CRISI:ECONOMISTI A CONFRONTO...

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Christian Tambasco

CRISI:ECONOMISTI A CONFRONTO...

Messaggioda Christian Tambasco » 6 gen 2010, 8:48

Gli "economisti" o "econometristi", come qualcuno ama chiamarli, non si danno un limite, loro calcolano, elaborano, modelli su modelli, il tutto per continuare/completare l'opera di ridurre l'uomo e la sua esistenza a mere attività economiche. Nulla al di fuori dell'economia e dell'economicità.

E' dai tempi compresi tra la fine del 1800 e gli inizi del 1900, che l'economia non ha fatto altro che applicare a problemi socio-politici meri modelli matematici ed ecco un ulteriore passo in questa direzione ad opera di due economisti italiani che con il loro ultimo libro[1] tentano di compiere l'ennesima monetizzazione dell'esistenza umana.

Questi due signori, con un fare quasi a difesa della laboriosità italiana, ci tengono a precisare che se monetizzassimo il lavoro che facciamo a casa, il divario tra il PIL italiano e quello di altri paesi diminuirebbe di molto e con esso anche la forbice debito/PIL.

Insomma, detto in altri termini, se noi italiani, invece di tornare a casa a lavare i piatti lo facessimo fare a pagamento, oppure, invece di passare qualche ora del nostro tempo a colorare con i nostri figli, assumessimo qualcuno che lo facesse per noi e di nostro rimanessimo in ufficio qualche ora in più, vedremmo riconosciuto quel lavoro, altrimenti nascosto, sottoforma di PIL e il mondo avrebbe meno da ridire sulla nostra presunta minor produttività.

A chi gli ha contestato, appunto, il criterio "econometrico" loro, gli "econometristi", hanno risposto che si limitano a misurare i fenomeni sociali e che l'unità di misura è la moneta. Ecco fatto niente di più semplice e di più lineare non trovate?!

Ci sono, purtuttavia, domande e perplessità che aleggiano e circolano nella mia umile e ignorante testolina:

    * quanto hanno deciso valga il tempo con i miei figli?
    * quanto vale il tempo, il cui trascorrere inesorabile fa sì che non possa essere recuperato?
    * nell'esistenza umana può esserci spazio per qualcosa che non abbia carattere economico e che non si debba a forza confrontare con il rapporto Debito/PIL?

Queste sì che che sono belle domande perchè dal punto di vista del sottoscritto ogni minuto di cui mi sento derubato è di inestimabile valore, mentre i dotti "econometristi" si basano sul gioco della domanda/offerta oppure su un qualche metodo di comparazione tra mestieri.

Non calcolano, ad esmpio, la qualità di vita perduta per via del pendolarismo e se un giorno lo facessero, lo farebbero in termini di efficienza e in prospettiva PIL, anche perchè per loro il PIL è qualità di vita, misurare la qualità con la quantità è a dir poco da ridere, ma quest'è!

Se fossero rinchiusi in gabbie, si potrebbero andare a trovare tutti i giorni e ci si potrebbe portare anche i figli di tanto in tanto, ma il problema è che i loro assurdi assunti servono un sistema che ha da tempo ormai ingabbiato le nostre vite.

Già perchè i signori di cui sopra sono nel "club degli economisti" più in voga al momento, accreditati come tutti coloro che scrivono su "lavoce.info", alcuni dei quali apparsi, sponsorizzati in televisione in programmi che fingono di occuparsi di politica.

Ma se vogliamo veramente entrare nel merito del problema e di chi ne è responsabile o almeno nelle concause che lo determinano, non possiamo esimere dalle responsabilità chi attribuisce loro tanta importanza. Sono gli italiani e il mondo occidentale, a misurare la qualità con la quantità, riconoscendo valido questo sistema e dando valore a questi costrutti, ecco perchè questi signori si sentono autorizzati e importanti nello scrivere quello che scrivono e nel dire quello che dicono, perchè gli diamo ragione nel momento stesso in cui ne assecondiamo le conclusioni.

Continuo a ribadire che mi sento derubato della mia esistenza, che vedo sempre più sacrificata al "dio mercato", tutto gira intorno a questa "economia di mercato" che dopo aver svuotato di significato il concetto di comunità, ora va sempre più svuotando di significato l'esistenza stessa di gran parte degli uomini.

ciao Christian


[1] "L'Italia fatta in casa" di Alberto Alesina e Andrea Ichino
Ultima modifica di Christian Tambasco il 6 ago 2010, 14:25, modificato 1 volta in totale.

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sergioloy

Re: Gli econometristi

Messaggioda sergioloy » 6 gen 2010, 11:01

Tirare le fila di questo libro non è facile. Non si può concludere con un netto: famiglia sì, oppure famiglia no. Del resto, ce lo aspettavamo fin da quando abbiamo iniziato questo progetto. Il nostro obiettivo era riflettere noi stessi e fare riflettere i lettori sul fatto che il modo «italiano» di concepire la famiglia ha vantaggi e svantaggi, con effetti ramificati che raggiungono angoli della società e dell’economia anche molto lontani dal salotto di casa. Mercato del lavoro, sistema universitario, condizione della donna, dei bambini e degli anziani, struttura del welfare, senso civico, governance delle aziende, fiducia nelle regole e nelle istituzioni e persino le differenze di sviluppo tra Nord e Sud: sono tutti ambiti sui quali la famiglia italiana influisce. Abbiamo cercato di analizzare questo ruolo, evidenziandone costi e benefici senza pregiudizi, per valutare se va bene così o se vi siano spazi per migliorare la vita degli italiani senza con questo imporre modelli di famiglia importati da altre culture.

cioè, vorrei capire se queste persone quando son a casa son lì sul divano "dunque, se potessi far fruttare il mio culo sul divano avremmo un PIL maggiore, e se questo divano fosse in pelle di disoccupato, gli darei un lavoro, e potrei aumentare il PIL, e se mi sbragassi a questa maniera, magari sul lato destro piuttosto che sul sinistro, potrei aumentare il PIL affaticando meno il sinistro che potrei utilizzare in futuro, per aumentare il PIL; lo stesso PIL che potrei aumentare se ora fossi a lavoro e pagassi uno per stare al posto mio sul divano, perchè comunque io lo devo fare, stare sul divano, devo comunque riposarmi, non posso farne a meno ma...se pagassi uno per farlo al posto mio? quanto costo opportunità potrei fottere? e se... cazzo, se invece, pagassi uno per dormire otto ore al posto mio? lavorerei otto ore in più e il PIL aumenterebbe, però allo stesso tempo non rinuncerei a dormire. dunque costo opportunità del dormire io - costo del dormiente al posto mio = ci guadagno 7 centesimi. e il PIL aumenta, lo sento che aumenta, me lo sento addosso, si vede anche che sto meglio, ho un reddito pro capite maggiore. sono un mito, ora vado a fanculo".

sandropascucci
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Re: Gli econometristi

Messaggioda sandropascucci » 6 gen 2010, 11:30

stavo scrivendo [sul libretto nero] una cosa su come si metteva a bilancio una giornata di uno schiavo che raccoglieva cotone..

non so se la finirò mai..

si evinceva come sono iproprio i LIBRI CONTABILI a nascondere OGNI crimine monetario/commerciale..
 - - - 8< - - - 8< - - - 8< - - - 8< - - - 8< - - -
sandropascucci : primit.it signoraggio.com
INTERNET AIUTA A RIVOLUZIONARE IL MONDO COME
TRATTENERE IL RESPIRO AIUTA A PESARE MENO SULLA BILANCIA

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Christian Tambasco

Re: Gli econometristi

Messaggioda Christian Tambasco » 7 gen 2010, 0:28

sergioloy ha scritto:...............................
cioè, vorrei capire se queste persone quando son a casa son lì sul divano "dunque, se potessi far fruttare il mio culo sul divano avremmo un PIL maggiore, e se questo divano fosse in pelle di disoccupato, gli darei un lavoro, e potrei aumentare il PIL, e se mi sbragassi a questa maniera, magari sul lato destro piuttosto che sul sinistro, potrei aumentare il PIL affaticando meno il sinistro che potrei utilizzare in futuro, per aumentare il PIL; lo stesso PIL che potrei aumentare se ora fossi a lavoro e pagassi uno per stare al posto mio sul divano, perchè comunque io lo devo fare, stare sul divano, devo comunque riposarmi, non posso farne a meno ma...se pagassi uno per farlo al posto mio? quanto costo opportunità potrei fottere? e se... cazzo, se invece, pagassi uno per dormire otto ore al posto mio? lavorerei otto ore in più e il PIL aumenterebbe, però allo stesso tempo non rinuncerei a dormire. dunque costo opportunità del dormire io - costo del dormiente al posto mio = ci guadagno 7 centesimi. e il PIL aumenta, lo sento che aumenta, me lo sento addosso, si vede anche che sto meglio, ho un reddito pro capite maggiore. sono un mito, ora vado a fanculo".


sei un mito veramente mi sto pisciando sotto :lol:

Ciao Christian

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Christian Tambasco

Re: Gli econometristi

Messaggioda Christian Tambasco » 13 gen 2010, 16:24

QUANT siamo messi male, peggio di QUANT pensassi:

la voce.info: UN QUANT DI RESPONSABILITÀ

anche i commenti non sono male: QUANT commenti

Ciao Christian

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domenico.damico

Re: Gli econometristi

Messaggioda domenico.damico » 13 gen 2010, 16:38

Che poi questo è quello che emerge...cioè libri da dare in pasto al commercio, per fare le discussioni da Bar...

chissà che cazzo di studi fanno sotto.

Se dobbiamo valutare il Pil poi, perchè non consideriamo il Pil della Mafia,della Camorra, della N'drangheta etc etc.?
Sono loro o no che fanno girare la Base Monetaria M0? (vedi la banconota da 500 € che gira e serve solo lì)

Questi (IGB) li hanno elaborati i loro VERI modelli, e per tentativi, errori, aggiustamenti, cercano la nuova rotta di Matrix.

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Karlrex

Re: Gli econometristi

Messaggioda Karlrex » 13 feb 2010, 9:25

e intanto data la vastità di schiavi sul mercato(licenziati e/o mai impiegati) e debiti inestinguibili e regioni svendute il Pil(portugio interno lordoso) se ne cala sempre di più siamo tornati ai '70
sti econominkisti :mrgreen:

!
el 2009 il prodotto interno lordo dell'Italia è crollato del 4,9%, il dato peggiore dal 1971. Un unico sprazzo positivo per la crescita si è registrato nel terzo trimestre quando il Pil è cresciuto, a livello congiunturale, dello 0,6 per cento. Per il resto dello scorso anno il prodotto interno lordo nazionale ha messo a segno una serie di dati negativi.

Segno negativo, in effetti, anche per l'ultimo trimestre dell'anno con il Pil, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, diminuito dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e del 2,8% rispetto al quarto trimestre del 2008. Gli analisti contattati dall'agenzia Bloomberg avevano stimato una crescita dello 0,1% trimestre su trimestre. La diminuzione congiunturale del Pil è il risultato di una diminuzione del valore aggiunto dell'industria, di una sostanziale stazionarietà del valore aggiunto dei servizi e di un aumento del valore aggiunto dell'agricoltura. Il quarto trimestre del 2009 ha avuto due giornate lavorative in meno rispetto al trimestre precedente ed una giornata lavorativa in più rispetto al quarto trimestre del 2008.

Oggi sono usciti anche i dati sul Pil tedesco e francese del quarto trimestre: il Belpaese risulta l'unico dei tre grandi dell'Eurozona con crescita economica negativa. In Germania infatti il Pil è risultato pari a zero mentre in Francia è salito dello 0,6 per cento. Il ritorno del sentiero di crescita in territorio negativo aumenta i timori di un "double dip", cioè di una seconda fase recessiva che si aprirebbe nel caso di un Pil negativo anche nel primo trimestre del 2010. A questo punto la crescita acquisita per il 2010 è già pari a zero. Si tratta del peggiore "abbrivio" tra i quattro big dell'Eurozona: l'effetto di trascinamento sul Pil 2010 è per la Francia pari a +0,61%, per la Germania +0,48%, per la Spagna +0,49 per cento.

Più debole anche la ripresa di Eurolandia
Si conferma fragile la ripresa economica dell'area euro, con il Pil del quarto trimestre che segna un limitato incremento dello 0,1% (stesso andamento anche nella Ue a 27) rispetto ai tre mesi precedenti, secondo la stima preliminare diffusa da Eurostat. Nel terzo trimestre i tassi di crescita sono stati di +0,4% e +0,3% rispettivamente per Eurozona e nell'intera Unione. Rispetto al quarto trimestre 2008 -2,1% e -2,3% dopo -4% e -4,3%. Nel 2009 il Pil è calato nell'Eurozona del 4%, nella Ue del 4,1 per cento (inclusa una correzione per gli effetti dei giorni lavorativi).

Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLi ... iew=Libero

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Christian Tambasco

Re: Gli econometristi

Messaggioda Christian Tambasco » 16 feb 2010, 11:35

fonte il sole24ore: Keynes risponde agli econometristi - di Lord Robert Skidelsky

La duratura importanza di Keynes - stralci
Sono queste le caratteristiche che spezzano il nesso tra l'economia e la fisica, e che rendono l'economia una scienza ‘morale', non ‘naturale'. Il punto di Keynes è che l'economia ‘affronta l'introspezione e i valori …. le motivazioni, le aspettative, le incertezze psicologiche'.
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Il futuro non può essere previsto, perché il futuro è imprevedibilmente variabile. In gran parte è imprevedibilmente variabile perché è come noi scegliamo di renderlo. Questo punto di vista implica una grande limitazione dell'applicabilità dell'econometria.
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La tecnica principale che adottiamo per far fronte ad un futuro incerto è quella di attribuire dei numeri ai rischi – di supporre che questo sia calcolabile. Questo è ciò che fanno i modelli di previsione matematica, utilizzando una qualche versione del teorema di Bayes per trasformare le scommesse soggettive in probabilità oggettive. Fare questo ci dà la sicurezza di cui abbiamo bisogno per investire. Ma è una falsa sicurezza.
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Keynes credeva che l'incertezza costringe l'investimento professionale a diventare speculazione, poiché nessuno può permettersi di rimanere con una moneta senza valore alla fine dei giochi. Keynes scrisse: ‘Gli speculatori non possono nuocere in qualità di bolle in un flusso costante di impresa. Ma la situazione è grave quando l'impresa è una bolla in un mulinello di speculazione. Quando lo sviluppo del capitale di un paese diventa un sottoprodotto delle attività di un casinò è probabile che il lavoro venga fatto male'.
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Qualsiasi considerazione del futuro basata su ‘fondamenta così fragili' è soggetta a ‘cambiamenti improvvisi e violenti' appena cambiano le notizie, poiché non vi è alcuna base di conoscenza reale per tenerla stabile. ‘Il mercato sarà soggetto alle ondate di opinioni ottimistiche e pessimistiche, che sono irragionevoli ma tuttavia in un certo senso sono legittime, dove non esiste una base solida per un calcolo ragionevole'.
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Keynes stava facendo una considerazione politica, una considerazione cruciale per il suo ruolo come ‘salvatore' del capitalismo. La disoccupazione di massa non era il risultato di un'errata distribuzione del potere d'acquisto: era il risultato di capacità inutilizzate, non comandate né dai ricchi, né dal potere. In altre parole, l'espansione della domanda attraverso il trovare un uso produttivo per le risorse inutilizzate avrebbe giovato sia ai salari che ai profitti, lasciando invariate le quote di reddito delle diverse classi. E' facile vedere come la politica di piena occupazione adottata da tutti i governi occidentali dopo la seconda guerra mondiale è divenuta la base di un nuovo consenso sociale. Con la produttività in rialzo, la piena occupazione e l'accumulo di profitti nelle mani di entrambe le classi attraverso i poteri di controbilanciamento dei governi e dei sindacati, la lotta di classe sarebbe stata inghiottita da un'ondata crescente di prosperità.
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Ma per la stessa ragione, la sua economia gettò poca luce su cosa accadrebbe alle quote salariali e ai profitti delle classi una volta che le sue politiche avrebbero ottenuto la piena occupazione in condizioni dove i sindacati fossero in grado di imporre gli aumenti salariali in anticipo della crescita della produttività. In una tale situazione, sarebbe necessario che i datori di lavoro ricreassero l'‘esercito di riserva dei disoccupati' di Marx per rimanere in attività? Oppure il governo sarebbe costretto ad aumentare il tasso di inflazione per mantenere i profitti più alti dei salari? Quest'ultima ipotesi è ciò che Jacob Viner presumeva sarebbe accaduto una volta che la società si fosse abituata alla piena occupazione.9 Keynes stesso ha ammesso che ‘non aveva nessuna soluzione …per il problema dei salari in un'economia a piena occupazione'.10 Anche i marxisti credevano che la lotta di classe sarebbe ricominciata con la piena occupazione e che i tentativi di sconfiggerla con l'inflazione avrebbero creato soltanto una soluzione temporanea.
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Keynes, a ogni modo, riconosceva il fatto che, in un'economia in crescita, sarebbe molto più facile mantenere la piena occupazione se il denaro andasse meno ai ricchi e più ai poveri, per via della maggiore propensione al consumo di questi ultimi.
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Sin dagli anni Ottanta operiamo in base ad un principio completamente diverso, consentendo alle disparità di reddito di aumentare fino ai livelli normali negli anni venti, ma che pensavamo fossero stati eliminati. In tutto il mondo occidentale il livello mediano dei redditi è sceso come percentuale del P.I.L.; e a livello mondiale c'è stata una maggiore disuguaglianza tra i paesi ricchi e quelli poveri. In gran parte questa è stata causata dall'abbandono della politica della piena occupazione, dalla deregolamentazione del sistema finanziario e dalla liberazione dal controllo nazionale del capitale. Una delle conseguenze del nuovo paradigma è che lo stato del welfare come base del contratto sociale è stato sostituito dall'accesso al credito.
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Signor Presidente, Rettore Magnifico, Signore e Signori, questo crescente divario tra ricchi e poveri è, secondo me, la vera crisi del nostro tempo. E' una crisi economica, politica e umana. Per superarla, abbiamo bisogno di una nuova economia politica radicata in Keynes, ma che si ispira ai neoricardiani, nonché di un modo più compassionevole per mettere in atto l'economia.


un articolo lungo, ma interessante che nel riproporre keynes risponde, a mio avviso, agli econometristi di cui sopra.Le stesse teorie erano abbracciate da Federico Caffè, con aggiunta di altre considerazioni interessanti circa le esternalità o diseconomie causate dalla libera iniziativa e che rispondono a chi pensa che la somma degli interessi individuali si traduce nell'interesse collettivo, ma questa è un'altra storia.

ovviamente nessuno risponde alle nostre di domande.

in merito all'articolo e alla questione irrisolta dallo stesso Keynes relativa all'ipotesi di un raggiunto livello di piena occupazione premetto:

i sindacati concettualmente nascono per tutelare il potere di acquisto dei lavoratori e di fare in modo che dalla contrattazione tra il soggetto che rappresentano e la controparte rappresentata dalla rispettiva associazione di categoria scaturisca un "giusto prezzo" della prestazione lavorativa

ora in regime di piena occupazione, sempre in teoria, i sindacati avrebbero motivo di rivendicare solo a fronte di un incremento dei profitti non adeguatamente ripartito attraverso la rivisitazione degli accordi o ad un diminuito potere di acquisto del loro salario, comunque la leggittimità delle richieste è un effetto e non la causa prima del problema o sbaglio qualcosa io?
(non è uno spot ai sindacati, ma occorre chiarire i fatti sono una cosa le intenzioni sono altra, così come l'idea di stato è una cosa e la sua applicazione spesso è altra, qui il punto è un altro)

andiamo all'altra considerazione logica che è:

porcaccia puttana, sei arrivato al punto in cui tutta l'economia degli anni '80 ha assecondato il crescente divario tra ricchi e poveri sei arrivato a capire che il problema non è il fantomatico rischio paventato a fronte di piena occupazione di tutti i fattori visto che ci sono i beni ma non ci sono soldi per comprarli, visto che ci sono "le riserve" ovvero i disoccupati

sei arrivato a dire e comprendere che l'unica moneta che permette il perpetuarsi del ciclo produttivo è la moneta debito

quanto cazzo ti ci vuole a capire che bisogna estirpare la moneta debito e introdurre una moneta proprietà e che la stessa debba essere immessa direttamente alla base e non dall'alto viste le falle che poi la faranno arrivare già trasformata in un debito?

ancora, nell'articolo si comprende benissimo perchè chi di dovere abbisogna dei massmedia, della sociologia, della psicologia di massa......per condizionare gli eventi, per renderli prevedibili, per trarne vantaggio per creare proprio la "asimmetria informativa" di cui scrivono e chiacchierano tanto


Ciao Christian

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Christian Tambasco

Re: Gli econometristi

Messaggioda Christian Tambasco » 3 ago 2010, 9:36

fonte: SOLE24ORE John Stuart Mill contro la Banca centrale europea

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John Stuart Mill contro la Banca centrale europea
di J. Bradford DeLong

1 agosto 2010

BERKELEY - Uno dei peggiori segreti dell’economia è che non esiste una teoria economica. In pratica, non esiste una serie di principi fondamentali su cui poter basare i calcoli che spiegano i risultati economici del mondo reale. Dovremmo tenere a mente questo limite della conoscenza economica quando spingiamo al massimo l'austerità fiscale in tutto il mondo.

Diversamente dagli economisti, i biologi, ad esempio, sanno che ogni cellula funziona sulla base delle informazioni per la sintesi proteica codificate nel suo DNA. I chimici si basano su quello che i principi di Heisenberg e Pauli, insieme alla tridimensionalità dello spazio, ci dicono sulle configurazioni degli elettroni stabili. I fisici iniziano con le quattro forze fondamentali della natura.

Gli economisti non hanno nulla di tutto questo. I principi economici che sostengono le loro teorie sono un inganno: non sono verità fondamentali ma mere manopole da girare e regolare in virtù delle giuste conclusioni che emergono dall'analisi.

Le giuste conclusioni dipendono da quale dei due tipi di economisti si è. Il primo sceglie, per ragioni non economiche e non scientifiche, un orientamento politico e una serie di alleati politici, e gira e regola le sue ipotesi fino a giungere alle conclusioni che meglio si adattano al suo orientamento e che possono compiacere gli alleati. Il secondo prende tutte le ossa della storia, le butta in una casseruola, accende il fuoco e le fa bollire, sperando che le ossa trasmettano degli insegnamenti e suggeriscano i principi per guidare gli elettori, i burocrati e i politici della nostra civiltà, mentre avanzano lentamente verso l'utopia.

Non sorprende, quindi, il fatto che, a mio avviso, solo il secondo tipo di economista abbia qualcosa di utile da dire. Allora, quali lezioni deve insegnarci la storia sulla nostra attuale situazione economica?

Nel 1829 John Stuart Mill segnò un grande progresso intellettuale escogitando il modo per combattere quelle che lui definiva saturazioni generali. Mill vedeva che l'eccesso di domanda di certe attività nei mercati finanziari si rifletteva in un eccesso di offerta di beni e servizi nei mercati di prodotti, che a loro volta generavano un'eccesso di offerta di manodopera nei mercati del lavoro.

Le implicazioni erano chiare. Attenuando l'eccesso di domanda per le attività finanziarie, si sarebbe risolto anche l’eccesso di offerta di beni e servizi (mancanza di domanda aggregata) e l’eccesso di offerta di manodopera (disoccupazione di massa).

Dunque, esistono diversi modi per alleviare l'eccesso di domanda di attività finanziarie. Quando l’eccesso di domanda riguarda la disponibilità liquida utilizzata come mezzo di pagamento - denaro - la risposta ovvia è far sì che la banca centrale acquisti titoli di stato in cambio di denaro contante, così incrementando le riserve monetarie e riportando l’offerta in pareggio con la domanda. Parliamo di politica monetaria.

Quando l’eccesso di domanda riguarda le attività finanziarie a lunga scadenza - bond che agevolano il risparmio e spostano il potere di acquisto dal presente al futuro - la risposta ovvia è duplice: indurre le imprese a contrarre più prestiti e creare maggiore capacità produttiva, e incoraggiare il governo a indebitarsi e a spendere, così riportando l’offerta di titoli di stato in pareggio con la domanda. Nel primo caso si parla di ripristinare la fiducia delle imprese, nel secondo di politica di bilancio.

Quando l’eccesso di domanda riguarda le attività di alta qualità - rifugi finanziari dove parcheggiare la propria ricchezza con la sicurezza di ritrovarla al ritorno - la risposta ovvia è far sì che governi degni di credito garantiscano alcune attività private e ne acquistino altre, scambiandole con proprie obbligazioni, e quindi diminuendo l’offerta di attività finanziarie rischiose e incrementando quella di attività sicure. Parliamo di politica bancaria.

Naturalmente, nessuna politica del mondo reale rientra esattamente in una di queste tipologie ideali. Proprio ora, la Banca Centrale Europea teme che la continua politica fiscale espansiva possa avere un effetto opposto a quello desiderato. Certo, si sostiene che far spendere ai governi più denaro e continuare a incorrere in ingenti deficit incrementerà l’offerta di titoli di stato, alleggerendo quindi l’eccessiva domanda di attività finanziarie a lungo termine, ma se le obbligazioni di governo eccedono la sua capacità di indebitamento, tutto il debito di quel governo sarà rischioso. Avrà attenuato una carenza di attività a lunga scadenza creando una scarsità di attività di alta qualità, e così si ritroverà in una posizione peggiore rispetto a prima.

La BCE sostiene che le principali economie del Nord del mondo - Germania, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e Giappone - siano ora al punto in cui necessitano di rapide politiche di tagli e austerità, perché la fiducia dei mercati finanziari nell'affidabilità delle loro obbligazioni vacilla e potrebbe crollare da un momento all'altro. E i policymaker sono d'accordo: alla fine di luglio, Peter Orszag, direttore dell'Office of Management and Budget degli Stati Uniti, ha affermato che l'imminente consolidamento dei conti pubblici previsto negli USA per i prossimi tre anni sarà il più restrittivo degli ultimi 60 anni.

Certo, se osservo l’economia mondiale, vedo un panorama molto diverso - in cui la fiducia dei mercati nell'affidabilità delle obbligazioni governative delle principali economie del Nord del mondo quasi sicuramente non è sul punto di crollare. Vedo che la produzione è 10% al di sotto della sua capacità, e vedo tassi di disoccupazione pari al 10%. Ma la cosa più importante per la politica economica nel breve periodo è che vedo un mondo in cui gli investitori ripongono una grande fiducia nei titoli di debito delle principali economie - per molti, l’unico porto sicuro in questa tempesta.

In queste circostanze, possiamo essere certi di quello che avrebbe raccomandato Mill.

