BANCHE

..ovvero le puttanate ufficiali propagandate dal Sistema Mediatico di IGB
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Christian Tambasco

BANCHE

Messaggioda Christian Tambasco » 25 mag 2010, 10:08

fonte: sole24ore Ridaremo le banche al mercato

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Ridaremo le banche al mercato
25 maggio 2010

«Ho saputo che il prossimo candidato sindaco sei tu, congratulazioni...». Scherzava Sergio Chiamparino quando ieri mattina ha accolto suor Giuliana Galli a Palazzo civico, dove è stata ascoltata insieme con il presidente della Compagnia di San Paolo, Angelo Benessia. Una battuta, quella del sindaco, che suona come la sintesi perfetta della confusione che ancora si respira all'ombra della Mole intorno al principale azionista di Intesa-Sanpaolo, e più in generale su quello che le istituzioni – in qualità di stakeholder – desiderano chiedere alla loro banca, sistematicamente accusata di pendere troppo verso Milano.
Prima uscita pubblica della coppia Chiamparino-Benessia degli ultimi mesi, l'audizione di ieri da parte dei consiglieri comunali - richiesta in piena bagarre da Agostino Ghiglia (An), ma fissata a temporale ormai passato - avrebbe dovuto essere l'occasione per chiarire dal punto di vista politico come si è consumato il «pasticcio» delle nomine (l'uscita di scena di Domenico Siniscalco, la designazione di Andrea Beltratti) e mettere a punto il ruolo della fondazione sul territorio, a partire dal delicato tema della erogazioni. Dai contributi per l'estate ragazzi fino alla scuola di Chicago, in tre ore e mezza di seduta si è parlato di tutto e quindi di niente, consentendo all'avvocato Benessia di chiudere la seduta tra citazioni dotte e affermazioni di ordine generale sul mondo delle fondazioni, in particolare sul destino certo non immediato di un alleggerimento delle partecipazioni nelle banche: «Le fondazioni in questo momento sono costrette ai lavori forzati e hanno il dovere ineludibile di mantenere un ruolo di stabilità e garanzia del sistema bancario, ma è una situazione che non potrà durare». Insomma, «Speriamo - ha detto Benessia - di poter restituire interamente al mercato il controllo e la gestione delle banche con l'uscita definitiva delle fondazioni». Un tema su cui ieri è stato sollecitato anche l'amministratore delegato di Intesa Sanpaolo Corrado Passera che, rispondendo ai giornalisti, ha detto che «la nostra, la mia, esperienza di questi anni è stata molto positiva». «Le fondazioni hanno fornito un nucleo di azionisti che ha permesso di realizzare progetti di medio e lungo periodo - ha detto Passera -, magari se ci fosse stato solo l'orientamento al brevissimo termine non si sarebbero neanche fatti».

Tornando all'audizione di Torino, gli esponenti del Partito democratico si sono mossi in ordine sparso. Luca Cassiani e Giuliana Tedesco (Pd) hanno parlato di possibile «conflitto d'interesse del presidente Benessia, per via degli incarichi in essere tra il suo ex studio legale e Intesa Sanpaolo», mentre Ferdinando Ventriglia ha ipotizzato sovrapposizioni di poltrone tra consiglieri della Compagnia e delle società partecipate dalla banca.
Come auspicato dal capogruppo del Pd, Andrea Giorgis, la giornata di ieri forse alla fine sarà archiviata come «un nuovo inizio nei rapporti tra il Comune e la Compagnia», ma molti ieri avevano la sensazione che la fondazione sia finita al centro di un circolo vizioso, in cui ragioni politiche e policies ragionevoli sembrano rincorrersi all'infinito. «Dobbiamo ricordarci che ciò che abbiamo tra le mani è solo uno strumento per il bene comune di chi vive situazioni di difficoltà», ha ammonito suor Giuliana Galli, che ha anche ammesso di essersi «abbastanza annoiata».
Sì, perché la suora - che in Comune non metteva piedi da dieci anni - sperava «si parlasse un po' più di bisogni reali del territorio». Ma la politica non molla la preda. Nonostante Benessia abbia tentato di minimizzare i conflitti interni all'ente da lui guidato, la crisi di fiducia non sembra ancora superata e la tensione resta alta in vista della nomina di chi andrà a occupare la poltrona di numero due dopo il passaggio alla banca di Elsa Fornero. Nei giorni scorsi la fronda dei dissidenti si è subito riattivata quando è circolata la voce di una presunta intesa raggiunta dallo stesso Benessia, che ora prevede la designazione in tempi meno rapidi, «entro la metà di giugno». Tra i candidati resta proprio suor Giuliana Galli, che ieri non ha dato ma neanche negato la sua disponibilità: «Le proposte si valutano. Tutto dipende dalle capacità e dal tempo che esse richiedono».

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Christian Tambasco

Re: BANCHE

Messaggioda Christian Tambasco » 27 mag 2010, 12:21

fonte: sole24ore radiocor Fondazioni: Guzzetti non commenta Benessia su uscita da banche

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Fondazioni: Guzzetti non commenta Benessia su uscita da banche

27/05/2010 12:10

(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Milano, 27 gen - No comment del presidente dell'Acri, Giuseppe Guzzetti, all'auspicio espresso da Angelo Benessia, numero uno della Compagnia di San Paolo, sull'uscita delle fondazioni da ruoli di controllo nell'azionariato delle banche. "Non commento le affermazioni dei colleghi che riferiscono le loro opinioni" ha detto Guzzetti, presidente dell'Acri e della Fondazione Cariplo. Guzzetti ha parlato a margine della Decima Giornata nazionale delle Fondazioni per l'inclusione e la coesione sociale.

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LorenzoLenzi

Re: BANCHE

Messaggioda LorenzoLenzi » 23 giu 2010, 9:11

Suor'iNTESA :roll:
!
Compagnia San Paolo: una religiosa ai vertici


Suor Giuliana Galli, manager col velo,eletta vicepresidente


(ANSA) - TORINO, 21 GIU - Suor Giuliana Galli, prima manager con il velo, e' da oggi nella cabina di comando della Compagnia di San Paolo. E' vicepresidente della fondazione che controlla la superbanca Intesa Sanpaolo. La sua nomina, dopo alcuni mesi di alta conflittualita', attenua le tensioni e migliora il clima interno. Il consiglio generale della fondazione torinese, azionista di controllo di Intesa Sanpaolo, l'ha eletta, a larga maggioranza, con voto segreto. 'Sono contenta della fiducia che mi e' stata accordata. Spero di essere all'altezza', commenta la suora e aggiunge: 'La Compagnia e' attenta alle difficolta' del territorio e per questo ho accettato l'incarico'. Apprezzamento esprime Chiamparino che ricorda di essere stato lui a indicarla. La nomina di suor Giuliana e' un passaggio importante nella complessa vicenda della fondazione, in cui si e' arrivati a un passo dalla sfiducia al presidente, Angelo Benessia. Nel curriculum scolastico di suor Giuliana spiccano la laurea in Sociologia e un master in Scienze del Comportamento frequentato in Florida, all'inizio degli anni Sessanta, quando non era ancora una moda studiare in America. Da sempre vicina ai bisognosi, suor Giuliana - che oggi ha quasi 75 anni - ha guidato per 27 anni i volontari del Cottolengo, incarico per il quale occorrono capacita' organizzative non comuni e una volonta' di ferro. Doti che fanno di suor Giuliana un personaggio illustre nella Torino che conta. Non a caso negli anni del Cottolengo, andava spesso a trovarla Cesare Romiti, amministratore delegato e poi presidente della Fiat, di cui la religiosa era diventata confidente e consigliera.

21 Giu 20:55


Notizie Ansa

http://www.google.it/url?sa=t&source=we ... KRBVg7Gaog

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domenico.damico

Re: BANCHE

Messaggioda domenico.damico » 23 giu 2010, 9:59

Trichet: sanzioni automatiche

FRANCOFORTE - La Banca centrale europea è convinta che il futuro dell'Unione monetaria passi attraverso un netto rafforzamento del controllo reciproco tra i paesi membri, non solo sul fronte delle finanze pubbliche, ma anche sul versante economico. In un'audizione a Bruxelles, il presidente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet si è detto favorevole a sanzioni quasi automatiche per i paesi meno virtuosi.


«Sulla base della nostra esperienza in occasione di questa crisi, la più grave dalla seconda guerra mondiale, crediamo sia necessario rafforzare il quadro normativo ben oltre il patto di stabilità originale», ha detto Trichet, proprio mentre la Commissione sta preparando una bozza di riforma. «Abbiamo bisogno di un "salto quantico" in termini di maggiore sorveglianza. Rimpiangeremmo enormemente questo momento se non cogliamo questa occasione».

L'Europa, ha spiegato il banchiere centrale, ha bisogno di «strumenti efficaci per prevenire e, se necessario, correggere livelli di deficit e debiti eccessivi». Trichet ha precisato che «l'avviamento delle sanzioni» contro i paesi non virtuosi «deve diventare quasi automatico». La Bce è dell'avviso che il controllo sull'andamento dei conti pubblici nazionali deve essere «più diretto e più efficace», basato su un monitoraggio indipendente.
«Potremmo avere bisogno di un approccio differenziato a seconda dei risultati dei singoli paesi sul fronte delle finanze pubbliche», ha aggiunto il banchiere. Come dire che alcuni paesi più a rischio dovrebbero essere controllati più attentamente di altri. Le sanzioni potrebbero essere di vario tipo, finanziario e non. Trichet è anche favorevole alla sospensione del diritto di voto, come Parigi e Berlino, e non ha tabù su un'eventuale modifica del Trattato.
Nel contempo, il presidente della Bce è convinto che la zona euro non possa limitarsi a una convergenza dei bilanci nazionali. Anche l'evoluzione delle singole economie deve essere monitorata «per garantire la competitività interna ed esterna dell'Europa». Secondo il banchiere centrale in gioco non è solo la produttività delle imprese private, ma anche quella del settore pubblico dei paesi membri.

L'Unione non vuole creare nuove istituzioni per meglio monitorare gli stati membri. Lo stesso Trichet ha detto che la Commissione dovrebbe avere maggiori poteri in questo campo. Proprio le autorità comunitarie dovrebbero presentare un rapporto alla fine di giugno, mentre il nuovo quadro normativo, che dovrebbe servire ad evitare il ripetersi del caso greco, in grave crisi debitoria, sarà deciso entro fine anno, dopo un dibattito tra i paesi che si prospetta acceso.
Ieri intanto la Bce ha rivelato che nell'ultima settimana ha acquistato circa quattro miliardi di euro in obbligazioni pubbliche per calmare le recenti tensioni sui mercati. L'ammontare è in netto calo rispetto alle settimane precedenti. L'impressione di alcuni economisti è che la controversa operazione stia arrivando a conclusione. Da Londra, Jürgen Stark, membro del comitato esecutivo della Bce, ha ribadito la "natura temporanea" di questo programma.

Ieri intanto il presidente francese, Nicolas Sarkozy, e il cancelliere della Germania, Angela Merkel - con una lettera indirizzata al primo ministro del Canada, Stephen Harper - hanno ribadito la volontà di arrivare «a un accordo internazionale per instaurare un prelievo o una tassa sulle istituzioni finanziarie» nel corso del G-20 di Toronto. La Russia ha invece espresso parare negativo su una tassa per le banche perché teme che possa avere conseguenze negative sull'acceso al credito.




Fonte:
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/ ... d=AYEJBq0B


Eccolo qui il risultato cercato.
Il cambiamento del quadro normativo; le parole sono importanti e in questo caso anche molto trasparenti, per chi vuole vedere.

Ho sottolineato invece una frase fuori contesto: la bce ha rivelato...
come se fosse un'agenzia indipendente che fa i propri affari senza dire niente a nessuno...
E chi lo dice ora alle persone che è proprio così?
Questo è un esempio di articolo da proiettare alle fiere.
Semplice, preciso, lineare. Non si omette niente e si delineano in modo chiaro gli obiettivi del sistema.

Interessante anche il proposito finale di Merkel e Sarkozy; interessante vedere il finale.

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Christian Tambasco

Re: BANCHE

Messaggioda Christian Tambasco » 25 giu 2010, 9:27

fonte: sole24ore In Europa è necessario fare il test allo stress test

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In Europa è necessario fare il test allo stress test
di Luigi Zingales
24 giugno 2010

Lentamente i principali stati europei stanno accettando l'idea proposta dal Segretario del Tesoro Americano Geithner di sottoporre le banche europee ad uno "stress test" (ovvero una verifica della loro solvibilità in vari scenari) e di renderlo pubblico.
Non c'è dubbio che qualcosa si debba fare. Anche se lontana dai massimi dell'immediato dopo Lehman, la tensione sul mercato interbancario europeo è elevata. Le banche hanno paura di prestarsi denaro l'una l'altra perché non sono sicure di rivedere indietro i loro soldi nel caso in cui uno degli stati sovrani fosse costretto a ristrutturare i propri debiti.

Nell'incertezza invece di prestarsi i soldi, accumulano riserve presso la banca centrale europea. Purtroppo questa reazione tende ad innescare un circolo vizioso. Anticipando che le altre istituzioni finaziarie non prestano sul mercato interbancario, ogni banca ha paura di trovarsi senza accesso alla liquidità nel momento in cui possa averne bisogno. Di conseguenza accumula riserve precauzionali presso la banca centrale molto superiori a quelle che detiene normalmente, riducendo ulteriormente i prestiti sul mercato interbancario (e quindi peggiorando la situazione). Per motivi precauzionali, le banche riducono anche i prestiti, con gravi danni per l'economia.

Non sorprende che Geithner suggerisca uno stress test. Fu quello che propose negli Stati Uniti e lì funzionò a meraviglia per risolvere una tensione ancora maggiore sul mercato interbancario che era seguita al fallimento di Lehman. Ma lo stress test non è un rito magico. Prima di applicarlo fideisticamente in Europa è necessario capire perché funzionò negli Stati Uniti, perché, a dire il vero, non era ovvio che funzionasse neppure lì.

Il principio fondamentale sottostante lo stress test è che la tensione sul mercato interbancario sia dovuta all'incertezza. Ciascuna banca teme la solvibilità delle altre perché non è a conoscenza della loro esatta situazione finanziaria. Nell'incertezza si astiene dal prestare a tutte. Lo stress test, mettendo in evidenza chi è effettivamente a rischio, libera dal sospetto le altre banche, facendo ripartire il mercato interbancario.

Perché questo esercizio funzioni, però, è necessario che chi lo fa sia credibile. Se nello stress test la Banca di Spagna scoprisse per ipotesi che il Santander fosse a rischio, avrebbe il coraggio di rivelarlo al mercato? Difficile immaginarlo, perché le conseguenze politiche ed economiche per la Spagna sarebbero molto gravi. Se il mercato anticipa questa possibilità non si fiderà dello stress test. Se il maestro ha un incentivo a promuovere tutti gli studenti, un voto di sufficienza non significa nulla. Come hanno fatto gli americani ad evitare questo rischio?

Nel 2009 Geithner disse chiaramente che lo scopo del test non era di bocciare alcuna banca, ma solo di verificare di quanto capitale ciascuna istituzione finanziaria avesse bisogno. Nel caso una o più banche non riuscissero a reperire i capitali necessari sul mercato, Geithner garantì che il governo li avrebbe forniti. In un momento in cui le banche americane temevano una nazionalizzazione, quest'annuncio fu accolto con sollievo. In Europa, però, finora questa garanzia non e' stata offerta.

Il secondo meccanismo che ha garantito maggiore credibilità allo stress test americano è la condivisione dei criteri con il mercato. Prima di effettuare lo stress test Geithner comunicò gli scenari che avrebbe utilizzato per testare la solvibilità delle banche. Questi scenari erano molto simili a quelli utilizzati dai principali analisti di mercato e questo diede credibilità all'esercizio.

Il problema è che in Europa gli scenari plausibili riguardano la ristrutturazione del debito in vari stati sovrani. E qui sta la difficoltà. Come può qualsiasi istituzione governativa europea ammettere, anche a livello teorico, una possibilità che politicamente nega nella maniera più assoluta? Se lo stress test ammette la possibilità di un default della Grecia e/o di qualche altro stato sovrano mina la credibilità della politica di sostegno varata dai governi europei. Ma se non lo ammette, rende lo stress test assolutamente inutile..


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Se nello stress test la Banca di Spagna scoprisse per ipotesi che il Santander fosse a rischio, avrebbe il coraggio di rivelarlo al mercato? Difficile immaginarlo, perché le conseguenze politiche ed economiche per la Spagna sarebbero molto gravi.
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Nel 2009 Geithner disse chiaramente che lo scopo del test non era di bocciare alcuna banca, ma solo di verificare di quanto capitale ciascuna istituzione finanziaria avesse bisogno. Nel caso una o più banche non riuscissero a reperire i capitali necessari sul mercato, Geithner garantì che il governo li avrebbe forniti. In un momento in cui le banche americane temevano una nazionalizzazione, quest'annuncio fu accolto con sollievo.
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Se lo stress test ammette la possibilità di un default della Grecia e/o di qualche altro stato sovrano mina la credibilità della politica di sostegno varata dai governi europei. Ma se non lo ammette, rende lo stress test assolutamente inutile..
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ancora...

fonte: sole24ore Che stress il test senza regole

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Che stress il test senza regole
di Donato Masciandaro
25 giugno 2010

Nei giorni scorsi le autorità europee hanno espresso la volontà di rendere pubblici gli stress test effettuati sulle banche europee, seguendo – invero con un certo ritardo – la decisione già presa negli Stati Uniti tempo fa. La decisione di aumentare l'informazione sullo stato dei bilanci delle banche dei paesi industrializzati è buona cosa, ma occorre serenamente chiederci: sono informazioni affidabili?

