appare evidente che i paesi oggi realmente fuori linea nell'euro-area sono solo la Grecia e l'Irlanda, mentre Italia e Finlandia sono usciti di traiettoria soltanto temporaneamente a causa della crisi. La Spagna invece è un po' più in difficoltà perché le sue famiglie si sono molto indebitate.
Per lungo tempo Italia e Belgio sono stati additati in Europa come le "pecore nere" del debito pubblico. E tale debito va ridotto senza indugi per liberare finalmente risorse sane per la crescita. Ma il Belgio e l'Italia hanno una tale ricchezza finanziaria netta delle proprie famiglie da poter sopportare un alto debito pubblico mentre la Grecia e l'Irlanda non possono permetterselo.
In base ai dati del 2009, il rapporto debito pubblico/Pil dell'Italia è uguale al 115%, esattamente come quello della Grecia, ma il rapporto debito pubblico/ricchezza delle famiglie in Italia è al 65%, solo un po' più elevato di quelli di Germania e Francia, mentre l'indice della Grecia è al 194 per cento! Proprio perché il suo debito pubblico è ben "coperto" dalla ricchezza privata, l'Italia non ha dunque bisogno di alcuna "patrimoniale" ma necessita solo di tagli e risparmi graduali nel quadro di un rigoroso e credibile piano di riduzione del debito statale. Mentre la Grecia e l'Irlanda, per evitare il tracollo, dovranno invece con grande urgenza tagliare drasticamente la spesa pubblica e aumentare fortemente le tasse: il tutto per valori che andranno ben oltre il maggior differenziale di crescita del Pil che per alcuni anni tali paesi hanno baldanzosamente accumulato verso l'Italia.

Bla bla bla bla [...] bla.

Ma perchè non scrivere la semplice equazione

TOTALE ENTRATE (attivo) = entrate ordinarie + titoli di debito statali venduti alle aste in cambio di moneta =
= TOTALE USCITE (passivo) = uscite ordinarie + titoli di debito statali in scadenza da pagare con moneta


cosicché tutte le persone un po' interessate possono capire subito la faccenda...?!?!?!?

come da: http://www.primit.it/forum/phpBB3/viewtopic.php?f=9&t=275#p2103
e qui con tutti i nostri riferimenti raggruppati: http://www.primit.it/forum/phpBB3/viewtopic.php?p=2471#p2471.

Avrete tutti notato finora che NESSUNO ricorda l' esistenza delle (gigantesche) scadenze di titoli di Stato e delle nuove (ancora più gigantesche) emissioni di titoli di Stato, che sono rispettivamente altre forme di uscite e di entrate pubbliche.

Questo è un punto di snodo fondamentale per capire bene il Sistema-IGB© e in particolare la finanza pubblica.

Putroppo la stessa documentazione pubblica (documenti MEF) è reticente, nel senso che l' analisi di bilancio complessiva viene riportata solo in alcuni documenti quasi introvabili e validi per la sola Pubblica Amministrazione «Stato», mentre per fare un' analisi complessiva valida per tutto il blocco delle P.A. (Stato, Previdenza, Amministrazioni Locali, ecc.) occorre ricostruire tutto da soli mettendo insieme i dati da più documenti.



Bisogna capire che tutta la moda letteraria e tutto il sistema giornalistico controllato dall' usurocrazia mondiale è indirizzato a mantenere l' ignoranza pubblica del sistema usurocratico e dei suoi meccanismi.
[Ezra Pound, 1933]

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Umiltao

Re: Debito Pubblico

Messaggioda Umiltao » 22 ott 2010, 14:13

Molto spesso i servi del Sistema-IGB© dicono che il Debito Pubblico è un falso problema perché, per esempio, la quota (che negli ultimi anni staziona sotto il 5%) di Debito Pubblico posseduta dalla Banca d' Italia in titoli di Stato viene continuamente rinnovata dalla Banca d' Italia stessa via Banche Commerciali e SIM abilitate alle aste del mercato secondario (Operazioni di Mercato Aperto e acquisti fino a scadenza): così facendo fanno credere che sia tutto gratuito e che sia solo un problema di interessi, al massimo.
Una descrizione totalmente fantascientifica, simile a quella imbastita da Paolo Barnard.

Se fosse veramente così - Debito Pubblico puramente contabile - come mai allora anche uno Stato può in ogni momento andare in insolvenza (default, per gli incapaci a usare l' italiano) come qualsiasi azienda privata, non riuscendo più a pagare gli stipendi e le forniture per erogare i servizi pubblici, proprio a causa di mancate o non sufficienti entrate in tasse e/o in privatizzazioni e/o in nuovi prestiti delle società finanziarie (per la gran parte Banche Commerciali)...?!?

Nessuna banca è obbligata ad acquistare per forza nuovo Debito Pubblico, al massimo viene depennata dalla lista degli Specialisti in titoli di Stato, perdendo quindi certi privilegi: http://www.primit.it/forum/phpBB3/viewtopic.php?p=17879#p17879 (da qui in poi).



Concludendo: http://www.primit.it/forum/phpBB3/download/file.php?id=1328&mode=view.

sandropascucci
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Re: Debito Pubblico

Messaggioda sandropascucci » 22 ott 2010, 18:01

vito9+
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Umiltao

Re: Debito Pubblico

Messaggioda Umiltao » 22 ott 2010, 23:42

¡Thanks! [Come si dice in italiano? «Slaid» per caso…?]

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Mi scuso con Christian Panuzzi, l' ultima citazione era da riferire a sergioloy…

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sergioloy

Re: Debito Pubblico

Messaggioda sergioloy » 20 nov 2010, 13:53

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Le banche Ue «scaricano» i Pigs

«Io non potrei comprare titoli di stato greci o irlandesi neppure se volessi, perché la politica della mia banca è di ridurre al minimo l'esposizione verso quei paesi». Il responsabile della sala operativa di un grande istituto di credito va subito al punto: le banche, da oltre un anno, stanno letteralmente fuggendo dai paesi rischiosi. In 12 mesi (secondo i dati della Bri) gli istituti europei e americani hanno infatti ridotto del 43% l'esposizione verso la Grecia, del 23% verso l'Irlanda, del 21% verso la Spagna e dell'11% verso il Portogallo. E si parla di soldi: in totale le banche hanno "scaricato" circa 500 miliardi di dollari (366 miliardi di euro) di titoli di stato dei paesi Pigs.

Per contro gli istituti di credito stanno accumulando i titoli di stato dei propri paesi: si pensi che in 12 mesi – calcola Institutional Risk Analytics – le 25 maggiori holding bancarie Usa hanno aumentato i Treasury in bilancio del 253%, a 138 miliardi di dollari. Lo stesso fanno gli italiani con i BTp e i tedeschi con i Bund. Il loro obiettivo è di ridurre i rischi. E questo è un bene. Però anche questa strategia prudente rischia di diventare un boomerang. Se da un lato è tranquillizzante che gli istituti si stiano disimpegnando dai paesi deboli, dall'altro è meno rassicurante sapere che si abbuffino di titoli di stato: quando l'economia ripartirà e i tassi saliranno, questa montagna di bond produrrà infatti perdite in bilancio. È anche per questo che le banche europee hanno perso in borsa il 9% da settembre: il mercato teme che, abbandonando i bond greci a favore di quelli domestici, siano passate dalla padella alla brace.

Bond dei paesi tuoi. Che le banche stiano finanziando solo i paesi d'origine e stiano "tagliando" il credito agli stati esteri è evidente incrociando i dati Bri (aggiornati a giugno) e quelli Bce (a settembre). Da un lato il peso dei titoli di stato sta aumentando velocemente nei bilanci bancari: in Portogallo un anno fa i debiti pubblici rappresentavano l'1% circa degli attivi totali delle banche, mentre ora la percentuale è salita al 5%. In un anno, insomma, l'investimento in titoli di stato si è quintuplicato in rapporto agli attivi, tornando al massimo dagli anni '90. Forte anche l'aumento in Germania, in Spagna e in Italia.

Per contro, testimoniano Bri e Bce, le banche stanno riducendo i titoli di stato di Grecia, Portogallo e Spagna, ma più in generale di tutti i paesi esteri: le banche tedesche hanno per esempio aumentato del 21% il totale dei titoli di stato in portafoglio (53 miliardi di euro in più da settembre 2009 a settembre 2010), ma contemporaneamente hanno venduto 214 miliardi di euro di bond dei paesi europei (esclusa la Germania). Le banche tedesche, insomma, hanno comprato Bund locali e venduto il resto. Idem quelle italiane: aumentano i titoli di stato (+13% in un anno, cioè 30 miliardi di euro in più) e vendono i titoli degli altri stati europei (78 miliardi di euro in meno). E lo stesso discorso vale per tutti, americani inclusi: ogni banca finanzia il proprio stato e "taglia" il credito agli altri. Il mercato dei bond si deglobalizza.
Questo lega sempre più le sorti del mondo del credito a quelle del proprio stato. I governi prima hanno salvato le banche e ora queste stanno sostenendo gli stati comprando titoli di stato. Ed è curiosa la coincidenza di cifre: secondo R&S Mediobanca i governi dell'area euro hanno speso (o garantito) circa 1.500 miliardi di euro per salvare gli istituti di credito, e questi oggi – stima la Bce – hanno in portafoglio titoli di stato proprio per 1.500 miliardi. Praticamente è stata una partita di giro.
Le due facce della medaglia. Molte le possibili conseguenze di questa "deglobalizzazione". Da un lato si riduce la dipendenza di molti governi dagli investitori esteri. E questo è un bene. «Ci sono Paesi, come l'Irlanda o la Grecia, che hanno il 75% del proprio debito pubblico in mano a investitori non locali – spiega Silvio Peruzzo, economista di Rbs –. Questo li espone a maggiori turbolenze sui mercati. Per loro, quindi, ridurre la dipendenza da fondi e banche estere è auspicabile». In fondo, è positivo anche per le stesse banche, perché limitano i danni della bufera irlandese o greca.