J. Bradford DeLong, ex sottosegretario al Tesoro degli Stati Uniti, è professore di economia all’Università della California a Berkeley e ricercatore associato presso il National Bureau for Economic Research.

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Christian Tambasco

CRISI:ECONOMISTI A CONFRONTO...

Messaggioda Christian Tambasco » 6 ago 2010, 14:01

oltre all'articolo riportato nella discussione inerente alla crisi greca Perché la Grecia non pagherà i debiti - di Martin Feldstein

fonte: Sole24Ore I rischi di default nell’eurozona

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I rischi di default nell’eurozona
di Simon Johnson / Peter Boone

04 agosto 2010

WASHINGTON, DC - Il Kazachistan è certo lontano dall’eurozona, ma le sue recenti esperienze economiche hanno qualcosa di importante da dire circa le attuali difficoltà dell’euro. Mentre l’eurozona è alle prese con la crisi debitoria e le regole di austerità di alcuni suoi membri più deboli, il Kazachistan sta emergendo con una forte ripresa economica da un grave collasso del suo sistema bancario.

Per la maggior parte dell’ultimo decennio, il Kazachistan si è dedicato con passione all’eccesso di spesa, grazie alla cortesia del sistema bancario globale: esattamente come gran parte dell’Europa meridionale. L’indebitamento estero delle banche kazache arrivava al 50% del Pil. Molti di questi fondi sono stati usati per progetti immobiliari. I soldi affluivano, gli stipendi aumentavano, i prezzi immobiliari raggiungevano livelli parigini, e la gente si illudeva che il Kazachistan fosse entrato a gran carriera nel novero delle tigri asiatiche.

La festa finì rovinosamente nel 2009, quando due avventurose banche d’investimento globali accelerarono il rientro dei crediti, nella speranza di salvare il salvabile. Il governo kazaco gettò la spugna, dopo avere cercato a lungo di sorreggere le sue sovraesposte banche private con iniezioni di capitale e nazionalizzazioni. Le banche dichiararono default e i creditori dovettero accettare consistenti tagli al valore dei crediti concessi.

Ma il punto interessante è questo: con i debiti sistemati, il sistema bancario è ora ricapitalizzato e in grado di sostenere la crescita economica. Nonostante una concitata rinegoziazione del debito, l’avere riportato tutto alle batterie di partenza ha consentito una notevole redistribuzione delle carte.

L’approccio dell’Europa occidentale alla perdita di senno delle banche è stato assai diverso. L’Irlanda, la tigre celtica europea dell’ultimo decennio, è cresciuta grazie in gran parte al complesso banco-immobiliare e ai massicci arrivi di credito che l’hanno sostenuto. L’indebitamento estero del sistema creditizio irlandese raggiungeva così grossomodo il 100% del Pil, il doppio che in Kazachistan. Quando l’economia mondiale virò in picchiata, nel 2008-2009, la festa irlandese era finita.

Ma a questo punto, e almeno per ora, la due storie seguono percorsi diversi. Invece di obbligare i creditori delle banche private ad accettare consistenti tagli ai loro crediti, il governo di Dublino ha trasferito interamente i costi del salvataggio sul contribuente. Il governo affronta adesso deficit di bilancio pari al 10% del Pil, nonostante i tagli fatti alle retribuzioni dei dipendenti pubblici, e prevede nuovi tagli per far fronte ai debiti del sistema bancario fallito.

La Grecia è ora a un bivio simile a quello del Kazachistan e dell’Irlanda: per l’ultimo decennio il governo si è fortemente indebitato e ha sperperato le risorse spalmandole su un ipertrofico ( e sindacalizzatissimo) pubblico impiego - piuttosto che su un settore immobiliare moderno e desolatamente vuoto. Il debito pubblico si è avvicinato così al 150% del Pil.

L’aritmetica di tutto questo è semplicemente orribile. Se la Grecia vorrà pagare il solo interesse sul debito - senza quindi trasformarlo in nuovo denaro a prestito - il governo dovrà nel 2011 generare un surplus primario (costi del debito cioè esclusi) di bilancio pari al 10% del Pil. Questo richiederebbe più o meno un’altra manovra pari al 14 del Pil, tra riduzioni di spesa e nuove entrate, qualcosa quindi che si iscriverebbe tra le operazioni di risanamento più grandi mai tentate da un governo.

Ma c’è di peggio. Questi forti pagamenti di interessi, sottraendo reddito al sistema greco, andrebbero soprattutto alla Germania e alla Francia. Se la Grecia riuscirà mai a pagare parte del suo debito, dovrà adottare un drastico programma di austerità pluridecennale. Questo programma farà crollare il Pil greco assai più di quanto non sia crollato finora quello irlandese. I dipendenti pubblici greci dovrebbero aspettarsi massicci tagli di reddito che, nel clima politico avvelenato della Grecia, avrebbero uno sbocco sicuro in livelli pericolosi di lotta sociale e di violenza.

I leader europei si sbagliano se ritengono che la Grecia possa trovare una soluzione riattivando l’accesso a un normale flusso di credito di mercato. E’ semplice: la Grecia non può permettersi di ripagare il suo debito a tassi di interesse che riflettono realisticamente il rischio della situazione. L’unico mezzo per rifinanziare il debito greco a costi accettabili per il paese sarebbe quello di concedere crediti di lungo termine, a tassi di favore, in grado di coprire gran parte delle scadenze attese per i prossimi 3-5 anni. Nonostante questo, la Grecia avrebbe comunque bisogno, per tornare a seguire un percorso sostenibile, di un temibile riaggiustamento fiscale pari al 10% del Pil.

L’alternativa per la Grecia è quella di gestire il proprio default nella maniera più ordinata possibile. La sconsiderata concessione di crediti allo Stato greco si è basata su decisioni terribilmente sbagliate da parte dei creditori europei. Il default insegna ai creditori - e ai loro governi - una lezione precisa, simile a quella che insegna ai debitori: gli errori costano soldi, e ciascuno deve prendersi le sue responsabilità.

Appare sempre più evidente, ad ogni giorno che passa, che il debito greco va ristrutturato. La Grecia sarà costretta ad accettare una qualche forma di default, e questa probabilmente è l’alternativa preferibile. Un default sarebbe doloroso, ma ugualmente se non più dolorosa sarebbe qualsiasi altra soluzione. E un default con una ristrutturazione ordinata del debito metterebbe le finanze della Grecia subito su un percorso sostenibile.

Dopo duri negoziati, il governi e i suoi creditori si accorderebbero probabilmente alla fine per dimezzare il debito greco. Le banche dovrebbero essere ricapitalizzate, ma potrebbero riprendere a fare credito.

Un default assegnerebbe anche ai creditori parte delle perdite causate dal turbinio di indebitamenti. I tedeschi e i francesi dovrebbero ricapitalizzare le loro banche, e forse finalmente accetterebbero regole più severe in grado di impedire il ripetersi di incidenti del genere. E il mondo intero diventerebbe più cauto sulla concessione di crediti ai governi dalla spesa facile.

Alla fine, insegnando ai creditori una lezione salutare, un default interno all’eurozona potrebbe diventare un passaggio importante verso un sistema finanziario europeo - e globale - più sano e affidabile.

Simon Johnson è professore alla Sloan School of management del Mit, senior fellow del Peterson Institute di Washington, già capo economista del Fondo monetario e coautore del saggio 13 Bankers su cause e sviluppi della crisi finanziaria. Peter Boone, presidente di Effective Intervention al Center for Economic Performance della London School of Economics, è uno dei responsabili di Salute Capital Management Ltd.
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Christian Tambasco

CRISI:ECONOMISTI A CONFRONTO...

Messaggioda Christian Tambasco » 6 ago 2010, 14:10

questo è precedente, ma comunque interessante...

fonte: Sole24Ore Il mito della fiducia del mercato

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Il mito della fiducia del mercato
di Dani Rodrik

02 agosto 2010

CAMBRIDGE - Uno spettro si aggira per l’Europa- lo spettro della fiducia del mercato.

Può darsi che a turbare i governi fosse la paura del comunismo, quando Karl Marx scrisse nel 1848 le prime righe del suo famoso Manifesto. Ma oggi ad aggirarsi e a impaurire è il timore che i mercati possano rivoltarsi contro gli stati e spingere verso l’alto gli spread del loro debito pubblico, cioè i costi del debito rispetto a quelli dei paesi più solidi. Ovunque i governi sono spinti quindi ad adottare premature misure di austerità fiscale, anche se la disoccupazione rimane troppo alta e la domanda privata non dà molti segni di vita. Molti paesi sono spinti ad adottare riforme strutturali nelle quali credono solo a metà, e per il solo fatto che non adottarle sarebbe - si pensa - malvisto dai mercati.

Il terrore diffuso dagli umori dei mercati incalzava una volta soltanto i paesi poveri. Durante la crisi debitoria dell’America Latina negli anni 80 o la crisi finanziaria asiatica del 1997, ad esempio, paesi in via di sviluppo e ad alto indebitamento ritennero di avere ben poche alternative: inghiottire l’amara medicina o assistere a una fuga disordinata e definitiva di capitali. Apparentemente adesso è la volta di Spagna, Francia, Gran Bretagna, Germania e, molti analisti sostengono, anche degli Stati Uniti.

Se si vuole continuare a prendere denaro a prestito, occorre che il creditore sia convinto della capacità del debitore di restituirlo. Su questo non esistono dubbi. Ma in tempi di crisi la fiducia dei mercati segue vie tutte sue. Diventa un concetto astratto privo di reale significato economico. Diventa quella che i filosofi chiamano un concetto sociale - qualcosa che trae concretezza dal solo fatto che crediamo sia vera.

Se le logiche economiche fossero evidenti, i governi non dovrebbero giustificare ciò che fanno sulla base della fiducia dei mercati. Sarebbe chiaro ciò che funziona e ciò che no, e il perseguire le politiche giuste sarebbe la via affidabile per ridare fiducia. Cercare la fiducia dei mercati sarebbe pleonastico.

Quindi, se la fiducia dei mercati ha un senso, deve trattarsi di qualcosa che va oltre la i semplici fondamentali economici. Ma esattamente, di che si tratta?

Nel suo Manifesto comunista Marx arrivava a dire che è tempo ormai per i Comunisti di dichiarare apertamente, di fronte al mondo intero, le proprie opinioni, obiettivi, tendenze, affrontando questa favola dello spettro del comunismo con un Manifesto del partito. Analogamente, sarebbe bello se i mercati chiarissero che cosa intendono per fiducia in modo che tutti possano sapere di che cosa si sta parlando.

Naturalmente è difficile che i mercati vogliano compiere un passo del genere. E questo non solo perché sono composti da una moltitudine di investitori e speculatori poco propensi a mettersi insieme e a scrivere un programma di partito. Ma soprattutto perché i mercati stessi non saprebbero molto che dire.

La capacità di un governo di onorare il suo debito, e la volontà di farlo, dipendono da una congerie amplissima di circostanze presenti e future. Non solo dai piani di imposizione fiscale e di spesa, ma anche dallo stato dell’economia, dalla congiuntura esterna e dal contesto politico. Tutti aspetti ad alto tasso di incertezza, che richiedono molte componenti per arrivare a un giudizio affidabile di solvibilità.

Si direbbe che oggi i mercati ritengono la dimensione dei debiti pubblici l’elemento fondamentale per valutare la solvibilità di un governo. Può darsi che domani riterranno elemento fondamentale la bassa crescita, criticando le politiche fiscali rigide che l’hanno determinata.

Oggi i mercati sospettano dei governi deboli incapaci di prendere le dure decisioni necessarie per affrontare la crisi. Domani potrebbero passare notti insonni sulle dimostrazioni di massa e i conflitti sociali che le dure decisioni economiche hanno innescato.

Pochi possono prevedere la direzione che i mercati prenderanno, e meno che meno gli operatori stessi. Anche per chi ha buone informazioni, è a volte difficile capire perché i mercati si muovono in una direzione piuttosto che in un’altra. Politiche simili possono produrre reazioni diverse a seconda dell’umore dominante al momento. Ed è per questo che far dipendere l’economia dalla bussola della fiducia dei mercati è affidarsi alla guida dello stolto.

Il filo d’Arianna in tutto questo è il fatto che, a differenza di economisti e politici, i mercati non hanno un’ideologia. E finché esistono margini di utile non temono di doversi sconfessare, e indicare sbagliato ciò che dichiaravano giusto ieri. Semplicemente vogliono qualcosa che funzioni, che assicuri cioè un clima economico stabile e sano che possa portare ad onorare il debito. E quando le circostanze diventano sufficientemente difficili, possono anche accettare la ristrutturazione del debito, se la prospettiva è il caos e una perdita potenzialmente maggiore ancora dei crediti concessi.

Queste considerazioni dovrebbero offrire ai governi un maggiore spazio di manovra. Consentono a una classe politica con fiducia in se stessa di restare in controllo del proprio futuro. Consentono di scrivere il copione sul quale si articola la fiducia dei mercati, piuttosto che rincorrerlo.

Ma per utilizzare vantaggiosamente questo spazio di manovra, i leader politici devono articolare una spiegazione coerente, conseguente e credibile di che cosa stanno facendo, sulla base di buone scelte, economiche e politiche. Devono dire: facciamo questo non perché lo chiedono i mercati, ma perché è giusto e utile, e questi sono i motivi.

Il ragionamento deve convincere sia gli elettori che i mercati. Se vi riescono, i politici possono sia perseguire le politiche scelte che mantenere la fiducia dei mercati, contemporaneamente.