La domanda sorge spontanea pensando alla causa principale della crisi finanziaria - la mancanza d'informazione - e a ciò che non è stato finora fatto in termini di riforma delle regole, a ormai tre anni dall'inizio delle turbolenze finanziarie. È unanime il consenso che il detonatore della crisi finanziaria è stato il cosiddetto "sistema finanziario-ombra".

Soprattutto - ma non solo - negli Stati Uniti diverse banche hanno potuto sfruttare a loro vantaggio due fenomeni tra loro intrecciati: il disallineamento delle regole contabili; l'assenza di mercati regolamentati su taluni strumenti finanziari molto diffusi.

Il disallineamento delle regole di definizione dei bilanci ha consentito alle banche americane di assumersi rischi sproporzionati e occulti agli occhi delle controparti, del mercato, dei controllori. Il fenomeno è talmente acclarato da non richiedere ulteriori rilievi.

Meno scontato è il fatto che disallineamento e opacità sono perduranti. Allo stesso modo, tutti sanno che lo sviluppo non regolamentato degli strumenti derivati ha amplificato le zone d'ombra nei bilanci bancari sia nella dimensione temporale sia in quella geografica. Anche in questo caso, nessuna riforma delle regole ha visto la luce. La ragione è molto semplice: gli interessi a mantenere il sistema non regolamentato sono molto forti. E quello che sta succedendo negli Stati Uniti è emblematico.

Il mercato globale dei derivati ha continuato a svilupparsi nonostante la crisi: nel 2009 ha raggiunto i 541 trilioni di dollari. Gli scambi vedono come operatori dominanti cinque banche, le quali in particolare evidentemente non possono vedere di buon occhio la definizione di un'architettura di regole che disciplini la loro attività.
La definizione di un mercato regolamentato presuppone la costituzione di una stanza di compensazione centrale, che diviene la controparte per ciascuno degli operatori, con obblighi di trasparenza e di garanzia.

Obblighi di trasparenza e garanzia aumentano i benefici per il mercato nel suo complesso, ma riducono i margini unitari per i singoli operatori. Se il mercato, grazie alla sua regolamentazione, si sviluppa, i benefici saranno un'opportunità per tutti.

Ma l'orizzonte temporale di cinque oligopolisti può non coincidere con quello collettivo. Per cui non deve destare stupore che le grandi banche americane abbiamo sviluppato un'intensa attività lobbistica per bloccare, o al minimo smorzare, la politica di regolamentazione che l'amministrazione Obama sta provando a portare avanti.

L'attività lobbistica è diretta, esplicita e implicita, ma anche riflessa. Negli Stati Uniti si sta registrando una forte azione da parte di consumatori affatto particolari: sono le grandi imprese e le amministrazioni pubbliche che utilizzano i derivati per la gestione dei propri bilanci.
Tali consumatori da un lato si dichiarano d'accordo sulla necessità di creare un mercato regolato per i derivati, dall'altro però chiedono che siano esentati da tale regolamentazione tutti gli scambi che non abbiano una finalità speculativa. Peccato che cercare di definire tale esenzione rischi di avere tutte le caratteristiche della probatio diabolica, e di far divenire una zavorra ogni serio tentativo di costruzione del mercato.

Insomma, se si guarda alle banche americane e in generale a tutti quegli intermediari impegnati negli scambi di strumenti derivati, i rischi d'informazione incompleta e parziale sono oggi esattamente identici a quelli del 2007.

Gli stress test hanno l'obiettivo di far conoscere al mercato la capacità delle banche di assorbire eventuali situazioni di turbolenza, ma presuppongono che i bilanci siano completi e veritieri. Inoltre, la robustezza dell'informazione dipende non solo dall'affidabilità della fonte, ma anche dalla credibilità dei controllori. L'inaffidibilità delle informazioni fornite dal sistema bancario americano è stata causata dal suo pessimo disegno della vigilanza: troppe autorità e una banca centrale che fa anche supervisione.

Come fidarsi degli stress test gestiti dallo stesso soggetto che deve controllare le banche, se questa autorità non è indipendente dal potere politico, come è la Fed? E come non osservare che la Fed non appare penalizzata dal progetto di riforma della supervisione che sta per essere approvato? Possiamo come Europa cercare di evitare di imitare gli Stati Uniti, soprattutto quando percorrono strade ad alto rischio?


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La decisione di aumentare l'informazione sullo stato dei bilanci delle banche dei paesi industrializzati è buona cosa, ma occorre serenamente chiederci: sono informazioni affidabili?
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È unanime il consenso che il detonatore della crisi finanziaria è stato il cosiddetto "sistema finanziario-ombra".
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Il disallineamento delle regole di definizione dei bilanci ha consentito alle banche americane di assumersi rischi sproporzionati e occulti agli occhi delle controparti, del mercato, dei controllori. Il fenomeno è talmente acclarato da non richiedere ulteriori rilievi.
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boh l'ultima poi non l'ho capita la Fed è privata e lo dice Draghi in un'audizione al senato neol 2006 per difendere la struttura privatistica della stessa bankitalia, l'autore dell'articolo, aveva appena scritto che l'amministrazione Obama (il politico) è ostacolata dall'attività lobbistica finanziaria-bancaria-industriale (il privato) riguardo la sua riforma, la Fed non controlla le banche, la vigilanza non funziona, i bilanci delle banche non sono affidabili così come la stessa Fed e la colpa è dovuta, indovinate un po':


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L'inaffidibilità delle informazioni fornite dal sistema bancario americano è stata causata dal suo pessimo disegno della vigilanza: troppe autorità e una banca centrale che fa anche supervisione.

Come fidarsi degli stress test gestiti dallo stesso soggetto che deve controllare le banche, se questa autorità non è indipendente dal potere politico, come è la Fed?
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la logica questa sconosciuta a meno di un errore di stampa...

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Christian Tambasco

Re: BANCHE

Messaggioda Christian Tambasco » 25 giu 2010, 15:13

fonte: MEF:sole24ore PIGS chiedono aiuto alla BCE

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che poi PIGS in realtà i gruppi bancari appartenenti ai paesi classificati nel gruppo PIGS

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Da settimane ormai, le banche dei paesi a rischio - Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda - sono sotto pressione. A causa della crisi debitoria che sta colpendo gli stati del Sud Europa, gli istituti di credito di questi paesi hanno difficoltà crescenti a rifinanziarsi sul mercato perché le loro controparti non si fidano dei loro bilanci. Devono quindi rivolgersi alla BCE che da mesi ormai sta garantendo liquidità illimitata a tasso fisso.

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Christian Tambasco

Re: BANCHE

Messaggioda Christian Tambasco » 28 giu 2010, 16:51

continua l'affascinante mondo bancario

fonte: ilmessaggero Allarme Consob sui bond delle banche:
meno rendimenti e più rischi


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Allarme Consob sui bond delle banche:
meno rendimenti e più rischi


28 giugno 2010

ROMA (28 giugno) - La Consob, l'autorità di controllo dei mercati, mette in guardia i risparmiatori italiani sulle obbligazioni vendute dalle banche.

La commissione, ha affermato oggi il presidente, Lamberto Cardia, «pone particolare attenzione» ai bond bancari «considerato che nei portafogli degli investitori retail si rileva la presenza di obbligazioni in prevalenza illiquide e talvolta più rischiose dei titoli di Stato senza che tali rischi siano adeguatamente riflessi nel rendimento offerto». L'analisi sui prospetti di bond bancari più semplici e maggiormente diffusi fra i piccoli risparmiatori, sottolinea ancora l'autorità nella relazione sul 2009, evidenzia inoltre «come i rendimenti di tali strumenti siano spesso inferiori ai tassi dei titoli di Stato o al tasso interbancario a breve scadenza».

Il peso dei bond bancari sulla ricchezza finanziaria delle famiglie negli ultimi quindici anni è cresciuto dal 2% del 1995 al 10,4% del 2009, segnala ancora la Consob, che l'anno scorso era già intervenuta per migliorare la liquidità dei bond bancari, cioè la facilità con cui possono essere rivenduti dai risparmiatori.

Dalla relazione della Consob per il 2009, emerge poi che le famiglie italiane preferiscono le obbligazioni "corporate" ai titoli di Stato, anche se hanno dei rendimenti più bassi dei Bot. La quota delle famiglie che detengono almeno un prodotto rischioso (azioni, obbligazioni, risparmio gestito e polizze vita) è ferma ai livelli del 2008, cioè al 20% rispetto al 25% di fine 2007. La quota di tali strumenti nei portafogli familiari sale dal 38% al 41% ma depositi, risparmio postale e Bot continuano a raccogliere l'ampia maggioranza dei risparmi (59%).

La quota di fondi delle famiglie investita in titoli di Stato è scesa però in un anno dal 18 al 15 per cento (contro il 13% di fine 2007), mentre è aumentata la quota della ricchezza investita in obbligazioni dal 13 al 15 per cento. In aumento anche gli investimenti in prodotti di risparmio gestito (dal 12 al 13%) e in polizze assicurative (dal 7 all'8%).

Quella di Cardia di oggi è stata l'ltima relazione al mercato: il presidente lascia infatti la guida della commissione dopo sette anni. Nella cerimonia di saluti rivolgendosi al suo successore, che con ogni probabilità sarà Antonio Catricalà, attuale presidente dell'Antitrust, Cardia ha espresso «l'augurio più sincero di buon lavoro e di ogni successo. Lo aspetta un compito arduo».


ma sì ce metto pure questa, mi piace quando parlano di oligopoli

fonte: corriere Consob: Cardia, mercato derivati e' opaco. Compito arduo per mio successore

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Consob: Cardia, mercato derivati e' opaco. Compito arduo per mio successore

L'autorità di controllo: «Le obbligazioni degli istituti di credito
hanno spesso tassi inferiori a quelli dei titoli di Stato»

28 giugno 2010

MILANO - Il presidente della Consob, Lamberto Cardia, chiede regole urgenti per il mercato dei derivati. "E' opaco e dominato da pochi operatori oligopolisti - ha spiegato Cardia nell'ultima relazione al mercato - e' urgente ricondurre nel perimetro delle regole e della vigilanza transazioni che avvengono fuori mercato e strumenti finanziari creati dall'innovazione finanziaria". Cardia ha poi aggiunto. "Il mio mandato alla presidenza della Consob e' in scadenza. Dopo sette anni mi accingo a lasciare. Al mio successore l'augurio piu' sincero di buon lavoro e di ogni successo. Lo aspetta un compito arduo". (RCD)

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Re: BANCHE

Messaggioda sandropascucci » 28 giu 2010, 16:58

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La quota di fondi delle famiglie investita in titoli di Stato è scesa però in un anno dal 18 al 15 per cento (contro il 13% di fine 2007)


lo come? e "il debito pubblico italiano è in mano a tutti gli italiani" [beppE grill0] ??
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LorenzoLenzi

Re: BANCHE

Messaggioda LorenzoLenzi » 15 lug 2010, 9:08

Naturalmente, secondo il banchiere, «nessuno è senza peccato e anche le banche hanno una serie di cose da migliorare. :shock:

!
Faissola loda le banche «baluardo», che «gli stress test non penalizzeranno»
di Rossella Bocciarelli
«Ho sempre cercato di garantire l'unità del sistema, anche nei momenti in cui le spinte alla divisione erano molto molto elevate. Spinte a dividere che arrivavano dall'esterno, perchè al nostro interno abbiamo sempre mantenuto la compattezza». Corrado Faissola, presidente uscente dell'Abi, traccia un bilancio dei suoi quattro anni alla guida dell'associazione dei banchieri.
«Quattro anni densi di moltissimi avvenimenti, tra i più drammatici da un secolo a questa parte» afferma, durante la conferenza stampa per anticipare i contenuti della cinquantesima relazione annuale che domani leggerà alla presenza del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, del Governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi e del ministro dell'Economia, Giulio Tremonti.
Ai suoi illustri interlocutori, prima di passare il testimone al nuovo presidente Giuseppe Mussari, Faissola consegnerà un messaggio chiaro: dirà con domani orgoglio che «le banche sono state in questi anni il baluardo più importante per la stabilità del Paese, una stabilità non solo finanziaria, ma anche economica e sociale»; infatti hanno limitato i danni del credit crunch e non hanno abdicato al loro tradizionale ruolo di di sostegno a famiglie e imprese; questo ruolo, rimarca, è elogiato da tutti e per questo oggi si richiede che si agisca «con coerenza», rivedendo il trattamento fiscale per le aziende di credito, a cominciare da quello, particolarmente penalizzante in una situazione post-crisi economica, per le perdite sui crediti.
Faissola argomenta le sue tesi con alcuni numeri. I finanziamenti alle famiglie sono cresciuti a maggio, anno su anno, del 7,7%, contro il 2,4% degli altri paesi europei; gli impieghi al settore privato sono diminuiti dell'1,5%, ma il loro calo è inferiore a quello delle altre banche in Europa, che registrano una riduzione del 3%. Naturalmente, secondo il banchiere, «nessuno è senza peccato e anche le banche hanno una serie di cose da migliorare. Il futuro - ha aggiunto - presuppone una crescita della nostra reputazione nella società e da questa crescita dipenderà nel futuro sempre più la nostra performance reddituale. Se pensiamo di stare sul mercato senza attenzione crescente al cliente, sbagliamo».
Quanto alla solidità presente e prospettica del sistema creditizio italiano, Faissola ha sottolineato che «la capacità di resistenza dell'industria bancaria italiana a scenari avversi è buona».E si è dichiarato «fiducioso» sui risultati degli stress test condotti sui principali istituti di credito europei. Le banche italiane, ha spiegato, «non saranno penalizzate» dagli stress test, anche se «l'attuale situazione dei mercati e gli stessi test confermano che il modello di riferimento che le autorità internazionali hanno non è quello delle nostre banche».

http://www.ilsole24ore.com/art/economia ... d=AYMWIo7B

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lillifata
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Re: BANCHE

Messaggioda lillifata » 19 lug 2010, 7:55

fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2010-07-17/costa-miliardi-euro-banche-133505.shtml?uuid=AY6njm8B#continue


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Costa più di 8 miliardi di euro alle banche italiane il fondo europeo di tutela dei depositi

di Giuseppe Chiellino

17 luglio 2010

MILANO - Gli stress test lanciati su 91 banche dell'Unione europea non sono l'unico elemento di preoccupazione per il sistema bancario. La proposta presentata lunedì scorso a Bruxelles dal commissario al mercato interno, Michel Barnier, di uno schema di tutela dei depositi bancari comune nei 27 paesi membri (Deposit guarantee schemes) ha portato ulteriori motivi di fibrillazione ai vertici degli istituti di credito. Ciò che i banchieri temono di più è la costituzione del fondo di tutela ex-ante dei depositi bancari, fondo che in 10 anni – nelle intenzioni di Barnier - dovrebbe raggiungere i 149 miliardi di euro.


Per il sistema bancario italiano l'onere complessivo si aggira tra gli 8 e gli 8,5 miliardi di euro. La cifra si ricava applicando la percentuale dell'1,5% indicata nella proposta di direttiva Ue all'ammontare dei 'depositi eleggibili' del sistema bancario italiano. Quei depositi, cioè, che sono coperti dalle garanzie e che sono definiti ‘fondi rimborsabili' dal Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd). Un importo, quest'ultimo, che è possibile stimare intorno a 550 miliardi di euro a metà 2010. Rispetto all'ammontare totale dei depositi, i cosiddetti depositi eleggibili comprendono i conti correnti di risparmiatori e imprese, mentre sono esclusi quelli del settore pubblico e delle istituzioni finanziarie, in particolare i depositi interbancari.

Le cifre si ricavano dalla relazione annuale del Fondo interbancario di tutela dei depositi che in Italia oggi garantisce i conti correnti bancari fino a 103mila euro. A fine 2009 i ‘fondi rimborsabili' erano pari a circa 495 miliardi di euro, con una accelerazione nel secondo semestre dell'anno – spiega la relazione annuale del Fitd - provocata dalle tensioni sui mercati finanziari e dovuta alla propensione dei risparmiatori a spostare la liquidità da forme di risparmio non tutelate verso i conti correnti coperti dal fondo interbancario. Tendenza che, secondo fonti autorevoli del settore interpellate dal Sole 24 Ore, è proseguita con lo stesso ritmo anche nella prima metà del 2010. Secondo la proposta di Barnier, che a settembre dovrà essere discussa dall'Europarlamento, i due terzi della cifra (circa 5,5 miliardi per le banche italiane) dovranno essere versati entro i primi quattro anni del decennio.
Settore bancario in allarme
L'entità del contributo chiesto alle banche e la sua accelerazione iniziale hanno messo in allarme il settore che sta già affilando le armi per giungere alla modifica della proposta già a settembre, quando si avvierà la discussione parlamentare sul provvedimento. Giovedì si è svolto a Venezia un incontro del board dello European forum of deposit insurer, che raccoglie i fondi interbancari nazionali, proprio per impostare il lavoro di verifica che non si fermerà neanche ad agosto, per giungere pronti alla riapertura dei uffici a Bruxelles con le modifiche da sollecitare ai parlamentari prima e ai ministri poi.