Ma ogni medaglia ha due facce. Da mesi molti gestori di fondi stanno riducendo i titoli di stato in portafoglio (anche i tranquilli Bund e T-Bond), perché presto o tardi i rendimenti saliranno e questi titoli produrranno perdite per chi li detiene. Invece le banche li accumulano. Il rischio è dunque che quando i rendimenti dei bond torneranno a salire, i bilanci bancari finiscano sotto pressione. E questo potrebbe avere nuovamente un effetto restrittivo sul credito. Già oggi – calcola Mediobanca – gli impieghi delle banche europee sono leggermente più bassi di quelli di fine 2008. E secondo i dati di Dealogic, i prestiti sindacati alle imprese sono nel 2010 meno della metà di quelli erogati negli anni pre-crisi. Ci manca solo una nuova frenata a causa dei titoli di stato...

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sergioloy

Re: Debito Pubblico

Messaggioda sergioloy » 25 nov 2010, 9:50

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dal Sole24ore

di Marco Fortis

Secondo gli ultimi dati della Banca di Francia, tra il secondo trimestre 2009 e il secondo trimestre 2010 il debito aggregato lordo (di famiglie, imprese non finanziarie e governi) è cresciuto in modo diffuso in tutte le maggiori economie avanzate. Tuttavia è aumentato di meno in Germania (+2 punti di Pil), negli Usa (+5,1) e in Italia (+7,7), mentre è letteralmente esploso negli altri paesi: Spagna (+11,5), Giappone (+14,5), Francia (+16) e Gran Bretagna (+19,9).

Colpa del peggioramento dei conti statali (che la Banca di Francia calcola in base ai conti finanziari trimestrali e non con le modalità di Maastricht), con la Germania (+4,1 punti di Pil) e l'Italia (+5,6) più virtuose in questo campo di tutti gli altri paesi, che hanno invece sperimentato accelerazioni annuali senza precedenti dei loro debiti pubblici: Spagna (+9,6), Francia (+10,3), Giappone (+15,8) e Gran Bretagna (+16,2).

L'Italia è stata l'unica economia che nel secondo trimestre 2010 ha ridotto rispetto al trimestre precedente il proprio rapporto debito pubblico/Pil (-0,7 punti) mentre tutti gli altri paesi l'hanno ulteriormente peggiorato. Il dato americano è contraddittorio perché da un lato le famiglie statunitensi sono impegnate in una titanica operazione di riduzione del proprio indebitamento (-5,1 punti di Pil), cresciuto a dismisura negli anni scorsi, mentre il debito pubblico invece ora sta volando (+10 punti di Pil in un anno). Questo tipo di statistiche scandirà i rintocchi del prossimo futuro, in cui il mondo avanzato sarà impegnato, più che a crescere, soprattutto a ridurre i debiti, accumulati in anni di sviluppo squilibrato delle domande interne in rapporto alle capacità di risparmio e di creazione di effettiva ricchezza.

Dieci anni fa, Giappone a parte (dove pesa in modo abnorme il debito pubblico, finanziato massicciamente dal risparmio domestico), i debiti aggregati più alti in rapporto al Pil erano quelli di Germania e Italia. Oggi la situazione si è capovolta. I debiti aggregati più bassi sono caratteristici dei paesi più equilibrati dell'Euroarea, a cominciare dalla Germania, la più virtuosa (184% del Pil nel secondo trimestre 2010), seguita dalla Francia (208%) e dall'Italia (246,6%).

Il debito aggregato del nostro paese, secondo i metodi di calcolo della Banca di Francia, è solo di poco superiore a quello degli Usa (240,7%), ma se si includesse il debito pubblico intra-governativo il debito aggregato americano risulterebbe di gran lunga superiore e si collocherebbe vicino ai livelli della Spagna (265,3%) e della Gran Bretagna (269%). Dopo la sbornia immobiliare e finanziaria il debito delle famiglie, nel secondo trimestre 2010, è comparativamente più sbilanciato negli Usa (pari al 118,3% del Pil, dopo un massimo storico al 125,3% nell'ultimo trimestre del 2007), in Gran Bretagna (99%) e Spagna (86,7%), mentre le famiglie italiane sono in assoluto le meno indebitate (43,9% del Pil). La Spagna guida invece la graduatoria del più forte indebitamento delle imprese non finanziarie (116% del Pil), con il settore delle costruzioni particolarmente esposto, davanti alla Gran Bretagna (90,9%).

Se l'Italia manterrà la sua politica di rigore sui conti pubblici, mentre il debito federale Usa continuerà a crescere a velocità vertiginosa, nel giro di 6-8 trimestri il debito aggregato americano, anche con il metodo di calcolo conservativo della Banca di Francia, potrebbe tornare a viaggiare stabilmente su livelli più elevati di quello italiano (dopo essere già stato superiore al nostro nel 2007-2008 nella fase di picco dell'indebitamento delle famiglie Usa). Il debito aggregato italiano in rapporto al Pil tenderà a rimanere sostanzialmente sui livelli attuali, come quello tedesco, mentre il debito aggregato della Francia si avvicinerà a quello dell'Italia e i debiti aggregati di Spagna e Gran Bretagna, nonostante le politiche di austerità, continueranno a galoppare ancora per qualche tempo a causa della spinta inerziale dei deficit pubblici.

Questi sono i parametri allargati che sempre più guideranno i mercati internazionali nelle loro preferenze di finanziamento dei debiti sovrani, non il semplice rapporto debito pubblico/Pil, secondo il quale ancora nel 2009 Irlanda e Spagna sembravano di gran lunga più solide della Germania. Non vi sono, statistiche ufficiali sul debito aggregato dell'Irlanda, ma adesso sappiamo per certo quanto costerà all'Europa mettervi mano! La crisi ha squarciato un velo dietro il quale nessuno potrà più occultare una contabilità aggregata che è stata superficialmente ignorata. Se si fosse guardato prima al debito aggregato, si sarebbe potuto capire con largo anticipo e molto prima che i danni diventassero irreparabili che troppe economie stavano giocando con carte truccate.

Dal '99 al 2007, sulla spinta dell'indebitamento del settore privato il debito aggregato è cresciuto di oltre 5 punti di Pil rispetto all'anno precedente in ben 5 anni su 8 negli Usa (2002, 2003, 2005, 2006 e 2007) e in 6 anni su 8 in Spagna e Gran Bretagna (dal 2002 al 2007), mentre ciò è avvenuto soltanto in una sporadica occasione in Germania e in Italia e solo in 2 anni in Giappone e in Francia. Dal 2008 al 2010, dopo lo scoppio della "bolla" e con il diffondersi dei suoi effetti recessivi anche ai paesi virtuosi, il debito aggregato è poi cresciuto a macchia d'olio in tutte le economie.


Oggi la situazione si è capovolta. I debiti aggregati più bassi sono caratteristici dei paesi più equilibrati dell'Euroarea, a cominciare dalla Germania, la più virtuosa (184% del Pil nel secondo trimestre 2010), seguita dalla Francia (208%) e dall'Italia (246,6%).

cioè, il debito aggregato di un paese è il 184% del proprio pil, e viene definita virtuosa?
ma poi, fortis, sei proprio un tonto, come fai a non distinguere una germania, da un giappone che ha una moneta sovrana?
e guarda quanto debito hanno, lo fanno perché il debito è la forza di un paese, il suo risparmio. capito? il debito è il risparmio.
quindi che ne parli a fare? tze, virtuosa la germania, e allora gli usa? roba da duecento e passa, quello è virtuosismo.

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domenico.damico

La Merkel rischia...

Messaggioda domenico.damico » 25 nov 2010, 12:38

Il concetto rimarcato in neretto è interessante.
Chissà se la Merkel è completamente consapevole dei rischi che correrebbe se...

Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/ ... d=AY8e2SmC

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La Merkel tira dritto: costi delle crisi sui privati

Non passa giorno ormai senza che l'establishment tedesco insista sulla necessità di un nuovo meccanismo di gestione delle crisi sovrane. Su questo fronte, il governo ha fatto trapelare ieri alla stampa alcune proposte che farà nelle prossime riunioni europee. Accusato di contribuire alla volatilità dei mercati in piena crisi irlandese, il cancelliere Angela Merkel provoca crescenti critiche e interrogativi, anche in Germania.
Parlando ieri al Bundestag, il premier ha ribadito l'obiettivo tedesco: inserire nei Trattati il principio che nel caso di un fallimento sovrano i creditori privati devono sobbarcarsi parte dei costi. L'idea è ben accetta a livello internazionale, ma chi la critica sostiene che renderla esplicita comporta tensioni sui mercati, tensioni peraltro che si sono concretizzate in queste settimane sulla scia delle prime prese di posizione tedesche.
Secondo le indicazioni emerse ieri, il meccanismo di gestione di una crisi sovrana immaginato dai tedeschi prevedrebbe prima di tutto un allungamento dei termini di rimborso. Successivamente, se questo non bastasse, si potrebbe introdurre «un ulteriore rinvio, un taglio del tasso d'interesse e una riduzione del valore nominale» dell'obbligazione. Al pacchetto verrebbero associate le cosiddette clausole d'azione collettiva, che permettono a una maggioranza dei creditori di imporre cambiamenti delle condizioni di rimborso.
L'obiettivo è di introdurre questo schema nel 2013 quando scadrà l'attuale paracadute finanziario messo a punto a maggio per salvare i paesi della zona euro in difficoltà. Tuttavia, il documento indica che nuove clausole su rischi e obblighi degli investitori potrebbero essere già allegate ai titoli emessi dal 2011 in poi. Un portavoce del governo ha voluto precisare che la bozza è solo un documento di lavoro: «Non bisogna considerarlo la posizione del governo».
Intanto ieri in parlamento la signora Merkel è stata aggressiva: «Hanno i politici il coraggio di imporre a chi guadagna di correre un rischio? O la compravendita di obbligazioni deve essere l'unico affare nel mondo libero da rischi?», ha chiesto polemicamente. «Chi guadagna soldi con tassi d'interesse elevati, con obbligazioni sovrane, deve sopportare anche i rischi». E ancora: «Stiamo parlando della supremazia della politica. Stiamo parlando dei limiti dei mercati».

