Quando la riforma non riforma...

..ovvero le puttanate ufficiali propagandate dal Sistema Mediatico di IGB
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Christian Tambasco

Quando la riforma non riforma...

Messaggioda Christian Tambasco » 22 mag 2010, 9:02

sì sì la separazione tra banca d'investimento e banca di deposito, ma,ma,ma il tutto per fare in modo che le banche riaprino i rubinetti del credito e...tornino a fare soldi prestando ciò che non hanno garantito dal culo del debitore

LA CREAZIONE DAL NULLA DEL SISTEMA BANCARIO NON LA TOCCA NESSUNO ALTRO CHE CAZZI

fonte: sole24ore Cameron e Clegg cominciano dalla riforma delle banche

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Cameron e Clegg cominciano dalla riforma delle banche
di Leonardo Maisano
21 maggio 2010

Un anno per rivoluzionare il sistema bancario britannico. David Cameron e Nick Clegg, premier e vice premier della neonata coalizione che governa Londra, hanno definito il programma che li unirà nel mandato congiunto a Downing Street. Le priorità restano quelle già individuate nell'accordo di base, ma ora sono stati definiti i dettagli e scanditi i tempi di quella che il Times ha chiamato «a british revolution». Al primo posto del programma e non solo - crediamo - per ragioni di ordine alfabetico, c'è la riforma del sistema bancario.

Il governo Con-Lib ha deciso di istituire una Commissione che entro un anno dovrà delineare la strategia per dividere le banche retail da quelle di investimento. Non sono andati oltre l'annuncio, lasciando al nuovo organismo che è già al lavoro il compito di definire obiettivi, tempi e strategie di una trasformazione che sarebbe epocale e non solo per la Gran Bretagna. Una delle conseguenze ultime dovrà, comunque, essere il rapido ritorno a una più agevole concessione del credito che la crisi ha bloccato e solo ora, marginalmente, rimesso in movimento. Priorità che il nuovo esecutivo vuole affrontare subito - senza cioè attendere il documento sulla riforma globale - per ridare ossigeno alle piccole e medie imprese che più soffrono dalle conseguenze del credit crunch.

Sul fronte bancario Cameron e Clegg hanno riaffermato anche l'intenzione di creare un'imposta straordinaria a carico degli istituti di credito e di mettere fine alla cultura dei bonus, almeno nella misura astronomica vista a Londra in questi anni. I conservatori sono poi riusciti a fare passare, nonostante le resistenze dei liberaldemocratici, l'idea di dare alla Banca d'Inghilterra più poteri nella regolamentazione dei mercati, a scapito della Fsa, la Consob inglese.

Gli altri punti del programma sono il frutto di un delicato compromesso come quello sulla revisione del deterrente nucleare Trident in cui i LibDem hanno indicato che la loro posizione resta differente e autonoma dal resto della compagine di governo. Ma c'è assoluta intesa sulla necessità, per esempio, di introdurre una legge per la libertà, ridando centralità alla società e all'individuo, attraverso una serie di riforme specifiche inclusa, per esempio, quella sulle telecamere per le strade considerate eccessivamente intrusive. Ci sarà un tetto all'immigrazione non comunitaria, ma, soprattutto, è caduto l'ultimo velo sulla riforma del sistema elettorale. Il referendum sull'introduzione del modello australiano è stata riaffermato e sarà lanciato in coincidenza con una serie di riforme che muteranno i contorni dei collegi elettorali e la durata del parlamento. Londra avrà infatti una Camera dei Comuni con mandato fisso di cinque anni e non, come ora, regolata da un mandato più flessibile, a discrezione del premier che deve solo rispettare il margine massimo di durata della legislatura.

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Christian Tambasco

Re: Quando la riforma non riforma...

Messaggioda Christian Tambasco » 24 mag 2010, 10:27

fonte: ANSA Crisi: Gb, si lavora a tasse su banche

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Crisi: Gb, si lavora a tasse su banche
Nuovo governo potrebbe introdurle in bilancio previsione giugno
23 maggio, 10:53

(ANSA) - LONDRA, 23 MAG - Il governo britannico sta pensando a tasse sulle banche che potrebbero arrivare a un onere di 8 miliardi di sterline (oltre 9mld euro).Lo scrive il quotidiano Independent. Le misure potrebbero essere introdotte in maniera unilaterale dalla coalizione di Conservatori e Liberaldemocratici il 22 giugno nel bilancio di previsione, nell'ambito di piani per limitare l'attuale deficit record. Il G20 esaminera'a giugno proposte analoghe, ma i Conservatori britannici sono pronti a procedere da soli.

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sergioloy

Re: Quando la riforma non riforma...

Messaggioda sergioloy » 24 mag 2010, 12:51

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dal corriere della sera del 21.

Usa: vittoria per Obama, anche il Senato approva la riforma dei mercati finanziari
Nasce l'Agenzia di protezione finanziaria, poteri speciali al governo per liquidare le grandi società


WASHINGTON (USA) - Cinque mesi dopo la Camera, anche il Senato ha approvato la più cruciale riforma dei mercati finanziari americani dal ’33 – ’34 dopo la «Grande depressione». La riforma è stata approvata con 59 voti a favore, quasi tutti democratici, contro 39 contrari, quasi tutti repubblicani, oltre a 2 astensioni. Per la finanza globale, non soltanto americana, è una svolta importante verso la stabilità. Le 2 differenti versioni della riforma emerse dal dibattito delle due Camere verranno unificate a giugno, e la nuova normativa, ha dichiarato il leader del Senato, il senatore democratico Harry Reid, «porrà fine alla giostra di Wall Street».

PER OBAMA UN SUCCESSO - Il presidente Obama, al suo secondo successo dopo il passaggio della riforma sanitaria, ha definito il voto «una sconfitta delle banche e delle lobbies e una vittoria per il pubblico». Il presidente intende coordinarla con le riforme delle altre potenze economiche, e a questo scopo ha inviato il governatore della Riserva federale Ben Bernanke in Cina e invierà la settimana prossima il ministro del Tesoro Timothy Geithner in Europa. La riforma del Senato prevede la nascita di una Agenzia di protezione finanziaria del consumatore con vari compiti tra cui quello di annullare i mutui subprime, o a più alto rischio, o perché il contraente non se li può permettere o perché le banche applicano interessi enormi, la causa prima del crollo delle Borse del 2008. Assegna poteri speciali al governo per il sequestro e la liquidazione delle cosiddette società «troppo grandi per fallire» qualora si trovino in insormontabili difficoltà e minaccino quindi l’economia e la finanza nazionali, e costituisce un fondo di liquidità al riguardo. Inoltre regolamenta per la prima volta quasi tutti i derivati, inclusi i Cds o Credit default swaps, i titoli assicurativi contro il dissesto delle società e degli stati, che hanno contribuito alla crisi della Grecia e dell’euro, e delega alla Riserva federale il diritto di vietare alle banche di trattarli in borsa.

VOTO AGLI AZIONI SUI COMPENSI DEI MANAGER - Infine concede agli azionisti un voto, sia pure non vincolante, sugli stipendi e i premi dei manager, la cui enorme crescita ha suscitato lo sdegno popolare. La riforma contiene tuttavia lacune e non è neppure escluso che nei negoziati con la Camera, il Senato debba edulcorarne alcuni punti. Ma il suo promotore, il senatore democratico Chris Todd, si è detto certo che «non verrà snaturata», e Obama ha assicurato che si adopererà «affinché sia davvero efficace». I repubblicani, di cui al Senato 4 su 41 hanno però votato per la riforma, l'hanno denunciata come una grave interferenza nei liberi mercati. Ma ha l’appoggio popolare, e lo ha confermato l'inaspettata elezione di un candidato democratico a essa favorevole in un collegio conservatore lo scorso martedì (la morte di un deputato aveva reso il seggio vacante). In vista delle elezioni congressuali di novembre anche molti repubblicani potrebbero essere costretti a pronunciarsi per un'equilibrata regolamentazione della finanza.

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domenico.damico

Re: Quando la riforma non riforma...

Messaggioda domenico.damico » 24 mag 2010, 14:19

Obama ha scritto:PER OBAMA UN SUCCESSO - Il presidente Obama, al suo secondo successo dopo il passaggio della riforma sanitaria, ha definito il voto «una sconfitta delle banche e delle lobbies e una vittoria per il pubblico». Il presidente intende coordinarla con le riforme delle altre potenze economiche, e a questo scopo ha inviato il governatore della Riserva federale Ben Bernanke in Cina e invierà la settimana prossima il ministro del Tesoro Timothy Geithner in Europa. La riforma del Senato prevede la nascita di una Agenzia di protezione finanziaria del consumatore con vari compiti tra cui quello di annullare i mutui subprime, o a più alto rischio, o perché il contraente non se li può permettere o perché le banche applicano interessi enormi, la causa prima del crollo delle Borse del 2008. Assegna poteri speciali al governo per il sequestro e la liquidazione delle cosiddette società «troppo grandi per fallire» qualora si trovino in insormontabili difficoltà e minaccino quindi l’economia e la finanza nazionali, e costituisce un fondo di liquidità al riguardo. Inoltre regolamenta per la prima volta quasi tutti i derivati, inclusi i Cds o Credit default swaps, i titoli assicurativi contro il dissesto delle società e degli stati, che hanno contribuito alla crisi della Grecia e dell’euro, e delega alla Riserva federale il diritto di vietare alle banche di trattarli in borsa.


Praticamente ha legalizzato ed istituzionalizzato il sistema attuale.

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sergioloy

Re: Quando la riforma non riforma...