I criteri sotto accusa e stress test anche per il fondo di garanzia

Oltre alle cifre, preoccupano i criteri adottati per l'analisi del rischio, uno dei parametri di riferimento per definire il contributo di ciascun istituto al fondo, che non terrebbero conto delle forti differenze tra i paesi membri. Ciò tra l'altro impedisce una valutazione puntuale dell'onere a carico dei singoli istituto, per l'impossibilità di accedere a questo tipo di dati. C'è poi chi, come i tedeschi, sulla falsariga di quanto è successo durante al crisi greca, contesta il meccanismo di solidarietà previsto dal Dgs di Barnier, nel timore che i sistemi bancari più solidi debbano farsi carico dei problemi di altri paesi. Da qui a settembre verranno effettuate simulazioni ("veri e propri stress test applicativi"), applicando lo schema immaginato dalla direttiva alle situazioni concrete delle singole banche, nel tentativo di dimostrare a parlamento e commissione che la richiesta, in questo momento, è eccessiva.

La proposta di Profumo di un fondo privato

Vista l'entità dell'impegno chiesto dall'Europa alle banche, non solo italiane, non stupisce, dunque, che nello stesso giorno in cui il commissario Ue si preparava a presentare la sua proposta, il ceo di Unicredit e presidente della Federazione bancaria europea, Alessandro Profumo, in un intervento sul Financial Times proponeva la costituzione, su iniziativa delle stesse banche, di un fondo privato di 20 miliardi di euro, finanziato dai principali istituti dell'Unione, con l'obiettivo di stabilizzare e prevenire le crisi di sistema. Una bella differenza con i 150 miliardi chiesti da Barnier, che diventa ancora più rilevante se si considera il trattamento contabile del fondo proposto dal banchiere: un investimento e non un accantonamento, in modo da non pesare sul bilancio. Una proposta che anche tecnicamente appare di complessa applicazione, come ha sottolineato Mario Sarcinelli sul nostro giornale, e di cui Luigi Zingales ha messo in evidenza le incognite.
Si tratta in ogni caso di uno strumento diverso rispetto a quello proposto da Barnier che punta a creare uno strumento di gestione non traumatica delle crisi bancarie, superando l'attuale di garanzia pubblica sui depositi che grava sui contribuenti. L'obiettivo implicito è anche di rendere omogenee le garanzie sui depositi nei 27 stati membri che oggi contano ben 40 fondi di tutela diversi.


Povere banche...magari avessero una bacchetta magica per stampare tutti i soldini che servono...acciderbolina!!
liliana sgarlata

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Christian Tambasco

Re: BANCHE

Messaggioda Christian Tambasco » 21 lug 2010, 13:26

fonte: blog sole24ore Finanza&Potere di Giuseppe Oddo Gruppi bancari internazionali sempre più dipendenti dallo Stato, soprattutto quelli inglesi e tedeschi

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Gruppi bancari internazionali sempre più dipendenti dallo Stato, soprattutto quelli inglesi e tedeschi
17 giugno 2010 - 21:00

La quota pubblica nelle banche europee è passata, tra il 2007 e il 2009, dal 6% al 25% dell’attivo cumulato dei primi trentadue gruppi creditizi che hanno sede nel Vecchio continente. E le turbolenze sui mercati sono tutt'altro che finite se è corretta l'analisi del direttore generale del Fondo monetario internazione. Dominique Strauss-Kahn ritene non ancora conclusa la crisi finanziaria che attanaglia il sistema bancario internazionale e la giudica una delle più gravi mai verificatasi.
Come emerge dai dati cumulati di R&S, le banche della Gran Bretagna sono quelle con la più elevata presenza pubblica in rapporto all’attivo, con una quota del 48%, seguite da quelle tedesche con il 35 per cento. Le principali nazionalizzazioni sono avvenute tra il terzo trimestre del 2008 e i primi mesi del 2009. Il Tesoro della Gran Bretagna ha altresì sottoscritto aumenti di capitale risultati inoptati e ha acquisito il 70,3% della Rbs (Royal Bank of Scotland) ed il 43,4% della Lloyds Banking Group nata della fusione tra Lloyds Tsb e Hbos.
Nel corso del 2008 la stessa Gran Bretagna ha nazionalizzato altri due istituti in difficoltà: Northern Rock e Bradford & Bingley. E nel dicembre del 2009 ha sottoscritto ulteriori azioni, senza diritto di voto ma convertibili in ordinarie, della Rbs portando la sua quota all'84,4 per cento.
Il Belgio, anche attraverso propri enti regionali, e la Francia sono entrati, ciascuno con il 5,7% del capitale, nella Dexia, dove l'ente francese Caisse de Dépôts et Consignations ha incrementato la propria partecipazione al 17,6%, portando in totale la componente pubblica oltre il 50% del capitale sociale.
L'Olanda ha rilevato la totalità delle attività bancarie e assicurative olandesi del gruppo Fortis. Le prime sono raggruppate nella Fortis Bank Nederland di cui Belgio e Lussemburgo hanno rilevato le attività bancarie nei rispettivi Paesi. Nel maggio del 2009 la Fortis Bank è stata poi riprivatizzata. La maggioranza del capitale è stata venduta alla Bnp Paribas. Questa in cambio ha ceduto azioni di nuova emissione a Belgio e Lussemburgo, che sono così entrati nel capitale dell'istituto francese con quote, nell'ordine, dell’11,6% e dell’1,2 per cento.
La Germania in diverse, anche attraverso un’offerta pubblica di acquisto, ha acquisito la maggioranza della Hypo Real Estate Holding.
Sempre tra il 2007 e il 2009, alcuni Stati europei hanno comperato partecipazioni di minoranza nelle banche.
La Francia ha tramutato in azioni senza diritto di voto (non convertibili in ordinarie) prestiti cosiddetti subordinati concessi nel dicembre del 2008 alla Bnp Paribas e alla SocGen (Société Générale), acquisendo quote rispettivamente del 14,9% e del 7%
del capitale versato. Nel quarto trimestre del 2009, poi, queste banche hanno
riacquistato e annullato le azioni detenute dallo Stato francese, finanziando l’operazione con aumenti di capitale collocati sul mercato.
La Germania è entrato con il 25% più un'azione nel capitale della Commerzbank, la quale ha acquisito la Dresdner Bank dal colosso assicurativo Allianz, e s'è presa tramite la Deutsche Post l’8% della Deutsche Bank.
Nell’agosto del 2009 la Svizzera ha convertito in azioni Ubs le obbligazioni che aveva sottoscritte nell’ottobre del 2008, acquisendo così il 9,3% di uno dei due maggiori gruppi creditizi nazionali. La partecipazione è stata quindi ceduta integralmente sul mercato.
Lo Stato svedese è presente nel capitale della Nordea Bank con una quota storica intorno al 20 per cento.
E passiamo agli Stati Uniti d'America. Nell'ultimo trimestre del 2008 e nel gennaio del 2009, il Tesoro Usa è intervenuto a sostegno delle banche nazionali (tra cui i tredici gruppi compresi nel campione di R&S) sottoscrivendo azioni privilegiate senza diritto di voto, non convertibili in ordinarie, abbinate a warrant decennali per l’acquisto di azioni ordinarie. L’investimento, per le tredici banche del campione, è stato in tottale di 182 miliardi di dollari (di cui 34 el 2009). Nel corso del 2009 le stesse banche hanno rimborsato 131 miliardi raccogliendo risorse sul mercato dei capitali.
Nel luglio 2009 la Citigroup ha completato un’offerta privata e pubblica di scambio (di azioni privilegiate in azioni ordinarie) alla quale ha partecipato per un ammontare di 25 miliardi di dollari nominali il Tesoro Usa. Questi ha conferito parte delle azioni privilegiate che aveva sottoscritto nel 2008, acquisendo così il 33,6% del capitale ordinario della banca. Questa quota nel 2009 è stata diluita al 27 per cento.

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Christian Tambasco

Re: BANCHE

Messaggioda Christian Tambasco » 21 lug 2010, 13:27

fonte: ANSA Banche: ottimismo su stress test

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Banche: ottimismo su stress test
Domani big da Trichet, polemiche non si placano

20 luglio, 19:53

(ANSA) - FRANCOFORTE, 20 LUG - Politici, autorita' di controllo e singole banche. In Europa tutti si affrettano a lanciare messaggi per l'esito degli stress test. Condotti sugli istituti del Vecchio Continente, i test verranno diffusi venerdi'. Domani il presidente della Bce Trichet vedra' i principali banchieri europei a Francoforte in un incontro proprio sui test. Ma le polemiche non si placano. Si accusa i test di essere troppo 'blandi' e di promuovere la quasi totalita' delle 91 banche interessate.


fonte: ANSA Bri: tornano a salire prestiti banche

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Bri: tornano a salire prestiti banche
Nel primo trimestre +2%, prima volta da settembre 2008

21 luglio, 10:16

(ANSA) - FRANCOFORTE,21 LUG - Per la prima volta dal settembre 2008 e' ripresa l'attivita' internazionale delle banche: nel primo trimestre 2010 a 700 mld dlr (+2%). Lo rileva la Bri, la Banca dei Regolamenti Internazionali, nel rapporto trimestrale. La svolta e' arrivata in particolare dalle banche negli Stati Uniti e Gran Bretagna (che rappresentano circa la meta' dell'aumento trimestrale) che hanno ripreso a investire all'estero in maniera consistente. In aumento anche l'attivita' dei paesi emergenti.

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domenico.damico

Re: BANCHE

Messaggioda domenico.damico » 28 lug 2010, 12:05

Che stress un test per le banche centrali

Possiamo discutere sui dettagli degli stress test ai quali sono state sottoposte le banche sulle due sponde dell'Atlantico, ma la logica che sta alla base è irrefutabile. In tempi normali, l'attività bancaria è redditizia. In momenti difficili serve capitale aggiuntivo. Quanto, è in funzione dell'esposizione specifica di ogni banca e della probabilità di una concomitanza di eventi economici e di mercato.

Questa logica ora va applicata alle banche centrali mondiali. Anche se l'idea è puramente ipotetica (nessuna istituzione sovranazionale, come il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale o la Banca dei regolamenti internazionali dispone di un'autorità simile) un'operazione del genere metterebbe in luce incrinature fondamentali nel sistema finanziario globale e forse aiuterebbe a ripararle. La gestione delle banche centrali resta un'attività esclusivamente di competenza degli stati (...ma sei sicuro?) , ma vi sono tendenze crescenti e paurosamente simili fra banche pubbliche e private per quel che concerne la generazione del rischio e le attività di mitigazione. Le banche centrali non "falliscono", ma possono perdere denaro, tantissimo denaro ( e quindi? che significa? spiegalo no...il denaro lo PRODUCONO LORO) . Nello scenario peggiore, potrebbero servire centinaia di miliardi di capitale aggiuntivo, finanziato con fondi pubblici, per ripristinare la loro credibilità. (eccola la parolina...credibilità...)

L'attività delle banche centrali in tempi normali è redditizia, grazie principalmente ai proventi del signoraggio, cioè la differenza di rendimento fra le banconote e le monete in circolazione e gli utili incassati dai titoli a reddito fisso che ogni banca centrale conserva a fronte di queste passività. Ma questa fonte di introiti si è drasticamente ridotta con il calo dei rendimenti nominali dei titoli di stato. Contemporaneamente, la socializzazione occulta del rischio tramite lo stato patrimoniale della banca centrale (attraverso politiche di espansione quantitativa e interventi sul cambio) ha creato un'esposizione senza precedenti, che in gran parte non può essere coperta. Questi rischi, sommati insieme, valgono ormai circa il 20% del prodotto interno lordo mondiale. La valuta, il credito e/o i rischi legati al tasso d'interesse per alcune autorità monetarie ormai sono talmente elevati che determinati movimenti del mercato produrrebbero perdite catastrofiche.

Prendiamo le banche centrali dell'Asia, con le loro riserve in valuta estera per complessivi 5mila miliardi di dollari. Questi asset spesso vengono visti, erroneamente, come un segno di forza. Dal momento che la stragrande maggioranza dei titoli a fronte di queste riserve sono denominati in valuta locale, un prolungato periodo di debolezza del dollaro e/o dell'euro genererebbe perdite al prezzo di mercato senza precedenti.
Una rivalutazione del 20% del renminbi rispetto alle attività in valuta estera detenute della banca popolare cinese si tradurrebbe quindi in un colpo alle finanze pubbliche cinesi nell'ordine di circa il 10% del Pil. Una rivalutazione di proporzioni analoghe del dollaro di Singapore o del dollaro di Taiwan genererebbe perdite pari a quasi il doppio di questa percentuale, rispetto al Pil dei due paesi. Le perdite sarebbero ancora maggiori per quelle istituzioni, come l'Autorità monetaria di Hong Kong, dove le valute sono ancorate al dollaro.
I disallineamenti valutari, tuttavia, non sono ragione di preoccupazione solo per le banche centrali asiatiche. Negli ultimi 14 mesi, la banca nazionale svizzera ha speso più di 150 miliardi di franchi svizzeri (110 miliardi di euro), vale a dire circa il 30% del Pil del paese elvetico, per accumulare euro nel futile tentativo di frenare l'apprezzamento del franco. Le perdite al prezzo di mercato su queste posizioni secondo recenti calcoli hanno superato la cifra di 20 miliardi di franchi (3mila franchi per ogni cittadino svizzero). Un ulteriore apprezzamento del 10% del franco svizzero rispetto all'euro genererebbe altre perdite al prezzo di mercato per una quantità pari al 3% del Pil. Perdite del genere, se non finanziariamente insostenibili, lo sono politicamente.


La Banca centrale europea, la Federal Reserve e la Banca d'Inghilterra hanno il vantaggio di avere il grosso delle proprie attività e passività denominate nella stessa valuta. Tuttavia, con uno stato patrimoniale complessivo pari al 20% del loro Pil sommato insieme, la loro esposizione creditizia e rispetto al tasso di interesse non è meno preoccupante dei rischi di traduzione valutaria con cui devono fare i conti i loro colleghi svizzeri e asiatici.
In questo momento si calcola che il sistema europeo delle banche centrali (Sebc) possieda il 40% dei titoli di stato greci e il 20% dei titoli di stato spagnoli in circolazione. A seconda della gravità, una ristrutturazione del debito pubblico in Grecia o in Spagna potrebbe generare perdite di miliardi per il Sebc. Nel caso della Fed, che attualmente detiene mutui per un valore di oltre mille miliardi di dollari, un incremento dei tassi d'interesse americani dell'1% potrebbe generare perdite al prezzo di mercato di almeno 50 miliardi di dollari, più di tutti i profitti versati dalla Fed al Tesoro lo scorso anno.
In un mondo in cui barcolliamo dall'inconcepibile al probabile senza avere il tempo di immaginare il possibile, l'eventualità che banche centrali eccessivamente esposte possano minare la credibilità dei propri governi è qualcosa da prendere sul serio. Le banche centrali hanno alcuni vantaggi peculiari.


Stabiliscono autonomamente le proprie regole contabili, operano con poco capitale proprio, non sono tenute a dar conto nel dettaglio delle loro attività finanziarie e raramente hanno azionisti da accontentare. Ma da decenni sono impegnate a socializzare i rischi, e il ritmo si è accelerato dal momento del fallimento della Lehman Brothers. Certi movimenti delle valute e dei tassi d'interesse, abbinati a default relativamente modesti sui titoli di stato, possono vanificare questi vantaggi. L'indipendenza e la credibilità delle Banche centrali non può resistere a lungo in presenza di perdite debilitanti.
I cittadini hanno diritto di sapere quanti dei loro soldi sono a rischio nel mondo delle banche centrali. La trasparenza è il miglior disinfettante per tutte le banche, non solo quelle private. (Aò...MA CHE TE VUOI ISCRIVE AL PRIMIT?)

Terrence Keeley
Senior managing principal della Sovereign Trends, Llc
(Traduzione di Fabio Galimberti)
Copyright Financial Times

Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/ ... d=AYk6LeBC

P.S. in verde commenti miei...

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Christian Tambasco

Re: BANCHE

Messaggioda Christian Tambasco » 30 lug 2010, 13:01

fonte: sole24ore La passione di Berlino per gli aiuti alle banche

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La passione di Berlino per gli aiuti alle banche

30 luglio 2010

Non sempre le stime si rivelano esatte, ma sono sempre utili per farsi un'idea. Christoph Kaserer, professore a Monaco, ha cercato di capire quanto costerà complessivamente il salvataggio delle banche tedesche dopo la crisi del 2007-2008: tra i 34 e i 52 miliardi di euro, a seconda dello scenario, vale a dire tra l'1,4 e il 2,2% del Pil tedesco.

A ricevere il sostegno dello stato in questi anni sono state tra le altre Commerzbank, Hypo Real Estate, Ikb, per non parlare delle Landesbanken. Il rapporto scritto per un'istituzione di Colonia che promuove le riforme economiche è un atto di accusa nei confronti delle banche pubbliche che assorbiranno l'80% degli aiuti statali: «È il prezzo da pagare per una cattiva gestione del rischio e per un modello di business carente». La crisi convincerà il mondo politico ad abbandonare la presa e ad accettare una drastica ristrutturazione del settore? Le molte reticenze tedesche ai recenti e imbarazzanti stress test europei inducono per ora alla cautela. (B.R.)