Ed è questo l’approdo che i governi europei (insieme ai loro consiglieri economici) hanno mancato. Alla fine si sono ridotti a fare un feticcio delle esternazioni degli analisti di mercato. E così facendo si sono preclusi la strada verso politiche economicamente più appropriate e con maggiori probabilità di raccogliere il consenso popolare.

Se la crisi attuale peggiorerà, saranno i leader politici a sopportarne le responsabilità maggiori. E non perché hanno ignorato i mercati, ma perché li hanno ascoltati troppo seriamente.

Dani Rodrik è professore di Politica Economica alla John F. Kennedy School of Government dell’Università di Harvard ed è stato il primo accademico onorato con il premio Albert O. Hirschman del Social Science Research Council. Il suo ultimo libro è One Economics,Many Recipes: Globalization, Institutions, and Economic Growth.


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Il filo d’Arianna in tutto questo è il fatto che, a differenza di economisti e politici, i mercati non hanno un’ideologia. E finché esistono margini di utile non temono di doversi sconfessare, e indicare sbagliato ciò che dichiaravano giusto ieri. Semplicemente vogliono qualcosa che funzioni, che assicuri cioè un clima economico stabile e sano che possa portare ad onorare il debito. E quando le circostanze diventano sufficientemente difficili, possono anche accettare la ristrutturazione del debito, se la prospettiva è il caos e una perdita potenzialmente maggiore ancora dei crediti concessi.
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Christian Tambasco

CRISI:ECONOMISTI A CONFRONTO...

Messaggioda Christian Tambasco » 6 ago 2010, 14:24

fonte: Sole24Ore Le lezioni fallaci della storia finanziaria

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Le lezioni fallaci della storia finanziaria
di Paul Seabright

03 agosto 2010

TOLOSA – Se la storia generale punisce chi non impara le sue lezioni, la storia del sistema finanziario impartisce la sua punizione con un piglio sadico, colpendo anche chi impara con troppo entusiasmo. Di tanto in tanto, le crisi finanziarie hanno rispecchiato le debolezze dei sistemi di regolamento basati sulle lezioni tratte dalle crisi precedenti. La crisi attuale non ha fatto eccezioni, così come non farà eccezione l’eventuale prossima crisi.

Il sistema di regolamento finanziario creato nel dopoguerra è stato fondato principalmente su tre lezioni tratte dagli anni ’30. Inizialmente, si pensava che il fallimento delle banche fosse dovuto al panico dei depositanti, e non si riusciva a capire che il panico dipendesse in realtà dal rischio fallimento.

Ma come per la teoria secondo la quale scappare da un leone lo spinge ad inseguirti, anche nell’idea che le banche falliscono a causa del panico dei depositanti c’è una parte di verità. Ma si tratta di una verità minima che il depositante medio non assicurato, così come il turista medio nel parco safari, è incoraggiato a non prendere in considerazione. In realtà, spesso e volentieri, il panico si scatena per delle buone ragioni. Negli anni ’30, gran parte delle banche sono fallite come risultato di una pessima gestione e di attività illegali, proprio come adesso.

Inoltre, si è sempre pensato che i depositanti più inclini al panico fossero sempre piccoli depositanti, nuclei familiari e piccole aziende, piuttosto che grandi aziende o investitori professionisti. Anche se, nel contesto attuale, sappiamo bene che questa teoria è sempre stata errata, non vi sono mai state delle serie motivazioni che lo confermassero.

Se le grandi aziende (ed altre banche) dispongono di depositi che si aspettano di poter ritirare con poco preavviso, e nel caso in cui siano a conoscenza del fatto di non poter prelevare tutti questi depositi nello stesso momento, il sospetto di rischio di fallimento li spinge, tanto quanto i nuclei familiari, a riprendersi i depositi nel più breve tempo possibile. Se i fallimenti delle banche rispecchiano tendenzialmente problemi di fondo, è naturale che gli investitori professionisti reagiscano rapidamente, se c’è nell’aria il sentore di panico.

Negli anni precedenti alla crisi, i prestiti tra banche, così come i depositi versati dalle grandi aziende, sono aumentati in modo consistente. Ciò si è verificato particolarmente per i cosiddetti mercati repo che forniscono gli stessi servizi delle banche, ma specificatamente ad investitori professionisti, grandi banche e grandi aziende.

Prima delle riforme finanziarie adottate dalla crisi, questo sistema bancario ombra ha operato al di fuori del regime di regolamento applicato alle banche tradizionali. E’ certo che il sistema bancario ombra non si sarebbe sviluppato così velocemente, se il sistema non fosse stato pianificato sulla base delle apparenti lezioni del ‘30. Ma il fallimento del sistema ombra a seguito del collasso della Lehman Brothers, non ha implicato una corsa agli sportelli solo a causa del coinvolgimento degli investitori professionisti. In questo caso, a differenza degli anni ’30, le banche hanno smesso di fidarsi le une delle altre prima ancora che ci si rendesse conto che fosse giunta l’ora di non dare più fiducia alle banche in generale.

La terza lezione fallace che abbiamo imparato è legata al concetto in base al quale se si riesce a mantenere la fiducia nel sistema finanziario (e nel sistema economico nel senso più ampio), lo stesso sistema può sopravvivere e crescere. Questa teoria ha creato allarme tra i policy maker ad ogni eventuale minaccia alla fiducia nel sistema (come, ad esempio, nel caso dello scoppio della bolla del dot.com alla fine degli anni ’90). La bolla del dot.com non ha mai costituito una minaccia per il sistema bancario in sé, ma piuttosto per la domanda aggregata. Purtroppo, poche persone hanno il coraggio di porre domande difficili quando la fiducia è in ripresa, come quando è stata gonfiata la bolla immobiliare sulle macerie del crollo dei titoli tecnologici.

L’idea che qualcosa che dà fiducia possa comunque portare a dei pericoli per il sistema bancario è sempre stata considerata troppo assurda da credere. Mentre la teoria per cui le misure per creare fiducia sono riuscite ad evitare il crollo nel 2000, è il genere di principio che il sistema finanziario non doveva imparare.

Perché siamo stati presi dall’idea che potevamo diventare tutti ricchi vendendoci a vicenda immobili sopravvalutati? Siamo stati presi tutti da un istinto irrazionale, il che non dà comunque una spiegazione. Sarebbe utile cercare di capire perché alcune forme di irrazionalità collettiva hanno più presa rispetto ad altre.

Uno spunto interessante viene da una ricerca neuro scientifica che spiega perché sia impossibile fare il solletico a noi stessi. Il solletico sembra essere causato da sensazioni inaspettate su alcune parti della pelle. Poiché il cervello di una persona che tenta di farsi il solletico anticipa le sensazioni che verranno provocate dalle dita, processo che si sviluppa nel cervelletto, non si ha più automaticamente la sensazione del solletico.

E’ tuttavia possibile farsi il solletico tramite un sistema intermediario, un apparato, ad esempio, che traduca i movimenti delle dita in sensazioni sulla pelle attraverso un processo indiretto tanto da rendere il cervelletto incapace di anticiparle. Sebbene la parte cosciente del cervello sappia che la sensazione del solletico proviene da noi stessi e non sia realmente inaspettata, il cervelletto non lo capisce e la sensazione del solletico viene percepita.

Farsi il solletico è stupido tanto quanto farsi un assegno per diventare ricchi, o vendersi la propria casa per il doppio del prezzo di mercato. E non è certo diverso se voi ed un amico vi scambiaste un assegno, oppure vi vendeste la casa.

Per qualche anno siamo riusciti ad eludere quella parte di cervello che ci diceva che non possiamo farci il solletico da soli per diventare ricchi. Forse il cittadino medio ha sempre saputo che vendendo la casa per trarne profitto, lo fa a spese di qualcun altro. Solo gli economisti, che hanno studiato le lezioni tratte dalle crisi precedenti, si sono infatuati dell’idea che alla fin fine nessuno vada in perdita.

I policy maker di oggi, che ragionano in base al contesto degli anni ’30, sembrano credere che creare la fiducia sia diverso dal creare delle buone ragioni per dare fiducia. I recenti stress test delle banche europee sono stati ideati, chiaramente, come misure per creare fiducia piuttosto che come strumento genuino di analisi di possibili debolezze del sistema. All’interno dei test non è stata infatti presa in considerazione, ad esempio, la possibilità di inadempienza del debito sovrano della Grecia.

Alla fine, è come fare un test sugli estintori di casa per combattere gli svaligiatori. Eventuali risultati positivi convinceranno solo chi guarda ancora alle lezioni degli anni ’30 e non riesce a dimenticarle.

Paul Seabright insegna economia alla Toulouse School of Economics. E’ autore di Company of Strangers: A Natural History of Economic Life (In compagnia degli estranei, una storia naturale della vita economica).


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Negli anni ’30, gran parte delle banche sono fallite come risultato di una pessima gestione e di attività illegali, proprio come adesso.
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In questo caso, a differenza degli anni ’30, le banche hanno smesso di fidarsi le une delle altre prima ancora che ci si rendesse conto che fosse giunta l’ora di non dare più fiducia alle banche in generale.
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I policy maker di oggi, che ragionano in base al contesto degli anni ’30, sembrano credere che creare la fiducia sia diverso dal creare delle buone ragioni per dare fiducia. I recenti stress test delle banche europee sono stati ideati, chiaramente, come misure per creare fiducia piuttosto che come strumento genuino di analisi di possibili debolezze del sistema. All’interno dei test non è stata infatti presa in considerazione, ad esempio, la possibilità di inadempienza del debito sovrano della Grecia.
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sergioloy

Re: CRISI:ECONOMISTI A CONFRONTO...

Messaggioda sergioloy » 11 ago 2010, 12:42

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dal sole24ore

NEW YORK - Siamo entrati nell'era del "New normal". La definizione è di Bill Gross, uno dei due fondatori di Pimco, il più grande fondo di investimenti del mondo. "New normal" è la nuova normalità al ribasso creata dalla crisi economica. Analisti ed esperti di destra e di sinistra, liberisti e keynesiani, iniziano già a scontrarsi sull'argomento. L'idea del "new normal" è che la recessione ha alterato in modo strutturale il mercato del lavoro. La conseguenza è che dobbiamo scordarci la piena occupazione, i grandi profitti e gli alti dividendi.

Quando l'America e il resto del mondo usciranno dalla crisi, come sta già succedendo, l'economia globale sarà diversa da quella che abbiamo conosciuto e si dovrà adattare a una nuova consuetudine fatta di livelli di vita più bassi e di disoccupazione più alta.

Fare i conti con la nuova normalità significa rimodulare le strategie, gli stimoli, gli interventi pubblici. Le imprese hanno tagliato milioni di posti di lavoro non particolarmente qualificati, probabilmente per sempre. Questa massa di disoccupati ha difficoltà a trovare un nuovo impiego perché non è sufficientemente specializzata per quei lavori di alto profilo che la ripresa richiede e non accetta di adattarsi a lavori di rango più basso, anche perché per 99 settimane può contare su un sussidio di disoccupazione più alto dell'eventuale nuovo stipendio. A complicare le cose c'è la questione dei mutui. Milioni di proprietari di case non possono trasferirsi come facevano un tempo verso i luoghi dove invece i posti ci sono. Il motivo è il crollo del mercato immobiliare: se lasciassero le abitazioni dovrebbero restituire una cifra superiore a quella del loro valore.
Il Wall Street Journal ha raccontato numerosi casi di aziende che cercano disperatamente di assumere, ma che non ci riescono. Il New York Times ha titolato: "Senza lavoro, per sempre". I dati sull'economia e sull'occupazione confermano che la recessione è finita, ma che i posti di lavoro non aumentano. Ecco, è proprio questa, la fotografia della nuova normalità, la prova del cambiamento strutturale dell'economia, la conferma del "mismatch", cioè della dissonanza, tra domanda e offerta di lavoro.

Non tutti sono d'accordo con questa analisi. In particolare il Nobel Paul Krugman e la consigliera economica di Obama Christina Romer, in uscita dalla Casa Bianca. Accettare l'idea del new normal, per Krugman e Romer, equivale a dichiarare la resa, ad abbandonare chi si trova in difficoltà, a trovare una scusa per non fare niente. La loro ricetta è quella tradizionale: stimolare ulteriormente l'economia, aumentare la spesa pubblica, immettere più denaro nel sistema per consentire alle aziende di assumere più persone. Krugman prevede che la disoccupazione americana resterà alta, forse ancora più alta di oggi, ancora per due anni. Ma non la considera strutturale, non crede sia un elemento permanente del nuovo paesaggio economico. Christina Romer nega al Times che esista una nuova normalità. Ci sono, semmai, i vecchi cicli economici. Sul fronte del "new normal", ci sono gli economisti clintoniani e i bushiani. Bob Rubin, guru economico del Partito democratico degli anni 90, si è opposto a un ulteriore stimolo dell'economia. Laura Tyson, omologa di Romer ai tempi di Clinton, conferma il cambiamento strutturale. Così come Bill Galston, il capo delle politiche interne clintoniane. Sulla stessa linea il consigliere economico di Bush, George Mankiw. Glenn Hubbard, altro consigliere bushiano e oggi preside della Columbia graduate school of business, propone un intervento pubblico diverso da quello attuale. Se c'è un cambiamento strutturale, dice, non va stimolata l'economia, perché non è un problema di pil. Vanno riqualificati i lavoratori, aiutandoli a formarsi nuove professionalità, perché i posti che hanno perso non torneranno. Vanno aiutate anche le istituzioni scolastiche per andare incontro alle nuove esigenze delle aziende.
Simile la ricetta di Gross, l'investitore che ha coniato il termine "new normal". Anche lui è un liberista. In questo caso, dice, lo stato deve intervenire con investimenti miliardari sulle infrastrutture e sulla formazione: «Nel mondo della nuova normalità ci sono problemi strutturali che richiedono soluzioni strutturali».


non lo so krugman, lì uno come totti mette ordine, in quel ruolo chi ci metti? camoranesi? ma lui sta sulla fascia solitamente.
ce le facciamo altre due? come no? sì sì, lo so che lì un uomo come iniesta si, si.