Gli obiettivi tedeschi sono almeno due. Da un lato il cancelliere è convinto che in questi anni, per un motivo o per l'altro, il mercato non abbia valutato giustamente i titoli obbligazionari dei diversi paesi. Chiarendo nero su bianco i rischi e gli obblighi dei creditori, vuole imporre maggiore responsabilità, anche ai governi. Dall'altro però la posizione della signora Merkel è influenzata dagli appuntamenti elettorali del prossimo anno (si vota in sei regioni del paese).
Nell'insistere che l'investitore si accolli i rischi di una bancarotta, il cancelliere vuole rassicurare l'opinione pubblica tedesca che non sarà costretta a salvare un paese dopo l'altro. Proprio ieri il quotidiano Bild, vicino al cuore del tedesco medio, titolava: «Dobbiamo forse pagare per tutta l'Europa?». C'è anche la paura che la Corte costituzionale tedesca consideri il soccorso ai paesi in crisi una violazione della clausola di non salvataggio prevista dai Trattati.
Solo trasformando la partita in un'operazione di soccorso a favore dell'euro, la nuova moneta della Germania, il cancelliere crede di poter avere dalla sua i tedeschi nel salvataggio dell'Irlanda. In questo senso, i toni drammatici della signora Merkel - che martedì ha parlato di «situazione estremamente seria» - non sono piaciuti in particolare al governatore austriaco, Ewald Nowotny, che vi ha visto motivi di politica interna e si è detto «molto irritato».
Più sorprendente ancora è stata forse la reazione dell'associazione che raggruppa le banche private tra cui la stessa Deutsche Bank, che ha sottolineato ieri che la proposta del cancelliere rischia di creare turbolenze nelle aste di titoli pubblici dal 2013 in poi. La situazione dei paesi più deboli deve «migliorare sensibilmente» perché le vendite di obbligazioni avvengano senza intoppi, una prospettiva che oggi «non appare molto realistica».

LE IPOTESI IN CAMPO

Ristrutturazione del debito
Punta a far pagare a banche e società d'investimento parte dei costi della crisi. È la soluzione spinta dal cancelliere tedesco Angela Merkel, ma che incontra ampia resistenza, non solo dal settore privato
I lineamenti di questo meccanismo non sono ancora stati definiti, a partire dall'individuazione del soggetto che dovrebbe avviare la procedura e da quello che dovrebbe fissarne i termini
Secondo una delle ipotesi in campo, alla Corte di giustizia Ue andrebbe il ruolo di tribunale fallimentare
L'obiezione più forte è che il solo annuncio di questo genere di soluzioni mette gli investitori in fuga: proprio quello che sta succedendo con l'Irlanda con conseguenti ripercussioni sull'euro
Clausole di azione collettiva
Compaiono nelle emissioni obbligazionari dei paesi emergenti dal 2003. Anche Italia e Regno Unito le hanno utilizzate per i titoli di stato emessi sui mercati internazionali
La clausola più importante prevede che per ristrutturare il debito di un paese ci sia bisogno del consenso del 75% degli investitori
L'inserimento di queste clausole nei contratti non ha avuto nessun effetto sulle aspettative di default e quindi sul prezzo delle obbligazioni

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Umiltao

Re: Debito Pubblico

Messaggioda Umiltao » 26 nov 2010, 13:44

Anche quello che c' è scritto prima del grassetto è notevole, dato che si parla di come rendere sostenibili i debiti pubblici, annacquandoli in vari modi su tutto l' Eurosistema a cominciare dalle periferie PIGS che circondano il solito nocciolo duro tedesco che detta legge per tutti, sia da Berlino che da Francoforte.
Si scrive «euro» ma si legge «marco tedesco».

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Secondo le indicazioni emerse ieri, il meccanismo di gestione di una crisi sovrana immaginato dai tedeschi prevedrebbe prima di tutto un allungamento dei termini di rimborso. Successivamente, se questo non bastasse, si potrebbe introdurre «un ulteriore rinvio, un taglio del tasso d'interesse e una riduzione del valore nominale» dell'obbligazione. Al pacchetto verrebbero associate le cosiddette clausole d'azione collettiva, che permettono a una maggioranza dei creditori di imporre cambiamenti delle condizioni di rimborso.

E dopo vengono a parlare di Terzo Reich a vanvera gli incommensurabili idioti sia complottisti-apologeti-reazionari sia incalliti difensori di IGB©...

La Cancelliera sembra voglia agire con le stesse leve con cui agiva Hjalmar Schacht 80 anni fa: allungamento-procrastinamento delle scadenze e contrattazione del servizio del debito (interessi), e si ipotizza pure un inedito rimborso dei titoli sotto la pari...!

Secondo me si vuole fare la furbata dello Scec direttamente con l' Euro per uscire dall' impasse della "crisi". Così si salva capra (IGB©) e cavoli (Stati).

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domenico.damico

Re: Debito Pubblico

Messaggioda domenico.damico » 30 nov 2010, 10:08

Ecco qua che partono le campagne per la privatizzazione, in prima pagina.
Massì vendiamo tutto...il Colosseo non l'hanno messo dentro...
che fessi ! Che non ce li fai 3-4 miliardi con il Colosseo? Sai che vorrebbe dire...abbattere il debito dello 0,2%?

Il patrimonio italiano, è scritto nell'articolo, è il 138% del Pil...
c'è tanto da vendere...il creditore, se vuole, può prendersi tutto.

Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/commenti ... d=AYGIyonC

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Vendere prima di tassare. Ecco perché serve un piano straordinario di dismissioni pubbliche

In Italia, se qualcosa manca non sono certo i "tavoli". Ne abbiamo di tutti i tipi: bilaterali, triangolari, rettangolari fino a quaranta posti, di confronto, di studio, di concertazione. Alcuni buoni motivi suggerirebbero di aprirne un altro - promosso dal governo - in tutta fretta: per capire in che misura, e con quali regole efficaci subito, è possibile dare una scossa a un piano di dismissione-privatizzazione (e per una migliore gestione) del patrimonio dello stato. Obiettivo: tagliare il debito ed evitare (o quanto meno limitare al massimo nel caso di un'eventualità del genere) la caduta nella stangata fiscale come frutto dell'Europa che «ce lo impone».

I buoni motivi sono almeno tre. Primo: basta dare un'occhiata al timing dell'orologio del debito pubblico, al di là delle previsioni ufficiali (ad esempio il governo prevede un calo rispetto al Pil al 117,5% nel 2012, mentre la Commissione europea prospetta un 119,9%). In Italia questo particolare orologio non è in piazza, visibile per tutti i passanti come capita da molti anni a New York. Ma è rintracciabile sul sito dell'Istituto Bruno Leoni e sul Chicago-blog, dove i contatori indicano che ogni secondo il debito cresce di circa tremila euro. La visione può essere ansiogena, però dà la misura del problema: siamo ormai a quota 1.860 miliardi di euro e a un passo dal livello 1.861, cifra simbolica che ci ricorda l'Unità d'Italia e l'imminente centocinquantenario.

Secondo motivo. Le difficoltà e le tensioni in cui si dibatte l'Europa sono sotto gli occhi di tutti, così come è ormai risaputo che sulla variabile-debito e sulle politiche di rientro si gioca una bella fetta del destino dell'euro e dell'Europa stessa. Vero è che la nuova governance europea, grazie anche alla battaglia del ministro Giulio Tremonti, prevederà una valutazione del debito con riferimento all'indebitamento privato a noi favorevole (siamo in questo caso circa al 120% del Pil contro il 161% della Francia e il 127% della Germania). Ma è altrettanto un fatto che la partita è senza esclusione di colpi e che i paesi ad alto debito dovranno mettere in pratica piani di rientro assai duri. Mentre ci si dimentica che la Germania, nel pieno della Grande crisi, ha fissato nella Costituzione il limite dello 0,35% del deficit in rapporto al Pil da raggiungere nel 2016. Non ci saranno dunque sconti per comitive di paesi troppo spendaccioni.

Terzo motivo. La partita entra nel vivo il prossimo 15 dicembre con il vertice dei capi di stato e di governo dell'Unione e il giorno prima si vota sulla fiducia al governo Berlusconi. Allo snodo decisivo si arriva avendo sullo sfondo il "da farsi" in più previsto dalla nuova governance europea. Qui, può scattare la trappola della stangata fiscale: in condizioni d'incertezza massime, di fronte all'emergenza, può salire il coro favorevole a disegnare una manovra che punta a entrate certe subito. Magari una patrimoniale (ancorché prospettata a vantaggio dei redditi medio bassi), un intervento sulle attività finanziarie (e dunque sul risparmio), una tassa modello "eurotassa" come quella varata per l'entrata nell'euro, o un qualcosa tipo il prelievo una tantum sui conti correnti dei primi anni 90. Emergenza per emergenza, tutto potrebbe essere giustificato.

Cosa può fare il governo che richiama al fatto di "non aver messo le mani in tasca ai cittadini" e che profila (ma i tempi sono lunghi) una riforma complessiva del fisco? Verificare subito se è possibile attivare un piano straordinario di dismissioni pubbliche (immobiliari, ma anche societarie e delle concessioni, oltre alla giungla delle società del capitalismo municipale) per tagliare con un colpo secco (il vendibile ammonta a circa 500 miliardi) una quota del debito. Del resto, la stessa presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, rispondendo al "vendere, vendere" lanciato a ottobre dal direttore del Foglio Giuliano Ferrara, aveva ricordato che l'attivo patrimoniale pubblico corrisponde al 138% del Pil.