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Christian Tambasco

Re: BANCHE

Messaggioda Christian Tambasco » 30 lug 2010, 14:03

notizia non proprio recente...certo chi se lo sarebbe mai creso un comportamento del genere dalle banche :mrgreen:

fonte: sole24ore Banca Santander trova l'autovelox

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Banca Santander trova l'autovelox

2 giugno 2010

Correvano un po' troppo quei tassi sui prestiti personali da «pole position» di Banca Santander. Non per niente la campagna pubblicitaria si avvaleva di un testimonial d'eccezione: la fiammante Ferrari F1 2010 di Fernando Alonso e Felipe Massa. Sul sito internet si leggeva in bella evidenza Taeg (tasso annuo effettivo globale) massimo 8,50%, ma se si provava a riempire i campi per ricevere un preventivo il contachilometri finiva per superare ampiamente questo limite. Ora però il prestito personale Gored di Santander Consumer Bank è incappato in una pattuglia. Già, perché dopo una segnalazione operata dall'associazione dei consumatori Aduc, l'Antitrust ha deciso di aprire un'istruttoria per verificare l'effettiva correttezza della condotta commerciale. Sarà un caso, fanno notare dall'Aduc, ma nel frattempo Banca Santander ha provveduto a correggere la pagina internet, dove adesso campeggia un più veritiero Taeg massimo 11,70%. In fondo, se fosse possibile, chi resisterebbe alla tentazione di tarare a proprio piacimento l'odiatissimo autovelox? (Ma.Ce.)

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Christian Tambasco

Re: BANCHE

Messaggioda Christian Tambasco » 6 ago 2010, 9:19

fonte: ItaliaOggi Banche a rischio

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Banche a rischio
Trascurate variabili come liquidità e bond a scadenza
Gli stress test europei non convincono

di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**
* Sottosegretario all'economia nel governo Prodi
** Economist

05 agosto 2010

I tentativi poco convincenti di mostrare a tutti i costi che le banche europee godono di buona salute non possono che sollevare dubbi. Per certi versi a medio termine l'effetto degli stress test compiuti su 91 banche dal Committee of European Banking Supervisors (Cebs) nelle settimane passate potrebbe essere ulteriormente destabilizzante.

Certo, i mercati e i media finanziari, per qualche giorno, hanno goduto delle iniezioni di ottimismo derivanti dall'annuncio che soltanto 7 delle 91 banche valutate hanno fallito il test. Però alcune analisi più precise ci riportano alla realtà di una crisi non risolta e non adeguatamente affrontata. Il Cebs, formato da rappresentanti delle agenzie di controllo e delle banche centrali dell'Ue, aveva presentato due scenari economici. Il primo era tutto improntato al positivo, con una crescita del Pil dell'Ue dell'1% nel 2010 e dell'1,7% nel 2011. Il secondo, l'«adverse scenario», simulava al computer il comportamento delle banche in condizioni di crescita zero del Pil nel 2010 e di una riduzione dello 0,4% nel 2011. Considerava anche un possibile shock per i titoli sovrani in una condizione simile a quella della Grecia del maggio scorso. Esplicitamente però non è mai stato preso in considerazione il rischio di un default nazionale. Ma proprio il «rischio Argentina», che si è corso in Grecia, è stato evitato grazie ad una massiccia operazione di salvataggio dei paesi dell'Europa. Il test ha cercato di valutare il rischio dei crediti e di stabilire se le banche abbiano un capitale proprio adeguato ad affrontarlo. Il loro Tier 1 non dovrebbe mai essere inferiore al 6% delle attività. Invece il rischio di liquidità non è stato testato, ritenendo forse la piena e continua disponibilità della Bce a concedere illimitati crediti di emergenza. L'authority preposta ai test ha accettato come corretti e validi i valori nominali delle attività in bilancio, a cominciare dai bond degli stati. Se essi fossero stati considerati al loro attuale valore di mercato, il risultato sarebbe stato completamente differente. I titoli detenuti dalle banche sono classificati in tre categorie: quelli per attività a breve, quelli detenuti fino alla loro scadenza e il resto per vendite. Per le banche europee i secondi rappresentano in media il 75-80% del totale. Per le banche italiane si stimano intorno al 70%, mentre per quelle tedesche al 90%. E il test non ha riguardato proprio i titoli della seconda categoria. Anche la Bce ha ammesso che ciò ha mitigato la dimensione del rischio e degli aggiustamenti necessari. Infatti, se anche questi bond fossero stati testati, ben 22 banche non avrebbero superato l'esame. Non è quindi un caso che le banche tedesche si siano rifiutate di rivelare la vera entità dei titoli sovrani iscritti nei loro libri contabili. Inoltre si ricordi che 38 delle 91 banche, a partire da quelle inglesi, hanno nei loro bilanci ben 197 miliardi di euro derivanti dagli aiuti dati dai governi. A fine giugno la Bce aveva linee di credito aperte con gli stati membri per 870 miliardi di euro, di cui il 42% era andato a Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna. Tutte cose che hanno aiutato ad abbellire le situazioni più precarie. In prospettiva restano perciò molte ombre sulla capacità delle banche europee a far fronte all'evolversi della crisi. In competizione con i governi, in cerca di fondi e di compratori per i loro titoli, le banche europee hanno 3.300 miliardi di euro di obbligazioni da rifinanziare entro il 2015. Una cosa emerge chiaramente dai recenti stress test: le banche europee, così come quelle internazionali, non possono far «convivere» la parte sana delle loro attività, quella della raccolta del risparmio e della concessione di crediti agli investimenti, con i titoli tossici e le componenti speculative dei derivati. Cercare di coprire questa distorsione con dei dati addomesticati, non risolve in alcun modo i problemi sistemici di fondo. Sarebbe davvero strano se l'Europa fornisse alibi a certe lobby bancarie che presentano gli stress test come un non-evento in quanto, dicono, saremmo di fronte non a una crisi delle banche ma a una crisi derivante dai debiti pubblici. Noi continuiamo a sostenere che sia sempre più necessario un accordo globale per separare i valori «veri» dai titoli tossici mischiati nei bilanci delle banche. I titoli tossici devono essere identificati e messi in «aree di parcheggio» ad hoc per smaltirli in un processo virtuoso di lungo periodo.


BUFFONI - BUFFONI - BUFFONI...n volte BUFFONI dove n=∞

sandropascucci
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Re: BANCHE

Messaggioda sandropascucci » 6 ago 2010, 9:40

> le banche tedesche si siano rifiutate di rivelare la vera entità dei titoli sovrani iscritti nei loro libri contabili

ma come funziona? se io mi rifiuto di mostrare l'abbonamento del treno
(DI CUI LORO HANNO PURE LA MATRICE!!) mi fanno scendere con la multa..
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Christian Tambasco

Re: BANCHE

Messaggioda Christian Tambasco » 6 ago 2010, 11:16

fonte: Repubblica Quando il risparmio fa crac
venti miliardi andati in fumo


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Quando il risparmio fa crac
venti miliardi andati in fumo

Tanto hanno perso i "bot-people", dall'Argentina alla Parmalat. Un milione gli investitori traditi, il muro delle banche. Solo il 26% è stato rimborsato
di ETTORE LIVINI

06 agosto 2010

Un milione di italiani coinvolti. E 20 miliardi di risparmi (a volte tutti quelli messi da parte in una vita di lavoro) andati in fumo. La contabilità dei danni patiti dagli ex-Bot-people per gli scandali e i crac finanziari di inizio millennio è un numero, purtroppo, in continua evoluzione. L'Argentina ha quasi chiuso la scorsa settimana le sue pendenze con l'ultimo drappello dei 440mila investitori tricolori travolti dal default dei Tango Bond di Buenos Aires restituendo loro il 35% di quanto avevano investito. Decine di migliaia di ex azionisti Giacomelli, Finmatica e Parmalat conservano ancora nei loro conti in banca titoli diventati carta straccia. Normale amministrazione in un paese dove l'educazione finanziaria è vicina allo zero, i debiti non li onora nemmeno lo Stato (vedi i bond Alitalia rimborsati al 70,9%) e dove gli ex-obbligazionisti della Finmek - per sperare di rivedere qualche centesimo dei 150 milioni versati nelle casse del gruppo - dovranno aspettare l'esito delle cause con le banche: prima udienza fissata nel 2017.... Il bilancio di questo Monòpoli a perdere è nei numeri: i risparmiatori italiani, orfani delle super-cedole dell'era della lira, hanno perso l'orientamento. Traditi dal miraggio di rendimenti da sogno, da truffatori di professione e da consulenti interessati hanno puntato dal 2000 ad oggi 27 miliardi su aziende e Stati finiti poi ko. E ad oggi sono riusciti a rientrare solo del 26% circa del capitale che avevano investito. C'è la speranza di recuperare ancora qualcosa? Qual è stato il ruolo, nel bene e nel male, delle banche e dei consulenti? E la durissima lezione degli ultimi dieci anni, almeno, è servita a qualcosa?

LA CLASSIFICA DEI RIMBORSI
Carta canta. Argentina e Parmalat, le due Caporetto del risparmio italiano (560mila persone e 21 miliardi in ballo) sono i casi in cui, alla fine, si è perso di meno. La doppia offerta di Buenos Aires ha garantito poco più di un terzo del capitale. Chi non ha accettato, ha ora davanti un iter giudiziario ad ostacoli ancora alle prime battute. La cura di Enrico Bondi non ha potuto salvare gli azionisti Parmalat ma ha regalato ai titolari di bond di Collecchio - travolti dal buco da 14 miliardi - un rientro forse inatteso. Il rilancio industriale del gruppo ha consentito di trasformare i loro bond in azioni. Le transazioni da 2 miliardi chiude hanno fatto correre i titoli. E oggi i "sopravvissuti" ai Tanzi hanno recuperato - dividendi compresi - quasi il 40% dei loro quattrini.
Un po' più lento è stato l'iter del gruppo Cirio. I tre commissari hanno venduto attività per circa 390 milioni, di cui 325 sono già stati girati ai risparmiatori che avevano comprato bond da Sergio Cragnotti per 1,15 miliardi. Delle sette emissioni, tre sono state rimborsate con percentuali tra il 6,25% e il 50%. "E due altre restituzioni sono ormai in rettilineo d'arrivo - assicura il Commissario Luigi Farenga - in attesa dell'appello sulla sentenza che ha obbligato Capitalia, ora Unicredit a risarcirci per 300 milioni".

I GUAI DEI PICCOLI
Il discorso è diverso per i crac minori, quelli "fuori dai riflettori della pubblica opinione", come li chiama Gianluca Vidal, commissario straordinario della Finmek. Qui di polpa da vendere ne resta poca, le cause sono più difficili da seguire. E i rimborsi si misurano con il contagocce. Giacomelli, per dire, ha portato in libri in tribunale con pochissime attività da vendere visto che dei suoi negozi di articoli sportivi controllava solo i marchi. I curatori hanno recuperato 25 milioni da una transazione con Deloitte, piazzato a prezzi di realizzo qualche piccolo asset. "Ma di soldi per ora zero", si lamenta Ernesto Falcone che in tasca si trova 6mila euro di bond del gruppo. "E zero rimarranno anche secondo noi" scommette Marco Elser, socio fondatore di Advicorp, società italo-inglese che fa un po' da punto di riferimento per i valori dei cosiddetti titoli-spazzatura. "Il motivo è semplice - spiega Vidal - . Quando queste piccole aziende stanno per fallire, le prime spese che non pagano sono le tasse e il Tfr. Fisco e dipendenti sono creditori privilegiati. E così gli obbligazionisti arrivano di solito per ultimi". E restano spesso, alla fine, con un pugno di mosche in mano. Per molti un disastro umano: "Una pensionata di 89 anni mi ha scritto che non poteva più mangiare perché aveva perso tutti i suoi risparmi, 15mila euro, con i bond Finmek - continua Vidal - . Ma io non posso farci niente. Ho fatto causa alle banche e non ho il coraggio di dirle che la prima udienza è nel 2017!". "È il solito problema italiano: la giustizia è troppo lenta", conferma Antonio Passantino, alla guida del fallimento Finmatica, ex star della new economy caduta dalle stelle alle stalle per distrazioni in bilancio. Lui ai risparmiatori ha restituito il 7% ma una nuova tranche "arriverà entro qualche mese". E per Elser il recupero finale sarà tra il 15 e il 20%.

I crac di Serie B, insomma, sono figli di un Dio minore. "Noi non siamo mai stati ricevuto da un curatore fallimentare pagato profumatamente - dice Marcello Gualtieri, rappresentante degli obbligazionisti Finpart - . Non è stato emesso un comunicato per spiegarci cosa stava succedendo, nemmeno con un sito internet". Anche se, magra consolazione, lui e i suoi soci hanno già recuperato il 15% del capitale investito.

IL RUOLO DELLE BANCHE
Luisa Riffaldi Cambieri, 80 anni, una vita di lavoro alle Generali in Piazza Cordusio a Milano, ha un sorriso amaro: "Ho vissuto la guerra, ho passato anni a tirare la cinghia. Poi, alla fine, a rovinarmi la vita è stata l'ultima persona che mi aspettavo: il mio banchiere di fiducia". "Sono stata cliente dal '52 della stessa agenzia sotto casa mia, in Porta Romana - continua - . Dieci anni fa, quando io il mio povero marito abbiamo ritirato la liquidazione, siamo andati a chieder consiglio a loro su come investirla. Di chi altro dovevamo fidarci?". Con il senno di poi è facile a dirsi: di chiunque altro. "Tutti i miei risparmi, 33mila euro, sono stati investiti in bond Parmalat. I 25mila euro messi da parte da mio marito dopo una vita alla saldatrice, sono finiti in titoli Argentini. E badi bene che avevo detto di non esser golosa di rendimenti alti". Più bassi di così, in effetti, è difficile. La signora Luisa oggi ha in tasca circa 6mila euro di azioni di Collecchio ("se non avessi 80 anni andrei ad aspettare Tanzi sotto casa con il bastone...") e un bond di Buenos Aires che verrà pagato nel 2038. "Quando avrò 108 anni!".

È stata imprudente lei o è stata mal consigliata dalla banca? "La verità è che il mondo bancario ha i suoi interessi e negli ultimi anni ha piazzato titoli ad alto rischio a investitori sprovveduti", dice forte della sua esperienza Antonio Passantino, il liquidatore di Finmatica. La vecchia Popolare Lodi regalava auto di lusso agli impiegati che riuscivano a collocare più bond del gruppo. "Per un bel po' di tempo abbiamo venduto solo polizze, certificati di investimenti e altre invenzioni finanziarie con un'unica costante: realizzare commissioni al 10% per la banca", ha ammesso "Un bancario in crisi" in una lettera a Il Sole 24 Ore pochi mesi fa.
Generalizzare, naturalmente, è un errore. Ci sono banche che hanno fatto bene il loro mestiere, altre meno. Ma qualche problema c'è, se come ricorda Elio Lanutti - parlamentare Idv e presidente della commissione finanze del Senato - "sul sito di Patti chiari, il portale voluto dalle stesse banche per garantire trasparenza e informazioni ai consumatori, i bond Lehamn sono rimasti nella categoria dei titoli a basso rischio anche dopo il crac della banca Usa".

LA STRADA (IN SALITA) DELLE CAUSE
Le banche, forse con un po' di coda di paglia, hanno provato a metterci una toppa. Già dal 2005 hanno aperto tavoli di conciliazione con i propri clienti, esaminando caso per caso se erano stati venduti prodotti finanziari a rischio senza adeguate informazioni. Dati ufficiali non ce ne sono, ma le indiscrezioni parlano di circa 30mila richieste di rimborso, accolte più o meno nel 50% dei casi con la restituzione di cifre comprese in media tra il 20 e l'80% del capitale investito. Dopo Lehman e Islanda in molti hanno preferito rimborsare, spesso al 100%, sofisticate polizze index-linked e altri prodotti strutturati la cui caratteristica principale, dal punto di vista del venditore, era il margine di guadagno altissimo. "Qualche volta gli istituti sono arrivati a ribaltare le carte in tavola - accusa Lanutti - . Come su Argentina e Parmalat dove si sono inventati "task force" per aiutare le cause dei risparmiatori contro Buenos Aires e Collecchio solo per evitare quelle contro di loro".

L'Italia del resto, come testimonia la nostra ingloriosa leadership europea per numero di vittime di Argentina e Lehman, è un paese a basso tasso di consapevolezza finanziaria. Incapace non solo di prevenire i guai ma pure di affrontarli quando capitano. Alle banche, come ai medici, si crede quasi per fede. E pochissimi, non a caso, hanno scelto la strada del muro contro muro, chiedendo loro risarcimenti per vie legali dopo essere stati travolti dai crac.

"La causa individuale costa troppo", ammette Carlo Federico Grosso, rappresentante del Comitato di 32mila correntisti di Intesa SanPaolo che si sono costituiti parte civile nei processi Parmalat incassando già 75 milioni. "A me hanno chiesto 600 euro solo per aprire la pratica, si figuri", dice la signora Luisa. Lo stesso Ombudsman bancario, l'organismo incaricato di trovare una conciliazione tra banche e risparmiatori su queste questioni, ha affrontato negli ultimi anni circa 4mila casi ogni dodici mesi, una goccia nell'oceano dei truffati. Oggi poi, grazie alle firme in calce alla voluminosa (e spesso illeggibile) documentazione informativa imposta dalle nuove norme della Mifid per testimoniare l'avvenuta informazione, le banche hanno ridotto quasi a zero i rischi di contenzioso.