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Christian Tambasco

Re: CRISI:ECONOMISTI A CONFRONTO...

Messaggioda Christian Tambasco » 11 ago 2010, 12:44

che poi camoranesi, spesso e volentieri, ti viene a mancare nelle partite importanti

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Christian Tambasco

Re: CRISI:ECONOMISTI A CONFRONTO...

Messaggioda Christian Tambasco » 4 ott 2010, 16:13

fonte: Sole24Ore Tagli costituzionali per l'euro

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Tagli costituzionali per l'euro
di Michael Boskin

30 luglio 2010

La crisi finanziaria che sta sconvolgendo l'Europa consente di aggiornare quella frase di Lenin che diceva che niente destabilizza un paese quanto un attacco contro la sua valuta.
Nell'Unione Europea dei giorni nostri, niente destabilizza un'unione monetaria quanti una crisi di panico legata al debito pubblico di uno stato membro.
Il pacchetto di aiuti da 750 miliardi stanziati da Ue, Bce e Fmi serve solo a garantire un po' di respiro ai mercati internazionali. Il piano non rappresenta una soluzione ai problemi di fondo con cui deve fare i conti la zona euro; tutt'al più serve per guadagnare tempo e spalmare negli anni e su tutta la popolazione l'inevitabile, lacerante risanamento dei conti pubblici. E comporta seri rischi in termini di azzardo morale e di perdita di credibilità e indipendenza da parte della Bce.
Il problema fondamentale della Grecia è stato l'incremento della spesa pubblica, reso possibile dal calo dei tassi d'interesse al momento del suo ingresso nell'euro. Ma i problemi non sono limitati alla Grecia (o agli altri paesi della periferia dell'euro). Le spese allegre dei governi sono un fenomeno largamente diffuso in Europa e in quasi tutto il mondo. Se la Grecia smettesse di pagare gli interessi sul debito e tornasse alla piena occupazione, avrebbe comunque un disavanzo di bilancio di proporzioni notevolissime (il 6% del Pil), ma anche altrove si registrano cifre analoghe se non peggiori: l'8,6% per l'Irlanda, il 5,6 per la Spagna, il 6,8 per la Gran Bretagna e il 7,5 per Usa.
Qualcuno sostiene che il solo modo per salvare l'euro sia far seguire l'unione monetaria da un'unione fiscale. La ricetta proposta si rivolge alle grandi economie dell'Europa settentrionale (Francia e Germania), con tasse alte e forte spesa sociale (e disavanzi piuttosto consistenti).
Ma sarebbe un grosso errore. Quello che serve è imporre dei vincoli alle politiche di bilancio dei singoli paesi, non un'autorità fiscale sovranazionale.
Il problema che affligge molte economie avanzate, in Europa e non solo, è la crescita della spesa pubblica, delle tasse e del debito pubblico, tutti fattori che mettono seriamente a rischio la crescita economica. In reazione a questa tendenza, l'Fmi esorta a tornare ai livelli di rapporto debito/Pil di prima della crisi. Il rischio, in caso contrario, è che l'enorme esplosione del debito pubblico produca un effetto deprimente permanente sulla crescita pro capite nelle economie più avanzate, nell'ordine di un terzo o più (in pratica, una clamorosa stagnazione permanente) e privi i governi della capacità di combattere la prossima recessione.

Ma per tornare al livello di sicurezza pre-crisi servirà un decennio di forti eccedenze del bilancio primario (cioè sottratti gli interessi sul debito) di circa il 4% del Pil per gli Usa, del 3% per la zona euro (maggiore per quei paesi a più forte indebitamento) e del 7% per il Giappone.
Gli insegnamenti fondamentali del disastro del debito greco non sono nuovi: i funzionari eletti ignorano sistematicamente i costi sul lungo periodo per conseguire benefici sul breve periodo; non agiscono prima di esservi costretti; le misure del governo non possono aggirare le leggi dell'economia; i governi non possono annullare le leggi dell'aritmetica; la politica di bilancio non è semplicemente contabilità.
Quando un governo prende in prestito un euro (o un dollaro, o una sterlina, o un peso, o uno yuan) s'impegna a pagare in euro il valore attualizzato dei pagamenti futuri degli interessi, e alla fine a rimborsare il capitale. Quel denaro deve venire da un incremento delle tasse, da un'erosione, attraverso l'inflazione, del valore reale delle disponibilità monetarie e del debito pubblico, o da una pura e semplice dichiarazione d'insolvenza con ristrutturazione del debito. I costi finali di una qualunque di queste azioni sono pesanti.
Il problema, inoltre, non è solo il debito pubblico. Un incremento della tassazione in rapporto al Pil non fa altro che scambiare un problema di disavanzo con un problema di crescita economica più lenta. Negli ultimi decenni, le grandi economie avanzate con livelli di tassazione più elevati sono cresciute più lentamente. E non hanno nemmeno un disavanzo inferiore a quello degli Usa, dove le tasse sono più basse; al contrario: tasse più alte semplicemente consentono più spesa.
Un nuovo Patto di crescita e stabilità, con la possibilità per i membri della zona euro di valutare le politiche di bilancio degli altri membri, sarà sufficiente a risolvere questi problemi? Le consultazioni e le valutazioni dell'Fmi hanno scarso impatto su quelle economie che non dipendono in larga misura dai programmi del Fondo. I cittadini e i politici locali non accettano di demandare le loro politiche a stati vicini o a organizzazioni internazionali, a meno di non esservi obbligati da accordi rigidamente vincolanti.
Dunque, la soluzione di gran lunga preferibile sarebbe che ogni paese imponga vincoli giuridici seri alle proprie autorità in materia di bilancio. Le restrizioni sul deficit di bilancio sono un inizio, ma non bastano. La crescita spropositata dello stato sociale e l'impennata del deficit e del debito sono diventate la fonte principale di rischio economico di sistema, sia a livello nazionale che a livello globale. Serve l'introduzione simultanea di restrizioni sulla spesa, sulle tasse e sul debito per evitare future crisi economiche e finanziarie.
Regole analoghe riguardo al bilancio federale, negli Usa, risultarono di una certa utilità negli anni 80 e 90, ma vennero abbandonate nel '98. È impossibile vincolare del tutto i parlamenti futuri a queste regole, a meno di non inserirle nelle Costituzioni. Le regole costituzionali sul pareggio di bilancio (per i budget operativi, con la possibilità di prendere soldi in prestito per spese in conto capitale come la costruzione di scuole) presenti in molti stati Usa complessivamente hanno funzionato bene, e la Germania recentemente ha fatto passi in questa direzione.
Sono norme che includono adeguate valvole di sicurezza temporanee per i periodi di recessione, e in alcuni casi impongono l'obbligo di una maggioranza qualificata. Regole ben scritte promettono eccellenti risultati alla luce della crisi globale, corrente e di lungo periodo, dei conti pubblici. Il problema non è che i governi non dispongono di risorse da spendere, ma che un livello più alto di spesa pubblica, di tasse e di debito pubblico erode la crescita economica e il tenore di vita futuro. Uno scenario di questo tipo sembra profilarsi all'orizzonte non solo in Europa ma ovunque, se i governi non riporteranno sotto controllo la spesa.

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Nell'Unione Europea dei giorni nostri, niente destabilizza un'unione monetaria quanti una crisi di panico legata al debito pubblico di uno stato membro.
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Le spese allegre dei governi sono un fenomeno largamente diffuso in Europa e in quasi tutto il mondo.
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Quando un governo prende in prestito un euro (o un dollaro, o una sterlina, o un peso, o uno yuan) s'impegna a pagare in euro il valore attualizzato dei pagamenti futuri degli interessi, e alla fine a rimborsare il capitale. Quel denaro deve venire da un incremento delle tasse, da un'erosione, attraverso l'inflazione, del valore reale delle disponibilità monetarie e del debito pubblico, o da una pura e semplice dichiarazione d'insolvenza con ristrutturazione del debito. I costi finali di una qualunque di queste azioni sono pesanti.
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fonte: Sole24Ore Quell'irrazionale frenesia di austerity che spazza via ciò che tutte le recessioni ci hanno insegnato

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Quell'irrazionale frenesia di austerity che spazza via ciò che tutte le recessioni ci hanno insegnato
di Paul Krugman

24 settembre 2010

Gli storici del futuro guarderanno allibiti alla frenesia taglia-spese che colse le classi dirigenti nella primavera del 2010. In un fremito di panico inconsulto ed euforia irrazionale, organizzazioni internazionali come la Banca centrale europea e l'Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo abbandonarono improvvisamente tutto quello che avevamo imparato sull'economia (a caro prezzo) durante le precedenti recessioni e decisero che il rigore di bilancio era la strada da seguire per un mondo in preda alla recessione: anzi, molti sostenevano addirittura che i tagli alla spesa avrebbero avuto un effetto espansivo.

E oltre a questa illogica smania di austerity in tanti chiedevano alle Banche centrali di alzare i tassi di interesse, in una situazione di inflazione bassa e disoccupazione alta. Questa follia era esemplificata dall'Economic Outlook dell'Ocse di maggio, che sottoscriveva simili teorie. Ma improvvisamente l'Ocse cambiò registro. «Sul breve termine, la debolezza dell'economia può essere affrontata prorogando, in certi paesi, alcune delle misure di adeguamento monetario», dichiarò alla Reuters il 17 settembre il segretario generale dell'Ocse Ángel Gurría. È il massimo che si può pretendere come ammissione di errori da parte di un'organizzazione internazionale di questa caratura.

E già che parliamo di benefici del rigore, credo valga la pena cercare di capire se ci sono stati. I miei lettori abituali ricorderanno che ho già parlato in questa rubrica dei rendimenti dei titoli di Stato in Irlanda e in Spagna. Entrambi questi paesi hanno avuto grosse bolle immobiliari scoppiate rovinosamente, ma le politiche adottate dopo il crac sono state molto diverse: l'Irlanda ha sposato da subito la via del rigore, mentre la Spagna lo ha fatto molto più lentamente e controvoglia.

Per un po', molti giornalisti finanziari sono andati avanti a sostenere che i mercati stavano ricompensando la virtù irlandese. Ma è assolutamente falso: l'economia irlandese non è andata meglio di quella dell'infingarda Spagna.
E ora date un'occhiata ai dati sui titoli di Stato riportati in questa pagina: per il mercato è stato un mese difficile quest'ultimo, dopo che la Barclay's Capital ha pubblicato una severa valutazione della situazione economica irlandese, che ha spinto alcuni commentatori a ipotizzare la necessità di un piano di salvataggio da parte del Fmi (ipotesi smentita).

Il mese scorso l'Irlanda ha visto schizzare alle stelle il premio di rischio. E la Spagna? Molto meno. Certo, l'irresponsabilità di cui hanno dato prova le banche irlandesi è seconda solo a quella delle banche islandesi, e il governo di Dublino è in pesante passivo avendo garantito ai suoi istituti di credito una copertura totale delle perdite.
Ma ricordatevi che quando l'Irlanda sembrava aver riguadagnato, per breve tempo, la fiducia dei mercati, tutti dicevano che era la dimostrazione che il rigore paga. E gli irlandesi invece stanno ancora aspettando la ricompensa per le loro sofferenze. Un viaggio strano davvero, ma che purtroppo non è ancora al termine.


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Certo, l'irresponsabilità di cui hanno dato prova le banche irlandesi è seconda solo a quella delle banche islandesi, e il governo di Dublino è in pesante passivo avendo garantito ai suoi istituti di credito una copertura totale delle perdite.
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fonte: Sole24Ore Lezioni di Economia per pappagalli

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Lezioni di Economia per pappagalli
di J. Bradford De Long

30 settembre 2010

BERKELEY – Si dice che l’economista britannico John Ramsay MCCulloch, vissuto nella prima metà dell’Ottocento, sia l'ideatore della vecchia boutade secondo la quale l’unica lezione di cui un pappagallo ha bisogno per essere un discreto economista è composta da una frase: domanda e offerta, domanda e offerta. La settimana scorsa Ben Bernanke, il Presidente del Comitato dei Governatori della Federal Reserve americana, ha sostenuto che i principi economici sostenuti da McCulloch – padre dell’economia basata sulla domanda e sull’offerta – non sono stati in alcun modo screditati dalla crisi finanziaria, e sono ancora straordinariamente utili.

È difficile non essere d’accordo con la posizione di Bernanke: la scienza economica potrebbe essere utile se gli economisti fossero davvero come i pappagalli di McCulloch – cioè, se tenessero effettivamente in considerazione le leggi della domanda e dell’offerta. Ma temo che gran parte della scienza economica sia stata screditata dalla palese incapacità di molti economisti di essere all’altezza dei pappagalli di McCulloch.

Si pensi alla tesi – oggi diffusa negli Stati Uniti – che ulteriori tentativi da parte del Governo di ridurre la disoccupazione sono destinati a fallire, perché l’attuale elevato livello di disoccupazione è strutturale: una cattiva pianificazione economica ha lasciato il Paese con risorse produttive inadeguate a soddisfare la domanda di famiglie e imprese. Il problema, sostengono i propugnatori di questa tesi, è una carenza di capacità produttiva piuttosto che una carenza di domanda aggregata.