Messaggioda sergioloy » 25 mag 2010, 10:54

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dal Sole24ore

Bruxelles studia una tassa sul credito
I paesi dell'Unione Europea potrebbero imporre alle loro banche una tassa destinata alla creazione di un fondo nazionale a garanzia di possibili nuove crisi finanziarie. Si tratta di una proposta – riporta il Financial Times in edicola oggi – che potrebbe essere inoltrata oggi da Michel Barnier, commissario Ue al mercato interno e che, se approvata, potrebbe portare alla creazione di una sorta "cuscinetto" di alcuni miliardi di euro da utilizzare per eventuali salvataggi di banche in crisi. I fondi raccolti potrebbero essere utilizzati per erogare prestiti ponte o per garantire temporaneamente asset a richio, metodi peraltro già utilizzati durante la recente crisi. Da capire inoltre come dovrà essere calcolata l'imposta (sugli utili, sul patrimonio o altro), tema che sicuramente sarà al centro di molte discussioni.
Il piano chiaramente è in una fase embrionale e, una volta messo a punto per diventare operativo dovrà essere approvato da ogni singolo paese dell'Unione e dal parlamento europeo. Da superare anche un altro eventuale scoglio: un piano del genere infatti dovrebbe essere messo in atto anche negli Usa e in altri paesi per evitare distrosioni del mercato. Il piano quindi deve essere ancora sviluppato. Ma alcune deadline già esistono: verrà infatti discusso il mese prossimo a Toronto dai leader dei Paesi Ue nell'ambito della riunione del G20. La Ue sta da tempo studiando la questione e un recente studio dei suoi servizi finanziari ha stimato che un'eventuale nuova tassa potrebbe generare entrate superiori ai 50 miliardi l'anno.

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Christian Tambasco

Re: Quando la riforma non riforma...

Messaggioda Christian Tambasco » 27 mag 2010, 12:00

fonte: ANSA Ue, tassare banche per fondi nazionali anticrisi
Spagna: Zapatero annuncia, presto tassa su ricchi


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Ue, tassare banche per fondi nazionali anticrisi
Spagna: Zapatero annuncia, presto tassa su ricchi

26 maggio, 21:20

BRUXELLES - La Commissione Ue lancia la proposta di una tassa sulle banche europee entro il 2011 per far fronte alle future crisi del settore, senza che gli Stati membri siano costretti a mettere le mani nelle tasche dei contribuenti. Ma - di fronte alle resistenze e alle divisioni all'interno dei 27 - Bruxelles è costretta a frenare le sue ambizioni. Col commissario Ue ai servizi finanziari che ammette: "L'ideale sarebbe creare un Fondo unico europeo, ma al momento questa è un'ipotesi irrealistica".

Ecco allora che nella comunicazione presentata oggi da Barnier - in tempo per essere messa sul tavolo del G20 di Toronto - si propone la strada al momento considerata "più percorribile", ovvero la realizzazione coordinata a livello europeo di una "rete di fondi nazionali anticrisi", alimentati appunto da "prelievi a carico delle banche". "Siamo pronti ad andare avanti da soli, senza aspettare gli Usa", ha assicurato Barnier, sottolineando come "non si tratta di costituire fondi per il salvataggio delle banche, ma per gestire in maniera ordinata i fallimenti bancari e le situazioni di insolvenza, per prevenire le potenziali conseguenze disastrose delle crisi, fino a una destabilizzazione del sistema finanziario".

Come avvenuto per il crac di Lehman Brothers. Insomma, il principio è che d'ora in poi dovranno essere le stesse banche a pagare per i propri errori. Un principio che per Barnier è simile a quello del "chi inquina paga". Sul tipo di prelievo a cui assoggettare le banche, la Commissione Ue lascia la strada aperta a varie soluzioni, in attesa che il dibattito con e tra gli Stati membri chiarisca maggiormente il quadro delle posizioni. L'unica cosa certa è che Bruxelles non pensa a una tassazione sulle transazioni finanziarie (la cosiddetta Tobin tax). L'idea - ha spiegato Barnier - è piuttosto quella in base al quale il contributo delle banche arrivi tassando i bilanci: attraverso una imposizione sui profitti, o sulle passività o sugli asset. "La cosa più importante - ha spiegato Barnier - è che le modalità di questo contributo sia il più armonizzato possibile all'interno della Ue". Le risorse dei fondi nazionali potranno essere quindi utilizzate per finanziare le cosiddette 'banche ponte', oppure il trasferimento totale o parziale di attività e passività, o ancora il finanziamento della separazione tra la parte sana della banca ('good bank') dai suoi asset a rischio o deteriorati ('bad bank'). Fondi anticrisi già esistono in alcuni Paesi europei, vedi la Svezia.

Mentre in Germania si sta lavorando a un progetto simile. La Francia ha finora sostenuto che il gettito di tali fondi sarebbe meglio andasse ad alimentare le casse statali, per poterlo utilizzare nella riduzione del deficit. Barnier ha quindi annunciato che entro luglio presenterà la proposta per rendere obbligatoria la registrazione dei credit default swap contratti in Europa e che all'inizio del prossimo autunno arriverà anche la proposta sulle vendite allo scoperto. Ribadendo come "le misure già adottate in Germania ed in altri Paesi avranno maggiore efficacia se coordinate o prese congiuntamente a livello europeo".

SPAGNA: ZAPATERO ANNUNCIA, PRESTO TASSA SU RICCHI - Un colpo alle pensioni, congelate, un altro agli statali, stipendi -5%. E ora il governo di José Luis Zapatero vuole colpire anche i 'ricchi' per riportare il deficit, esploso all'11,2% nel 2009, sotto il 3% nel 2013.. Zapatero ha annunciato oggi in parlamento che "nelle prossime settimane" introdurrà la 'tassa sui ricchi' cui aveva accennato nei giorni scorsi. Il premier non ha precisato come sarà e su che cosa si applicherà, ma ha chiarito che colpirà solo i più facoltosi, "i cittadini con alta capacità economica". La misura, ha voluto rassicurare,"non riguarderà il 99,9 dei contribuenti". Nei giorni scorsi fonti dell'esecutivo hanno detto che la nuova tassa - di cui non si sa se sarà un ritocco all'Ipef, una imposta sul patrimonio o sulle successioni - potrebbe colpire solo chi dichiara più di un milione di euro. Non si prevede che la 'tassa sui ricchi' dia un contributo economicamente rilevante al piano di austerity varato dal governo di Madrid. Secondo El Mundo, in base alla percentuale citata da Zapatero, dovrebbe interessare solo 4.600 spagnoli. Ma per il premier socialista si tratta soprattutto di 'dire qualcosa di sinistra', e lanciare un messaggio politico ai sindacati, messi in agitazione dalla manovra bis della settimana scorsa (tagli per altri 15 miliardi di tagli nel 2010 e 2011 dopo i 50 miliardi su tre anni annunciati in gennaio). Dopo avere giurato per mesi che non avrebbe toccato gli statali, le pensioni e la spesa sociale, sotto pressione dei partner europei e dei mercati Zapatero la settimana scorsa ha deciso di tagliare del 5% le retribuzioni dei funzionari, di congelare le pensioni e di abbattere la scure sulla spesa sociale. La lunga luna di miele fra il governo socialista e i due grandi sindacati del paese, Ugt e Ccoo, sembra agli sgoccioli. L'8 giugno è stato proclamato uno sciopero degli statali, che paralizzerà il paese. E i leader di Ugt e Ccoo, ideologicamente vicini al governo, benché riluttanti pensano ora allo sciopero generale, forse a fine giugno. Il Fmi intanto preme perché Madrid proceda come promesso da Zapatero alla riforma del mercato del lavoro - la disoccupazione è al 19% - e delle pensioni. Altre misure impopolari, che se saranno prese aggraveranno la frattura con i sindacati e l'impopolarità del governo a due anni dalle politiche del 2012. I sondaggio danno il Psoe di Zapatero a picco, staccato di 10 punti dal Pp di Mariano Rajoy, che denuncia sempre più duramente la "improvvisazione" e "l'incompetenza" del premier e del suo governo. In Senato Zapatero è stato platealmente contestato dell'opposizione. I senatori del Pp scatenati per diversi minuti gli hanno gridato "dimissioni, dimissioni!". Il capogruppo popolare Pio Garcia Escudero lo ha invitato a andarsene per il bene del paese, "smettendo di essere un ostacolo per superare la crisi", ed a convocare elezioni anticipate. Rajoy si dichiara pronto a governare mentre i nazionalisti catalani di Ciu propongono un governo di unità nazionale, ma senza Zapatero.


uhm...

Insomma, il principio è che d'ora in poi dovranno essere le stesse banche a pagare per i propri errori. Un principio che per Barnier è simile a quello del "chi inquina paga"


quindi legittimiamo l'inquinamento...e già qui è tutto dire, ma leggendo di qua e di là tutto questo polverone sul fatto che la banche pagherebbero le loro mancanze, a me sembra una bufala, si parla di finanziare la gestione dei loro buchi, la gestione del loro debito non a coperture del debito, ma delle spese di gestione che si affrontano nell'intervenire...questo è quanto, ad oggi mi è dato capire

passiamo a Zapatero

Non si prevede che la 'tassa sui ricchi' dia un contributo economicamente rilevante al piano di austerity varato dal governo di Madrid.

e lo spettacolo è servito


ciao

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sergioloy

Re: Quando la riforma non riforma...