L'ARMA SPUNTATA DELLA CLASS ACTION
La Mifid non è l'unica eredità normativa tricolore della stagione degli scandali. L'altra, in teoria più importante, è la nuova legge sulla class action. L'arma letale con cui - da Erin Brockovich in poi - i risparmiatori Usa hanno vinto le loro epiche battaglie contro i responsabili dei crac di inizio millennio. I vantaggi della causa collettiva - che nel solo caso Enron, per dare un'idea, ha consentito di recuperare da banche d'affari e società di rating varie 7,6 miliardi di dollari - sono chiari: tutti i presunti danneggiati si uniscono in un'unica grande azione legale coordinata da figure esperte e autorizzate. Risultato: si dividono le spese e la massa d'urto per far valere le proprie ragioni è decisamente superiore. Il potenziale è enorme. Se tutti i risparmiatori europei travolti da Enron, Tyco, Lehman e Bear Stearns varie si fossero uniti alle cause Usa avrebbero recuperato 3,6 miliardi in più, calcola il Think tank inglese Goal.

Peccato che la class action all'italiana, come spesso accade da noi, sia nata zoppa. Se non altro perché non prevede la retroattività. L'azione è possibile solo per fatti avvenuti dopo il 16 agosto 2009. Salvando così i responsabili dei crac Parmalat, Cirio & C. "Senz'altro è uno strumento utile", ammette Elser anche se "ci vorrà del tempo per riuscire a capire come farlo funzionare", dice Grosso. La legge però - dicono gli esperti - lascia molte aree grigie sulla sua applicabilità per reati legati ai crac finanziari. Toccherà così ai singoli tribunali valutarne le possibilità d'applicazione. E se il buongiorno si vede dal mattino, il cammino sarà in salita: la prima class action tricolore - una causa varata da Codacons contro IntesaSanpaolo sulle commissioni di massimo scoperto - è stata bocciata come inammissibile. La via crucis dell'armata Brancaleone del risparmio tradito nel Belpaese, purtroppo, non è ancora finita.


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il mio banchiere di fiducia
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Alle banche, come ai medici, si crede quasi per fede
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Christian Tambasco

Re: BANCHE

Messaggioda Christian Tambasco » 12 ago 2010, 11:26

"Che cos'è una rapina in banca a confronto della fondazione di una banca?" da signoraggio.com
[Bertolt Brecht]

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fonte: rassegna stampa MEF - Il Messaggero Il caso Cacciapuoti

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Christian Tambasco

Re: BANCHE

Messaggioda Christian Tambasco » 6 ott 2010, 10:20

fonte: sole24ore Il salvataggio di Anglo-Irish bank mette a rischio gli affari dell'immobiliarista socio di Bono Vox

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Il salvataggio di Anglo-Irish bank mette a rischio gli affari dell'immobiliarista socio di Bono Vox
di Andrea Franceschi
5 ottobre 2010

Tra i suoi soci ci sono le rockstar Bono Vox e The Edge, rispettivamente voce e chitarra della degli U2. Patrick McKillen è co-proprietario insieme ai due musicisti del Clarence hotel, uno degli alberghi più lussuosi di Dublino, sulle rive del fiume Liffey. Ma più che i suoi affari nella madre patria, sono quelli oltreoceano a turbare i sonni del 55enne immobiliarista irlandese. Tutto è legato al salvataggio della banca Anglo Irish, il cui dissesto finanziario rischia di avere pesanti conseguenze sui conti pubblici di Dublino (e dell'Eurozona),

Per i suoi affari immobiliari infatti McKillen ha contratto prestiti per un ammontare di oltre due miliardi di dollari con Anglo Irish e altre banche irlandesi, poi travolte dalla crisi. Mutui ipotecari per l'acquisto di immobili di pregio negli Stati Uniti. Affari che, a suo parere, rischiano ora di essere gravemente compromessi dalla nazionalizzazione decisa dal governo irlandese. Per questo motivo ha dato mandato ai suoi avvocati di fare causa alla Nama, l'agenzia governativa creata a maggio 2009 per cartolarizzare 81 miliardi di prestiti erogati dagli istituti irlandesi colpiti dalla crisi.

Il timore di McKillen è che alla «bad bank» governativa possano finire non solo i cosiddetti crediti deteriorati (quelli ad alto rischio insolvenza) ma anche quelli in buono stato di salute (come i suoi). La Nama infatti dovrà cercare di rivenderli sul mercato e c'è il rischio che i pezzi più pregiati del portafoglio delle banche finiscano, a prezzi scontati, a fondi speculativi più interessati a mettere subito le mani sugli immobili (che garantiscono i mutui) piuttosto che incassare a lunga scadenza gli interessi.

La sola Anglo Irish ha 14 miliardi di prestiti, garantiti da immobili di pregio come il lussuoso condominio Athorp, nell'Upper West Side di New York, o un grosso Shopping Mall su Rodeo Drive a Beverly Hills. Pezzi pregiati, che fanno gola da tempo a grossi fondi di Real Estate che finora non si sono mossi per via dell'incertezza sul futuro della banca.

Tra le proprietà dell'immobiliarista Patrick McKillen c'è anche la sede di Boston della stessa Anglo Irish Bank. Nel 2006 infatti banca prestò alla società di McKillen 170 milioni di dollari per acquistare il 50% di un edificio nella centralissima Franklin Street. Nello stesso palazzo avrebbe poi fissato il proprio quartier generale.


purtroppo la versione Primit2.0 mi rende impossibile commentare l'articolo causa esaurimento appellativi diversi da imprecazioni

sandropascucci
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Re: BANCHE

Messaggioda sandropascucci » 6 ott 2010, 10:33

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Storico incontro: Bono, Geldof e Quincy Jones dal Pontefice per sostenere la campagna "Jubilee 2000"

Debiti del Terzo mondo il rock va dal Papa

ROMA - Due rock star e un noto produttore musicale. Icone di un mondo dello spettacolo trasgressivo e, per certi versi, "maledetto". Ricevute ufficialmente dalla massima autorità spirituale del mondo, il Papa. Accade giovedì: Giovanni Paolo II incontrerà a Castel Gandolfo Bono Vox, leader degli U2, Bob Geldof (organizzatore dell'ormai storico Live Aid) e Quincy Jones, promotore di Usa for Africa, altro grande evento mediatico di beneficenza.

Non ci sarà invece David Bowie, la cui partecipazione all'udienza aveva sollevato feroci polemiche. Il "Duca bianco" ha annunciato all'ultimo momento che non ce la farà ad arrivare a Roma in tempo. Ma che comunque continuerà a sostenere Jubilee 2000, la grande campagna mondiale per la cancellazione del debito dei paesi del Terzo mondo, la cui versione italiana è "Sdebitarsi". All'incontro parteciperanno personalità del mondo della cultura, dell'economia e dell'impegno sociale. Con le stelle della musica leggera ci saranno anche l'economista Heffrey Sachs, il musicista sudamericano Willy Colon nonché il sindaco di Roma Rutelli.

"Il debito è la prima tessera del domino", dice Bono, da tempo sostenitore convinto dell'iniziativa. "Eliminando questa componente della povertà, tutte le altre i rifugiati, la fame, la degradazione ambientale e le violazioni dei diritti umani non avranno più ragione d'essere". Il cantante degli U2 chiederà l'appoggio del pontefice all'iniziativa benefica in rete NetAid in sostentamento delle popolazioni a basso sviluppo economico, che culminerà durante i tre concerti del 9 ottobre a New York, Londra e Ginevra. E sarà possibile seguire dal vivo sul web (all'indirizzo www.unimondo.org la conferenza stampa che Bono terrà alle 14.30 dopo l'incontro con il Papa, nonché i lavori del Forum, cui partecipa anche il sindaco di Roma Rutelli con i rappresentanti della Fao e della Banca mondiale.

Le polemiche sull'incontro non sono mancate. Erano stati in molti a storcere il naso per l'udienza papale concessa al team di rock star. Molto si era mormorato soprattutto su David Bowie. Il "Duca Bianco" era infatti il personaggio più discusso della delegazione. A causa del suo passato controverso, dell'ostentato travestitismo dei primi anni della sua carriera, dell'uso delle droghe che per anni ha fatto. La sua assenza rende senz'altro meno sensazionale l'evento. Ma gli restituisce la serenità che rischiava di mancare.

Non nuovo a impegni del genere invece il leader degli U2. Nel giugno di quest'anno, nel corso del vertice politico economico G8, Bono aveva incontrato il cancelliere tedesco Schroeder per consegnargli una petizione per l'eliminazione del debito dei paesi del Terzo mondo. L'iniziativa, allora denominata Drop the Debt, aveva coinvolto gli Oasis, Robbie Williams e, appunto, David Bowie. Ricordando al mondo che per ogni dollaro che i paesi occidentali danno in aiuto, nove devono essere restituiti per pagare i debiti, Bono aveva voluto lanciare un appello che era suonato come una vera e propria accusa ai governanti dei paesi industrializzati: "Viviamo nell'era della cibernetica ma siamo non riusciamo a sfamare chi ha bisogno. Chi ha coscienza non può guardare le immagini di miseria che ci giungono senza provare colpa".

L'ecumenismo e il terzomondismo di Bono non avevano mancato di suscitare reazioni contrastanti. Damon Albarn, frontman dei Blur, aveva risposto agli afflati umanitari di Bono affermando qualche settimana or sono al settimanale New Musical Express: "Bono crede di risolvere il debito del Terzo mondo con due dichiarazioni". (a.p)

(22 settembre 1999)
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Re: BANCHE

Messaggioda sandropascucci » 6 ott 2010, 10:50

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Bono Vox contro Silvio Berlusconi: "Non ha mantenuto le promesse"

Guai internazionali per Silvio Berlusconi. Promettere e non mantenere è un giochetto che il Presidente del Consiglio può fare in Italia, nel quale la maggior parte dei giornalisti si prostra ai suoi piedi e non fa le pulci a tutte le cose dette e poi smentite dai comportamenti concreti. Ma all'estero è tutta un'altra storia. Cercherà di farglielo capire l'associazione "One international" promossa da Bono Vox, leader degli U2, la quale si batte per la cancellazione dei debiti dei paesi poveri, in particolare dell'Africa, tema sul quale verte l'iniziativa che ha per destinatario il Primo ministro italiano.




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Bono Vox incontra Barack Obama ."Onoreremo i nostri impegni"

Washington D.C. - Bono Vox, leader degli U2, ha incontrato il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, il quale ha spiegato come cambierà l'approccio e la filosofia degli aiuti dei Paesi ricchi al continente Africano: si investirà sulle immense risorse di cui esso dispone e si punterà sulla crescità sociale e culturale delle popolazioni locali, le quali devono diventare motore di uno sviluppo duraturo della loro terra. Ancora una volta emerge la figura di un politico, il quale ha una visione di lungo periodo del proprio impegno, nonostante i problemi contingenti che attraversa la sua nazione. non tutti possono vantare la stessa qualità, specie coloro i quali, in modo miope, governano avendo come propria stella polare solo i sondaggi d'opinione o il proprio interesse personale.
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Christian Tambasco

Re: BANCHE

Messaggioda Christian Tambasco » 6 ott 2010, 15:17

fonte: sole24ore Bce avanti adagio con la exit strategy

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Bce avanti adagio con la exit strategy
Beda Romano
06 ottobre 2010

FRANCOFORTE. Dal nostro corrispondente
In Giappone e negli Stati Uniti le autorità monetarie hanno annunciato o preannunciato nuove misure sul fronte della liquidità vuoi per frenare l'apprezzamento della valuta nazionale, vuoi per aiutare l'economia. In Europa la corsa all'espansione monetaria appare pericolosa. La Banca centrale europea continua a privilegiare l'uscita graduale dalla situazione d'emergenza creata dalla crisi del 2008, banche e mercati permettendo.
L'operazione di rifinanziamento a una settimana che si è svolta ieri ha confermato per ora un leggero miglioramento delle condizioni sul mercato monetario della zona euro: la Bce ha distribuito 197 miliardi di euro al tasso fisso dell'1%, garantendo liquidità a 148 banche. In scadenza erano pronti contro termine per un totale di 195 miliardi.
Conferme di un nuovo trend potranno esserci solo la settimana prossima quando inizierà un nuovo periodo di mantenimento. Accanto ad alcuni istituti sempre in crisi, dipendenti dalla liquidità della Bce, c'è un sistema bancario che nell'insieme si sta riprendendo. Il consiglio direttivo - che nella sua riunione di domani probabilmente opterà per lasciare il costo del denaro all'1% - ha già deciso di non rinnovare le operazioni a sei e dodici mesi al tasso fisso e ad ammontare illimitato.
Appare però prematuro prevedere fin da oggi il ritorno già in gennaio dei pronti contro termine a tre mesi pre-crisi, ossia al tasso variabile e all'ammontare limitato. Molto dipenderà da qui ad allora dal miglioramento della situazione sui mercati e delle condizioni delle banche più fragili. Nel frattempo, i banchieri centrali della zona euro stanno esortando le autorità politiche ad imporre agli istituti di credito le necessarie ristrutturazioni.
L'uso della liquidità per indebolire la moneta o aiutare l'industria, quando lo strumento del debito è stato esaurito, è rischioso agli occhi di molti europei. In questo contesto, l'andamento dell'euro è un'incognita, anche per via delle misure giapponese e americana. L'Institute for International Finance teme «un tracollo del dollaro». Altri credono che i dubbi sui paesi periferici della zona euro possano comunque frenare un forte apprezzamento della moneta unica contro le altre valute.


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la Bce ha distribuito 197 miliardi di euro al tasso fisso dell'1%, garantendo liquidità a 148 banche.
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sergioloy

Re: BANCHE

Messaggioda sergioloy » 9 ott 2010, 16:13

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IL GOVERNATORE DI BANKITALIA A MARGINE DEL VERTICE FMI
Draghi: «Nessuna guerra delle monete»
«Esistono forti squilibri che vanno affrontati e risolti. Ma bisogna stare attenti ai rimedi che si adottano»

Il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi (Ansa)WASHINGTON - «Non c’è nessuna guerra delle monete. Ci sono dei forti disallineamenti dei cambi che certamente ostacolano la ripresa dell’economia mondiale». Lo ha detto il governatore della Banca d’Italia e presidente del Financial Stability Board Mario Draghi, avvicinato a margine degli incontri annuali del Fondo Monetario Internazionale. Draghi ha aggiunto che tali squilibri «vanno quindi affrontati e vanno risolti. Ma bisogna stare attenti che i rimedi non siano peggiori dei mali», ha precisato riferendosi ai rischi di tentazioni protezionistiche a livello internazionale. Il problema delle monete è stato citato oggi anche dal presidente della Bce, Jean-Claude Trichet: «Gli eccessi di volatilitá e i troppi movimenti vanno contro la stabilitá e questo è evidente».
ATTENZIONE SUL VUOTO MONETARIO - Attorno alle stesse questioni era intervenuto in precedenza il rappresentante italiano nel board della Banca centrale europea, Lorenzo Bini Smaghi, nella relazione durante i lavori del Fondo monetario internazionale. «Piuttosto che parlare di guerra dei cambi che ha poco senso - ha detto Bini Smaghi - bisognerebbe porre più attenzione su ciò che io definisco "vuoto monetario" nell'economia globale. Il paradosso delle economie dei mercati emergenti è che chiedono maggiore governance globale, ma allo stesso tempo svicolano dalle responsabilità in materia monetaria - ha osservato Bini Smaghi - e ciò ha catturato poca attenzione. Molte economie emergenti importanti non hanno affatto una politica monetaria perchè hanno agganciato i loro tassi di cambio a quelli delle monete delle economie avanzate oppure hanno imposto controlli sul capitale e ridotto l'utilizzo internazionale della loro valuta».

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Re: BANCHE

Messaggioda kasiacolagrossi » 9 ott 2010, 18:03

http://www.contropiano.org/Documenti/20 ... credit.htm (anche qualcosa di troppo)

::
“Profumo di scontro” tra i poteri forti
Qual è la posta in gioco su Unicredit?
di redazione *


Lo scontro tra poteri forti che si è aperto dentro e sulla maggiore banca italiana – Unicredit – presenta diversi aspetti che vanno conosciuti, decostruiti e riconnessi dentro una chiave di lettura meno strumentale di quella che si trova a disposizione sui giornali.

Gli aspetti di questo scontro che ha portato all’esautoramento clamoroso – ma non del tutto inaspettabile – dell’amministratore delegato Profumo – vedono agire contemporaneamente fattori interni agli equilibri finanziari dell’Unicredit ma anche fattori politici e geopolitici.

Il malumore degli azionisti “territoriali”

Lo scontro sull’Unicredit non è avvenuto sullo sforamento della quota statutaria del 5% da parte degli investitori libici. “Pecunia non olet” soprattutto in tempi di crisi e la crisi globale ha pesato enormemente sulle sorti di questa grande banca – pubblica fino al 1992 e poi annoverabile tra le “madri” di tutte le privatizzazioni scatenatesi in quegli anni.

I dati ci dicono che con la crisi finanziaria, gli utili della Unicredit sono scesi dal picco di 6,4 miliardi del 2006 e 5,8 nel 2007 agli 1,7 miliardi del 2009.

Nella lettera con cui Unicredit annuncia ai sindacati la necessità di tagliare 7.200 posti di lavoro tra i nuovi e i vecchi previsti dalla fusione con Capitalia (i licenziamenti vengono definiti “efficientamenti”, sic!), la direzione afferma che “L’utile netto del gruppo è progressivamente sceso di circa il 75% dal 2007 a oggi, che si registra una consistente flessione sul mercato italiano sia sul versante della profittabilità sia sul versante dell’efficienza” (1).

E’ evidente che l’Unicredit – come tutte le banche – ha visto assottigliarsi i propri utili in questa fase di crisi eppure…non ha rinunciato a distribuire i dividendi ai suoi azionisti piuttosto che usare le risorse che le vengono da alcuni soci azionisti per ricapitalizzare la banca stessa. In questo sta uno dei noccioli dello scontro, soprattutto con le famose “Fondazioni bancarie”.