Ma dovrebbe essere facile – almeno per un pappagallo medio – capire se una riduzione delle vendite è dovuta ad una carenza di offerta o di domanda. Se una contrazione delle vendite è dovuta ad una carenza di domanda, in presenza di abbondante offerta, allora, come le quantità vendute si ridurranno rispetto all’evoluzione tendenziale, così anche i prezzi diminuiranno. Se, al contrario, la contrazione delle vendite è dovuta ad una carenza di offerta, in presenza di un’abbondante domanda, allora i prezzi saliranno e le quantità vendute diminuiranno.

Cosa riscontriamo adesso? Non c’è alcun posto negli Stati Uniti dove i salari o i prezzi al consumo stanno crescendo più rapidamente del previsto. Non c’è alcun posto dove la carenza di manodopera qualificata o di capacità produttiva è sufficientemente grande da indurre le imprese a pagare più di quanto siano solite pagare per mani operose e macchinari efficienti.

Il pappagallo di McCullogh non avrebbe bisogno di altro. La concomitanza di alta disoccupazione, inflazione in calo ed assenza di incrementi significativi di prezzi o salari causati da colli di bottiglia produttivi ci dice che le spiegazioni dell’attuale alto livello di disoccupazione americana basate sull’offerta, o strutturali, sono clamorosamente inconsistenti.

Si consideri, inoltre, la tesi – anch’essa dilagante in questi giorni – che qualunque ulteriore tentativo da parte del Governo di stimolare la domanda, che sia una politica monetaria per alleviare la contrazione del credito, oppure una politica bancaria per aumentare la tolleranza al rischio, o ancora una politica fiscale per fornire uno strumento di risparmio di cui si avverte un forte bisogno, sarà comunque destinato a fallire. Apparentemente, anche questi provvedimenti sono condannati al fiasco perché tutti implicano un incremento delle passività del Governo, e l’atteggiamento dei mercati finanziari verso il debito pubblico è ad un punto di rottura. Se governi che hanno già raggiunto la soglia della loro capacità di indebitamento emettessero adesso ulteriore debito o stampassero moneta o fornissero garanzie, apporterebbero un colpo mortale alla fiducia degli investitori.

Ancora una volta, un pappagallo adeguatamente ammaestrato, a differenza di molti economisti di oggi, cercherebbe di capire se i problemi economici che gli attuali livello di debito stanno causando sono il risultato di un’eccessiva offerta di debito pubblico da parte dei governi oppure di un’eccessiva domanda di debito pubblico da parte del settore privato. Se il problema fosse che l’offerta è eccessiva, allora le nuove emissioni di debito pubblico sarebbero accompagnate da prezzi bassi – cioè, da alti tassi di interesse. Se il problema fosse che la domanda è eccessiva, allora le nuove emissioni di debito pubblico sarebbero accompagnate da prezzi alti – cioè, da bassi tassi di interesse.

Si provi a indovinare: in quale delle due situazioni si trovano oggi gli Stati Uniti e molti altri Paesi? Per un pappagallo la risposta sarebbe scontata: il problema del debito pubblico non è che i governi hanno emesso così tanto debito da far perdere fiducia agli investitori, ma piuttosto che i governi hanno offerto troppo poco debito data l’enorme domanda da parte del settore privato di rifugi sicuri per i loro risparmi. Il problema, direbbe il pappagallo, è che famiglie e imprese stanno ancora cercando di incrementare le proprie provviste di assets sicuri di alta qualità e stanno riallocando le proprie spese dall’acquisto di beni e servizi attuali verso l’accumulazione di quote di quelle stesse passività che il Governo sta fornendo in quantità inadeguate.

Quando gli studiosi di storia economica esamineranno la Grande Recessione, è probabile che ci sarà largo consenso sul fatto che la sua intensità e durata sono state il risultato del rifiuto, da parte dei governi, di provare a fare di più, non al fatto di avere provato troppo. Saranno d’accordo con i pappagalli che la riduzione dell’inflazione è un sintomo del fatto che il problema macroeconomico è un’insufficiente domanda di beni e servizi attuali e che i bassi tassi d’interesse per le passività dei governi, sicure e di alta qualità, sono indicatori del fatto che l’offerta di assets sicuri – che siano moneta stampata dalla banca centrale, garanzie fornite dalla politica bancaria, o debito pubblico prodotto attraverso il ricorso a deficit di bilancio – è troppo bassa.

Ciò che resterà un mistero per loro è perché così tanti economisti del nostro tempo non hanno saputo ripetere: domanda e offerta, domanda e offerta.

J. Bradford De Long, ex Vice-Segretario del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, è Professore di Economia all’Università di Berkeley, California, e Research Associate al National Bureau for Economic Research.


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qualunque ulteriore tentativo da parte del Governo di stimolare la domanda, che sia una politica monetaria per alleviare la contrazione del credito, oppure una politica bancaria per aumentare la tolleranza al rischio, o ancora una politica fiscale per fornire uno strumento di risparmio di cui si avverte un forte bisogno, sarà comunque destinato a fallire. Apparentemente, anche questi provvedimenti sono condannati al fiasco perché tutti implicano un incremento delle passività del Governo, e l’atteggiamento dei mercati finanziari verso il debito pubblico è ad un punto di rottura. Se governi che hanno già raggiunto la soglia della loro capacità di indebitamento emettessero adesso ulteriore debito o stampassero moneta o fornissero garanzie, apporterebbero un colpo mortale alla fiducia degli investitori.
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Christian Tambasco

Re: CRISI:ECONOMISTI A CONFRONTO...

Messaggioda Christian Tambasco » 12 ott 2010, 12:00

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L’America ci insegna che la crescita economica non garantisce il benessere o la stabilità politica. La società americana è diventata sempre più dura arrivando ad un contesto in cui i cittadini più ricchi si fanno largo all’interno del potere politico, mentre i poveri vengono abbandonati al loro destino. La vita privata degli americani è ormai dipendente dal consumismo che li svuota del loro tempo, dei risparmi, dell’attenzione e della propensione a impegnarsi in azioni di compassione collettiva.

Il mondo deve stare in guardia. Se non riusciremo a rompere la tendenza negativa che vede girare grandi quantità di denaro nella politica e nel capitalismo rampante, riusciremo sì ad ottenere la produttività economica, ma a discapito dell’umanità.


fonte: sole24ore L’aggravarsi della crisi morale in America

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L’aggravarsi della crisi morale in America
di Jeffrey Sachs
30 settembre 2010

NEW YORK – La crisi politica ed economica in America è destinata a peggiorare anche dopo le imminenti elezioni di novembre. Il Presidente Barack Obama dovrà perdere le speranze di far passare una legge progressista con l’obiettivo di sostenere i poveri e l’ambiente. Tutte le leggi e le principali riforme rimarranno ad un punto morto fino al 2013, ovvero fino alle nuove elezioni presidenziali. La situazione, già negativa e stagnante, sembra non poter far altro che peggiorare tanto che il mondo non può più aspettarsi una leadership da un’America amaramente divisa.

Non solo si respira un pessimo umore in gran parte dell’America, ma anche il tono compassionevole sembra esser stato accantonato. Entrambi i partiti politici continuano a servire i ricchi finanziatori delle campagne elettorali, pur asserendo il sostegno alla classe media. Nessuno dei due fa alcuna menzione dei poveri, che ad oggi costituiscono il 15% della popolazione, ma che sono in realtà molti di più se si considerano tutte le famiglie cha hanno difficoltà ad accedere ai servizi sanitari, agli alloggi, ai posti di lavoro e ad altri bisogni.

Il Partito Repubblicano ha pubblicato recentemente un documento intitolato Impegno nei confronti dell’America per illustrare le sue idee e le promesse elettorali. Il documento è pieno di assurdità tra cui la futile affermazione per cui la disoccupazione in America dipenderebbe dalle tasse elevate e da una sovra regolamentazione. Ma è anche pieno di dichiarazioni propagandistiche. Attraverso una citazione del Presidente John F. Kennedy si ripropone l’idea per cui le imposte elevate possono arrivare a strangolare l’economia, teoria che faceva però riferimento ad un contesto di cinquant’anni fa’, quando il più elevato tasso marginale d’imposta era pari al doppio del tasso attuale. Il podio repubblicano sembra quindi, per lo più, privo di compassione.

L’America rappresenta oggi il paradosso di un paese ricco che si sta sgretolando a causa del crollo dei suoi valori fondamentali. La produttività dell’America è tra le più elevate al mondo, mentre il reddito medio pro capite è pari a 46.000 dollari, abbastanza non solo per vivere ma anche per arricchirsi. Ciò nonostante, il paese si trova nel bel mezzo di una tragica crisi morale.

L’ineguaglianza dei redditi è al suo massimo storico, sebbene i ricchi sostengano di non avere alcuna responsabilità nei confronti del resto della società. Si rifiutano di dare sostegno agli indigenti, mentre colgono qualsiasi occasione per difendere eventuali tagli alle tasse. Quasi tutti si lamentano, quasi tutti difendono con veemenza i propri interessi esigui e a breve termine, e quasi tutti hanno accantonato ogni falsa apparenza di guardare avanti o di occuparsi dei bisogni degli altri.

Quello che viene fatto passare per dibattito politico americano è in realtà una gara tra partiti a chi riesce a fare promesse più grandi alla classe media, soprattutto sotto forma di tagli alle imposte con una riduzione del budget in un momento in cui il deficit fiscale è pari a più del 10% del PIL. Gli americani sembrano credere di avere un diritto naturale ai servizi pubblici senza alcun pagamento delle tasse che sono, d’altra parte, considerate nel gergo politico americano una negazione della libertà.

Non molto tempo fa’ gli americani dicevano di voler eliminare la povertà all’interno del paese e all’estero. La lotta contro la povertà portata avanti da Lyndon Johnson durante la metà degli anni ’60 rispecchiava un’era di ottimismo nazionale e la convinzione che la società dovesse fare degli sforzi collettivi per risolvere i problemi comuni come povertà, inquinamento e salute. L’America degli anni ’60 implementò dei programmi per recuperare le comunità povere, per lottare contro l’inquinamento dell’aria e dell’acqua e per assicurare l’assistenza sanitaria agli anziani. In seguito, a causa delle profonde divisioni sul Vietnam e sui diritti civili insieme ad un’impennata del consumismo e della pubblicità, l’era di sacrifici condivisi per il bene comune giunse al termine.

La compassione iniziò a svanire dalla politica durante i successivi quarant’anni. Ronald Reagan ottenne popolarità con il taglio dei benefici sociali ai poveri che, a suo dire, imbrogliavano per ottenere pagamenti extra. Bill Clinton proseguì i tagli negli anni ’90, mentre oggi nessun politico osa persino menzionare l’aiuto a favore dei poveri.

I principali contribuenti alle campagne elettorali di entrambi i partiti pagano per assicurarsi che gli interessi acquisiti dominino i dibattiti politici. Ciò significa che entrambi i partiti difendono sempre più gli interessi dei ricchi, sebbene i repubblicani lo facciano un po’ di più dei democratici. E’ poco probabile che persino il più lieve aumento delle tasse nei confronti dei ricchi trovi sostegno all’interno della politica americana.

Questa situazione risulterà quasi sicuramente in un declino del potere e della prosperità degli Stati Uniti a lungo termine, poiché gli americani non investono più collettivamente in un futuro migliore. L’America continuerà a rimanere una società ricca per lungo tempo, ma sarà sempre più divisa ed instabile. Come nel decennio appena trascorso, la paura e la propaganda potrebbero portare a nuove guerre internazionali guidate dagli USA.

E ciò che sta succedendo in America si ripeterà probabilmente in molte altre zone. L’America è vulnerabile al crollo sociale essendo una società molto diversificata. I sentimenti di razzismo e di anti-immigrazione rappresentano gran parte degli attacchi ai poveri, o, per lo meno, i motivi per cui molti sono disposti a seguire l’idea propagandistica di non aiutarli. Se da un lato le altre società sono alle prese con la loro crescente diversità, dall’altro potrebbero finire per seguire gli USA nella crisi.

Gli svedesi hanno dato voti sufficienti ad un partito di estrema destra e apertamente anti-immigrati per farlo entrare in parlamento, evidenziando una crescente tendenza negativa nei confronti dell’aumento degli immigrati nella società svedese. In Francia, il governo di Nicolas Sarkozy ha tentato di recuperare popolarità con la classe operaia deportando gli immigrati rumeni che sono oggetto di un odio diffuso e di attacchi di carattere etnico.

Entrambi gli esempi dimostrano che l’Europa, come gli Stati Uniti, è vulnerabile alla divisione delle politiche in un tempo in cui le nostre società sono sempre più costituite da etnie diverse.

L’America ci insegna che la crescita economica non garantisce il benessere o la stabilità politica. La società americana è diventata sempre più dura arrivando ad un contesto in cui i cittadini più ricchi si fanno largo all’interno del potere politico, mentre i poveri vengono abbandonati al loro destino. La vita privata degli americani è ormai dipendente dal consumismo che li svuota del loro tempo, dei risparmi, dell’attenzione e della propensione a impegnarsi in azioni di compassione collettiva.

Il mondo deve stare in guardia. Se non riusciremo a rompere la tendenza negativa che vede girare grandi quantità di denaro nella politica e nel capitalismo rampante, riusciremo sì ad ottenere la produttività economica, ma a discapito dell’umanità.