Messaggioda sergioloy » 6 giu 2010, 8:37

a quello che diceva che il politico non è asservito:


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Accordo su risanamento dei conti. Nessuna tassa sulle banche

da ansa.it

Il G20 riesce a raggiungere un faticoso accordo sulla necessità di "accelerare il tasso di consolidamento" dei conti dei Paesi alle prese con problemi di bilancio, ma le recenti turbolenze dei mercati sono un segnale di allarme per la ripresa, che pure procede "a una velocità maggiore di quanto previsto", ma differenziata fra le diverse regioni. Al termine di un vertice segnato dall'ennesima crisi sovrana, quella inaspettata dell'Ungheria, che ha portato a un nuovo scivolone dei mercati, i ministri delle Finanze e i governatori dei 20 grandi provano a raggiungere un compromesso fra le diverse posizioni che vedono come necessaria la 'stretta' sui bilanci pubblici e quelle timorose di vedere a rischio la ripresa. Non passa la tassa sulle banche ma si raggiunge un accordo di principio affinché il sistema finanziario contribuisca a pagare i costi dei salvataggi con un contributo "equo e sostanziale". Per le norme di Basilea 3 resta comunque ferma la scadenza del 2012, anche se verranno applicate con gradualità. Nel comunicato finale del vertice si sottolinea così "l'importanza di finanze pubbliche sostenibili e la necessità per i nostri Paesi di mettere in campo misure credibili e non ostili alla crescita, differenziate e per ogni Paese".

Il G20 ammonisce che "la volatilità dei mercati finanziari ci ricorda che rimangono sfide significative" per l'economia globale. La versione finale del comunicato è meno pessimista delle bozze circolate alla vigilia sulla situazione economia e afferma che "la ripresa continua più veloce di quanto previsto sebbene a un tasso differente fra i diversi Paesi e regioni". Gli Stati Uniti peraltro chiedono a Giappone e ad alcuni Paesi europei, come la Germania, di stimolare la domanda interna e non puntare solo sull'export verso l'Asia che cresce a tassi più sostenuti. Concetto ribadito dal segretario al Tesoro Usa, Tim Geithner, al termine del vertice in conferenza stampa. Secondo Geithner "il consolidamento dei conti non deve mettere a rischio la ripresa". E per il presidente della Bce, Jean Claude Trichet, il consolidamento delle finanze pubbliche è "un lavoro che deve essere fatto a livello mondiale". Per il banchiere "l'impatto sulla crescita non dovrebbe essere considerato negativo, perché il taglio di budget aiuterà a consolidare la ripresa". Il ministro della Finanze spagnolo, Elena Salgado, il cui Paese ha la presidenza di turno dell'Ue, ha poi osservato che il consolidamento fiscale dovrebbe iniziare il più presto possibile "una volta che la ripresa diventa sostenibile, ma non più tardi del 2011".

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Christian Tambasco

Re: Quando la riforma non riforma...

Messaggioda Christian Tambasco » 28 giu 2010, 17:41

fonte: ANSA G20: impegno su deficit Per Ue vittoria a metà

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G20: impegno su deficit Per Ue vittoria a metà
Berlusconi, rigore strada obbligata. Draghi: nuove regole non rallenteranno ripresa

dell'inviato Ugo Caltagirone
28 giugno 2010

TORONTO - Il G20, come ampiamente previsto, si è concluso con i Grandi in ordine sparso: tutti concordi sulla priorità di sostenere la crescita, ma sostanzialmente divisi su come ottenerla: l'Ue attraverso un drastico risanamento dei conti, gli Usa il Giappone e i Paesi emergenti continuando a stimolare l'economia con misure ad hoc. L'unico risultato concreto del summit appare l'aver fissato obiettivi minimi per il taglio dei deficit e dei debiti pubblici - che gli europei sbandierano come una propria vittoria - mentre la proposta di una tassa sulle banche a livello globale - appoggiata da entrambe le sponde dell'Atlantico - è stata per ora affossata. Così come l'ipotesi di una tassa sulle transazioni finanziarie, nemmeno presa in considerazione nella dichiarazione finale del vertice. Dichiarazione che rappresenta un vero e proprio capolavoro di 'cerchiobottismo', nel tentativo non facile di coniugare visioni diverse.

L'Europa, assillata dal problema dei debiti sovrani, non può permettersi di mollare sul fronte del consolidamento dei conti pubblici e ha insistito fino all'ultimo perché passasse una linea condivisa sulla necessità di riportarli sotto controllo. Gli Stati Uniti, invece, preoccupati dal fatto che un'eccessivo rigore possa soffocare la ripresa. Alla fine - con l'impegno preso di dimezzare i deficit entro il 2013 e di stabilizzare il trend di riduzione dei debiti pubblici entro il 2016 - sembrano aver prevalso le esigenze del Vecchio Continente.

"E' stata accolta la nostra tesi per cui il risanamento non compromette la crescita", ha affermato con soddisfazione il presidente della Commissione Ue, José Manuel Barroso, per il quale è l'ora di cominciare a mettere a punto le exit strategy dai piani anti-crisi, ogni Paese in base alla propria situazione. Il presidente Usa, Barack Obama, però, alla fine del vertice non ha perso l'occasione per bacchettare di nuovo chi, secondo lui, mette a rischio una ripresa globale che - usando il linguaggio della dichiarazione del G20 - ha definito ancora "fragile e disuguale". "Non ci può essere una corsa al ritiro delle misure di stimolo all'economia", ha ammonito il presidente americano, rivendicando come quello statunitense sia il modello da seguire per garantire una crescita forte, sostenibile ed equilibrata. E, soprattutto, per creare nuova occupazione. Un allarme, quello del lavoro, rilanciato oggi dal G20 che parla di "livelli di occupazione inaccettabili in alcuni Paesi". Se una "crescita vigorosa" è comunque la parola d'ordine dei Grandi, sulle strategia per centrarla si parla di "misure differenziate e concepite sulla base delle peculiarità nazionali". Tutti liberi quindi di modulare le proprie misure, in un quadro di "finanze sane".
Discrezionalità anche sulla necessità di introdurre una tassa sulle banche. Non passa la proposta europea di un approccio globale, ma ogni Paese sarà libero di deciderla o meno. Nel modo che preferisce. Dunque, seppur nell'ambito di "un'ampia gamma di approcci politici", tutti sono d'accordo sul fatto che anche le banche contribuiscano ai costi della crisi. Per il presidente francese, Nicolas Sarkozy, non di una sconfitta si tratta, ma del riconoscimento di un principio su cui l'Europa farà da "apripista". Infine, la Cina. Pechino, che ieri aveva ammonito i partner a non esercitare pressioni sulla sua politica monetaria, ha ottenuto che nella dichiarazione finale non si citi lo yuan. Nel documento c'é solo un passaggio - inserito all'ultimo momento - in cui si invitano i Paesi emergenti a "rendere più flessibili i propri tassi di cambio".


OBAMA: USA GUIDA CRESCITA VITTORIA A METÀ PER UE
di Cristiano Del Riccio
Il presidente Barack Obama ha chiuso il vertice dei grandi del pianeta a Toronto prendendo atto del fatto che non esiste una ricetta unica per portare avanti la battaglia per la ripresa economica. Mentre il G20 ha sottoscritto il 'mantra' del presidente Usa che la priorita' e' quella di salvaguardare e potenziare la ripresa, nello stesso tempo Obama ha accettato la conclusione che esistono strade diverse per arrivare a questo traguardo: la riduzione del deficit dovra' essere adattata alle condizioni particolari di ciascun paese. Gli Usa - ha detto Obama - ''stanno guidando con l'esempio: le nostre azioni audaci hanno avuto successo sulla strada della crescita economica''. Mentre ''diversi dei nostri partner europei stanno operando difficili decisioni: ma dobbiamo essere consapevoli che la nostra salute fiscale sara' basata in futuro in gran parte sulla nostra abilita' nel creare oggi crescita e occupazione''. Resta da vedere quanto l'obiettivo di dimezzare il deficit entro il 2013 - fissato dal G20 - sara' realisticamente conseguibile. Il presidente Usa ha affermato di essere una persona ''che mantiene sempre le sue promesse'' anche se alcuni continuano ogni volta a sorprendersi (ha citato la riforma sanitaria e l'ammissione dei gay dichiarati nelle forze armate) Obama aveva ammonito l'Europa sui pericoli di tagli troppo massicci. Ma al G20 si e' trovato in chiara minoranza mentre un paese dopo l'altro sottolineava la necessita' di ridurre i loro deficit indicando la vicenda della Grecia come spauracchio. Il presidente Usa ha ricevuto un sostegno inatteso dalla Cina un segno forse del disgelo tra Washington e Pechino che ha portato ad omettere la questione dello yuan dal comunicato finale ed ha fatto scattare un invito a Hu Jintao per una visita ufficiale di stato negli Usa. E' solo la terza da quando Obama e' alla Casa Bianca. Obama ha detto di considerare un passo positivo la maggiore flessibilita' del cambio dello yuan ma e' solo un primo passo e il giudizio puo' essere dato solo tra alcuni mesi. Ha pero' ammonito - con un riferimento che la Cina non puo' non prendere in seria considerazione - che nessun paese deve basare la sua prosperita' puntando sulle esportazioni in America. Sul piano internazionale ha definito ''inaccettabile'' il ''comportamento belligerante'' della Corea del Nord. Ha ribadito che l'Afghanistan sara' partner per molti anni degli Usa ma questo non significa una presenza altrettanto lunga delle truppe americane.