L’Unicredit infatti è il risultato di un processo di concentrazione bancaria che ha visto la fusione nel 1999 tra Credito Italiano e una serie di banche locali soprattutto del Nord come Rolo Banca, Cariverona, Cassa di Risparmio di Torino, Cassamarca, Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto, Cassa di Risparmio di Trieste e più recentemente, nel 2007, la fusione con Capitalia (ex Banca di Roma fusasi nel frattempo con Banco di Sicilia, Bipop, Mediocredito centrale).

Le Fondazioni infatti da tempo lamentano che i dividendi si sono assottigliati troppo e non consentono di continuare a “finanziare il territorio di riferimento delle fondazioni stesse”, in particolare le imprese e le attività degli enti locali che sono i loro referenti principali. Le fondazioni, secondo alcuni osservatori finanziari, si sono venute così a trovare strette in una morsa: “Se vorranno più credito nei loro territori dovranno rinunciare a quote ulteriori dei dividendi per consentire alle banche stesse di rafforzare il capitale, ma così otterranno ancora meno dividendi e dovranno ridurre le erogazioni, sollevando le ire di sindaci, politici e soggetti vari” (2).

Da questo punto di vista, l’amministratore delegato Profumo si è comportato come un gangster, tenendo sotto pressione proprio quelle fondazioni bancarie che raccolgono risparmio e risorse sul territorio e li destinano alla banca conferitaria cioè Unicredit dove in questi anni sono prevalsi gli investimenti all’estero (soprattutto nell’Europa dell’Est) e dove si stanno abbattendo i vincoli sul rischio previsti dall’accordo Basilea III siglato dalle maggiori banche centrali del mondo.

L’espansione internazionale dell’Unicredit, non ha evitato di creare malumori nelle fondazioni bancarie che si sono viste sacrificate rispetto ai progetti globali della banca.

“Forse questo tentativo di diventare una banca internazionale aveva un po’ lasciato in ombra il territorio” sottolinea neanche troppo velatamente il presidente della Fondazione CRT di Torino, azionista con il 3,3% di Unicredit (3)

Su tutto questo incombe quella sorta di stress test complessivo derivante dalla crisi economica globale.

Profumo – il cui soprannome era Mr. Arrogance – si è preso molta libertà di manovra nei confronti dei propri soci. “Mi compro la libertà distribuendo molti soldi agli azionisti” ha affermato. Ma i tempi d’oro sembrano alle spalle perché la crisi economica ha fatto precipitare i dividendi dai 10 centesimi per azione del 2000 ai 26 centesimi del 2007…agli 0,03 centesimi del 2009. Gli azionisti storici dell’Unicredit, negli ultimi tre anni hanno dovuto metter spesso mano al portafoglio per rimpolpare il patrimonio della banca. Profumo, forse ignaro dell’aria che tirava, ha affermato anche recentemente che “tenere il passo con i cambiamenti che ci vengono richiesti è una sfida intellettuale e manageriale e perciò mi diverto ancora a fare questo lavoro” (4). Mal gliene incolse, si può dire oggi alla luce del suo defenestramento.

Le banche e la politica

Sullo scontro interno all’Unicredit si è andato aggiungendo il fattore politico e in una doppia articolazione.

Profumo è il banchiere in “odore” di PD, era il banchiere che ha avuto sempre una relazione particolare con D’Alema e al quale tutto il centro-sinistra ha sempre guardato come uomo della modernizzazione capitalistica del sistema. E’ esemplare in tal senso un recente articolo di Luca Telese che ricostruisce questa vera e propria passione del PD (e dei DS) per i banchieri (5).

Profumo dunque era inviso a quel nuovo equilibrio nel salotto della finanza – ossia Mediobanca – dove Berlusconi – dopo tanti anni di anticamera - non era più un reietto. Secondo il quotidiano di proprietà del gruppo De Benedetti/L’Espresso (La Repubblica) Profumo sarebbe stato silurato da un asse Geronzi-Berlusconi. Ma questa tesi non dice tutto e sembra molto funzionale allo scontro ormai venticinquennale tra questo gruppo editoriale-finanziario e l’altro gruppo editoriale-finanziario (Fininvest).

Ma il “fallo da dietro” (per dirla in gergo calcistico) è arrivato molto più dalla periferia del sistema economico ed ha assunto i colori della Lega.

Vincendo le elezioni e i governatori in regioni come Veneto e Piemonte, la Lega è entrata dentro le Fondazioni Bancarie che – per statuto – devono rappresentare le istanze e gli interessi del territorio.

Due dei presidenti delle Fondazioni CariVerona e CariTorino – Paolo Biasi e Fabrizio Palenzona – sono già debitori della Lega, mentre il sindaco leghista di Verona, un personaggetto come Flavio Tosi, ha piazzato 8 consiglieri su 25 (di cui 4 di nomina diretta del sindaco) nel consiglio di amministrazione di CariVerona.

La Lega, subito le elezioni regionali, aveva annunciato l’assalto alle banche e ai centri nevralgici del capitale finanziario proprio partendo dalla conquista delle Fondazioni. L’obiettivo della Lega era e resta antitetico a quello di Profumo: quest’ultimo ha puntato e costruito una grande banca internazionale e internazionalizzata a discapito della dimensione territoriale, la Lega punta a utilizzare le risorse delle banche per finanziare il suo popolo di piccoli imprenditori, partite IVA, amministratori locali del Nord. Se le Fondazioni hanno meno soldi a disposizione per il territorio, per dirla con Marco Travaglio, "La capacità clientelare della Lega di fare beneficenza diminuirebbe".

La punta di lancia di questa operazione è stato il sindaco leghista di Verona Flavio Tosi, una operazione pesante e sotto certi aspetti azzardata che ha irritato Tremonti (mai troppo tenero con le fondazioni) ed ha messo in imbarazzo la stessa leadership della Lega che si è trovata a gestire un terreno rognoso come quello degli equilibri nei gruppi finanziari. L’appello di Bossi a “difendere le banche italiane e l’Unicredit dai tedeschi” va esattamente nel senso contrario di quello al quale – a nostro avviso - ha sistematicamente lavorato Tosi e il molto particolare leghismo veneto. Per la Lega sono in arrivo rogne, rogne decisamente rognose.

Le speciali relazioni tra settori del leghismo veneto e gli ambienti politici e finanziari tedeschi (in particolare proprio in Baviera), sono noti da tempo. (6). Non a caso il sindaco di Verona Tosi si trovava proprio a Monaco di Baviera per incontri riservati nello stesso momento in cui a Milano facevano fuori Profumo. “Lunedì 20 settembre, poche ore prima che calasse il sipario sui quindici anni di Alessandro profumo alla guida di Unicredit, Tosi ha intrattenuto “colloqui riservati” con personalità del mondo finanziario tedesco di cui avrebbe informato in precedenza il presidente di Cariverona, Paolo Biasi, e il vicepresidente di Unicredit (designato da Verona) Luigi Castelletti” riporta una corrispondenza del quotidiano di proprietà del salotto principale della borghesia italiana, il Corriere della Sera. La stessa corrispondenza sottolinea come precisamente di Monaco di Baviera sia l’attuale presidente dell’Unicredit, Dieter Rampl, ex presidente della banca bavarese Hypovereinsbank (HVB) acquisita con una OPA proprio dall’Unicredit nel 2005. Non solo. Ad aprire il fuoco contro l’ingrossamento della quota degli investitori libici oltre il 5% dentro Unicredit, era stato proprio il giornale tedesco della Baviera “Suddeustche Zeitung”. Inutile dire che Rampl è stato proprio colui che ha sostanzialmente spinto fuori dalla porta di Unicredit Alessandro profumo (7).

Le banche tedesche non fanno sconti ai concorrenti

A pensare che dietro il defenestramento di Profumo dall’Unicredit ci sia anche e soprattutto lo zampino delle banche tedesche, si fa peccato ma quasi sicuramente ci si azzecca. Non solo Bossi ma anche il ministro Galan (uno che ha il dente avvelenato con la Lega) hanno lanciato l’allarme sul rischio “germanizzazione” delle banche italiane. (8)

I motivi anche qui sono più di uno e sconfinano dalla dimensione finanziaria per connettersi con quella geopolitica.

L’Unicredit infatti non è solo la più grande banca italiana ma è anche quella più presente nei mercati internazionali. Quest’ultimo fattore però ha un limite: quello di essersi internazionalizzata molto e soprattutto nei mercati dell’Europa dell’Est che il capitalismo tedesco considera come la propria riserva di caccia.

L’escalation dell’espansione dell’Unicredit nell’area di influenza tedesca, è stata impressionante a partire dalla metà degli anni Novanta, quando l’assalto all’Est coinvolse anche un capitalismo arretrato come quello italiano. Delocalizzazioni impetuose in Romania (do you remenber Trevisoara?), Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Albania, Russia etc. hanno visto impegnate decine di migliaia di imprese italiane, grandi, medie, piccole e perfino piccolissime, soprattutto le imprese del Nordest (9).

L’Unicredit è la banca italiana che più di tutte è stata protagonista – dal 1999 al 2007 - di questa penetrazione imperialista (si può dire così oppure è una eresia?) nella riserva di caccia delle banche tedesche.. Vediamo:

- Acquisizione del 52% della Bank Pekao in Polonia

- Acquisizione della Bulbank in Bulgaria

- Rafforzamento presenza nella Pl’nobanca in Slovacchia

- Acquisizione della Zagrebanka in Croazia

- Acquisizione della Demirbank in Romania

- Acquisizione totale della Zivnostenska nella Repubblica Ceca

- Acquisizione della Yapi Credi in Turchia

- Acquisizione della Hypovereinsbank (Germania) e Bank of Austria (poi rivenduta) nel 2005

- Acquisizioni in Ucraina, Kazachistan, Tagikistan, Kirghisistan nel 2007

L’amministratore delegato di Unicredit Alessandro Profumo si era dato come obiettivo quello di aver un bacino di 8-12 milioni di clienti nell’Europa Centro-Orientale. Parte di questa piano di espansione nell’Europa dell’Est è avvenuto in società con un altro colosso della finanza tedesco-bavarese cioè Allianz (10).

Ma con l’OPA del 2005 sulla banca tedesco-bavarese HVB, Profumo ha sfidato la finanza germanica non solo nella sua area di influenza nell’Europa dell’Est ma anche dentro casa.

Non è un mistero che oggi nell’Unione Europea si stia dando un fortissimo processo di concentrazione industriale-finanziaria intorno a pochi grandi gruppi capitalistici di dimensione europea (dalle industrie automobilistiche alle compagnie aeree) e adeguati ad agire nella competizione globale. Il sistema finanziario non potrà sottrarsi a questo processo di concentrazione – a questo servono gli accordi come Basilea III nati proprio per tutelare le banche “troppo grandi per fallire”. Unicredit insieme a Intesa-Sanpaolo hanno realizzato in Italia e intorno a questi due monopoli quel processo di concentrazione bancario da tempo richiesto dai templari della modernizzazione capitalistica. Ma se la dimensione della concentrazione va assumendo caratteristiche europee, anche Unicredit e Intesa-Sanpaolo dovranno adeguarsi alle regole del gioco, e in questo gioco le banche tedesche hanno molte più carte da giocare. Non solo. L'Italia nella sua interezza, vede convivere poteri forti e potenzialità economiche e industriali funzionali ad una centralizzazione di tipo imperialista in Europa e "zavorre" economiche e sociali sacrificabili a tutti i livelli. Su questa divaricazione di destini e collocazione internazionale si è aperta una crisi e uno scontro dentro la stessa borghesia italiana che rischia di trascinare nel gorgo anche i settori popolari. E’ iniziata una nuova partita di risiko sul piano finanziario e geopolitico e la vicenda Unicredit ci dice che sarà una partita niente affatto priva di colpi bassi.

Note:

(1) Piano di riorganizzazione generale 2010/2013 presentato da Unicredit ai sindacati in data 9 settembre 2010

(2) Affari e Finanza del 20 settembre 2010

(3) Corriereconomia del 20 settembre 2010

(4) Affari e Finanza del 13 settembre 2010

(5) Il Fatto del 22 settembre 2010

(6) Sui legami tra Lega e interessi tedeschi sono già in circolazione da anni alcuni documenti. La vocazione al “secessionismo in casa altrui” della Germania non è affatto un mistero. Su questo intendiamo preparare un lavoro specifico che è in via di elaborazione.

(7) Corriere veneto del 22 settembre

(8) Sole 24 Ore del 23 settembre 2010

(9) Su questo vedi i volumi “L’Italia s’è desta”, edizioni Laboratorio Politico 1997 e “No/made Italy” edizioni Mediaprint 1999

(10)Milano Finanza del 21 settembre 2010
katarzyna edyta colagrossi

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Christian Tambasco

Re: BANCHE

Messaggioda Christian Tambasco » 20 ott 2010, 12:56

un articolo davvero vomitevole, ma i carlini non avevano problemi cardiaci? :mrgreen:

fonte: sole24ore Sorpresa. Il salvataggio delle banche Usa rende al governo di Washington più dei titoli di stato

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Sorpresa. Il salvataggio delle banche Usa rende al governo di Washington più dei titoli di stato
di Vittorio Carlini
20 ottobre 2010

Salvare banche, assicurazioni o gruppi automobilistici può rendere al contribuente americano più dell'investimento in titoli di stato. Almeno questo è quanto salta fuori da un calcolo realizzato da Bloomberg, che ha analizzato il guadagno del governo di Washington sui 309 miliardi di dollari stanziati nel Troubled Asset Relief Program (Tarp). Ebbene, fino ad oggi nelle tasche dei tax payer Usa sono tornati indietro 25,2 miliardi di dollari, cioè un rendimento, nei due anni del programma, dell'8,15 per cento. Se Mr e Mrs Smith mettessero i loro pochi dollari rimasti sul Treasury decennale avrebbero uno yield attorno al 4 per cento.

Certo, bisogna vedere se Bloomberg ha calcolato tutti i cosiddetti costi occulti, in particolare quelli fiscali. Certo, il confronto tra un investimento straordinario come il Tarp e quello "lineare" da cassettista a stelle e strisce lascia un po' il tempo che trova. Tuttavia, non può negarsi che la sorpresa c'è. Il programma di baylout voluto dal ministro del Tesoro Henry Paulson, e dall'allora presidente George Bush (e non da Obama, come qualche politico italiano di primo piano ha invece indicato...), al momento del suo varo era stato osteggiato in mille modi. Si erano levati strali contro l'idea di lanciare una ciambella di salvataggio alle "corrotte" banche e assicurazioni, anche perché «è certo che i soldi - si diceva - non li vedremo più». E, invece, i soldi sembrano tornare indietro.

«Dal punto di vista del contribuente - commenta Todd Petzel, capo investimenti di Offit Capital Advisors - il Tarp è un buon successo». Una situazione che si è potuta concretizzare anche grazie al fatto che i tassi di interesse americani sono praticamente a zero: in questo scenario, per esempio, molte banche salvate possono prendere denaro in presito a costo nullo, per poi immetterlo sul mercato a tassi più elevati; in questo modo gli istituti finanziari hanno potuto fare buoni utili e ripagare così il Tarp.

I costi indiretti sono più alti dei bailout
«E proprio questa differenza su cui lucrano le banche - ricorda Petzel- è un costo indiretto che pesa sul risparmio. Ho calcolato che, considerando un saggio d'interesse imposto a imprese e famiglie di almeno del 5%, la "tassa" che paghiamo è circa 350 miliardi di dollari». Un peso non da poco, considerando che la Fed, giusto o sbagliato che sia, tiene i tassi sullo zero per uscire da una crisi creata dalle banche salvate con i soldi pubblici.

Di più: nel suo recente libro «It takes a Pillage: Behind that Boilouts, Bonuses and Backroom deals from Washington to Wall Street», l'ex dirigente di Goldman Sachs Nomi Prins ha calcolato che la somma complessiva trasferita dal governo al Wall Street per sostenere il sistema finanziario ammonta a 19.400 miliardi di dollari.

Fin qui le indicazioni generali. Nei casi concreti si può ricordare che uno dei più grandi baylout realizzati, quello dei 45 miliardi in Citigroup, ha dato il suo ritorno. Non tanto attraverso la restituzione di soldi da parte della banca, bensì grazie alla vendita sul mercato di parte delle quote acquisite dal governo. Un'operazione che, secondo Bloomberg, ha permesso un rendimento del 18 per cento.

Sempre rimanendo dalle parti delle banche, il ritorno (al netto dei divideni incassati, delle vendite di warrant) sul salvataggio da 10 miliardi in favore di Goldman Sachs sarebbe del 14% mentre quello di Morgan Stanley del 13 per cento. Percentuali non da poco: ma, come si è visto, non così indicative sul reale costo del sostesgno dato ai "Captain Greed" di Wall Street.


cmq se legalizzassimo le attività criminali, sai gli introiti per lo stato con le tasse...

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Umiltao

Re: BANCHE

Messaggioda Umiltao » 21 ott 2010, 0:13

Sarà vomitevole, ma sia di ulteriore lezione [per modo di dire, tanto non capiscono] a quelli che viewtopic.php?f=9&t=521 credono di risolvere l' inghippo con azioni e TUS di Stato.