Jeffrey D. Sachs è professore di economia e direttore dell’Earth Institute presso la Columbia University. E’ anche consulente speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio.

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Christian Tambasco

Re: CRISI:ECONOMISTI A CONFRONTO...

Messaggioda Christian Tambasco » 14 ott 2010, 13:11

fonte: economiaepolitica Sostenere la domanda, controllare il debito

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Sostenere la domanda, controllare il debito
Duccio Cavalieri*
01 Settembre 2010

Ancora una volta l’economia finanziaria, che non produce vera ricchezza, sta avendo la meglio sull’economia reale. Il salvataggio dell’economia finanziaria, attuato in condizioni di emergenza dopo l’ultima crisi mondiale, è avvenuto immettendo sul mercato non regolamentato una massa enorme di nuovi titoli ‘tossici’ e di titoli del debito sovrano scarsamente affidabili. Si è cioè pensato di tamponare una crisi nata da eccessivo indebitamento non solo riducendo la spesa pubblica per fini sociali, ma anche scaricando sui bilanci della pubblica amministrazione e sulle generazioni future debiti privati inesigibili.

Gli stati si sono indebitati per salvare dalla crisi un sistema finanziario finalizzato alla speculazione e che oggi, dopo essere stato mantenuto in vita dai poteri pubblici con il denaro dei contribuenti, cerca di riprendere a fare soldi speculando al ribasso proprio sui titoli pubblici. La situazione sta tornando a essere quella di due anni fa, ma con la differenza che oggi sono direttamente coinvolti nella crisi anche gli stati (l’esperienza della Grecia insegna).

Il ribasso dei tassi di interesse, ormai ridotti da tempo a livelli minimi, non ha invertito la tendenza dei gestori di fondi a privilegiare l’impiego finanziario a breve termine rispetto all’investimento reale. L‘attuale sistema di money-managed capitalism continua a produrre liquidità in eccesso e un indebitamento privato il cui rimborso appare sempre più problematico. Si sono così riprodotte, come ha riconosciuto il ministro dell’Economia Giulio Tremonti,“le stesse condizioni di crisi potenziale che c’erano appena due anni fa”.

Queste condizioni ora rischiano di essere aggravate dalla politica finanziaria eccessivamente restrittiva e deflazionista adottata dall’Unione monetaria europea su pressione dei paesi più forti. La disoccupazione è ai suoi livelli massimi. La globalizzazione dei mercati induce le nostre imprese a spostare all’estero i propri impianti. Milioni di posti di lavoro sono oggi a repentaglio. I giovani non riescono più a trovare un lavoro. Nemmeno un’occupazione precaria e male remunerata. L’instabilità finanziaria, da situazione eccezionale quale era un tempo, è diventata uno stato endemico. Il rischio di un eccessivo indebitamento, privato e pubblico, che aprirebbe le porte a un’insolvenza generalizzata, è evidente e non può essere ulteriormente sottovalutato.

In questa situazione, i problemi strutturali della nostra economia oggi non vengono adeguatamente affrontati. Né si vede come potrebbero esserlo, in presenza degli ingenti tagli della spesa pubblica comportati da una manovra finanziaria congiunturale ispirata a una politica economica di austerità, che, così come è stata congegnata, è destinata a colpire i ceti popolari e le classi medie, senza incidere sui grandi patrimoni. Come se ciò non bastasse, si è proceduto a regolarizzare con lo scudo fiscale le posizioni degli evasori che avevano collocato all’estero i loro capitali in frode alla legge. E con la manovra finanziaria si sono imposti gravi sacrifici alle fasce sociali più deboli, a coloro che non hanno modo di difendersi dal fisco. Mentre si è rinunciato a incidere sulla capacità contributiva dei percettori dei redditi più elevati e dei possessori delle maggiori fortune.

Compiendo una precisa scelta politica, si è cioè imboccata una strada sbagliata, che avrà l’effetto di aggravare le sperequazioni sociali e di deprimere ulteriormente una domanda aggregata che già stentava a riprendersi, per l’evidente insufficienza della capacità di consumo della popolazione.

I rubinetti del credito bancario sono da tempo difficilmente accessibili alle piccole e medie imprese. La proposta di far condividere i costi della crisi alle banche e alle altre istituzioni finanziarie, che hanno beneficiato di ingenti finanziamenti e sostegni pubblici e non li hanno utilizzati per concedere credito alle attività produttive, ma per compiere operazioni puramente speculative, sembra sia caduta nel vuoto. Occorre imporre alle banche regole più severe e tassare pesantemente le rendite finanziarie e la finanza speculativa. E’ tempo di cominciare a pensare a una seria riforma dell’attuale ordinamento bancario e a una socializzazione dei proventi finanziari realizzati in conto capitale con impieghi di natura speculativa.

Il nostro ministro dell’Economia, dopo avere inutilmente tentato di rafforzare l’influenza del Tesoro sulle banche con i ‘Tremonti bonds’, sembra si sia finalmente ricordato di essere fautore di un’economia sociale di mercato; e memore forse dei suoi lontani trascorsi socialisti, ha richiamato con toni severi le banche a fare il loro mestiere e assolvere la funzione istituzionale di sostegno delle attività produttive. Ma la sua proposta di addossare una parte dei costi della crisi al sistema bancario, principale responsabile dell’inefficienza e dell’instabilità dei mercati finanziari, non ha avuto alcun seguito. La deregolamentazione della finanza non è stata sostanzialmente modificata. Non si sono scoraggiate con l’introduzione di una ‘Tobin tax’ le operazioni finanziarie di tipo speculativo, volte a far denaro a mezzo di denaro, e non sono stati istituiti più efficaci controlli amministrativi sui movimenti di capitale a breve.

Non si è inoltre ancora avviata l’auspicata riforma di un sistema monetario internazionale che sembra essere stato concepito su misura per consentire un facile finanziamento a spese di altri paesi del disavanzo nei conti con l’estero degli USA. Il ricorrente attacco speculativo contro l’euro – la moneta che usiamo in Italia, ma di cui non abbiamo il controllo – ne evidenzia drammaticamente le conseguenze. A contrastarne gli effetti non può certo bastare la discutibile decisione della BCE di acquistare sul mercato libero titoli di stato dei paesi membri, privi di sovranità monetaria, adottata per fornire liquidità addizionale ai mercati finanziari in difficoltà. Occorre ben altro, per attivare un efficace meccanismo di sostegno della domanda globale.

La stessa sopravvivenza futura dell’Unione monetaria europea, in assenza di una politica finanziaria comune, oggi appare in forse. E’ logico chiedersi, come fanno i tedeschi, perché mai i paesi che hanno rispettato le regole del gioco dovrebbero pagare per quelli che le hanno violate, incoraggiando l’espansione abnorme di forme di consumo sempre più maniacali.

Quella che è finora mancata, a livello internazionale, è una strategia comune di uscita dalla crisi sistemica che ha provocato la recessione dell’economia reale. Una strategia capace di incidere efficacemente sulle cause della crisi, che non sono solo congiunturali, ma in primo luogo strutturali. La crisi è diventata anzi per i governi di alcuni paesi un’occasione per ridurre la quota della spesa sociale sul prodotto interno lordo, per rimettere in discussione diritti faticosamente acquisiti dal mondo del lavoro e per accelerare la dismissione degli ultimi residui dello stato sociale.

Cosa dovremmo fare allora? La risposta è semplice. Si deve voltare pagina e cambiare decisamente l’attuale indirizzo della politica economica (come è stato chiaramente indicato nella ‘Lettera degli economisti’). Bisogna cioè attribuire una priorità agli investimenti in attività creatrici di vera ricchezza – in attività produttive, in ricerca e sviluppo – piuttosto che sostenere l’abnorme sviluppo di un’attività finanziaria che non produce ricchezza reale e che, anziché limitarsi a svolgere le sue importanti funzioni tecniche di intermediazione del risparmio e di chiusura del circuito accumulazione-produzione, cerca di fare soldi speculando. Ossia scommettendo sul futuro.

Occorre fare in modo che l’aumento della produzione trovi dal lato della domanda sufficienti occasioni di sbocco sul mercato. Questo è un obiettivo che può essere conseguito solo ridistribuendo la ricchezza sociale in modo più perequato. Un’imposta progressiva straordinaria sul patrimonio delle persone fisiche e di quelle giuridiche, da realizzare in tempi rapidi, con un congruo abbattimento alla base, potrebbe consentire di ridurre l’entità del debito pubblico e la crescente distanza che da tempo si riscontra nel nostro paese tra ricchi e poveri. A mio avviso, un programma economico della sinistra dovrebbe prevedere il ricorso a un’imposta di questo tipo e porsi fin d’ora alcuni problemi tecnici relativi alle sue modalità di accertamento e di riscossione.

Un altro provvedimento da prendere, se vi fosse la volontà politica di agire in tal senso, è la revisione dell’attuale regime delle imposte di successione e donazione, che oggi colpiscono in modo troppo tenue la trasmissione della ricchezza all’interno del nucleo familiare. Si tratta di misure che i politici possono forse ritenere impopolari, ma che rispondono all’interesse collettivo, sia sotto il profilo della solidarietà sociale che per tendere a realizzare condizioni di effettiva parità nei punti di partenza nella lotta per la vita a tutti i cittadini.

La via da percorrere per stimolare una ripresa della domanda interna in un paese come il nostro, che ha rinunciato alla propria sovranità monetaria, non può essere quella della creazione di nuova base monetaria, né quella di allentare i cordoni del debito pubblico, per accrescere momentaneamente il reddito disponibile della popolazione. Un preconcetto isterismo del deficit non è certo giustificato, ma nel lungo periodo il debito pubblico va mantenuto sotto controllo, per la difficoltà di finanziarlo. Quando i tassi di interesse torneranno a livelli normali, il peso del servizio di un debito pubblico ulteriormente cresciuto potrebbe diventare insostenibile.

La possibilità di aumentare a discrezione il debito pubblico ci è del resto formalmente preclusa dal patto di stabilità e di crescita sottoscritto dai paesi membri dell’UME nel 1997, in seguito al quale le finanze pubbliche dei singoli paesi membri sono soggette a una procedura comune di monitoraggio centralizzato. La nostra sovranità in materia finanziaria è dunque limitata. Non abbiamo la possibilità di allentare troppo il controllo sulla spesa pubblica e non possiamo finanziare liberamente un disavanzo di bilancio. La banca centrale non potrebbe concedere credito allo stato (in realtà la BCE lo sta facendo, chiedendo in cambio politiche di austerità). Con il patto di stabilità e di crescita ci siamo inoltre impegnati ad attuare una progressiva riduzione del debito pubblico. Non possiamo dimenticarlo, anche se questa regola non è stata finora applicata in modo rigido. Ma quel patto non ci vieta di introdurre un’imposta straordinaria sul patrimonio.

Un’alternativa sarebbe ovviamente quella di uscire dall’UME. Con il risultato di riacquistare una piena sovranità monetaria e finanziaria, ma di andare anche incontro a inconvenienti e rischi. Per pensare di uscire dall’eurosistema dovremmo però avere un’economia nazionale strutturalmente più forte. Oggi solo la Germania potrebbe permettersi di compiere questo passo.

* Professore ordinario di economia politica nell’Università di Firenze.

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Christian Tambasco

Re: CRISI:ECONOMISTI A CONFRONTO...

Messaggioda Christian Tambasco » 14 ott 2010, 14:42

fonte: economia e politica Proposte per il Sud dell’Unione Monetaria

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Proposte per il Sud dell’Unione Monetaria
Alberto Alonso*, Jorge Uxó** e Antonio Cuerpo***
07 Settembre 2010

Sebbene l’attuale crisi economica si sia scatenata nei mercati finanziari statunitensi nel 2007, essa presenta una componente che va ben oltre gli aspetti finanziari. Alcuni paesi appartenenti alla zona euro – Grecia, Portogallo, Spagna, Italia e per certi aspetti anche la Francia – presentano problemi simili che la crisi ha contribuito a porre in rilievo e richiedono una soluzione globale. La lettera firmata da più di 200 economisti italiani, recentemente pubblicata, ha evidenziato qual è l’origine di questi problemi e ha proposto alcune soluzioni. Noi intendiamo contribuire a questo dibattito, offrendo il nostro punto di vista per una proposta di politica economica alternativa a quella del mainstream.

1. Definizione del problema di politica economica dei paesi del Sud

La Spagna e gli altri paesi del sud dell’Europa appartenenti all’Unione Monetaria hanno registrato, negli anni che hanno preceduto la crisi economica attuale, elevati disavanzi nei conti con l’estero e ciò ha determinato l’accumulazione di un ampio volume di debito – principalmente privato – rispetto alla Germania e ad altri paesi in attivo. Questo crescente debito ha rappresentato il mezzo per risolvere l’insufficienza cronica di domanda presente nel sistema. Lo scoppio della bolla immobiliare e finanziaria non ha fatto altro che portare alla superficie questo importante volume di debito, accumulato durante gli anni precedenti. Alla riduzione iniziale della domanda ha fatto seguito il crollo della domanda di beni di consumo provocato dal processo di deleveraging, la drastica contrazione del credito bancario, la disoccupazione “cumulativa” e l’aggravarsi delle aspettative.

Cosa deve fare un’economia che si trova in questa situazione e che vuole ottenere una crescita economica sufficiente a ridurre la disoccupazione di massa che si è creata?