È facile? No, è difficilissimo. Ma meriterebbe una verifica subito e un tavolo ad hoc, se non altro per dimostrare che si fa di tutto per evitare eventuali, prossime stangate.

guido.gentili@ilsole24ore.com

sandropascucci
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Re: Debito Pubblico

Messaggioda sandropascucci » 30 nov 2010, 11:18

domenico.damico ha scritto:
!
siamo ormai a quota 1.860 miliardi di euro e a un passo dal livello 1.861, cifra simbolica che ci ricorda l'Unità d'Italia e l'imminente centocinquantenario.


e quando sarai a 1.999 ti ricorderai del comandante koenig* ??
idiota.





*
Immagine
il comandante mentre legge le statistiche di bankitalia spa
Ultima modifica di sandropascucci il 5 gen 2011, 19:47, modificato 1 volta in totale.
Motivazione: ho modificato il box, altrimenti sembrava dicessi idiota a nico..
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sandropascucci : primit.it signoraggio.com
INTERNET AIUTA A RIVOLUZIONARE IL MONDO COME
TRATTENERE IL RESPIRO AIUTA A PESARE MENO SULLA BILANCIA

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sergioloy

Re: Debito Pubblico

Messaggioda sergioloy » 3 dic 2010, 10:38

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dal sole24ore del 3 dicembre 2010

Dimon (ceo di JP Morgan Chase): non ha senso far fallire gli stati

«Se uno stato europeo diventasse insolvente e vi fosse il default sul suo debito pubblico, allora l'Europa si troverebbe a dover salvare le banche che detengono i titoli di quello stato. Non credo sia la strategia giusta. Bisogna invece correggere il trattato di Maastricht. Se gli europei decidono di fare altro e di girarci intorno, per esempio con il default di uno stato, faranno precipitare la situazione innescando una catena di eventi. I politici devono sempre valutare le conseguenze a lungo termine delle loro politiche, e devono accertarsi che funzionino anche per la crescita economica.
Trovo molto strano che si continui a dare la colpa alle banche per i default degli stati e che le banche vengano accusate di speculare sui titoli di stato: le banche sono i più grandi detentori di questi titoli». Jamie Dimon, 54 anni, chief executive officer e chairman del gruppo JP Morgan Chase, considerato uno dei più potenti e influenti banchieri al mondo, scuote la testa alla domanda sul pericolo di default di uno stato europeo e sull'intenzione di Bruxelles di prevedere la ripartizione delle perdite anche tra i privati, nell'eventualità della ristrutturazione di un debito sovrano europeo.

Intervistato in occasione della recente visita a Roma per l'avvio della nuova attività di global corporate banking in Italia di JP Morgan Chase, Dimon affronta il tema centrale in questo momento in Europa, il rischio di default di uno stato. Per lui è rischioso, può scatenare un effetto-domino e non risolverebbe i veri problemi dell'Europa. «I titoli di stato sono usati dalle banche per la liquidità e sono considerati l'asset più sicuro, questo è un principio fondamentale per tutta l'economia. È vero che in passato alcuni stati sono falliti ma è un dato di fatto che le banche dipendono dalla solvibilità dei titoli di stato. Basilea 3 richiede alle banche di comprare questi titoli e di tenerli per garantire standard di liquidità. E in Basilea 3 i titoli di stato non assorbono capitale. Trovo bizzarro che proprio adesso ci dicano che invece non sono sicuri».

Tutto questo quindi è un paradossale controsenso...

Faccio un esempio. Quando il Governo americano ci ha dato 25 miliardi di dollari (JP Morgan Chase non li aveva richiesti, ndr) in quello stesso momento la nostra banca stava prestando 100 miliardi di dollari allo stato americano perché deteneva titoli del Tesoro Usa per 100 miliardi. Se andiamo a vedere dentro il bilancio di una banca, troviamo enormi quantità di titoli governativi.

Ma si dovrà pur uscire da questa situazione in Europa. L'euro è sotto attacco. Qualcuno dovrà pur pagare il conto, perché un conto c'è.

L'Unione europea è di per sé un'iniziativa magnifica. Quello che gli europei hanno fatto negli ultimi 60 anni non ha precedenti. L'Ue attraversa un momento difficile, una crisi di crescita, ma resiste. I criteri di Maastricht, il metodo della carota e del bastone, non hanno funzionato come avrebbero dovuto: alcuni paesi hanno speso troppo. E questo meccanismo dovrà essere messo a posto. Serve più equilibrio nelle politiche economiche. Non è possibile che in Europa alcune persone possono andare in pensione a 52 anni e altri posso farlo a partire dai 65. E poi pretendere che i cittadini europei che vanno in pensione molto tardi paghino per chi diventa pensionato molto presto. Negli Usa abbiamo lo stesso problema: parte del nostro deficit fiscale è legato alla spesa per l'assistenza sanitaria e previdenziale.

L'Europa e in particolar modo l'Italia crescono meno degli Stati Uniti e temono di essere un vecchio Continente e un vecchio paese che non attraggono capitale rispetto alle economie giovani e galoppanti asiatiche. Lei aveva predetto che l'economia americana avrebbe evitato il «double dip» e ha avuto ragione. Ora come vede la situazione?

La situazione sta migliorando negli Stati Uniti e in Europa: solo 12 mesi fa tutti ci saremmo aspettati una situazione peggiore di quella attuale. L'America è più forte di quello che la gente crede. Ha mostrato una ripresa più vigorosa delle attese. E i segnali dal settore corporate e dai consumatori sono positivi. Questo si spiega con la solidità strutturale del nostro sistema. La crescita europea intanto si attesta attorno ad una media dell'1 per cento. L'Italia non è parte del problema. Al contrario, l'Italia sta aiutando la ripresa dell'Europa e ha fatto meglio di altri paesi europei. È evidente che alcuni stati, come Brasile e Cina, crescono più velocemente di altri. Ma questo non significa che Europa e Stati Uniti siano meno importanti per noi solo perché crescono a un tasso minore rispetto al altre regioni, come l'Asia, per esempio. Il fatto che investiamo nei mercati emergenti non significa che non investiamo in Europa. Stati Uniti ed Europa sono ugualmente importanti: rimangono le due economie più grandi al mondo, pesano più del 50% sul Pil globale.

Che consigli darebbe all'Europa e all'Italia per stimolare la crescita?

Una buona politica economica è importante. Per esempio in alcuni paesi sono state introdotte tasse che hanno generato la fuga dei capitali. O in altri il mercato del lavoro è diventato eccessivamente rigido: anche se questo è stato fatto con le migliori intenzioni, con motivazioni etiche, alla fine un mercato del lavoro troppo rigido ha creato minore occupazione. Le implicazioni delle scelte di politica economica sono importanti e hanno un impatto enorme. Prendiamo il Brasile: lì hanno introdotto un sussidio statale ma solo per le famiglie che mandano i bambini a scuola e vengono vaccinati. Questo è un esempio di come si può creare ricchezza. Quindi il mio invito ai politici è quello di pensare alle conseguenze di lungo-termine delle loro scelte, anche quando sono ispirate da valori etici: è importante che le scelte politiche funzionino anche per l'economia. Come per le tasse: se dobbiamo pagare più tasse, le paghiamo. Ma se l'introduzione di tasse crea distorsioni nello scenario competitivo, il risultato finale non è positivo per l'economia.

Già, le tasse. Chi intende punire le banche accusandole di aver provocato la peggiore crisi dal dopoguerra lo fa imponendo imposte addizionali. Una tassa straordinaria sulle transazioni finanziarie è sempre dietro l'angolo. Che ne pensa?

Sono fermamente contrario all'introduzione di regole dettate dalla rabbia. È umano, ma le conseguenze possono essere estreme. Ritengo che innanzitutto occorra identificare i responsabili e punire solo chi ha commesso errori. Invece si cercano capri espiatori e si introducono norme e tasse in maniera indiscriminata. Le nuove tasse del governo britannico ne sono un esempio: sono indiscriminate e dunque non eque. Come in ogni altro settore, alcune banche hanno fatto un buon lavoro, altre hanno commesso errori: non condanno gli organi di controllo e di vigilanza per gli errori commessi da alcune istituzioni, dunque non vedo perché noi dovremmo essere condannati per gli errori commessi da altri. JP Morgan fa molto per l'economia su scala nazionale e su scala globale, presta denaro ad aziende, consumatori, stati: nei primi nove mesi di quest'anno abbiamo erogato prestiti per più di mille miliardi di dollari. Per questo ritengo inaccettabile che sulla base di reazioni irrazionali la mia azienda e l'intero settore finanziario debbano pagare per errori che non hanno commesso. JP Morgan sta pagando 5 miliardi di dollari per il fallimento di piccole banche americane.

Le banche che hanno commesso errori allora secondo lei dovrebbero fallire? E cosa dire dei ceo che hanno sbagliato politica mandando la propria banca a gambe all'aria?

Penso che sì, le banche dovrebbero poter fallire. A mio modo di vedere è importante che le autorità di vigilanza assicurino che la procedura della bancarotta sia opportunamente gestita con modalità che non danneggino l'economia. Al momento l'intero sistema bancario sta pagando il prezzo di sbagli commessi da pochi. E questo, ripeto, è ingiusto. Preferisco l'approccio razionale. È legittimo lamentarsi quando certe aziende e i loro amministratori sbagliano e non fanno un buon lavoro: in questo caso è giusto che l'amministratore delegato si assuma le sue responsabilità e paghi per i propri errori. Prendiamo per esempio la questione della remunerazione dei banchieri. Ho eliminato i cosiddetti golden parachutes dieci anni fa. E la banca potrebbe chiedermi di restituire i bonus che mi ha pagato da qui a tre anni, se emergesse che ho fallito nel mio lavoro. Questo è giusto.