G20: UE, VITTORIA A META'; PASSA RIGORE,NO TASSA BANCHE
SUCCESSO MERKEL, SCONFITTA PERO' SU TRANSAZIONI FINANZA

Una vittoria a meta'. Cosi' l'Europa esce dal G20 di Toronto, incassando un impegno preciso sul fronte della riduzione dei deficit. Ma perdendo su quello di una tassa globale sulle banche: proposta affossata nelle conclusioni del vertice, cosi' come l'ipotesi di una tassa sulle transazioni finanziarie. Un'idea, quest'ultima, fortemente sostenuta dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, ma contrastata anche da molti Paesi della Ue, Italia compresa. ''E' stata accolta la nostra linea che il risanamento non compromette la crescita'', ha detto soddisfatto il presidente della Commissione Ue, Jose' Manuel Barroso. E in effetti, dopo il braccio di ferro con gli Stati Uniti, l'aver inserito nella dichiarazione finale del summit l'obiettivo minimo di dimezzare i deficit entro il 2013 e di stabilizzare i debiti pubblici entro il 2016 e' un riconoscimento alla posizione della Ue. Ue pressata dalle tensioni sui debiti sovrani di alcuni Paesi dell'Eurozona e costretta a perseguire la strada di un drastico risanamento dei conti. E' un successo soprattutto della cancelliera Merkel, che con la sua manovra da 80 miliardi di euro in quattro anni, ha alzato l'asticella del rigore nell'intero Vecchio Continente, costringendo tutti i Paesi ad accelerare il consolidamento delle finanze pubbliche. E facendo storcere il naso agli Stati Uniti che avevano insistito sulle necessita' di non mettere troppo l'accento sul rigore a discapito della ripresa. Meno fortuna ha avuto invece la proposta di una tassa sulle banche, la piu' sbandierata dall'Europa alla vigilia del summit, quando Angela Merkel, Nicolas Sarkozy e David Cameron hanno annunciato la sua introduzione nei rispettivi Paesi. Pur riconoscendo la necessita' di un sistema finanziario che sia in grado di pagare per future crisi, nella dichiarazione finale del G20 si sottolinea come questo obiettivo puo' essere raggiunto attraverso ''un'ampia gamma di approcci politici''. Anche attraverso la via fiscale, ma senza alcun vincolo. Gli europei, comunque, mascherano il mancato successo. ''Il G20 ha riconosciuto che una tassa sulle banche e' legittima, e l'Europa fara' da apripista'', ha detto il presidente francese, Nisolas Sarkozy. Anche per Barroso ''i nostri partner hanno ritenuto la tassa uno strumento utile''. Sconfitta soprattutto della Merkel la decisione del G20 di non menzionare l'ipotesi di una tassa sulle transazioni finanziarie, che la cancelliera tedesca e' comunque determinata a portare avanti anche solo a livello europeo. (ANSA)

G20:BERLUSCONI,BENE SUMMIT, RIGORE STRADA OBBLIGATA
AZZERAMENTO DEFICIT POSSIBILE; REGIONI? BASTA SPRECHI


Gli Stati hanno vissuto al di sopra delle proprie possibilita', e' giunto il momento di tirare la cinghia e stringere i cordoni della borsa: l'Italia lo puo' fare anche raggiungendo l'ambizioso traguardo di abbattere il deficit nel 2016, Ma tutti - compresi i riottosi governatori - devono mettersi in testa che gli sprechi devono essere eliminati. Silvio Berlusconi tira le somme del G20 di Toronto. Un vertice, sostiene, che si e' svolto in un clima decisamente diverso da quell'atmosfera ''drammatica'' dei giorni della tempesta che ha scosso le economie di mezzo mondo. Ora, sostiene il presidente del Consiglio che siede in sala stampa in compagnia di Giulio Tremonti, e' convinzione di tutti che la crisi sia ''alle spalle''. Ma cio' non significa che i sacrifici siano finiti. Il Cavaliere, come di consueto, rivendica i meriti del governo: ''Siamo stati i primi a imboccare la strada'' del consolidamento di bilancio accompagnato da un sostengo allo sviluppo''. La manovra del governo, sostiene, persegue entrambi gli obiettivi: da un lato mette in sicurezza i conti, dall'altro non affossa la crescita visto che le tasse non sono aumentate e il governo ha investito ''quasi 10 miliardi'' per sostenere il mondo delle imprese. Berlusconi rivendica poi di aver previsto il flop della proposta di Berlino di tassare le transazionni finanziarie. ''L'esplicita richiesta della cancelliera tedesca non ha trovato seguito e io sono stato buon profeta nel dire che trovare accordo di tutti sarebbe stato difficilissimo'', sottolinea il premier. Circa il formato dei summit, Berlusconi da un lato riconosce che il G20 ormai e' il clulb dove si prendono le decisioni, dall'altro conferma la sua predilezione per il G8. ''Questo G20 si e' defintivamente affermato come il verice per la govenance economica e non solo del mondo'', ammette. Tuttavia, aggiunge, ''tutti sono convinti che il G8 debba continuare a esistere''. Parla dell'incontro con il premier turco Erdogan e del sempre meno intenso desiderio dei turchi di entrare nell'Ue. Ma e' sulla politica economica che il premier concentra la sua attenzione. Prima definisce ''ottimistico'' l'obiettivo di azzerare il deficit entro il 2016. Poi dice di averlo definito cosi' solo perche' il ministro dell'Economia ''era gia' preoccupato'' di dover raggiungere il target nel 2013 (di dimezzare il disavanzo, come previsto nella dichiarazione conclusiva). Insomma, spiega sorridendo Berlusconi, ''ho detto ottimistica per fargli una carezza, pero' penso che si possa raggiungere, questo e' il mio pensiero''. Ma Tremonti, la butta sullo scherzo: ''Ma stava parlando del mondo, del G20...''. Ma Berlusconi riprende il filo del discorso e serio aggiunge: ''Quando si dice che molti Paesi anche fuori dall'Europa sono vissuti al di sopra delle proprie possibilita' si dice la verita'''. Insomma, prosegue, ''ci dovremo rassegnare a diminuire le nostre spese''. Da qui, la richiesta alle regioni di guardare in faccia alla realta': ''Abbiamo messo gli occhi dentro l'amministrazione dello Stato, le regioni, le province e i comuni e ci si e' accapponata la pelle: E' chiaro che chi ha comuni e ci si e' accapponata la pelle: E' chiaro che chi ha la responsabilita' di governare le regioni difende lo staus quo'', ma pur essendo ''difficile e doloroso, ma non si puo' andare avanti cosi' a sprecare i soldi dei cittadini''.

DRAGHI, NUOVE REGOLE NON RALLENTERANNO RIPRESA - "Ci assicureremo che le nuove regole non creino scompiglio sui mercati e non rallentino la ripresa" economica. Lo ha detto il presidente del Financial Stability Board (Fsb) e governatore della Banca d'Italia Mario Draghi, al termine del G20. I leader si sono impegnati ad adottare Basilea III a novembre a Seoul, precisando che "é ancora presto" per decidere quali saranno i tempi degli accordi transizione prima dell'adozione complessiva. Nella lettera invita al G20, Draghi spiega che per le riforme di Basilea III "é opportuno prevedere tempi di attuazione ragionevoli che tengano conto delle diverse situazioni nazionali. Le differenze nazionali verranno a ridursi man mano che i vari paesi saranno pronti ad accogliere l'accordo globale". "E' stato un buon meeting": i leader hanno utilizzato "un linguaggio molto forte su capitale e liquidita". Lo ha detto il presidente del Financial Stability Board (Fsb) e governatore della Banca d'Italia Mario Draghi, sottolineando che i leader del G20 hanno espresso il proprio appoggio sul lavoro svolto dall'Fsb per risolvere l'azzardo morale legato alle società troppo grandi per fallire. "Buoni progressi sono stati registrati nelle ultime settimane sui nuovi standard per rafforzare la liquidità e il capitale delle banche e limitare il leverage". E' quanto afferma Mario Draghi, presidente del Financial Stability Board, nella lettera inviata ai leader del G20, nelle quale constata che "la qualità e l'ammontare di capitale nel sistema finanziario deve essere significativamente maggiore per migliorare la resistenza" delle banche agli shock. Le autorità - aggiunge Draghi - dovrebbero garantire degli accordi "di transizione che consentano di muoversi verso più robusti standard di capitale senza mettere la ripresa a rischio". Al G20 Draghi consegna anche un report preliminare, quello definitivo arriverà al G20 di novembre, nel quale delinea sei principi per fissare un contesto normativo internazionale, fra le quali avere a disposizione strumenti di risoluzione, imporre requisiti supplementari prudenziali, rafforzare le infrastrutture del sistema finanziario per ridurre i rischi di contagio. Ai grandi della Terra, Draghi consegna anche un rapporto sui progressi effettuati sugli altri temi importanti della riforma regolatoria, ovvero migliorare i derivati over-the-counter, rafforzare la trasparenza e l'adesione agli standard internazionali. "Il 2010 è un anno critico per far avanzare riforme globali in queste aree".

SARKOZY, TASSA BANCHE RITENUTA LEGITTIMA, UE APRIPISTA - Il G20 ritiene che una tassa sulle banche possa essere una politica legittima. Lo ha detto il presidente francese Nicolas Sarkozy al termine del G20, sottolineando che l'Europa su questo fronte aprirà la strada.

ZAPATERO, CONTRO SPECULAZIONE FMI PRESENTI NUOVE MISURE
- La Spagna ha chiesto al Fondo Monetario Internazionale un rapporto, in vista del prossimo G20 di Seul, con delle raccomandazioni in grado di limitare la speculazione. E' quanto riferito da fonti spagnole. Il premier José Luiz Zapatero - hanno spiegato - ha sottolineato, nel corso del G20, l'esigenza di "imporre maggiori obblighi ai mercati", chiedendo all'Fmi, misure "anti-speculazioni". La Spagna - che partecipa al vertice ma non fa parte del formato del G20 - ha recentemente dovuto affrontare turbolenze di mercato, puntando il dito sugli speculatori e prendendo misure drastiche per rafforzare la fiducia dei mercati.

PAESI EMERGENTI ATTUINO CAMBI FLESSIBILI - Il G20 invita i paesi emergenti a seguire una politica di tassi di cambio più flessibili.

IMPEGNO A DIMEZZARE DEFICIT ENTRO 2013 - Le economie avanzate si sono impegnate a piani che dimezzino il deficit entro il 2013 e a stabilizzare o ridurre, entro il 2016, il rapporto debito pubblico-Pil.

RAFFORZARE RIPRESA E CONTI PUBBLICI - La priorità del G20 è "salvaguardare e rafforzare la ripresa e gettare le basi per una crescita forte, sostenibile ed equilibrata, rafforzare il sistema finanziario". E' quanto si legge nel comunicato finale del G20 in cui si precisa che "conti pubblici solidi sono essenziali per sostenere la ripresa e dare flessibilità per rispondere a nuovi shock".