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domenico.damico

DRAGHI E' UN FUORICLASSE

Messaggioda domenico.damico » 21 ott 2010, 11:28

Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/ ... d=AYlZKLcC

!
Draghi: meno dipendenza dai rating -
di Rossella Bocciarelli

SEUL. Dal nostro inviato -
L'era dell'onnipotenza delle agenzie di rating su mercati e istituzioni finanziarie potrebbe volgere al termine. Al vertice di Seul che si terrà l'11 e il 12 novembre prossimi il Financial stability board chiederà ai capi di stato e di governo di approvare una proposta per ridurre la dipendenza dei sistemi economici dalle valutazioni delle agenzie di rating. Lo ha spiegato ieri il governatore della Banca d'Italia e presidente dell'Fsb, Mario Draghi nella conferenza stampa tenutasi proprio a Seul subito dopo l'assemblea plenaria dell'organismo che riunisce i regulators (ministeri delle finanze, banche centrali e organismi omologhi della Consob) dei paesi del G20, in vista del meeting di ministri e governatori dei paesi di vecchia e nuova industrializzazione che si tiene a Gyeongju, venerdì e sabato prossimi.
«Il Fsb ha approvato dei principi per ridurre la dipendenza delle autorità e delle istituzioni finanziarie dalle agenzia di rating», ha detto Draghi, secondo il quale dovrebbe essere contenuta «la fiducia automatica» verso questi giudici del mercato che nel bel mezzo della crisi finanziaria si sono rivelati in più occasioni molto inattendibili. «Lo scopo – ha spiegato il governatore – è quello di ridurre le conseguenze dei rating emessi dalle agenzie, che possono amplificare la prociclicità e causare distruzione sistemica sui mercati».
Tra le richieste che verranno rivolte alle autorità politiche per ridurre il potere «autoreferenziale» degli organismi che danno i voti sul merito di credito ci sarà, in particolare, la richiesta di rimuovere o di sostituire i riferimenti alle agenzie di rating contenuti nelle leggi e nei regolamenti, sostituendoli, dove possibile, con standard alternativi di affidabilità creditizia. Ma un altro obiettivo che si vuol perseguire è che banche, operatori di mercato e investitori istituzionali arrivino a formulare da soli i giudizi sul merito di credito, non affidandosi solamente o meccanicamente alle agenzie di rating.
Il rapporto sulle agenzie di rating che verrà presentato ai capi di stato, in ogni caso, sottolineerà anche l'esigenza di graduare nel tempo l'applicazione dei nuovi standard e anche quella di valutarne con cura l'impatto, allo scopo di evitare che le banche, una volta dismessa la bussola dell'agenzia di rating come parametro indispensabile, finiscano con il seguire acriticamente il mercato, amplificando per questa via l'instabilità finanziaria.

La riunione plenaria dell'Fsb di ieri è servita a fare il punto sullo stato dei lavori in rapporto ai vari tasselli della riforma della finanza internazionale, a cominciare dal rapporto sulle istituzioni «troppo grandi per fallire» e sulle modalità per ridurne l'azzardo morale: un rapporto che sarà il piatto forte della discussione sulla regulation finanziaria nel corso del G20 dei ministri e dei governatori, e che chiede di concentrare gli interventi, in una prima fase, solo sulle istituzioni finanziarie sistemiche a raggio operativo davvero globale. Le raccomandazioni messe a punto dall'Fsb sono finalizzate a migliorare la capacità delle autorità nella gestione ordinata della risoluzione delle crisi delle grandi banche, in modo da salvaguardare la continuità delle loro funzioni vitali ma senza esporre a perdite il contribuente. Per le Sifi (è l'acronimo che designa le banche a rilevanza sistemica) verranno poi richiesti requisiti prudenziali supplementari, per migliorare la loro capacità di assorbimento delle perdite e sarà aumentata la vigilanza: per queste istituzioni, in grado di provocare sconquassi nel sistema finanziario come quello determinato dal collasso di Lehman Brothers, secondo l'Fsb i nuovi requisiti di capitale e di liquidità dell'accordo Basilea 3 non bastano.
Tuttavia dal Financial stability board non verrà proposta una soluzione unica per tutte le Sifi e anche le regole di capitale e di liquidità espressamente previste per loro potranno variare. Draghi ha infatti spiegato che, necessariamente «gli strumenti saranno diversi da paese a paese» e «alcune di queste raccomandazioni richiederanno una configurazione nazionale». Nel meeting di ieri, infine, è emersa anche la richiesta alle autorità politiche di assegnare maggior potere ai regulators, allo scopo di accrescere l'intensità e l'efficacia della supervisione del sistema finanziario internazionale. «Una stretta vigilanza» sul settore della finanza» ha riassunto Draghi «è il necessario corollario di regole rigorose».


Fantastico: si parla di autorefenzialità come difetto, e poi si dice bellamente che le singole banche se la canteranno e suoneranno a piacimento.

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sergioloy

Re: BANCHE

Messaggioda sergioloy » 23 ott 2010, 16:05

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ansa.it

Mutui: Consiglio Stato, ragione a banche di Ansa (ANSA) - ROMA, 23 OTT -

Il Consiglio di Stato ha respinto i ricorsi dell'Antitrust sulla questione della portabilita' dei mutui. Palazzo Spada ha cosi' confermato l'annullamento delle multe, circa 10 mln di euro complessivi, che era stato deciso dal Tar del Lazio a favore degli istituti di credito. E' quanto risulta da due dispositivi delle sentenze appena pubblicati sul sito della Giustizia Amministrativa. Il presidente dell'Antitrust, Catricala', si e' detto 'profondamente deluso' dalla decisione.

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sergioloy

Re: BANCHE

Messaggioda sergioloy » 15 dic 2010, 10:42

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da Il Fatto Quotidiano

Crisi e derivati, anche le banche hanno i piedi d’argilla. E a pagare sono i correntisti

La prima vittima di questa situazione è stato il Banco emiliano romagnolo. A causa della carenza liquidità dal 7 dicembre i clienti non possono ritirare né soldi dai propri conti, né titoli, né strumenti finanziari. “Too big to fail” tradotto: “Troppo grande per fallire”. Il riferimento è alle banche e alle istituzioni finanziarie indicate come la causa principale della crisi. La storia è nota: si diceva che i giganti fossero così enormi da non poter crollare, ma non è stato così; avevano i piedi d’argilla. Da allora nulla è cambiato. Anzi. E’ appena cominciata l’era del “too small to save”. E a pagare il conto sono i correntisti. Anche in Italia dove Abi, Tremonti e top manager del credito non perdono occasione per ribadire che le banche sono solide.

Eppure i correntisti del Banco Emiliano Romagnolo hanno avuto una brutta sorpresa. Sul sito dell’home banking dell’istituto, il 7 dicembre è apparso questo messaggio: “Si comunica che, in relazione all’eccezionale carenza di liquidità, i Commissari di BER Banca, ai sensi dell’art. 74 del TUB, hanno adottato, previa autorizzazione della Banca d’Italia e per il periodo di un mese, il provvedimento di sospensione del pagamento delle passività di qualsiasi genere e la restituzione degli strumenti finanziari ai Clienti”.

Insomma dalla piccola banca bolognese (che fra gli azionisti conta anche la moglie di Pavarotti) i clienti non possono ritirare né soldi dai propri conti, né titoli, né strumenti finanziari. La Banca d’Italia parla di “circostanze eccezionali” e “insufficienza delle disponibilità liquide a far fronte alle passività in scadenza”. In sostanza, l’istituto sarebbe inciampato sulla mina derivati con conseguenti grosse perdite in bilancio. La stessa Vigilanza spiegava in una nota del 6 dicembre: “I Commissari straordinari del Banco Emiliano Romagnolo (Ber), in amministrazione straordinaria, con il parere favorevole del Comitato di Sorveglianza e previa autorizzazione della Banca d’Italia, hanno deliberato la sospensione del pagamento delle passività di qualsiasi genere e della restituzione degli strumenti finanziari alla clientela, ai sensi dell’art. 74 del d.lgs. 1° settembre 1993, n. 385 (TUB), per il periodo massimo di un mese, fatte salve eventuali proroghe”. Si sta dunque studiando un piano di intervento che, con il sostegno del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD) e delle banche creditrici, realizzi la salvaguardia degli interessi della clientela. Ovvero i sudati risparmi dei correntisti.

Il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi “copre” ogni intestatario di conto corrente (o conto deposito, anche se “vincolato”) fino a un massimo di 103mila euro per singola banca. In realtà non è un fondo perché non ha una dotazione di denaro già versato ex-ante, accumulato nel tempo ed investito (il che darebbe maggiore sicurezza e garanzia). È piuttosto un Consorzio di Banche che s’impegnano a pagare ex-post se una delle consorziate fallisce, ovvero sborsano i soldi sono in caso di bisogno perché dovrebbero averne accantonati un po’ nei loro bilanci. A questa tutela il Governo ne ha aggiunta un’altra. Nell’ottobre 2008 ha dichiarato che garantirà per tutto il 2009 i conti correnti affiancando il FITD. L’esecutivo non ha però specificato in che modo e con quali risorse farà fronte al suo eventuale intervento.

Eppure il caso del Banco romagnolo non è isolato. Anche Banca MB è sostanzialmente nella stessa situazione di BER (ed è tre volte più grossa). Dopo 16 mesi di commissariamento, la MB ha infatti applicato l’articolo 74 del testo unico della legge bancaria con il quale vengono bloccati i conti attivi dei clienti e tutti gli strumenti finanziari, ivi compresi quindi i titoli nominativi, che non rientrano comunque a far parte dell’attivo/passivo, salvo quelli presi in pegno a garanzia di finanziamenti. Chi ne fa le spese sono anche i dipendenti, che sembrano non poter beneficiare degli ammortizzatori sociali.

Ma non finisce qui. Dal 2005 a oggi 20 piccole banche sono state commissariate e molte altre sono state colpite da sanzioni. Tra queste c’è la Carim (Cassa di Risparmio di Rimini) che è stata “blindata” a ottobre. Il Tesoro, con decreto del 29 settembre 2010, emanato su proposta della Banca d’Italia, ha infatti disposto lo scioglimento degli organi con funzioni di amministrazione e di controllo dell’istituto romagnolo e la sottoposizione della stessa ad amministrazione straordinaria per gravi irregolarità nell’amministrazione e violazioni normative, gravi perdite patrimoniali nonché per gravi inadempienze nell’esercizio dell’attività di direzione e coordinamento del gruppo bancario, con particolare riferimento alla controllata Credito Industriale Sammarinese (CIS).

La gestione della banca è stata affidata agli organi straordinari, che operano sotto la supervisione della Banca d’Italia. La clientela, intanto, può continuare ad operare come in precedenza con la Carim che prosegue regolarmente la propria attività. Per ora. Nell’elenco delle banche commissariate compaiono poi il Gruppo Delta, Sedici Banca, BCC di San Vincenzo La Costa , BCC della Sibaritide, Banca Arner, Banca di Rimini, BCC Fiorentino (la banca di Denis Verdini), Credito di Romagna, Banca di Credito e Risparmio di Romagna. La lista circola sui blog di economia più cliccati (come Mercato Libero e il Grande Bluff) dove il tam tam è già partito: “occhio alle banche locali perché più esposte alla crisi del territorio e meno difendibili, diffidate se vi vogliono far sottoscrivere le loro obbligazioni, chiedete di poter controllare bilanci e sofferenze e soprattutto chiedete di accedere ai risultati dell’ultima ispezione di Banca d’Italia”. Insomma, si salvi chi può.

di Camilla Conti

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Christian Tambasco

Re: BANCHE

Messaggioda Christian Tambasco » 16 mag 2011, 17:57

fonte: sole24ore L’ondata di crimini societari dell’economia globale

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L’ondata di crimini societari dell’economia globale
di Jeffrey D. Sachs
30 aprile 2011

NEW YORK – Il mondo sta affogando nelle frodi societarie e i problemi sono concentrati soprattutto nei paesi ricchi – quelli che in teoria dovrebbero avere una good governance. I governi dei paesi poveri forse accettano più bustarelle e commettono maggiori violazioni, ma sono i paesi ricchi ad ospitare società internazionali che compiono enormi violazioni. Il denaro conta e sta corrompendo la politica e i mercati di tutto il mondo.

Non passa giorno senza che si verifichi un atto illecito. Durante lo scorso decennio ogni società di Wall Street ha pagato multe sostanziose per falso in bilancio, insider trading, frode azionaria, schemi Ponzi o per appropriazione indebita da parte dei Ceo. Un importante caso di insider trading, che vede implicate alcune personalità finanziarie di spicco, tiene banco attualmente a New York e fa seguito a una serie di multe pagate dalle maggiori banche di investimento americane per accuse di violazioni azionarie.

Esiste, in effetti, una responsabilità limitata. A due anni dalla peggiore crisi finanziaria della storia, che fu alimentata dal comportamento spregiudicato delle maggiori banche di Wall Street, nessun leader finanziario ha rischiato il carcere. Quando le società sono multate per atti illeciti, a pagare sono gli azionisti, e non i Ceo e i manager. Le multe sono sempre una minima frazione dei guadagni disonesti e ciò comporta che a Wall Street le pratiche corrotte diano vita a buoni rendimenti. Anche oggi, la lobby bancaria non ha paura di enti di vigilanza e politici.

La corruzione conviene anche alla politica americana. L’attuale governatore della Florida, Rick Scott, è stato Ceo di un’importante azienda sanitaria nota come Columbia/HCA. La società è stata accusata di aver frodato lo stato americano per overbilling all’atto dei rimborsi, e alla fine si è dichiarata colpevole per 14 capi di accusa, pagando una multa di 1,7 miliardi di dollari.

Le indagini del Fbi hanno spinto Scott ad andarsene. Ma, dieci anni dopo le ammissioni di colpevolezza della società, Scott è tornato, questa volta nelle vesti di politico repubblicano del libero mercato.

Quando Barack Obama ebbe bisogno di qualcuno che si impegnasse nel salvataggio del settore automobilistico americano, si rivolse al fixer di Wall Street, Steven Rattner, pur sapendo, Obama, che Rattner era sotto inchiesta per aver pagato tangenti ad alcuni funzionari di stato. Dopo aver concluso il suo lavoro alla Casa Bianca, Rattner sistemò la questione con una multa di diversi milioni di dollari.

Perché fermarsi solamente ai governatori o ai consiglieri presidenziali? L’ex vice presidente Dick Cheney arrivò alla Casa Bianca dopo essere stato Ceo di Halliburton. Durante la sua permanenza ad Halliburton, la società fu coinvolta in un giro di tangenti a funzionari nigeriani per facilitare l’accesso dell’azienda ai campi petroliferi del paese – un accesso che vale miliardi di dollari. Quando il governo della Nigeria accusò Halliburton di corruzione, la società sistemò il caso con un accordo extragiudiziale, pagando una multa di 35 milioni di dollari. Naturalmente, non ci sono state conseguenze di alcun tipo per Cheney. La notizia è stata accennata a malapena dai media americani.

L’impunità è dilagante; la maggior parte dei crimini societari passa inosservata. I pochi casi messi in evidenza terminano con una tirata d’orecchi oppure con la società, e quindi gli azionisti, che pagano una multa del tutto modesta. I veri colpevoli che sono al vertice di queste società raramente devono preoccuparsi; infatti, le aziende pagano megamulte ma i Ceo restano comunque. Gli azionisti sono così disorientati e impotenti che esercitano scarso controllo sul management.

L’esplosione della corruzione – negli Usa, in Europa, Cina, India, Africa, Brasile e altri paesi – solleva una serie di domande interessanti sulle sue cause e su come controllarla soprattutto ora che si allarga a macchia d’olio.

La corruzione societaria è fuori controllo per due ragioni, essenzialmente. La prima è che le grandi società sono diventate multinazionali, mentre i governi restano nazionali. E le grandi società sono talmente potenti a livello finanziario che i governi non se la sentono di affrontarle.

La seconda è che le società sono le principali finanziatrici delle campagne politiche, per esempio negli Stati uniti, mentre gli stessi politici sono spesso proprietari parziali, o per lo meno beneficiari silenti dei profitti societari. All’incirca la metà degli eletti al Congresso americano sono milionari, e molti hanno stretti contatti con le società ancor prima di arrivare al Congresso.

Di conseguenza, i politici spesso fanno finta di niente quando il comportamento delle società varca questa linea. Anche se i governi cercano di far rispettare la legge, le società vantano eserciti di avvocati pronti a far da scudo ai propri assistiti. Il risultato è la cultura dell’impunità, che sfrutta tale situazione per guadagnare attraverso il crimine societario.

Viste le strette connessioni di ricchezza e potere con la legge, mettere le briglie al crimine societario sarà una dura lotta. Fortunatamente, il rapido e pervasivo flusso di informazioni che circola ogni giorno potrebbe fungere come una sorta di deterrente o disinfettante. La corruzione agisce al buio, eppure sempre più informazioni vengono alla luce via email o blog, nonché via Facebook, Twitter e altri social network.

Avremo bisogno di un nuovo modello politico in grado di condurre una campagna politica, basata sui media online gratuiti piuttosto che su quelli sovvenzionati. Nel momento in cui i politici riusciranno ad emanciparsi dalle donazioni societarie, ritroveranno la forza di controllare gli abusi societari.

Dovremo altresì illuminare gli angoli oscuri della finanza internazionale, soprattutto i paradisi fiscali come le isole Cayman e le banche svizzere. L’evasione fiscale, le tangenti, i pagamenti illeciti e altre transazioni illegali fluiscono su tali conti. La ricchezza, il potere e l’illegalità concessi da questo sistema celato sono ora così vasti da minacciare la legittimità dell’economia globale, soprattutto in un tempo di disuguaglianza reddituale senza precedenti e ampi deficit fiscali, generati dall’incapacità dei governi a livello politico – e talvolta a livello operativo – di imporre le tasse agli abbienti.