L'introduzione di nuove regole, a livello locale, nazionale e globale e l'arrivo di nuove authorities interesserà l'intera industria finanziaria e bancaria. Che ne pensa del rafforzamento della regolamentazione come reazione alla crisi?

Sono d'accordo con chi ritiene che molte cose debbano essere migliorate. È positivo per il nostro settore avere un sistema regolamentare più forte. Sono favorevole all'obbligo di requisiti di capitale più elevati e alla definizione di standard di liquidità per le banche. Ma ora si corre il rischio di un'eccessiva regolamentazione e di creare confusione e introdurre la duplicazione di molte norme. Il sistema non viene semplificato con l'ingresso di regole su diversi livelli e con l'arrivo di un maggior numero di authorities. Solo negli Stati Uniti con questa riforma avremo dieci nuove autorità regolamentari primarie. Non sappiamo ancora come lavoreranno, come si coordineranno tra di loro e chi vigilerà sul loro coordinamento. Sono favorevole a regole globali per il capitale delle banche e a nuove norme purché il sistema sia mantenuto semplice e non si creino costi eccessivi o – paradossalmente – si introducano più rischi nel sistema.
Per esempio non mi pare abbia molto senso chiedere solo alle banche americane di spostare alcune posizioni in derivati in entità legali separate, senza applicare uno standard in maniera coerente a livello internazionale. Detto ciò, vogliamo servire i nostri clienti al meglio e continueremo a farlo anche quando le nuove regole saranno entrate in vigore, anche se questo vorrà dire in qualche caso rinunciare al fatturato.

Lei si è dichiarato favorevole anche alla stretta sui derivati. Perché?

Sono favorevole alle «clearing houses», le stanze di compensazione, per i derivati perché introducono la standardizzazione e semplificano il mercato attraverso procedure di liquidazione. È importante tuttavia che venga mantenuto un certo grado di flessibilità. Ma sono convinto che il mercato dei derivati migliorerà e diventerà più efficiente con le «clearing houses».

Tutto questo non aumenterà i costi di transazione e quindi il costo per l'utente finale che può essere un'impresa non finanziaria che ha bisogno di coperture?

Il mercato continuerà ad avere bisogno di contratti over-the-counter, non tutti i derivati potranno essere negoziati attraverso le «clearing houses». Questo perché le stanze di compensazione devono stabilire il valore del contratto per fissare il margine e questo può essere fatto solo per prodotti standardizzati. Al momento non è chiaro se gli end-users, gli utenti finali, dovranno pagare i margini direttamente alle «clearing houses» o attraverso banche-intermediari. In ogni caso, noi riteniamo che JP Morgan non avrà problemi. Ma ci preoccupiamo per gli effetti che queste normative avranno sui nostri clienti. Sarebbe più facile se gli end-users pagassero i margini attraverso le banche che possono accettare diverse forme di collateral, come i prestiti alle Pmi garantiti da banche di medie dimensioni. Le «clearing houses» devono essere più rigide, accettano cash, titoli di stato e bond con rating AAA.

Le regole cambiano continuamente, i mercati diventano sempre più globalizzati e i clienti maggiormente esigenti. JP Morgan è un colosso mondiale: come riesce a muoversi agilmente e ad adattarsi velocemente ai cambiamenti?

È vero, siamo grandi: ogni giorno sui nostri trading desk intermediamo circa 2.500 miliardi di dollari di titoli e eseguiamo pagamenti per conto dei nostri clienti in tutto il mondo per circa 10mila miliardi di dollari.
Quando abbiamo acquisito Bear Stearns abbiamo consolidato attività e prodotti nel giro di un anno. I nostri traders hanno iniziato immediatamente a lavorare con i trader di BS per verificare le posizioni e valutare rischi ed esposizioni. Dei 236mila dipendenti che abbiamo nel mondo almeno mille si occupano solo di valutazione del merito di credito: concedere prestiti non è un lavoro facile. Abbiamo circa 500 esperti legali, 500 compliance officers. E spendiamo 2 miliardi di dollari circa ogni anno in investimenti in nuove tecnologie. Il risk management per noi è fondamentale.



il grassetto mio è per chiudere DEFINITIVAMENTE la questione titoli di stato in mano ai cittadini.

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Christian Tambasco

Re: Debito Pubblico

Messaggioda Christian Tambasco » 29 dic 2010, 16:04

fonte: sole24ore Moneta unica con debiti multipli

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Moneta unica con debiti multipli
di Guido Tabellin
29 dicembre 2010

Come evolverà la crisi del debito sovrano che incombe sull'Euroarea? Poiché non è possibile dare una risposta univoca, è meglio cominciare da alcuni interrogativi che riguardano aspetti fondamentali del sistema economico europeo.
1) Supponiamo che un paese dell'Euroarea sia costretto a ristrutturare o a ripudiare il suo debito pubblico. Può questo paese restare nella moneta unica? In linea di principio la risposta è sì. Questa risposta è stata sancita anche dall'ultimo Consiglio europeo. Nel proporre un meccanismo permanente di sostegno ai paesi dell'euro in difficoltà, il Consiglio ha sottolineato che in futuro i creditori potranno essere costretti a subire delle perdite.


In pratica, tuttavia, la risposta è molto più incerta. Il sistema finanziario europeo è stato costruito sul presupposto che i titoli di stato fossero privi di rischio. L'insolvenza di un debitore sovrano si ripercuoterebbe sul suo sistema bancario, e scatenerebbe una corsa ai depositi. È difficile immaginare che un paese stretto nella doppia morsa dell'insolvenza dello stato e del suo sistema bancario possa restare privo della capacità di stampare moneta.
Il principio che il debito pubblico potrebbe non essere rimborsato è stato ribadito in questi mesi su insistenza della Germania, per sottoporre i governi miopi alla disciplina dei mercati. Ma il sistema finanziario europeo non è pronto per questo tipo di disciplina, tant'è vero che gli stress test condotti nell'estate del 2010 sulle banche europee hanno escluso l'ipotesi di una ristrutturazione del debito sovrano. Molto probabilmente, oggi un paese che non riesce a far fronte al suo debito pubblico sarebbe costretto ad abbandonare l'euro.

2) Può un paese uscire dall'euro senza uscire dall'Unione europea? In linea di principio la risposta è no. Almeno, questa è la conclusione a cui è giunto uno studio recente della Bcc sugli aspetti legali della questione. In pratica la risposta è incerta, perché difficilmente gli aspetti formali possono avere il sopravvento quando la sostanza degli interessi economici e politici è così rilevante. Ma non c'è dubbio che l'uscita dall'euro sarebbe fonte di enormi problemi legali e politici.

Se poi a uscire dall'euro fosse uno dei grandi paesi, tutto il progetto politico dell'Unione europea sarebbe rimesso in discussione. Mettendo insieme le risposte a questi primi due interrogativi, si capisce perché il presidente dell'Unione, Herman Van Rompuy, pochi mesi fa si era lasciato scappare l'affermazione che la crisi del debito pubblico di un paese dell'euro avrebbe messo a repentaglio la sopravvivenza della Ue. L'affermazione di Van Rompuy è stata criticata, ma non va sottovalutata.
Il fatto che la posta in gioco sia così alta spiega perché, in pochi mesi, i governi europei hanno istituito meccanismi di sostegno reciproco che, anche solo un anno fa, sembravano impensabili. Questo ci porta alla domanda successiva:

3) È possibile che in tempi brevi l'Euroarea evolva in un sistema di tipo federale, con una rilevante componente di politica fiscale comune? In parte la risposta qui dipende dai dettagli di cosa si intende per politica fiscale comune. Sono certamente possibili forme di sostegno reciproco e condivisione d'impegni anche maggiori di quelle attuate finora, ad esempio mediante emissioni di e-bond sostenute dal potere tributario congiunto di tutti i paesi dell'euro. Tuttavia, l'evoluzione verso un sistema pienamente federale è da escludere. Le barriere linguistiche e culturali sono troppo alte, la tradizione della politica nazionale troppo radicata, per immaginare uno scenario così radicale. L'evoluzione possibile sarà guidata dagli interessi nazionali, non da una visione politica europea.

Torniamo alla domanda da cui siamo partiti: come evolverà la crisi della finanza pubblica nella zona dell'euro? In questi giorni, su una scadenza a cinque anni il debito pubblico della Grecia rende più del 13%, quello dell'Irlanda quasi l'8 per cento. Se fossero costretti a indebitarsi a questi tassi d'interesse, e con un reddito nominale pressoché stagnante, entrambi i paesi sarebbero insolventi. Una ristrutturazione del debito pubblico potrà essere evitata solo se, quando torneranno sul mercato, questi paesi potranno indebitarsi a tassi significativamente più bassi, e se le loro economie saranno tornate a crescere.