RIPRESA E RIGORE CONTI, MA GRANDI IN ORDINE SPARSO
dall'inviata Marina Perna

TORONTO - La ripresa è "fragile" e l'ordine di scuderia è ridarle "vigore". Anche perché resta l'allarme lavoro con livelli di "occupazione inaccettabili in molti paesi". Ma sulle strategia per una crescita sostenibile e sostenuta il G20 di Toronto non dà grandi risposte.

E, confermando le previsioni della vigilia, appare in ordine sparso. Con una dichiarazione finale 'cerchiobbottista', che mette d'accordo tutti sulla carta, ma che di fatto non segna la strada per quella strategia concordata senza la quale si rischia - aveva paventato l'Fmi solo l'altro ieri - di perdere 30 milioni di lavoro e 4 mila miliardi di dollari di produzione. Niente riferimento all'atteso dossier sulle tasse su banche e transazioni finanziarie. E passa il 'liberi tutti' sulle misure da mettere in campo: "differenziate e concepite sulla base delle discrezionalità nazionali", cita la bozza di documento finale.

Se l'accordo - forse l'unico sostanziale - si raggiunge sul dimezzamento dei deficit entro il 2013 delle economie mature (che consente alla cancelliera tedesca Angela Merkel di tornare a casa soddisfatta), sulle politiche da mettere in campo "per favorire la crescita" il G20 non detta la linea. "Sono necessarie finanze sane" avverte. Ma il precorso di aggiustamento dei conti dovrà essere "attentamente calibrato". Ci sono infatti "rischi che adeguamenti fiscali sincronizzati in alcune delle principali economie possano ripercuotersi negativamente sulla ripresa". Così come esiste il pericolo che "il mancato consolidamento, ove questo risulti necessario, possa minare la fiducia e ostacolare la crescita". Un colpo al cerchio ed uno alla botte, insomma.

Dopo il summit - quello di Pittsburg e prima ancora di Londra e Washington - dove i numeri della debacle dell'economia mondiale 'mordevano', i Grandi sembrano così accontentarsi, per ora, di quei modesti segnali di crescita, seppur a macchia di leopardo (con gli emergenti che corrono di più e più velocemente). E quei "passi per garantire un pieno ritorno alla crescita", a Toronto latitano. Anche se tutti sono d'accordo sul fatto che "si può fare di più", scongiurando con "un cammino di riforme più ambizioso nel medio termine", gli allarmi del Fmi e della Banca Mondiale.

E "bisogna fare di più" anche sul fronte della riforma finanziaria, sottolineano i Grandi che, anche a Toronto, si "impegnano ad agire di concerto per una riforma del sistema finanziario", sulla strada di quanto già messo nero su bianco nei precedenti vertici. Alla ricerca di "nuovi standars" che dovranno tener conto dell'impatto macroeconomico. Ma anche in quella del rafforzamento delle Ifi (le istituzioni finanziarie internazionali). Ancora una volta, poi, da Toronto si alza una sola voce contro il protezionismo. "In un momento in cui la crisi economica mondiale rpovocava il più brusco calo degli scambi commerciali in più di 870 anni, il G20 ha scelto di lasciare i mercati aperti". E questa - si ribadisce - "é la scelta giusta". La 'palla' quindi passa a Seul, dove tra meno di cinque mesi - l'11 ed il 12 novembre - il G20 tornerà a riunirsi.

NUOVI INCIDENTI A TORONTO, ARRESTI SALGONO A OLTRE 580 - La polizia di Toronto ha lanciato per il secondo giorno consecutivo gas lacrimogeni contro i dimostranti anti-G20 facendo scattare una nuova serie di arresti che hanno portato il totale a oltre 500. I nuovi incidenti sono divampati quando un gruppo di alcune centinaia di dimostranti si sono diretti verso un centro di detenzione temporaneo allestito dalla polizia di Toronto facendo scattare la reazione della polizia e il lancio dei lacrimogeni. Quasi ventimila poliziotti hanno pattugliato le strade della città effettuando tra sabato e domenica 584 arresti. Un raid della polizia al campus dell'Università di Toronto ha portato a settanta arresti, si ritiene non si tratti di studenti. Sostenitori degli arrestati hanno circondato un film studio trasformato in centro di detenzione per protestare contro gli arresti. Una protesta pacifica si è svolta in un parco del centro con alcune centinaia di persone. Questi episodi si sono svolti non senza polemiche. Nel corso di una conferenza stampa, il Toronto Mobilization Network ha denunciato la brutalità della polizia che non ha difeso le vetrine dei negozi o delle banche, ma ha circondato e fermato i dimostranti con aggressività. Durante la mattina la polizia aveva fatto una incursione preventiva nell'area della università di Toronto arrestando una serie di giovani Sugli episodi di violenza di sabato, in cui hanno marciato circa trentamila persone, il capo della polizia di Toronto Bill Blair ha dichiarato che "non si era mai visto un tale livello di sfrenata criminalità e distruzione sulle nostre strade". La polizia ha invitato chiunque abbia scattato fotografie di fornirle per poter compiere ulteriori indagini sulle violenze di sabato pomeriggio.


stava bene pure in parole, parole soltanto parole...quanto je piace a questi di' la loro...ma quanto?!

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Christian Tambasco

Re: Quando la riforma non riforma...

Messaggioda Christian Tambasco » 2 lug 2010, 10:45

fonte: ilsole24ore Tassare le banche incentivo all'azzardo

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Tassare le banche incentivo all'azzardo
di Pietro Reichlin e Nicola Borri
01 luglio 2010

Nel tentativo di arginare la crisi di fiducia che ha colpito le economie del nostro continente, a Toronto i leader del G-20 hanno provato a varare misure di consolidamento dei bilanci pubblici. Sfiorando anche la questione relativa a una tassa sugli utili bancari.
Una misura che potrebbe essere controproducente. Molti osservatori hanno rilevato che gli oneri della tassazione si tradurrebbero in un maggior costo del credito, mettendo in difficoltà imprese e consumatori. Ma vi sono altre ragioni che sconsigliano un'imposta generalizzata sugli utili bancari.

Una delle motivazioni della tassa sarebbe quella di risarcire i contribuenti per le risorse che essi hanno già fornito al sistema finanziario durante la crisi o per le risorse che dovranno fornire nell'eventualità di nuove insolvenze.
Non vi è dubbio che le banche siano all'origine della crisi finanziaria e che esse abbiano beneficiato di iniezioni di capitale pubblico e di liquidità da parte delle banche centrali. Secondo l'Fmi le iniezioni di capitale a carico degli stati europei, nel periodo 2008 e 2009, variano dal 6% del Pil per Irlanda e Austria, al 4% per Germania e Regno Unito allo 0,6% dell'Italia. Tuttavia, i sistemi di prevenzione o assicurazione contro le crisi di insolvenza sono complessi e dovrebbero essere demandati alle autorità di vigilanza. Una banca è, per definizione, un'istituzione illiquida: ha passività a breve termine (i depositi) e attività a lungo termine (i crediti). Per limitare il rischio di corsa agli sportelli esistono garanzie pubbliche sui depositi. Prima della loro istituzione, era frequente che una crisi di liquidità di un singolo istituto di credito si trasformasse in una crisi bancaria di vaste proporzioni. Tuttavia, se la teoria economica e l'esperienza storica hanno dimostrato l'importanza delle garanzie sui depositi per il funzionamento del sistema creditizio, hanno anche insegnato che garanzie implicite più estese generano azzardo morale e una leva finanziaria elevata, con maggiori rischi e minore efficienza del sistema finanziario.

Una tassa sugli utili, se motivata da considerazioni di prevenzione delle crisi o di risarcimento dei contribuenti, può generare incentivi distorti. Se essa implica una garanzia implicita di salvataggio da parte degli stati, le banche saranno indotte a fare scelte più rischiose.

Secondo un recente studio di Arvind Krishnamurthy e altri, del 2010, l'esistenza di possibilità di credito garantito dal governo ha spostato gran parte dei prodotti cartolarizzati dai bilanci di hedge fund e assicurazioni a quello degli istituti di credito. Inoltre, una tassa sugli utili colpisce tutti, indipendentemente dalle caratteristiche dei bilanci, dalla natura del passivo (debito a breve o a lungo termine) e dalla consistenza del capitale proprio.
I leader europei farebbero meglio, allora, a definire misure rigorose della fragilità dei sistemi finanziari. La solidità di un soggetto indebitato dipende dalle prospettive di reddito e dal valore delle garanzie che egli può offrire ai creditori. Per evitare il ripetersi di disastrose crisi finanziarie è necessario migliorare la regolamentazione e imporre maggiore trasparenza nei bilanci. Per questo sarebbe utile che gli stress test per le banche europee venissero somministrati a cadenza regolare, standardizzati ed estesi alle banche di minore dimensione, in modo da rendere facile il confronto tra istituti di credito di paesi diversi. Allo stesso tempo, misure che limitano l'iscrizione al valore corrente di mercato delle attività e passività in bilancio o che impediscono la vendita allo scoperto (anche nuda) dei titoli bancari e di prodotti derivati (come i credit default swap) diminuiscono la trasparenza e la diffusione delle informazioni, rendendo i mercati meno efficienti.