La prossima volta che sentirete parlare di scandalo sulla corruzione in Africa o in altre regioni povere, chiedetevi da cosa nasce e chi sia effettivamente corrotto. Né gli Usa né qualsiasi altro paese avanzato dovrebbe puntare il dito contro i paesi poveri, dal momento che spesso sono le società mondiali più potenti a creare il problema.

Jeffrey D. Sachs è professore di economia e direttore dell’Earth Institute presso la Columbia University. È anche consigliere speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite sugli obiettivi di sviluppo del millennio.

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MauroB
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Re: BANCHE

Messaggioda MauroB » 22 mag 2011, 14:26

Tremonti: 'Su tassa risparmi sanzioni o pronti corte Ue'

A Lugano piu' societa' di Cayman che residenti
17 maggio, 15:52

Il ministro dell'Economia Giulio Tremonti

BRUXELLES - ''Se non ci sara' l'impegno ad introdurre sanzioni per gli Stati e le banche che violano la direttiva sui risparmi dei cittadini residenti all'estero, l'Italia non appoggera''' la revisione della direttiva: lo ha detto il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, aggiungendo che ''se cosi' non sara' andremo davanti alla Corte europea di giustizia''.''E' inaccettabile - ha detto Tremonti intervenendo al'Ecofin - che gli operatori di Paesi che hanno firmato la direttiva accettino la sistematica violazione delle norme''.

''Non ci sono sanzioni - ha aggiunto - e quindi noi stiamo parlando di un testo che non ha un minimo contenuto giuridico''. ''Nel 2000 e nel 2003, quando fu fatta la direttiva, io c'ero - ha proseguito Tremonti - E vi posso assicurare che e' una direttiva scritta dalla Svizzera. Non e' stata la Svizzera ad entrare in Europa, ma l'Europa ad entrare in Svizzera''. Per questo, ha detto Tremonti, ''oggi non mi sento di esprimere una valutazione positiva sulla revisione della direttiva se non c'e' l'impegno da subito a mettere le sanzioni agli Stati e alle banche che violano quel testo''. Tremonti ha quindi ricordato di ''aspettare ancora il rapporto chiesto alla Commissione Ue'' sugli Stati che in questi anni hanno violato la direttiva. ''Aspetto quel rapporto - ha affermato - e una volta avuto quel rapporto io chiedero' alla Commissione le sanzioni contro gli Stati che hanno violato la direttiva, perche' almeno questo e' dovuto. Se non e' il caso andremo davanti alla Corte di giustizia europea''. ''In ogni caso - ha concluso il ministro - credo che sia tema serio, che vuol essere trattato in modo serio e non in modo, come dire, 'svizzero'''.

A LUGANO PIU' SOCIETA' DI CAYMAN CHE RESIDENTI -''Ci sono piu' societa' di Cayman a Lugano, Svizzera, che non a Cayman. E comunque ci sono piu' societa' di Cayman a Lugano, di residenti a Lugano...''. Lo ha detto il ministro Tremonti durante la riunione dell'Ecofin a Bruxelles nel corso di un intervento fatto a titolo di ''esempio'' delle violazioni della direttiva Ue sulla tassazione dei risparmi dei cittadini residenti all'estero. Dopo aver affermato che il testo e' ''perfetto'' e prima di chiedere l'introduzione di sanzioni per le banche e gli stati che non la rispettano, il ministro ha detto che ''quello che non e' perfetto e' che e' sistematicamente violata perche' se tu sei un buon cliente di una banca di un particolare paese, arrivi, presenti il tuo capitale e, se e' una cifra piccola, ti fanno la ritenuta, se e' una cifra un po' grande e' la banca che te la mette in una societa' offshore, o in un trust, o da ultimo, darwinistica evoluzione, in uno strumento assicurativo. Quindi e' la banca che ti mette il capitale in una struttura societaria''. ''La banca - ha precisato Tremonti - ti fa un 'box', ci mette il denaro e poi dice 'non conosco l'effettivo beneficiario perche' e' una societa'', ignorando il fatto che e' stata la banca stessa a creare quel 'box' o il 'trust' o strumenti assicurativi''. Altro riferimento alla Svizzera, Tremonti lo ha fatto quando ha ricordato che ''nel 2000 e nel 2003, quando fu fatta la direttiva, io c'ero''. ''E vi posso assicurare - ha proseguito - che e' una direttiva scritta dalla Svizzera. Non e' stata la Svizzera ad entrare in Europa, ma l'Europa ad entrare in Svizzera''.

mr.spyder
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Re: BANCHE

Messaggioda mr.spyder » 23 mag 2011, 23:36

!
Il potere (indisturbato) delle banche
di Guido Rossi


Con questo articolo inizia la collaborazione con il Sole 24 Ore Guido Rossi, professore emerito all'università Bocconi, padre della legislazione antitrust e garante etico della Consob

In un famoso discorso, tenuto a Monaco il 28 settembre 1921, Walther Rathenau, il grande industriale-intellettuale tedesco che qualche mese dopo pur diventava anche ministro degli Esteri, dichiarava provocatoriamente: «L'economia è il nostro destino». Gli rispondeva polemicamente, tra gli altri, nel 1927, l'autorevole giurista-filosofo Carl Schmitt con un articolo intitolato "Il concetto di politico", dove rivendicava la priorità della politica, il cui «culmine può essere raggiunto anche partendo dall'economia» precisando peraltro che «non è possibile estirpare lo Stato e la politica e spoliticizzare il mondo».

La recente crisi economico-finanziaria, la peggiore nella storia mondiale, compresa la Grande Depressione (Bernanke), sembra aver dato più che mai ragione a Rathenau, ed avere indiscutibilmente portato l'economia del capitalismo finanziario in posizione di assoluta supremazia, al punto che, trascinata dal fallimento totale della sua fondante ideologia del "libero mercato efficiente e razionale" ha messo in crisi la stessa democrazia politica (Posner). Ciò è tanto più vero nel centro del sistema da cui è originata la crisi, che ha influenzato e trascinato le altre economie occidentali, cioè negli Stati Uniti, dove la Sovranità che impone oggi le (presunte) soluzioni alle crisi presenti e future, insomma il nuovo Leviatano, sta a Wall Street, più che alla Casa Bianca. Il denaro pubblico è stato abbondantemente usato, aumentando il debito dello Stato, soprattutto per salvare le grandi istituzioni finanziarie too big to fail, troppo grandi per fallire, ma rapidamente aumentate in dimensione dall'inizio della crisi.

L'ovvia conclusione è che quelle istituzioni sono tornate, sane e più grandi, a ridistribuire copiose prebende ai loro già ricchi manager. E così lo Stato è diventato a sua volta fragile. Fragilità che per ragioni diverse, alla periferia del sistema, ha portato gli Stati il cui debito è oggetto di selvagge speculazioni sui mercati finanziari, come la Grecia piuttosto che il Portogallo, al rischio di fallimento. Troppo piccoli per non fallire? Saranno comunque una volta ancora i centri del potere finanziario anche internazionali a decidere sul salvataggio, sulla povertà e sulla miseria dei cittadini di quegli Stati in decozione. Nell'economia finanziaria globalizzata sono dunque i suoi protagonisti a tutti i livelli di vertice ad essere il nostro destino.

È pur vero, si potrà obiettarmi, che la politica ha già preso molte iniziative, in diversi circuiti, per evitare nuove crisi e per proporre soluzioni anche a quella attuale, ben lontana dall'essere risolta. Mi basti ricordare qui, senza commento, che il Financial Stability Board, presieduto dal Governatore Draghi, ha proposto più di sessanta differenti riforme al G-20, mentre il Congresso degli Stati Uniti ha varato l'anno scorso ben duemilatrecento pagine di nuove regole – il Dodd-Frank Act – destinate, negli intenti, ad estirpare le cause della depressione. Tuttavia, la creazione ad hoc di nuove autorità di vigilanza, che insieme a quelle esistenti dovrebbero redigere e applicare gran parte della nuova normativa, non pare riforma né innovativa né efficace.

La ragione è che il tutto è stato demandato alla Federal Reserve, la Banca centrale americana, e alle altre esistenti autorità indipendenti, cioè a tutti quei controllori che hanno teorizzato e sostenuto l'ideologia del mercato efficiente e predicato (Greenspan) che i derivati di ogni tipo non dovevano essere assoggettati ad alcuna norma giuridica, ma lasciati scorrazzare liberi da ogni controllo nei pascoli degli opachi mercati finanziari. Sicché tutto sta continuando come prima e a Wall Street sembrano presentarsi all'orizzonte nuove bolle speculative sui valori spropositati di alcune società operanti nei social network.

È così che il potere delle banche e degli altri istituti finanziari, che hanno creato ricchezze sul debito, trasformato gli immobili in mobili, in un processo economico ridotto sempre più a circuito monetario, è stato posto al vertice operativo della gerarchia del mercato. La sua forma a piramide che vede in posizioni sottostanti e via via subordinate: le imprese, i consumatori, i risparmiatori, i lavoratori e infine i cittadini, in progressiva asfissia di benessere economico. Mentre la responsabilità delle Banche centrali e delle altre autorità non è ancora stata chiarita, sicché ad oggi alle grandi banche "too big to fail" corrispondono i loro controllori "too sovereign to be sued", ossia troppo sovrani per essere trascinati in giudizio. Dunque, in definitiva, nessun responsabile.

Tale asfissia è pure accaduta in Italia, benché la sostanziale mancanza di un vero mercato finanziario, mai sviluppato, abbia preservato, salvo qualche pur rilevante scimmiottamento, le banche nostrane dalle rischiosissime frenesie operative di altri istituti finanziari, esposti a distratti controlli o addirittura riparati nell'ombra (le "shadow bank"). Un sistema bancocentrico, come il nostro, nel quale il mercato dei capitali esiste solo ai livelli marginali, è tuttavia imbrigliato in un circuito di scarso sviluppo economico, dove i conflitti d'interesse, ormai regola e non eccezione, sono talmente inseriti e protetti nel sistema da minacciarne a loro volta la stabilità stessa.

Se dunque è vero che al centro e nelle periferie del capitalismo le sue strutture e i suoi istituti hanno fallito, ed è sempre più vero, come dichiarava Rathenau, che «l'economia è il nostro destino», s'impone ora di conseguenza un urgente rinnovamento culturale. È necessario dunque che l'"economico" umilmente riesamini e riveda i suoi rapporti col "politico" e col "diritto", le sue ideologie, i suoi principi, i suoi tabù e i suoi miti.

Tra questi, ad esempio, il mercato e le sue asimmetrie informative, sia individuali sia collettive, la ricchezza e la povertà delle nazioni, il debito pubblico, lo sviluppo economico e poi i meccanismi tutti del sistema finanziario, le strutture delle imprese e l'attività dei controlli, la responsabilità limitata, il potere e la ricchezza dei manager e via dicendo. Appare però difficile che chi oggi detiene il potere e che è stato causa della crisi sia in grado di proporre riforme diverse da quelle che attualmente lasciano indisturbato lo status quo.
Ma allora non è compito di un giornale economico indipendente provocare il confronto e la discussione su questi temi?

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2011-05-22/potere-indisturbato-banche-144552.shtml?uuid=AaMGVXZD

È necessario dunque che l'"economico" umilmente riesamini e riveda i suoi rapporti col "politico" e col "diritto", le sue ideologie, i suoi principi, i suoi tabù e i suoi miti.
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Re: BANCHE

Messaggioda sandropascucci » 24 mag 2011, 9:16

io uno che dice ste cazzate:

> Il denaro pubblico è stato abbondantemente usato, aumentando il debito dello Stato, soprattutto per salvare le grandi istituzioni finanziarie too big to fail, troppo grandi per fallire, ma rapidamente aumentate in dimensione dall'inizio della crisi.

il "denaro pubblico" non esiste. il denaro è debito, da cui debito pubblico.
se esistesse il "denaro pubblico" non ci sarebbero problemi perché, una volta terminato - pure bruciato a troie di regime, rimarrebbe uno zero a bilancio e amen, ok? il problema è che il "denaro pubblico" è debito due volte: (1) quando lo prendiamo noi cittadini [privati] e (2) quando lo versiamo nelle casse dello Stato nonSovrano.

un debito non puo' sanare un altro debito.

è vero che il denaro in mano nostra ha una parvenza di etica, poiché ce lo siamo andati a prendere alle 5 di mattina, sudandolo fino a sera ma è una illusione, perché il nostro "padrone" se l'è fatto dare dalla banca (prestito per gli impianti produttivi magari) e/o da un altro cittadino (vendita del prodotto/servizio) che a sua volta ecc..

IL DENARO E' DEBITO.

quindi non ha senso dire "denaro pubblico". è come contare quante maglie ha la nostra catena legata al piede e fare i fichetti sul colore, materiale o quantità (numero degli anelli). una catena è una catena.

al limite, proprio per venirti incontro, dovremmo dire che "..una volta terminato il denaro pubblico (tasse) lo Stato ricorre al debito verso IGB..".. ma proprio perché vengo a te in soccorso accademico dialettico.

oppure, in ultima analisi, sei un cazzone bugiardo e manipolatore perché:
Il denaro pubblico è stato abbondantemente usato, aumentando il debito dello Stato,
ma forse volevi dire che: «Il denaro pubblico, che è un debito dello Stato e/o del Cittadino verso il sistema bancario privato, è stato abbondantemente usato, spesso per pagare il proprio stesso essere "debito" (il denaro ha un costo e questo grava sul denaro stesso, ergo una moneta da 100 dollari mi costa 105 dollari ma già i 100 erano debito - creati dal nulla, figuriamoci i +5!!). questo ha aumentato il debito dello Stato che non è sovrano sulla emissione di denaro-credito.»

ma proprio al limite, eh?!
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Christian Tambasco

Re: BANCHE

Messaggioda Christian Tambasco » 24 giu 2011, 12:34

fonte: corriere della sera Bernanke: «Grecia un rischio per l'economia globale»

::
CRISI E DEBITO
Bernanke: «Grecia un rischio per l'economia globale»
Il presidente Fed avverte: «Venti contrari più forti del previsto». Trichet: è allarme rosso nell'eurozona

Bernanke: «Grecia un rischio per l'economia globale»

Il presidente Fed avverte: «Venti contrari più forti del previsto». Trichet: è allarme rosso nell'eurozona

MILANO - La mancata soluzione del caso della Grecia porterebbe instabilità a livello globale. Atene, ha detto parlando a New York Ben Bernanke, presidente della Federal Reserve (Fed), la Banca centrale americana, è «una minaccia potenziale per il sistema finanziario mondiale» e metterebbe a «rischio il sistema europeo».

STRETTO CONTATTO - «Siamo molto bene informati, ci teniamo a stretto contatto con gli europei. È chiara l'importanza incredibile di risolvere la crisi greca» . Tuttavia, per Benanke, «le banche regolate dalla Federal Reserve non sono esposte in maniera significativa al debito europeo»

ALLARME BANCHE - Intanto in Europa è scattato l'allarme rosso: la crisi del debito minaccia di contagiare le banche ha detto il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet dopo la riunione dell'European Systemic Risk Board a Francoforte. Trichet, secondo quanto riferito da Bloomberg, avrebbe parlato di «luce rossa» facendo riferimento al legame tra banche e i problemi del debito dal momento che rappresenta «la minaccia più grave per la stabilità finanziaria nell'Unione europea». Il presidente della Bce, pur precisando che nella riunione non si è discusso della crisi della Grecia, ha comunque messo in evidenza come il pericolo maggiore derivi «dalle interconnessioni tra le vulnerabilità delle finanze pubbliche in alcuni Stati membri dell'Unione e il sistema bancario con potenziali effetti di contagio nell'intera Unione e anche oltre»

FORTI VENTI CONTRARI - L'economia globale cresce «a passo moderato, ha detto affermato il banchiere centrale spiegando la decisione di lasciare i tassi fermi a un range tra lo 0 e lo 0,25%. E alcuni fattori che hanno provato il rallentamento economico «potrebbero essere di più lunga durata» e «una parte dei venti contrari potrebbero essere più persistenti».

LE STIME - La Fed ha tagliato le stime sulla crescita degli Stati Uniti e ha rivisto al rialzo quelle sull'inflazione e sull'andamento dell'occupazione. Per il 2011, la Banca centrale americana attende ora una crescita del prodotto interno lordo tra il 2,7 e il 2,9%, meno del range tra il 3,1 e il 3,3% stimato in precedenza. Quest'anno il tasso di disoccupazione dovrebbe attestarsi all'interno di una forchetta tra l'8,6 e l'8,9%, più della forbice tra l'8,4 e l'8,7% precedente. Per quanto riguarda l'inflazione, il tasso si dovrebbe attestare tra il 2,3 e il 2,5%, contro il 2,1-2,8% precedente, mentre per la componente epurata dalle componenti più volatili come i prezzi di energia e generi alimentari, le stime sono ora tra l'1,5 e l'1,8%, più della forchetta tra l'1,3 e l'1,6% precedente


Paola Pica
22 giugno 2011(ultima modifica: 23 giugno 2011)

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Christian Tambasco

Re: BANCHE

Messaggioda Christian Tambasco » 27 giu 2011, 10:21

fonte: la stampa A Roma l'incontro dei grandi creditori

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Christian Tambasco

Re: BANCHE

Messaggioda Christian Tambasco » 28 giu 2011, 16:31

fonte: corriere della sera Sul mercato c'è chi è (s)coperto e chi no

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