I prestiti concessi dalla Ue consentono di guadagnare tempo, in una fase di ripresa della crescita e di congiuntura mondiale favorevole. Ma non sappiamo di quanto tempo ci sia bisogno. Ora che il rischio d'insolvenza è entrato nei calcoli dei mercati, e che il debito pubblico di alcuni paesi ha perso la sua caratteristica di essere privo di rischio, non è detto che sia possibile far tornare le cose come prima.
Alla luce delle implicazioni sopra descritte, sappiamo che i paesi della Ue e la Bce faranno tutto il possibile per evitare la ristrutturazione del debito dei paesi più deboli. I loro sforzi saranno aiutati dalla ripresa mondiale in atto e dalla crescita tedesca che ancora una volta farà da traino per il resto dell'Europa. Per ora la ristrutturazione del debito sarà rinviata. Ma non è detto che possa essere evitata su un orizzonte più lungo.
È impossibile prevedere come evolverà la crisi della finanza pubblica nella zona dell'euro. L'unica cosa che possiamo dire è che la crisi durerà ancora a lungo.

sandropascucci
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Re: Debito Pubblico

Messaggioda sandropascucci » 30 dic 2010, 12:20

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sergioloy

Re: Debito Pubblico

Messaggioda sergioloy » 5 gen 2011, 14:33

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dal Sole24ore

Debito pubblico alla prova del mercato

di Isabella Bufacchi

Nel 2011 le aste nei principali stati occidentali - Stati Uniti, Unione europea e Giappone - inonderanno il mercato con poco meno di 5.000 miliardi di dollari di carta, titoli di stato con scadenze dai 12 mesi ai 50 anni. Fatta eccezione per il mercato nipponico, il volume delle emissioni lorde dei bond governativi calerà di circa 200 miliardi di dollari l'anno prossimo rispetto all'annata record 2010, secondo Barclays capital.

La questione dominante nel 2011 per il comparto del global fixed income, tuttavia, non si incentrerà sugli importi in offerta bensì sull'andamento degli spread, il differenziale del rendimento tra stati, il costo dei credit default swap sui paesi e più in generale la valutazione del mercato al premio sul rischio sovrano. Nel 2010 i titoli di stato hanno perso lo smalto del risk free: nel 2011 gli investitori affineranno la valutazione del rischio di credito degli stati, analizzando sempre più da vicino le prospettive dei piani di rientro sui conti pubblici e la sostenibilità delle traiettorie di debito/Pil e deficit/Pil. Soltanto durante le festività natalizie di fine 2010, gli spread dei titoli greci e irlandesi contro Bobl e Bund tedeschi si è allargato di 90 e 70 centesimi sulle scadenze a cinque e dieci anni.

Anche per quest'anno, in linea con il 2010, i riflettori restanno puntati sul debito sovrano dell'eurozona e sulla messa a punto della nuova architettura degli stati europei per coniugare una maggiore disciplina sui conti pubblici con il rilancio dell'economia. Sarà l'Europa a sfornare le principali novità nei prossimi mesi. Debutterà sul mercato primario il veicolo EFSF, con collocamenti di euro-bond che entreranno in diretta concorrenza con le aste dei titoli di stato e i bond delle agenzie sovrannazionali. Intanto le politiche fiscali ed economiche degli stati europei dovranno mostrare di sapersi coordinare nella nuova sessione di bilancio unica europea: i progressi sul risanamento dei conti pubblici di Portogallo e Spagna saranno i sorvegliati speciali, perché in molti già scommettono sull'avvio entro l'anno di piani di salvataggio Europa-Fmi per questi due stati. Il monitoraggio su Irlanda e Grecia rimarrà serrato: il mercato teme che nonostante il sostegno finanziario europeo e del Fondo, questi due stati andranno comunque in default sui titoli di stato e testeranno il nuovo meccanismo di ristrutturazione del debito pubblico europeo voluto da Germania e Francia.

Un altro grande tema del 2011, legato a doppio filo con quello del debito pubblico e non solo europeo, riguarderà l'attività delle banche centrali (dalla politica monetaria al quantitative easing) e più in generale il rischio-banca. Proprio perché le banche sono i principali detentori di titoli di stato, quando gli stati starnutiscono le banche si prendono il raffreddore. Gli operatori del fixed income seguiranno da vicino quest'anno gli acquisti di bond governativi da parte delle banche centrali, Bce compresa, per valutare l'impatto sui prezzi al momento delle exit strategies. In Europa, il tema debito pubblico-debito bancario sarà centrale. I rimborsi dei bond governativi e bancari marciano oramai di pari passo. Così nel 2011 in Spagna il Tesoro dovrà rimborsare circa 45 miliardi di titoli di stato in scadenza, mentre le banche spagnole dovranno affrontare il rimborso di 85 miliardi, quasi il doppio. Il Portogallo, secondo le stime Rbs, ripagherà 10 miliardi di titoli di stato in scadenza ma scadono anche 14 miliardi di bond bancari senior portoghesi. Questi stessi confronti per la Germania sono impressionanti: quest'anno scadono 150 miliardi di euro di titoli di stato a medio-lungo termine tedeschi ma andranno in scadenza 242 miliardi di bond bancari tedeschi.



I rimborsi dei bond governativi e bancari marciano oramai di pari passo. Così nel 2011 in Spagna il Tesoro dovrà rimborsare circa 45 miliardi di titoli di stato in scadenza, mentre le banche spagnole dovranno affrontare il rimborso di 85 miliardi, quasi il doppio. Il Portogallo, secondo le stime Rbs, ripagherà 10 miliardi di titoli di stato in scadenza ma scadono anche 14 miliardi di bond bancari senior portoghesi. Questi stessi confronti per la Germania sono impressionanti: quest'anno scadono 150 miliardi di euro di titoli di stato a medio-lungo termine tedeschi ma andranno in scadenza 242 miliardi di bond bancari tedeschi.

anche questa ovviamente è una scelta ideologica.

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Christian Tambasco

Re: Debito Pubblico

Messaggioda Christian Tambasco » 7 gen 2011, 9:24

fonte: sole24ore Geithner chiede al Congresso di alzare il tetto del debito pubblico contro il rischio default

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Geithner chiede al Congresso di alzare il tetto del debito pubblico contro il rischio default
6 gennaio 2011

Il segretario del Tesoro Timothy Geithner ha inviato una lettera al capogruppo democratico al Senato, Harry Reid, chiedendogli di sottoporre al Congresso una proposta di legge per alzare il tetto del debito pubblico che nei giorni scorsi ha toccato quota 14.000 miliardi di dollari. Il limite attuale é di 14.300 miliardi e di questo passo rischia di essere raggiunto entro la fine del trimestre. Nella lettera, afferma che senza azione il rischio è un default.

I legislatori americani hanno alzato il tetto del debito pubblico un anno fa ma, di questo passo, i 14.300 miliardi di dollari fissati attualmente potrebbero essere superati, fra il 31 marzo e il 16 maggio, osserva Geithner invitando all'azione.

Ogni eventuale aumento del tetto del debito dovrà essere accompagnato da tagli alla spesa. ha spiegato, in una nota, lo speaker della Camera John Boehner. «Gli americani non sosterranno un aumento del tetto a meno che non sia accompagnato da una significativa azione del presidente e del Congresso per tagliare la spesa».

Ma Geithner, nella lettera, argomenta che pur incisivi tagli alla spesa pubblica farebbero ritardare il raggiungimento del tetto di non più di due settimane.

Rischi
In assenza di azione, quindi, c'è il rischio default. Un default che avrebbe conseguenze catastrofiche e sarebbe più doloroso della crisi 2008-2009. «Un default - scrive Geithner - avrebbe conseguenze negative sullo status di rifugio sicuro dei titoli di Stato americani e sul ruolo dominante del dollaro nel sistema finanziario internazionale».

Un funzionario del Tesoro ha sottolineato che, nonostante l'ampio dibattito in corso sul tetto, l'amministrazione si aspetta che il Congresso «faccia la scelta responsabile», come in passato.


i famosi limiti che si spostano...

sandropascucci
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Re: Debito Pubblico

Messaggioda sandropascucci » 7 gen 2011, 9:38

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Umiltao

Re: Debito Pubblico

Messaggioda Umiltao » 9 gen 2011, 16:03

Importante articolo sulla storia della c.d. cessazione dei pagamenti del debito o insolvenza, detta in gergo economico default, con analisi sulla situazione attuale.

C' è tutto quello che serve: esempi storici notevoli che spiegano come i debiti pubblici esistano da millenni, finanza pubblica, debito interno, debito estero, inflazione, politica monetaria restrittiva (tedeschi), ripercussioni sui bilanci bancari...

::
Se fallisce lo Stato

di Luigi Zingales

I casi di default si sono ridotti perché i governi hanno rimediato stampando moneta. Ma ora per i paesi dell'area euro questa opzione non è più disponibile. Resta la ristrutturazione del debito con quel che ne consegue

(17 dicembre 2010)

Il primo default di uno Stato sovrano di cui si abbia memoria avvenne, guarda a caso, in Grecia nel IV secolo avanti Cristo, quando dieci delle 13 città-Stato appartenenti alla lega Attica non ripagarono i prestiti contratti con il tempio di Apollo a Delo (letteralmente il santuario della finanza dell'epoca). Ma nella Storia l'infamia del default non ha risparmiato nessuno. Fecero default i sovrani inglesi, come si ricordano ancora a Firenze, e fecero default perfino i tedeschi nel 1683 con Federico Guglielmo I. Tra il XVI e la fine del XVIII secolo, però, il primato spetta alla Francia (otto default), seguita a ruota dalla Spagna (sei default). Non sorprende tanto che gli Stati sovrani talora non paghino, quanto che questo avvenga così di rado, dati i poteri molto limitati dei creditori di uno Stato sovrano. Se escludiamo le guerre e le riparazioni ad esse connesse, l'ultimo default di uno stato dell'Europa occidentale risale al 1893 ad opera della Grecia (sempre lei). Perché gli Stati fanno default così raramente?