Non vi è dubbio che le banche siano all'origine della crisi finanziaria e che esse abbiano beneficiato di iniezioni di capitale pubblico e di liquidità da parte delle banche centrali.
Secondo l'Fmi le iniezioni di capitale a carico degli stati europei, nel periodo 2008 e 2009, variano dal 6% del Pil per Irlanda e Austria, al 4% per Germania e Regno Unito allo 0,6% dell'Italia.


fonte: ilsole24ore La riforma finanziaria ottiene il disco verde dalla Camera. Vittoria del presidente Obama

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La riforma finanziaria ottiene il disco verde dalla Camera. Vittoria del presidente Obama
autore
01 luglio 2010

La Camera dei rappresentanti ha approvato la versione finale della più vasta riforma del sistema di regolamentazione finanziaria negli Stati Uniti dagli anni Trenta, lasciando al Senato il compito di completare questo processo. Il presidente Barack Obama aveva ribadito alla vigilia del voto che il progetto di legge dovrà «impedire una crisi» come quella del 2007-2009. «Il voto di oggi è una vittoria per tutti gli americani che sono stati travolti da imprudenza e irresponsabilità che hanno condotto alla perdita di milioni di
posti di lavoro», ha poi detto il Presidente dopo il voto. «La festa è finita» per Wall Street, aveva commentato da parte sua il presidente della Camera Nancy Pelosi prima dell'adozione del testo, con 237 voti a favore e 192 contrari.

Il progetto di legge - di circa 2.000 pagine - prevede la creazione di un organismo di tutela del consumatore finanziario all'interno della Banca centrale (Fed) e impedisce il salvataggio di grandi istituzioni finanziarie a spese dei contribuenti. Il Senato, che deve ancora approvare il testo finale prima che quest'ultimo possa essere inviato alla Casa Bianca per la promulgazione, voterà tra il 12 e il 16 luglio.
Fra le misure principali contenute nel nuovo testo di legge, figura una disposizione per un migliore controllo dell'immenso mercato dei prodotti derivati, che sono stati tra le principali cause dell'ultima crisi finanziaria negli Stati Uniti.
Martedì sera, i parlamentari americani riuniti in una "conferenza" bicamerale avevano votato il ritiro di un progetto per il prelievo presso le banche di un fondo di 19 miliardi di dollari che avrebbe dovuto finanziare la riforma: si è trattato di un passaggio chiave per ottenere il consenso dei repubblicani moderati.


Martedì sera, i parlamentari americani riuniti in una "conferenza" bicamerale avevano votato il ritiro di un progetto per il prelievo presso le banche di un fondo di 19 miliardi di dollari che avrebbe dovuto finanziare la riforma: si è trattato di un passaggio chiave per ottenere il consenso dei repubblicani moderati.
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20100701USARiformaNoTassaBanche.pdf
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lillifata
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Re: Quando la riforma non riforma...

Messaggioda lillifata » 3 lug 2010, 8:28

Da: Il Manifesto
http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/argomenti/numero/20100627/pagina/09/pezzo/281361/

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COMMENTO | di Francesco Piccioni
Chiedete alle banche come è il loro vino
La paralisi decisionale dei diversi «G» è in aperta contraddizione con il loro voler essere coordinatori dell'economia internazionale. Interessi nazionali divergenti (tra paesi «maturi» altamente indebitati e paesi «emergenti» con forti avanzi di bilancio; ma anche tra Stati uniti ed Europa, a sua volta «coordinamento debole»), dominio incontrastato dell'ideologia liberista e l'egemonia pratica della finanza privata sui singoli governi impediscono che lo sforzo di ripristinare un controllo politico sui mercati di capitali possa avere successo. O anche solo fare un microscopico passo avanti. Un «coordinatore» che - come si legge nel comunicato finale del G8 a proposito della «tassa sulle banche» - si limita a garantire che «ogni Paese resta libero di procedere come vuole», verrebbe ovunque licenziato seduta stante.
Limiti propri della politica, si dirà, magari per magnificare ancora di più le magnifiche sorti e progressive di quel decisionismo just in time dei mercati finanziari, che hanno alla fin fine partorito la più grande crisi globale della storia umana. Ma la paralisi di un organismo tecnico come il Financial Stability Board - guidato dal governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, approdato alla carica direttamente dalla vicepresidenza di Goldman Sachs - spiega meglio di ogni ideologia lo scarto irrimediabile tra «potenza di fuoco regolativo» degli stati nazionali comunque «coordinati» e le dimensioni (oltre che i comportamenti) inafferrabili dei mercati che si vorrebbero regolamentare.
La raccomandazione con cui il Fsb si è presentato a Toronto è esemplare: nessuna tassazione degli istituti finanziari (tantomeno delle singole transazioni) fin quando non sarà varata una «riforma delle regole» già chiamata «Basilea 3». In cui ci sarà probabilmente un «rafforzamento dei requisiti patrimoniali e di liquidità», nonché la materializzazione di alcuni princìpi volti a «ridurre i rischi di azzardo morale da parte degli istituti di rilevanza sistemica». Solo a quel punto una tassazione «selettiva» potrebbe essere utile a rafforzare la «politica prudenziale» dei soggetti finanziari.
Acqua fresca, sia detto senza enfasi. Mentre l'ingegneria finanziaria sta già lavorando alle strategie che hanno permesso alle banche di metter fuori bilancio le attività più rischiose e di sottrarsi così a ogni controllo. L'obiettivo di riportare entro piattaforme di scambio controllabili gli oltre 600.000 miliardi di dollari «virtuali» che vengono trattati sui mercati over the counter sembra, con queste armi, più lontano che mai. Gli stessi hedge fund - solo uno dei tanti strumenti usati su quei mercati - operano con i soldi delle banche, ma non rientrano in nessuna regola «di Basilea»; passata, presente o futura.
E qui arriva al pettine il nodo più intricato: la statura della «politica» globale è ridotta a ben poca cosa. Il nerbo delle classi dirigenti è ormai espressione diretta - culturale e «cetuale» - di quel magma incendiario che si vorrebbe ricondurre in un alveo rassicurante. Ma chiedere ai banchieri di regolare le banche - quasi tutti i nomi rilevanti, dall'americano Tim Geithner allo stesso Draghi, hanno questo background - ha la stessa potenza di un invito al rispetto di un «codice deontologico». O la stessa attendibilità della risposta di un oste, quando gli si chiede se il suo vino è buono.
liliana sgarlata

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Christian Tambasco

Re: Quando la riforma non riforma...

Messaggioda Christian Tambasco » 16 lug 2010, 9:58

fonte: NEWS RADIOCOR SOLE24ORE Usa: Senato approva riforma finanza, storica vittoria Obama (RCO)

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Usa: Senato approva riforma finanza, storica vittoria Obama (RCO)
16/07/2010 08:06

60 voti a favore, 39 contrari (Il Sole 24 Ore Radiocor) - New York, 15 lug - Il Senato americano ha approvato con 60 voti favorevoli e 39 contrari la legge che riscrive le regole della finanza americana. Il testo, che era gia' stato approvato a fine giugno dalla Camera, dovra' essere ratificato nei prossimi giorni dal presidente americano Barack Obama.


ma spulciamo meglio la notizia

Immagine
Clicca qui o sull'immagine per ingrandire


cioè fatemi capire

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non vi saranno spezzatini di banche troppo grandi per fallire o troppo esposte ai rischi
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Alcuni, e fra questi Paul Krugman, ma anche uno degli ispiratori della riforma, Paul Volcker, dicono che non si è fatto abbastanza
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Le banche commerciali non potranno investire per conto del proprio portafoglio in operazioni di trading o speculative, in operazioni di hedge o private equity ad esempio, per una percentuale superiore al 3% del proprio capitale.
Le banche che vorranno fare di più dovranno lasciare il settore commerciale (che consente di raccogliere i depositi dai clienti) e concentrarsi su quello di trading. Oppure dovranno creare delle controllate separate.
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Il nuovo progetto dovrebbe portare maggiore razionalità
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Allegati
20100716RiformaObamaLegge.pdf
fonte: Rassegna MEF articolo sole24ore
(128 KiB) Scaricato 71 volte

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Christian Tambasco

Re: Quando la riforma non riforma...

Messaggioda Christian Tambasco » 16 lug 2010, 10:28

fonte: SOLE24ORE Lobby unite per limitare i danni

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Lobby unite per limitare i danni
Daniela Roveda
16/07/2010 08:06

LOS ANGELES
Cinquecentotrentatre nuove regole: è questo, in sintesi, il significato della riforma finanziaria per le società americane secondo un primo calcolo della Camera di Commercio Usa. Ma le società americane hanno ancora l'opportunità di poter influenzare il contenuto di queste regole: le nuove norme non sono ancora state scritte.
La riforma approvata ieri concede infatti ampia discrezione agli organi di vigilanza (Federal Reserve, Federal Insurance Deposit Corporation, Securities and Exchange Commission, CFTC ecc) nell'interpretare l'intento del Parlamento e tradurlo in una normativa dettagliata, un processo che potrebbe durare anni. Da oggi quindi parte ufficialmente la campagna di lobby del settore finanziario per persuadere gli organi di controllo ad ammorbidire certi requisiti, ad approvare esenzioni, a mantenere un linguaggio sufficientemente vago per alleggerire l'onere che la storica riforma potrebbe imporre a Wall Street.
La battaglia più agguerrita sarà combattuta tra i lobbisti pro-Wall Street e i gruppi per la difesa dei consumatori, preoccupati che l'intento della legge venga annacquato dalle pressioni delle banche, dei broker, delle società di carte di credito e delle compagnie di investimento. Entrambi gli schieramenti sono disposti a spendere centinaia di milioni di dollari per mettere in moto la loro opera di lobby e sono pronti a portare in tribunale i casi più spinosi.
Se si fa riferimento all'esperienza passata, ci vorranno probabilmente anni e innumerevoli procedimenti giudiziari prima che questa monumentale riforma finanziaria venga redatta ed entri in vigore. In paragone la più modesta riforma Sarbanes Oaxley del 2002, approvata per proteggere i piccoli investitori dalle frodi finanziarie dopo gli scandali della Enron e della Worldcom, richiese la redazione di solo 16 normative ma rimbalzò da tribunale a tribunale con l'accusa di essere in violazione della Costituzione per approdare addirittura davanti alla Corte Suprema il mese scorso. Il sigillo della massima autorità giuridica d'America per la Sarbanes Oaxley è arrivato solo nel giugno 2010, a otto anni dal suo passaggio.