Per cominciare, è necessario comprendere quali siano i vincoli con cui deve fare i conti la politica economica nel dare impulso alla crescita. In condizioni “normali”, uno di questi limiti sarebbe costituito dal non superare la crescita “potenziale”, inflazionistica, e per incrementare i livelli della crescita potenziale bisognerebbe adottare politiche di offerta che agiscano nel medio periodo. Tuttavia, tale vincolo certo non opera in questi momenti: la crescita reale è molto inferiore a quella potenziale e il rischio è quello di una deflazione, non certo dell’inflazione. Per questo, non ha alcun senso enfatizzare il ruolo delle politiche di offerta e ignorare le politiche di domanda.

Per applicare le politiche di domanda “disponiamo” di due strumenti: il tasso di interesse nominale e il saldo fiscale, che a loro volta scontano alcune restrizioni.

Il tasso di interesse nominale viene fissato dalla Banca Centrale Europea per tutti i paesi della zona euro e presenta un limite inferiore. Sebbene con ritardo rispetto alle altre banche centrali, il tasso d’interesse è stato ridotto e si trova vicino a questo limite inferiore. Potremmo dire che la politica monetaria basata sulla riduzione del tasso di interesse si trova oggi in una situazione di trappola della liquidità.

Resta, pertanto, lo strumento della politica fiscale che, tuttavia, deve garantire la stabilità del rapporto tra debito e PIL.

E’ noto che la crisi ha messo in moto, con intensità, gli stabilizzatori automatici e inoltre i governi hanno dovuto applicare – diciamolo: giustamente – politiche di aumento della spesa per compensare la riduzione della domanda privata. La conseguenza logica è stata l’aumento del deficit e del rapporto debito/PIL. Ora si verifica che, come conseguenza della grave scarsità di domanda privata, e avendo il tasso di interesse nominale raggiunto il suo limite inferiore, il deficit fiscale necessario per avvicinare l’economia al livello di crescita potenziale e ridurre il tasso di disoccupazione è maggiore rispetto a quel valore che manterrebbe costante il debito pubblico come percentuale del PIL.

Abbiamo così definito il primo elemento del nostro problema di politica economica: le autorità competenti devono limitare il deficit al livello che garantisce la stabilità del rapporto debito/PIL, sebbene la disoccupazione stia crescendo? O, al contrario, devono aumentare il deficit per ridurre la disoccupazione senza preoccuparsi della relazione debito/PIL? Esiste un’altra opzione?

Ma il problema di politica economica presenta un secondo elemento. Nella zona euro – e anche a livello mondiale – la crisi è il riflesso di una situazione di pesante squilibrio strutturale tra i paesi in attivo e quelli in passivo nella bilancia commerciale. Se questa situazione non sarà corretta, quando la ripresa arriverà si ripresenteranno gli stessi problemi che ci hanno condotto a questa crisi. Per questa ragione, oltre ad affrontare il dilemma precedente, la politica economica dovrà puntare a ottenere un deprezzamento reale dei paesi del Sud rispetto alla Germania e agli altri paesi in attivo.

2. Il problema del debito pubblico e la sua soluzione: la monetizzazione

La soluzione scelta dai governi europei per il dilemma della politica fiscale è quella dell’austerità: la priorità è ridurre i deficit pubblici.

Secondo gli economisti sostenitori dell’opinione ufficiale, per ottenere la ripresa economica è essenziale ristabilire la fiducia. Fiducia in cosa? Nell’austerità, naturalmente. Dal loro punto di vista, né i deficit fiscali sono espansivi né gli attivi sono restrittivi. Pertanto, il dilemma che noi affrontavamo smette di esistere. Il loro messaggio è semplice: ristabiliamo la disciplina fiscale. Facciamo attenzione al fatto che il debito non aumenti e la crescita e la prosperità verranno come conseguenza. Sarà inutile controargomentare che i deficit non devono essere attribuiti all’irresponsabilità, che sono conseguenza degli stabilizzatori automatici, che compensano la riduzione del debito privato, o che gli effetti restrittivi sulla crescita causati dai tagli della spesa renderanno molto difficile ridurre il deficit, e ancor di più lo stesso rapporto tra debito e PIL. Il mantra si ripete: l’austerità ci salverà.

In realtà le politiche di austerità rischiano di condurre le economie europee in un circolo vizioso di disoccupazione e deflazione. E tuttavia opporsi alle politiche restrittive non significa eludere la questione dell’aumento del debito pubblico e la sua possibile insostenibilità.

Sono preoccupanti gli attuali aumenti del debito? Alcuni argomenti potranno servirci per rispondere, inizialmente, di no:
- anche se ora il debito aumenta, qualora il tasso di crescita si ristabilizzasse e la domanda privata riprendesse la sua dinamica precedente, i deficit fiscali non saranno più necessari e il peso del debito tornerà a ridursi;
- in ogni caso, per un dato valore del deficit e del tasso di crescita, esisterà un rapporto debito/PIL che tenderà a mantenersi stabile: la crescita di questo rapporto non è esplosiva.

Tuttavia, il primo di questi argomenti presuppone implicitamente che la crisi che sta colpendo le nostre economie sarà transitoria e di breve durata. Ma non è sicuro che sia così, dato che il processo di deleveraging – eliminazione dei debiti che gli agenti privati avevano accumulato nel periodo di prosperità – può essere abbastanza duraturo, tra i cinque e gli otto anni. Durante questo periodo il debito privato dovrebbe essere sostituito dal debito pubblico per colmare il vuoto della domanda. Riguardo al secondo argomento, ci si può trovare di fronte ad alcune difficoltà: il rapporto debito/Pil potrebbe stabilizzarsi, ma con valori troppo alti; o perfino non stabilizzarsi, se la crescita del rapporto debito/pil si accompagna a un incremento del tasso di interesse richiesto dagli acquirenti del debito.

Pertanto, scartata la soluzione della restrizione fiscale e considerato che le difficoltà connesse alla crescita del rapporto debito/pil non possono essere eluse con certezza, l’unica soluzione possibile per evitare il collasso delle nostre economie e conseguenti ulteriori aumenti della disoccupazione è il ricorso alla BCE: essa dovrebbe finanziare (monetizzare) i deficit fiscali necessari che si pongono oltre il limite del livello compatibile con la stabilità del debito.

3. La monetizzazione e l’inflazione

Perché la BCE dovrebbe rifiutarsi di agire in questo modo? Probabilmente l’argomentazione più forte è che, secondo la sua visione monetarista del funzionamento dell’economia, ciò finirebbe col generare inflazione eccessiva. Tuttavia, l’inflazione non è prodotta solo dalla crescita della quantità di moneta: questa genera inflazione quando l’economia si trova al limite della sua crescita potenziale e la situazione attuale è ben lontana da ciò. Il rischio attuale è la deflazione, non l’inflazione.

D’altro lato, in una situazione di contrazione come quella attuale, l’inflazione generata dai deficit fiscali monetizzati avrebbe alcuni effetti benefici:
- con un tasso di interesse nominale dato, un tasso di inflazione maggiore presuppone un tasso di interesse reale minore e ciò rende necessario un deficit fiscale minore;
- con un tasso di interesse reale inferiore, il rapporto debito/PIL tende a crescere più lentamente e potrebbe mantenersi costante con un deficit fiscale maggiore. Combinando questi due effetti giungiamo ad una conclusione interessante: mantenendo un tasso di inflazione sufficientemente elevato, il deficit al quale il rapporto debito/PIL non cresce può permettere, allo stesso tempo, che l’economia raggiunga il suo reddito potenziale, rendendo, alla fine, non necessaria la monetizzazione;
- l’inflazione riduce il valore reale del debito privato. Facilita e accelera il processo di riduzione del debito e, per questo, anticipa la ripresa;
- l’inflazione erode il valore reale del debito privato e quello del debito pubblico, perciò equivale a un’imposta sui creditori, a un trasferimento dai creditori ai debitori, desiderabile in una situazione recessiva. Ogni creditore deve perdere parte della sua ricchezza fino a che l’aumento della spesa – tanto sua quanto dei debitori – indotta dall’inflazione, porti alla completa utilizzazione dei fattori produttivi. All’inizio questo sembra un gioco a somma zero. Ma a questo gioco se ne aggiunge un altro a somma positiva che deriva dall’aumento dell’utilizzo dei fattori produttivi e del reddito, in modo tale che il risultato congiunto di entrambi i giochi può essere benefico anche per i creditori.

4. Il necessario deprezzamento reale

Il problema della politica economica che sopra abbiamo definito presenta una seconda componente. È necessario compensare l’aumento relativo dei costi unitari di produzione registratosi nei paesi del Sud nell’ultimo decennio, che spiega in gran misura la formazione di disavanzi della bilancia commerciale. Questo richiede che nei prossimi anni si produca il processo inverso: un tasso di inflazione più elevato in Germania rispetto ai paesi del Sud. Non è sufficiente che la Germania stimoli la sua domanda aggregata: per quale ragione, se la ripresa arriva e se il tasso di cambio reale non è variato, il deficit commerciale dei paesi del Sud dovrebbe ridursi in maniera significativa, o comunque scendere rispetto ai valori precedenti alla crisi?

L’attivazione di un processo di riequilibrio tra i paesi del Sud e la Germania comporta che quest’ultima accetti una contrazione delle esportazioni ed un incremento della sua domanda interna.

Tuttavia, per i paesi del Sud, è indispensabile che questo processo si verifichi dal momento che l’alternativa passa per una politica di contrazione dei livelli di attività dell’economia che è insostenibile. Se i deficit dei conti con l’estero persistono e non si persegue la strada delle politiche restrittive, è inevitabile che il debito pubblico crescerà. Perfino utilizzando la leva della monetizzazione è discutibile che questa crescita del debito rappresenti una situazione sostenibile.

5. Riassumendo: la nostra proposta

Per evitare che persistano squilibri strutturali tra paesi in attivo e paesi in deficit all’interno della zona euro, causa dei problemi attuali, è necessario che si verifichi un apprezzamento reale della Germania. Senza questo apprezzamento, l’appartenenza all’Unione Monetaria Europea diviene una sorta di gioco a somma zero nel quale i perdenti sono i paesi del Sud. Impraticabile e inaccettabile. Dal momento che il riequilibrio sarà un processo lento, per sopportare i problemi della situazione transitoria è essenziale che la Germania stimoli la sua domanda e che nei paesi del Sud si mantengano i deficit fiscali. Diventa essenziale anche la monetizzazione, ma non una una tantum per allontanare la speculazione. Occorre monetizzare consistentemente in modo che il deficit necessario per una crescita ragionevole non accresca il rapporto debito/pil.

Marcel Auerback sottolinea che la Banca Centrale Europea sta già acquistando titoli del debito pubblico dei paesi europei con problemi nei mercati secondari. Essa neutralizza così qualsiasi tentativo di rifiuto di questo debito da parte degli investitori. Si tratta di un passo positivo nella direzione che noi indichiamo come una delle missioni della BCE. Tuttavia, ciò che Auerback pure rileva è che esiste una minaccia da parte della BCE, la quale è disponibile a sostenere il debito di un paese solo a patto che questo metta in atto politiche restrittive. Ne risulta che, senza alcuna legittimazione democratica, la BCE detiene un potere tale da determinare la politica fiscale di questi paesi. La reale indipendenza politica dei governi è seriamente compromessa. A fissare la politica fiscale, governando il ritmo dell’espansione economica e l’evoluzione della disoccupazione è ora la BCE. La monetizzazione, che dovrebbe permettere l’applicazione di politiche fiscali espansive, con l’unico limite delle tensioni inflazionistiche, viene convertita dai burocrati della BCE in uno strumento di potere utilizzato per realizzare in Europa le sue fantasie di austerità.

Così la tesi secondo la quale per placare i mercati è necessario il risanamento dei conti pubblici finisce per essere applicata, dal momento che i paesi che resistono alla sua applicazione non otterranno il supporto della BCE nell’acquisto di titoli del debito.

Ma i paesi che vogliono applicare politiche fiscali espansive devono saper valutare il loro potere di negoziazione. In realtà, le minacce della BCE sono una sorta di tigre di carta. Dicano quel che dicano, i burocrati della BCE dovranno comprare il debito del paese che pone in essere politiche espansive. In caso contrario, esporrebbero anche le banche che hanno grandi riserve di questo debito, e ciò li richiamerà al buon senso.

Le forze sociali che lottano contro la disoccupazione devono avere chiaro come agire. Devono chiedere politiche fiscali espansive. Devono esigere che i governi utilizzino il potere di negoziazione di cui dispongono nei confronti della BCE. Devono sapere che i loro avversari non sono gli imprenditori, tanto meno gli investitori. Sono i burocrati della BCE, depositari dell’ideologia dell’austerità, e i governi che non osano assumere una posizione forte con una BCE che continua a ostacolare l’espansione e l’occupazione.


*Professore di Politica Economica, Universidad Complutense de Madrid.
**Professore di Economia, Universidad de Castilla La Mancha.
***Ricercatore, Universidad Complutense de Madrid.

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Re: CRISI:ECONOMISTI A CONFRONTO...

Messaggioda enricogrosso » 2 nov 2010, 20:30

Lo ri-linko in area pubblica perchè questo mi sembra il 3D appropriato
Giovanni Giorgetti Direttore Centro Studi Economico e Finanziario ESG89 :

http://www.youtube.com/watch?v=LK_ZQpnR_Bs
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Re: CRISI:ECONOMISTI A CONFRONTO...

Messaggioda kasiacolagrossi » 11 mar 2011, 21:43

katarzyna edyta colagrossi

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Re: CRISI:ECONOMISTI A CONFRONTO...

Messaggioda enricogrosso » 17 mar 2011, 0:11

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