Il primo motivo è che gli Stati moderni sono costantemente affamati di soldi. Un paese in cui le spese al netto degli interessi eccedono le entrate non può sospendere i pagamenti così facilmente. Appena lo fa si trova tagliato fuori dai mercati, e quindi incapace di raccogliere le risorse per finanziare la spesa corrente. In questa situazione è meglio per un governo indebitarsi ulteriormente, spostando il peso del debito su generazioni e governi futuri, invece che affrontare oggi il caos che un default comporterebbe.
Anche quando costringere i creditori ad una ristrutturazione è la soluzione migliore, i governi democratici hanno paura di intraprenderla. Era facile per Eduardo III d'Inghilterra non pagare i Perruzzi e i Bardi, che erano stranieri. Molto più difficile è per un leader politico ripresentarsi alle elezioni dopo aver fatto default sul debito, soprattutto quando questo è detenuto internamente.
Ma il terzo, e forse principale, motivo è che nell'ultimo secolo i governi europei hanno avuto un altro strumento per fare parziale default, ovvero l'inflazione. Con l'avvento della moneta cartacea gli Stati sovrani hanno potuto ridurre il valore reale del loro debito stampando più moneta, facoltà di cui si sono ampiamente avvalsi. Essendo un default mascherato e strisciante, l'inflazione è meno costosa politicamente, almeno nel breve periodo.
Per i paesi dell'area euro questa opzione non è più disponibile, almeno a livello individuale. È sempre possibile che la Banca centrale europea monetizzi parte del debito dei paesi a rischio, ma per farlo dovrebbe ricevere il consenso anche della Germania, molto avversa al rischio di inflazione. Senza questa via di scampo, il rischio di un default è molto più elevato. Quanto elevato?

Per paesi con un forte deficit al netto degli interessi, come la Grecia e l'Irlanda, il costo economico e politico di un default sarebbe stato enorme. Per questo hanno fatto di tutto per evitarlo. Paradossalmente, però, il sostegno offerto dal Fondo monetario internazionale e dall'Unione europea rende loro più agevole una ristrutturazione parziale del debito (una forma di parziale default). Non dovendo tornare immediatamente sul mercato, si possono permettere di imporre delle concessioni ai creditori senza mettere in ginocchio il Paese. E questa sarà l'inevitabile sorte di questi due Paesi, anche perché una fetta consistente del loro debito è detenuto da stranieri. Il costo della ristrutturazione, quindi, ricade in gran parte sul resto del mondo: un aspetto molto interessante dal punto di vista politico.

Più complessa è la situazione per l'Italia. Il deficit al netto degli interessi è limitato. Se i tassi sul nostro debito dovessero impennarsi, aumentando a dismisura la spesa per interessi, l'opzione di un default, almeno parziale, diventerebbe più attraente. Rimane, però, politicamente molto costosa: la metà del nostro debito è detenuto internamente e gran parte del rimanente è detenuto da banche europee che sarebbero messe in ginocchio da un nostro default, con ripercussioni sul nostro sistema bancario. Al momento quindi possiamo dormire sonni tranquilli. Ma se oltre l'Irlanda anche la Spagna dovesse ristrutturare il debito, i nostri governanti avrebbero sufficiente copertura politica per forzare anche loro una ristrutturazione. Al grido di "l'hanno fatto gli altri, perché non possiamo farlo anche noi", un consolidamento del debito (allungamento delle scadenze con una riduzione dei tassi) diventerebbe inevitabile.
© Riproduzione riservata

Fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/se-fallisce-lo-stato/2140550/18


NB:
!
gran parte del rimanente è detenuto da banche europee che sarebbero messe in ginocchio da un nostro default, con ripercussioni sul nostro sistema bancario

Si riferisce alla quota di debito pubblico estero delle P.A. italiane in possesso di IFM estere. Il debito pubblico italiano in possesso di portatori esteri è circa il 55% del totale.
Ciò significa che anche tra i portatori esteri del debito pubblico italiano le c.d. vecchine sono una piccola minoranza: la maggioranza del 55% del debito pubblico italiano è posseduto dagli IGB© esteri e in particolare appena oltre confine.

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Umiltao

Re: Debito Pubblico

Messaggioda Umiltao » 9 gen 2011, 20:08

Voglio sottolineare il concetto di default per gli imbecilli come Paolo Barnard aka B. e John Maynard Keynes, quelli del deficit spending e puttanate al seguito:

default = cessazione dei pagamenti del debito

Ciò significa che TECNICAMENTE e PER DEFINIZIONE gli strumenti di indebitamento pubblico (alla stregua di quelli dell' indebitamento privato), come per esempio i titoli di Stato, sono soggetti a CONTRATTI tra debitore e creditore che DEVONO essere RISPETTATI.
Questi contratti finanziari prevedono SEMPRE che alle scadenze in essi stabilite il debitore paghi al creditore le quote di interessi e restituisca allo stesso le quote di capitale.
Quando si scrive per definizione "cessazione dei pagamenti" si dà già per scontato che debito e interessi vengano di norma saldati/pagati.

Quando si parla di rinegoziare o rifinanziare i debiti si sottintendono sempre modifiche concordate ai precedenti contratti.

La indicibile idiozia del deficit spending potrebbe essere credibile solo se... lo Stato creasse moneta per finanziare le sue spese non coperte dal prelievo fiscale creando DA SE' moneta che risultasse solo un debito contabile (si registrano le emissioni come debito pubblico irredimibile infruttifero), perciò con la possibilità di "indebitarsi" all' infinito e di non saldare mai alcunché, dato che mai nulla arriva a scadenza.
In tal caso la spesa pubblica NON può essere definita una spesa, ma solo creazione di servizi, dato che sarebbe la comunità a creare quello di cui ha bisogno senza chiedere nulla in prestito a nessun privato o a nessuna persona giuridica (o fantasma giuridico o soggettività strumentale).

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Umiltao

Re: Debito Pubblico

Messaggioda Umiltao » 9 gen 2011, 20:51

Definizione esatta e realistica di Debito Pubblico:

Debito Pubblico = Dobbiamo Pagare ORA!!!™

Ribadendo per l' ennesima volta quanto già scritto ormai quasi ovunque, quando si dice che abbiamo un Debito Pubblico sul groppone che ci schiavizza si esprime un concetto di portata nulla:
il Debito Pubblico è prima di tutto la risultante di un flusso di moneta in entrata (accensione prestiti) e di un flusso di moneta in uscita (rimborso/estinzione del debito e pagamento degli interessi),
quindi se si crede di aver ben ottemperato alla propria missione divulgativa dicendo che siamo indebitati per tot moneta si commette uno sbaglio© che reputo molto grave.

Se alla classica frase "Siamo indebitati con IGB©" alcuni (quasi tutti) vi rispondono "Ehmbeh...?!? E allora...?" fanno bene a rispondervi così.

Contribuiscono alla comune credenza che il Debito Pubblico sia solo uno spauracchio o una fumosa elucubrazione per addetti ai lavori - anziché un risultato di flussi di cassa monetari con correlate ristrettezze economiche reali - la stragrande maggioranza degli economisti e dei servi di IGB©, per i quali il capitale monetario preso in prestito non risulta mai un costo, come se non venisse mai pagato e se risultasse un vero e proprio regalo.

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Christian Tambasco

Re: Debito Pubblico

Messaggioda Christian Tambasco » 24 giu 2011, 10:58

fonte: corriere della sera Ritornare alle privatizzazioni. Una polizza per il futuro del Paese

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Christian Tambasco

Re: Debito Pubblico

Messaggioda Christian Tambasco » 24 giu 2011, 11:12

fonte: Finanza e Mercati Scadono 65 miliardi di debito a Settembre

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Re: Debito Pubblico

Messaggioda sandropascucci » 27 giu 2011, 10:51

"..Un'analisi di Class Capital rileva scadenze per 62 miliardi tra titoli di Stato, bond di enti locali e controllate statali. Più 6,5 miliardi di interessi.."

e 'sti cazzi. gli interessi tornano allo Stato, no? quindi.. qual è il problema?
[versione x facebook: e 'sti cazzi. gli interessi tornano allo Stato, no? quindi.. qual'è il problema?]
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Re: Debito Pubblico

Messaggioda Huro Chan » 27 giu 2011, 16:52

Chiedevo riguardo il default proprio ieri: http://www.primit.it/forum/phpBB3/viewtopic.php?f=8&t=332&p=31255#p31255

In pratica, il default è un mostro nato dal mostro fantasma giuridico? Se l'attuale sistema moneta-debito non esistesse, neanche il default esisterebbe, o forse non sarebbe un mostro di tale portata, giusto? Quando parlano del fatto che arrecherebbe danni, si riferiscono principalmente alle perdite che subirebbe l'oligarchia bancaria (e al popolo che affonderebbe con essa solo perché [auto]incatenato, non come principio)? Prendendo esempio dall'Islanda, sembrerebbe che la coscienza/sovranità popolare possa trasformare il mostro del default in un'incredibile arma contro quello del fantasma giuridico (no, non volevo far diventare il tutto un videogame fantasy, era per semplificare la questione - forse troppo). O sto vaneggiando?
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'Il denaro è un'allucinazione collettiva.'
[F.Battiato]

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Re: Debito Pubblico

Messaggioda melynu » 28 giu 2011, 22:45

Christian Tambasco ha scritto:fonte: Finanza e Mercati Scadono 65 miliardi di debito a Settembre

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occhio anche ai corvi gialli :La Cina si compra l’Europa
Datelunedì, giugno 27, 2011

La strategia di
Pechino, già nota da tempo, si sta intensificando sul duplice fronte
dei titoli pubblici e degli investimenti produttivi, grazie all’
instabilità dell’euro e alla scarsa crescita della maggior parte delle
nazioni. Un attacco che si ricollega a un altro: quello finalizzato a
far sì che il dollaro non sia più la valuta di riferimento negli scambi
internazionali

di Davide Stasi

Sabato scorso il premier cinese Wen
Jiabao era a Budapest, da dove ha iniziato uno dei suoi periodici tour
per l’Europa, che lo porterà a colloquio anche a Londra e a Berlino. Al
suo arrivo ha messo subito in chiaro le cose, ribadendo un concetto già
ampiamente espresso nelle sue visite precedenti: la Cina è disposta a
comprarsi l’Europa, e intende far fuori economicamente gli USA. La
formula non è stata così esplicita, ovviamente, ma a leggere bene
dichiarazioni ed eventi, questo è.