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La riforma approvata ieri concede infatti ampia discrezione agli organi di vigilanza (Federal Reserve, Federal Insurance Deposit Corporation, Securities and Exchange Commission, CFTC ecc) nell'interpretare l'intento del Parlamento e tradurlo in una normativa dettagliata, un processo che potrebbe durare anni.
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ci vorranno probabilmente anni e innumerevoli procedimenti giudiziari prima che questa monumentale riforma finanziaria venga redatta ed entri in vigore

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Christian Tambasco

Re: Quando la riforma non riforma...

Messaggioda Christian Tambasco » 27 lug 2010, 10:13

fonte: ItaliaOggi Aiuto, il pericolo derivati non è scongiurato

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Aiuto, il pericolo derivati non è scongiurato
Di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**
*Sottosegretario all'Economia nel governo Prodi
**Economista
27 luglio 2010

La riforma di Wall Street è stata annacquata dalle lobby bancarie, mentre in Europa si sconta il peso di Londra

La recente approvazione della legge di riforma finanziaria di Wall Street, conosciuta come Dodd-Frank Act, contiene molte novità e aspetti importanti. È un documento di oltre 2300 pagine, che come le nostre leggi finanziarie, farà sentire i suoi effetti concreti sul mondo della finanza e delle banche via via che entrerà in vigore. Non subito, in quanto per i cambiamenti più importanti prevede due pericolosi lunghi anni di assestamento e transizione.

La riforma però non affronta in modo deciso la madre di tutte le bolle speculative, quella dei derivati Over the counter (Otc). Nei capitoli ad essi dedicati si riconosce che allo scoppio delle crisi finanziaria, «una parte consistente dei soldi pubblici è stata usata per coprire i pagamenti alle controparti in quanto le banche non avevano abbastanza capitali». A questo proposito si ricordi che la sola grande compagnia di assicurazioni AIG ottenne dal governo 180 miliardi di dollari per coprire i buchi neri dei derivati.

Si sottolinea anche che i derivati hanno aumentato drasticamente la capacità di leverage, cioè la capacità di operare su grandi cifre con un piccolissimo capitale di partenza e quindi con grandi rischi. Essendo contrattati in modo bilaterale, non vengono valutati per il loro effetto sistemico e mancano di trasparenza sia per gli investitori che per le agenzie di controllo dei mercati.

Il testo della riforma, inoltre, svela la loro pericolosità indicando che gli Otc sono passati dai 98 trilioni di dollari di valore nozionale del 1998 ai 592 trilioni a fine 2008. In verità occorre aggiungere che il loro picco massimo alla vigilia della crisi era arrivato a quasi 700 trilioni per scendere a 550 nel mezzo dell'ondata dei fallimenti bancari. Poi la bolla è ritornata a gonfiarsi: a fine giugno 2010 la loro quantificazione era stimata intorno ai 650 trilioni di dollari.

Sotto la pressione delle potenti lobby bancarie, il testo di legge iniziale è stato annacquato. Esso prevede che le banche, che vogliono continuare a operare con questi derivati ad alto rischio, potranno farlo solo con delle affiliate preposte che non potranno godere degli aiuti pubblici. Ma come sempre sono le eccezioni che aggirano le leggi. Infatti le banche potranno continuare a operare sui mercati dei derivati relativi ai tassi di interesse, ai cambi esteri, all'oro e all'argento e a certi tipi di Cds, credit default swaps, diventati noti nella crisi del debito pubblico greco.

L'interesse del mondo bancario americano ad evitare qualsiasi regolamentazione sugli Otc è provato dai 23 miliardi di dollari di profitti fatti in derivati dalle maggiori banche commerciali nel 2009. Tra queste primeggia la Goldman Sachs, la stessa che, pagando alla SEC americana una multa di 550 milioni di dollari, ha convenientemente superato indagini e condanne per una serie di malversazioni finanziarie a danno degli investitori e del mercato. Questo non è un buon inizio per le potenziate agenzie di controllo, ne un segnale positivo per la riforma della finanza appena approvata.

Noi riteniamo che la bolla dei derivati Otc debba essere sgonfiata attraverso misure e interventi più stringenti. Essi, come riconosce anche il testo della legge Dodd-Frank, possono essere di interesse per certi singoli operatori privati ma sono certamente pericolosi per il sistema.

Per i debiti pubblici degli stati, che a causa della crisi sono aumentati di circa il 20% in poco più di due anni, le varie istituzioni internazionali, a cominciare dal FMI, chiedono un veloce rientro sotto i livelli precrisi. Inoltre esse, in primis Maastricht, mirano a medio termine ad abbassare il debito pubblico al 60% del Pil dei vari paesi. Va da sé che queste operazioni comportano rigore e sacrifici. Perciò è più importante e razionale imporre globalmente tetti sempre più bassi e limiti alle operazioni speculative in derivati Otc.

Se negli Stati Uniti resta ancora molto da fare, in Europa la discussione sulle nuove regole della finanza è più tormentata che mai. Se si parla di controlli centralizzati sui mercati e sugli attori finanziari e bancari, subito viene contrapposta la centralità delle istituzioni nazionali e della loro sovranità. La giusta decisione della Merkel di bandire tutte le operazioni speculative a breve è stata ed è oggetto di continue e defaticanti controversie all'interno dell'UE.

Le nuove regole in Europa dovrebbero essere condivise da tutti i paesi. Ma c'è lo scoglio inglese. L'Inghilterra da anni beneficia dei contributi Ue ma non partecipa all'euro e non è interessata a normative più stringenti sulla finanza e sulla speculazione. Infatti nella City viaggiano i due terzi della finanza globale e opera l'80% di tutti gli hedge fund. Le lobby della City sono forse più efficaci di quelle di Wall Street. Se l'Unione Europea resta sotto lo scacco di Londra, il suo futuro è a rischio. E si potranno verificare nuove crisi finanziarie.

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Christian Tambasco

Re: Quando la riforma non riforma...

Messaggioda Christian Tambasco » 27 lug 2010, 11:06

contro la riforma

.........................
Per Bill Gross di Pimco, re del mercato obbligazionario mondiale e certamente non un populista né di destra né di sinistra, la legge non fa centro. "Wall Street comanda ancora Washington" - ha detto Gross che gestisce un portafoglio di oltre 1.000 miliardi di dollari -. Sarebbe stato meglio nominare Paul Volcker 'dittatore in capo' che lasciare ai lobbisti così tanto spazio per diluire quello che invece andava fatto".
.........................
Volcker appoggiò il candidato Obama, cedendogli un prezioso riflesso di autorevolezza; fu messo da parte subito dopo le elezioni quando Obama affidava le leve di economia e finanza a uomini graditi a Wall Street[...]E' stato alla fine rilanciato[...] quando appariva chiaro anche a Washington che gli americani consideravano ormai l'amministrazione Obama troppo vicina a Wall Street, quasi quanto il Congresso.



pro-riforma

All'estremo opposto, fra chi loda la legge c'è Rodgin Cohen, al vertice dello studio legale Sullivan&Cromwell, avvocato principe di Wall Street e delle sue banche, e seriamente considerato nell'inverno 2009 come vice al Tesoro dall'amministrazione Obama. Cohen risponde "non sono affatto d'accordo" con chi considera la legge finanziaria troppo generica e senza vero mordente.
...............
Tutto in linea con la convinzione, espressa dallo stesso Cohen nella primavera del 2009, quando si dichiarava "per nulla convinto che vi sia stato qualcosa di fondamentalmente sbagliato nel sistema". Sbagliato o no, salvare Wall Street costerà alla fine agli americani dai 2 ai 3 mila miliardi di dollari.



battute a parte

"Grazie a questa riforma, non verrà più chiesto al popolo americano di saldare il conto per gli errori di Wall Street", ha dichiarato Obama. Non è affatto vero, non c'è nulla nella legge che impedisca in futuro il salvataggio di una Goldman Sachs, ribatte l'ex ministro dell'era Clinton, Robert Reich, convinto che il potere sia saldamente nelle mani di Wall Street



ne vogliamo ancora discutere?!?!?!?! il notorio non dovrebbe richiedere dimostrazione o no?! bah!

fonte: MEF Il Messaggero - L'occasione mancata della riforma
Allegati
20100727RiformaMancata.pdf
dal MEF articolo del "Il Messaggero"
(147.08 KiB) Scaricato 71 volte

sandropascucci
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Re: Quando la riforma non riforma...

Messaggioda sandropascucci » 27 lug 2010, 14:03

ma non è lo stesso Paul, vero?

Il presidente Reagan minacciò di sostituire il presidente della Federal Reserve Bank, Paul Volcker. Reagan disse: ”…non dobbiamo rendere conto alla Federal Reserve Bank, tanto meno al presidente.” Da li a poco fu sparato a Reagan. Dopo il periodo di ricovero Reagan dichiarò pubblicamente che il presidente della Federal Reserve, Volcker, stava facendo un “buon lavoro”. Cominciate a vedere una connessione ed un motivo?

da: http://www.signoraggio.com/signoraggio_ ... e_qui.html
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LorenzoLenzi

Re: Quando la riforma non riforma...

Messaggioda LorenzoLenzi » 6 set 2010, 8:04

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Anche l'Europa trova un'intesa
su una riforma della finanza

Raggiunta una bozza di accordo che sarà sottoposto all'Ecofin della prossima settimana e poi all'Europarlamento. Tra autorità vigileranno su banche, assicurazioni e mercati e potranno imporre provvedimenti alle Authority nazionali
La sede del Parlamento europeo
BRUXELLES - C'è l'intesa in Europa per la nuova regolamentazione sulla vigilanza dei mercati finanziari. Il Consiglio europeo, la Commissione e l'Europarlamento hanno raggiunto una bozza di accordo che dovrebbe essere sottoposto al voto dell'Ecofin la prossima settimana, per poi passare all'approvazione del Parlamento europeo entro il mese di settembre.

