Storia di una gomma

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MicheleSchicchi
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Storia di una gomma

Messaggioda MicheleSchicchi » 19 ago 2012, 16:48

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Era un giorno, come tutti i giorni che l'umanità si costringe a vivere, noioso e frustrante, sopratutto in un luogo ordinario, in una qualsiasi ordinaria città di questo paese. Un luogo che assassina ogni giorno le nostre ambizioni, la nostra voglia di libertà, rassegnandoci a quella straziante esistenza che l'illusione del denaro ci dona ogni giorno. Quel luogo che se non è la poltrona davanti alla TV, è l'edicola, il distributore di propaganda finanziata direttamente da chi ci possiede. L'ignoranza che vige intorno a quel luogo è anch'essa ordinaria, normale, come normale è lo sporco che c'è sulla strada davanti all'edicola. Cicche, foglie, sputi e gomme spiaccicate ormai divenute nere, come in ogni strada del paese. Ma se lì, per puro caso, fosse passato l'uomo più stupido della terra o il più curioso, avrebbe scoperto che dietro a una di quelle macchie di caucciù c'era una delle storie più normali che si siano mai raccontate, storie di una comune esistenza. La storia di un pezzo di caucciù che un giorno prende vita.
Nacque quando un bambino un po' speciale lo sputò nel cestino di casa, finito poi in discarica. Vide la luce e tutto gli appariva bellissimo, solo perchè stava vivendo. In fondo non sapeva di essere un pezzo di gomma, che per qualsiasi legge chimica e biologica non avrebbe mai potuto vivere, ma lui non lo sapeva e viveva lo stesso. Non sapeva neanche di vivere in un luogo orrido come una discarica, piena di rifiuti e sporcizia maleodorante, non gli importava, tanto erano i primi odori che sentiva. Forse non sapeva neanche di vivere, solo perchè nessuno glielo aveva insegnato, quindi lui viveva e basta. Essendo neonato stava sdraiato ammirando il cielo e le nuvole, la luna e le stelle, che gli trasmettevano una gioia immensa in cuore.
Un giorno spinto dal desiderio di seguire la luna durante la sua camminata notturna, si alzò e cominciò a correre per la discarica. La sua corsa divenne sempre più affannosa, e la luna sempre più lontana, quindi fu costretto a rinunciare. Era deluso e irritato, e provava un forte odio verso il sole, che aveva scacciato la sua amata luna. Così stette tra i rifiuti tutto il giorno provando a scacciare il sole, che però lo scottava e lo accecava con i suoi raggi. Ben presto imparò a rassegnarsi e a convivere con il sole, minaccioso e arrogante. In sé sentiva un forte odio durante il dì, proprio una repellenza verso quel gigante, che per sopravvivere fu costretto a reprimere dentro di sé, vivendo nell'illusione di poter vivere anche di giorno. Purtroppo ne era costretto, per istinto, poiché la venuta della notte potesse sembrargli una liberazione. Presto però anche la notte lo stancò, la luna gli sembrava inspiegabilmente monotona, scordandosi cosa l'aveva fatto innamorare e addirittura che una volta ne era stato innamorato. Adesso non viveva più, esisteva e basta. Passava le sue giornate per quei luoghi, annoiato e frustrato, consumando la sua vita nell'illusione di dover esistere, come chi, al peggio, viene educato. Scoprì ben presto che quel luogo puzzava, era un rifiuto, però era casa sua, dove era nato, e provava conforto a starci. Era attaccato talmente tanto a quella gabbia di puzzo e schifo, forse per consuetudine e semplice ignoranza, che non gli era dato sapere che al di fuori di quei 20 metri quadrati di discarica c'era un mondo che si estendeva fino ai confini dell'universo.
Quello che l'inconscio gli urlava, la coscienza provava a spiegarglielo mentre la paura di vivere glielo portava via a piccoli pezzi. Sentiva il bisogno d'amare, ma la sua esperienza lo portava a reprimere quel bisogno, nel limite di quel possibile che solo secondo lui era possibile. In un giorno d'estate vide, in mezzo ai rifiuti, una pallina da tennis. Ne era attratto fortemente, neanche sapeva come, e soffriva, troppo, forse perchè erano le 2 del pomeriggio. Stava li a guardarla e a fantasticare su quello che avrebbe voluto dirgli, ma quel rimuginare sulle occasioni perse lo faceva stare sempre più male. Stava odiando l'amore, non capiva perchè dovesse stare male vivendo stati d'animo che neanche lui minimamente capisse come gli prendessero il sopravvento. Ripugnava l'amore, lo stesso amore che quel bambino aveva per lo zucchero e che l'aveva fatto nascere. Ripugnava la vita, perchè non si spiegava il perchè dovesse soffrire in un esistenza in cui era capitato. Mica aveva chiesto lui di vivere! Come era possibile?
La fortuna che gli capitò, legata ad un fatto unico nel suo genere, gli salvò la vita. Un uccello, forse attratto dal suo colore rosa carne, piombò dal cielo e, dopo averlo studiato un po', se lo mise in bocca, e si alzò in volo verso il nido. Stava volando insieme all'uccello, quando capì la verità. Era sconvolto, impaurito e confuso, ma allo stesso tempo stupito e affascinato da quel mondo che vedeva dall'alto, così bello e nuovo. L'aveva sempre avuto vicino, era lì, ma non aveva mai avuto la possibilità di andarci, o forse solo il coraggio. Capì che la vita che stava facendo era la peggior vita che chiunque avesse potuto fare, in quella gabbia stretta e orrenda, che portava solo delusioni e allontanava dall'essenza magnifica della vita. Era troppo entusiasta, voleva scendere per quei prati, così si disarcionò e cadde giù, ringraziando di cuore l'uccello.
Respirava a pieni polmoni quell'aria pulita di campagna, ammirava con entusiasmo gli animali correre liberamente e l'intera natura, perfetta nei suoi movimenti e giusta nelle sue scelte. Si sentiva parte di un mondo perfetto, proprio come quando era bambino.
Voleva vedere più di quello che aveva già visto, così cominciò a viaggiare. Da lontano vide un luogo del tutto simile alla discarica, solo che sembrava molto peggio. Gli abitanti di quel luogo, gli ricordavano quello che era prima, e un vuoto allo stomaco lo tenne in tensione per diverso tempo. Stavano lì, a correre come i criceti in gabbia, rincorrendo obbiettivi stupidi e inutili, quanto lo era la loro stessa esistenza. Pochissimi alberi e pochissimi animali vivevano in quel posto, forse coscienti come lui che quella era solo una gabbia di matti, e quei pochi che erano costretti a starci, soffrivano tutti, vivendo per morire. Era sconvolto, ma capiva. Doveva aiutarli quei poveri esseri, schiacciati dalla loro stessa esistenza. Così si avventurò in mezzo alla discarica. Rabbrividiva, ma sapeva che doveva farlo. Iniziò ad urlare ed a sbraitare, che si sarebbe udito da chilometri, ma gli abitanti non riuscivano a sentirlo. Continuava ad urlare, disperandosi, ma non poteva fare niente, nessuno lo sentiva, e morì schiacciato dalla ruota di una macchina davanti all'edicola.
Michele Schicchi
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Re: Storia di una gomma

Messaggioda sandropascucci » 19 ago 2012, 17:00

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