In particolare, Jiabao ha detto che
la Cina continuerà a comprare titoli del debito pubblico europei,
contribuendo a contenere i rischi di una crisi finanziaria degli stati
appartenenti all’area comunitaria. La dichiarazione arriva mentre i
vari leader UE si prendono per i capelli nel tentativo di capire se e
come salvare la Grecia, ed eventuali altri paesi che si dovessero
trovare nella stessa situazione. E gli aspiranti, come si sa, sono
molti.

Le dichiarazioni di Jiabao sono soft e tranquillizzanti,
improntate all’impegno cooperativo per evitare un crollo dell’Unione
Europea, che avrebbe conseguenze disastrose sull’intera economia
globale. Un impegno che, non ha mancato di far notare, viene
ottemperato da tempo, in proporzioni difficili da quantificare. Un
punto di riferimento può essere proprio l’Ungheria, che già da tempo ha
svenduto la propria sovranità alla Cina, in cambio della sopravvivenza
economica, mettendo in mano a quest’ultima una fetta più che
consistente del proprio debito pubblico.

E ora lo Stato magiaro si
appresta a cederne un’altra fetta, aprendo nel contempo agli
investimenti della “Chinese Development Bank”, che metterà sul piatto
un miliardo di euro per progetti imprenditoriali congiunti tra i due
paesi. Ma le iniziative di Pechino non si fermano qui. Ormai
solidamente costituitasi come competitor numero uno degli USA, sta
tentando infatti di affermare la propria moneta, lo yuan, come
riferimento per gli scambi internazionali. È un passo audace,
finalizzato soprattutto ad affrancarsi dal dollaro come moneta di
scambio per gli affari tra i diversi Paesi, e che può avere risvolti
rischiosi. Per chi se lo ricorda, ad esempio, le fortune di Saddam
cominciarono a crollare quando affermò di voler vendere petrolio all’
Europa in euro invece che in dollari.

La Cina di Jiabao però non è l’
Iraq di Saddam: difficilmente gli USA, sempre sul filo della bancarotta
e con buona parte del proprio debito pubblico in mano a Pechino, si
imbarcherebbero in un conflitto armato con il gigante orientale.
Tuttavia la graduale affermazione dello yuan sui mercati internazionali
rischia di esacerbare una competizione già asperrima. Di fatto, la Cina
ha due terzi dei propri investimenti esteri collocati su asset in
dollari, ed è sua ferma volontà diversificare il “portafoglio”. Un
mutamento delle proporzioni porrebbe inevitabilmente le condizioni per
un KO dell’economia statunitense, che sul predominio mondiale della
propria moneta fonda quella minima pulsazione che al momento la tiene
in vita.

E mentre si prepara a dare a breve un colpo poderoso alle
fondamenta dell’economia USA, la Cina riversa cospicue quantità di
risorse finanziarie sull’Europa, tramite la testa di ponte ungherese.
Prova ne sia l’hub logistico che verrà costruito proprio su territorio
magiaro, che così diventerà il punto di smistamento delle merci
orientali destinate al mercato europeo. A questo si aggiungono enormi
investimenti destinati a joint-ventures sino-ungheresi nel settore
chimico. In cambio, dicono i leader politici di Budapest, ci saranno
posti di lavoro come se piovesse per gli ungheresi. Ma ovviamente non è
chiaro di che tipo di lavoro si parli e con quali condizioni
contrattuali.

Su queste basi, Jiabao si appresta ai colloqui con la
Merkel e Cameron, attendendosi di tornare in patria, giovedì prossimo,
con in tasca il duplice risultato atteso e preparato da tempo. Il
primo: porre le basi per una graduale affermazione dello yuan come
alternativa al dollaro, la cui decadenza come moneta del trading
internazionale segnerebbe la morte o quasi degli Stati Uniti d’America,
quindi la scomparsa del principale competitore per la Cina. Si pensava
che la moneta concorrente al dollaro potesse essere l’Euro, ma i giochi
di prestigio bancari, la totale assenza di controllo politico (anzi la
complicità della politica), l’opposizione americana e la crisi hanno
trasformato la moneta comunitaria in una trappola che sta strangolando
i paesi europei che l’hanno adottata. Da quella trappola si appresta a
liberarli la Cina che, entrando in gioco con le proprie gigantesche
risorse, potrà ottenere il secondo risultato: controllare e garantire
la continuità della debolezza dell’euro, ma soprattutto tenere in vita
artificialmente un grande mercato di sbocco per le proprie merci.




Davide Stasi
mario melinu

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Christian Tambasco

Re: Debito Pubblico

Messaggioda Christian Tambasco » 30 giu 2011, 14:32

fonte: Corriere della Sera

Come i mercati valutano l'Italia

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MauroB
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Re: Debito Pubblico

Messaggioda MauroB » 14 set 2011, 13:21

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Debito pubblico record. Boom lotta evasione

Bankitalia: debito a 1.911 miliardi. Fisco: +40% incassi dalla lotta all'evasione
14 settembre, 11:57
ROMA - Il debito pubblico italiano a luglio è salito al livello record di 1.911,807 miliardi di euro, oltre 10 miliardi in più rispetto a giugno quando per la prima volta ha superato la barriera dei 1.900 miliardi. E' quanto risulta dal Supplemento al Bollettino statistico della Banca d'Italia dedicato alla finanza pubblica. Da precisare che con questo dato Bankitalia misura lo stock di debito e non il suo rapporto con il Pil; è quest'ultimo invece il parametro di riferimento per il Patto di stabilità europeo.

ENTRATE 7 MESI +1,7%, A 214,1 MLD - Le entrate tributarie dei primi sette mesi del 2011 sono state pari a 214,130 miliardi di euro, in crescita dell'1,7% rispetto al corrispondente periodo del 2010. E' quanto risulta dal Supplemento del Bollettino statistico della Banca d'Italia dedicato alla finanza pubblica, che misura le entrate per 'cassa' mentre il ministero dell'Economia fornisce i dati per 'competenza'.
Nel solo mese di luglio 2011 le entrate tributarie - secondo il Supplemento al Bollettino statistico della Banca d'Italia dedicato alla finanza pubblica - sono state pari a 37,651 miliardi di euro, in crescita del 3,9% rispetto ai 36,225 miliardi di euro di luglio 2010.

FISCO: ENTRATE IN AUMENTO, IN SETTE MESI +1,3% - Le entrate tributarie dei primi sette mesi del 2011 sono arrivate a quota 221,643 miliardi di euro, in crescita dell'1,3% rispetto al corrispondente periodo del 2010. E' quanto comunica il Dipartimento delle Finanze del ministero dell'Economia.

"Complessivamente - commenta in una nota il Dipartimento delle Finanze del ministero dell'Economia - i risultati del gettito dei primi sette mesi del 2011, con un tasso di variazione positivo dell'1,3%, confermano la buona tenuta delle entrate tributarie e sono in linea con le previsioni". Nel periodo gennaio-luglio 2011 le entrate tributarie erariali si sono attestate a 221.643 milioni di euro (+2.791 milioni). Il gettito Ire registra una crescita dell'1,7% (+1.617 milioni di euro) "trainata dal buon andamento delle ritenute sui redditi di lavoro dipendente pubblico e privato e di quelle sui redditi di lavoro autonomo che ha compensato la flessione del gettito dell'autoliquidazione", spiegano le Finanze. Il gettito Ires, l'imposta sulle società, scende invece da 16.518 a 15.330 milioni di euro (-7,2%) "essenzialmente a causa dell'esaurirsi degli effetti di alcune imposte sostitutive introdotte con la Legge Finanziaria del 2008. Tale flessione risulta tuttavia attenuata rispetto a quella rilevata nel mese di giugno a seguito della proroga per i versamenti dovuti dai contribuenti cui si applicano gli studi di settore", si legge ancora nella nota. Le imposte indirette complessivamente fanno registrare un aumento del 3,8% (+3.690 milioni di euro) rispetto al corrispondente periodo del 2010. In particolare il gettito Iva evidenzia un incremento tendenziale del 2,4% (+1.366 milioni di euro) sostenuto, in particolare, dal prelievo sulle importazioni (+23,1% pari a +1.842 milioni di euro) che riflette l'incremento dei flussi in valore di beni e servizi importati sui quali influisce l'aumento del prezzo del petrolio. Volano le entrate relative ai giochi: nel complesso presentano una crescita del 17,3% (+1.182 milioni di euro) sostenuta, in particolare, dai proventi del lotto (+37,5% pari a +1.069 milioni di euro) e dalle entrate degli apparecchi e congegni di gioco (+9,6% pari a +194 milioni di euro). Positivo il gettito dell'imposta di consumo sul gas metano (+13,1% pari a +332 milioni di euro) che a causa del meccanismo di calcolo dell'imposta riflette l'incremento dei consumi registrato nel 2010. In leggera flessione il gettito dell'imposta sugli oli minerali (-0,6% pari a -62 milioni di euro) che risente della contrazione dei consumi dei prodotti energetici registrata nei mesi precedenti. Il gettito delle imposte sulle transazioni è in linea con quello dell'analogo periodo dell'anno precedente, al netto di un'entrata eccezionale registrata nel mese di febbraio 2010.

VOLANO INCASSI LOTTA EVASIONE, +40,5% IN PRIMI 7 MESI - Nel periodo gennaio-luglio 2011 il gettito derivante dai ruoli si è attestato a 4.046 milioni (+1.167 milioni di euro, pari a +40,5%): 2.555 milioni di euro (+683 milioni di euro, pari a +36,5%) dalle imposte dirette e 1.491 milioni di euro (+484 milioni di euro, pari a +48,1%) dalle imposte indirette. E' quanto si legge nel Bollettino del Dipartimento delle Finanze del ministero dell'Economia.


http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche ... 67602.html


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