Fra i punti chiave c'è quello relativo alla creazione di tre autorità di vigilanza, dedicate ai mercati, alle banche ed alle assicurazioni, che inizieranno ad operare a partire dal prossimo 1° gennaio 2011. In tema bancario, la regolamentazione prevede che la nuova istituzione, denominata Esma, possa imporre le sue decisioni vincolanti laddove le singole autorità nazionali dimostrino di fallire.

"L'accordo dà all'autorità di vigilanza europea un ruolo forte all'interno dei collegi composti dalle autorità di vigilanza nazionali. Ciò permetterà al nuovo organismo - sottolinea Bruxelles - di guidare le autorità di vigilanza nazionali per garantire un più stretto controllo sulle istituzioni finanziarie transfrontaliere. In caso di disaccordo tra le autorità di vigilanza nazionali, le autotorities europee saranno anche in grado di imporre una mediazione giuridicamente vincolante e le relative decisioni in merito".

Così il Vecchio continente segue le orme degli Stati Uniti, che hanno varato qualche tempo fa la riforma finanziaria fortemente voluta e caldeggiata dal presidente americano, Barak Obama. E nel frattempo la Fed fa il mea culpa sulla crisi finanziaria, ammettendo che forse qualche mancanza c'è stata.

Bernanke ha fatto ammenda per il terremoto finanziario scatenato dalla crisi dei subprime e culminato con il fallimento di Lehman Brothers, con l'ammissione dei limiti e dei rischi incorporati nelle mega-banche, i cosiddetti Istituti "too big to fail", il cui costo del salvataggio è stato sin troppo oneroso per l'economia. Bernanke scarica così in parte la responsabilità di una crisi che è stata provocata anche da alcune inefficienze ed una insolita lentezza della Fed nel prevedere quali avrebbero potuto essere gli impatti della crisi dei mutui subprime.

E Lehman? Perchè è fallita proprio questa banca e non altre, cui sono stati forniti i supporti necessari a sopravvivere? La domanda era ricorrente in questi ultimi giorni, specie dopo le polemiche sollevate dall'ex numero uno della banca d'affari, Dick Fuld, dinanzi alla stessa platea cui si è presentato Bernanke, la Commissione d'inchiesta sulla crisi.

La risposta era ovvia. Lehman non ha fornito le garanzie necessarie ad assicurare che i prestiti avrebbero potuto essere rimborsati. E così la questione viene liquidata dal numero uno della banca centrale statunitense, che giustifica l'ardua decisione di lasciar cadere l'Istituto con un principio di efficienza. Lehman sarebbe fallita anche con il denaro pubblico.

(03 settembre 2010)

Fonte: http://www.repubblica.it/economia/2010/ ... za-6726136

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LorenzoLenzi

Re: Quando la riforma non riforma...

Messaggioda LorenzoLenzi » 6 set 2010, 8:13

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Bernanke fa autocritica e prevede:
"Qualche grande gruppo si spezzerà"

Il presidente della Fed ammette le manchevolezze dei controllori. "Se la riforma della finanza sarà ben applicata ridolverà il problema delle banche troppo grandi per fallire"

WASHINGTON - Una severa attuazione della nuova legge finanziaria Usa sarà cruciale per evitare che l'eventuale collasso di una banca o di una impresa di grosse dimensioni possa mettere a repentaglio l'intera economia. Lo ha detto il presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, nel corso dell'audizione davanti alla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla crisi finanziaria.

"Se la crisi ha dato una lezione, è quella che il problemma "too big to fail" deve essere risolto" ha detto Bernanke. Ma aggiunto di credere che, anche senza bisogno che il governo intervenga, è probabile che qualche grande istituzione finanziaria si dividerà e che comunque la complessità di questi gruppi si ridurrà. Le istituzioni di controllo dovranno in ogni caso intervenire e chiuderli qualora minaccino la stabilità del sistema.

Il numero uno della Fed e il presidente della Federal Deposit Insurance Corp, Sheila Bair, hanno sostenuto che una forte attuazione delle nuove norme finanziarie sono essenziali per prevenire il ripetersi delle recenti difficoltà economiche.

"Se l'implementazione non è debitamente effettuata, le riforme potrebbero essere inefficaci nel prevenire future crisi o contenere perturbazioni dei mercati finanziari nel caso si verifichino", ha detto Beir. Bisogna ricordare che la riforma ha bisogno che vengano definiti un gran numero di complessi regolamenti per essere attuata.

Bernanke ha anche fatto autocritica: "La Federal reserve fu lenta nell'individuare e gestire gli abusi nella concessione dei prestiti subprime, specialmente quelli che la Fed regola direttamente", ha ammesso. "Avremmo dovuto fare di più nel tentare di identificare i rischi per il sisetma finanziario".(02 settembre 2010)

Fonte:
http://www.repubblica.it/economia/2010/ ... er-6710227

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LorenzoLenzi

Re: Quando la riforma non riforma...

Messaggioda LorenzoLenzi » 23 set 2010, 8:38

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RIFORME
Vigilanza finanziaria, sì definitivo dal Parlamento europeo
Operativo dal primo gennaio prossimo il sistema di controlli basato su tre Authority (mercati, banche e assicurazioni) e un board per la vigilanza macroprudenziale. Come funzionerà, quali i suoi limiti
L'aula del Parlamento a Strasburgo
BRUXELLES - Il Parlamento ha dato oggi il suo via libera alla creazione delle nuove autorità di vigilanza finanziaria a livello europeo, eliminando l'ultimo ostacolo all'inizio dell'operatività delle authority, che inizierà il primo gennaio 2011. Le tre agenzie vigileranno su banche, mercati e settore assicurativo e raccoglieranno il testimone dai comitati di Lamfalussy che si occupavano degli stessi settori.

Le tre nuove authority di chiameranno European Banking Authority (Eba), con sede a Londra, European Securities Markets Authority (Esma), a
Parigi, e European Insurance and Occupational Pensions Authority (Eiopa), a Francoforte. Verrà inoltre creato uno European Systemic Risk Board (Esrb) che si appoggerà alla Bce e che si occuperà della vigilanza macroprudenziale sul sistema europeo.

I loro poteri. Inizialmente i loro poteri saranno ristretti, ma in alcune circostanze potranno imporre decisioni alle autorità nazionali e avranno l'ultima parola nel caso di un dissenso tra le autorità nazionali di due paesi diversi dell'Ue. I paesi potranno, comunque, far valere una clausola di salvaguardia fiscale che permetterà chiedere un parere vincolante del Consiglio europeo su un'eventuale decisione delle autorità di vigilanza Ue che avesse un impatto "consistente" e "materiale" sul bilancio del paese membro. Le nuove autorità dovrebbero comunque assumere maggiori poteri mano a mano che Bruxelles darà corpo alla sua riforma dei servizi
finanziari. Ad esempio la Commissione ha proposto di dare alle autorità il potere di imporre lo stop alle vendite allo scoperto.

Quando interverranno. Si è previsto che le tre agenzie possano intervenire in caso di infrazione delle regole Ue oppure che ordinino alle autorità nazionali di intervenire in caso di emergenza. La loro competenza dovrebbe essere ampliata via via che entreranno in vigore le nuove leggi sulla finanza. Sono le stesse autorità che fisseranno i regolamenti di attuazione e, tra altre cose, è previsto anche che possano imporre ai regolatori nazionali come trattare singole banche. L'autorità di mercato potrà anche mettere al bando prodotti o scambi che considera rischiosi.

Gli ostacoli politici. L'idea delle nuove autorità ha trovato forte opposizione e nel pieno della crisi i singoli Stati si sono mossi per conto loro. Soprattutto la Germania (che ha irritato tutti con l'iniziativa non preannunciata contro le vendite allo scoperto) e la Gran Bretagna si sono mostrate riluttanti a cedere potere a organismi sovranazionali ed è presumibile che il rischio di incorrere in un veto politico scoraggi le agenzie dall'intromettersi nella regolamentazione delle banche di quei paesi. Ancora più debole la posizione dello Stability board, dato che non ha poteri legali e per scoraggiare i comportamenti rischiosi dovrà limitarsi a fare nomi e stigmatizzare i colpevoli.

Per questo avrà a disposizione vari gradi di avvertimento, colorati diversamente a secondo dell'urgenza: ma una fonte vicina all'autorità ritiene che il board sarà riluttante a rendere pubbliche le sue preoccupazioni per paura di innervosire i mercati. Quindi se un paese ha troppo indebitamento o rischia una bolla immobiliare sarà il più delle volte "avvertito" a porte chiuse.

Il confronto con la Sec. Gli esperti di cose europee chiamano "storica" l'istituzione di queste autorità, ma per competenza e potere non siamo ancora davanti a una versione europea dell'americana Sec. L'handicap più importante è in questo caso la mancanza di risorse, frutto della resistenza degli Stati nazionali a cedere potere. Ognuna delle agenzie avrà circa 70 dipendenti, che in tre anni dovrebbero diventare 100, numero comunque lontanissimo dai 3.500 della Fsa britannica. Per di più le autorità saranno dominate dai supervisori nazionali che avranno voce in capitolo nelle loro decisioni e forniranno il 60% circa dei fondi.

(22 settembre 2010)

Fonte: http://www.repubblica.it/economia/2010/ ... ty-7323123

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Christian Tambasco

Re: Quando la riforma non riforma...

Messaggioda Christian Tambasco » 27 giu 2011, 10:31

fonte: corriere Londra divide le Banche, ma la parete è di carta

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