IL MERCATO...finanziario

..ovvero le puttanate ufficiali propagandate dal Sistema Mediatico di IGB
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Christian Tambasco

IL MERCATO...finanziario

Messaggioda Christian Tambasco » 21 mag 2010, 11:10

fonte: sole24ore È il mercato signora Merkel

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È il mercato signora Merkel
di Franco Debenedetti
Venerdí 21 Maggio 2010

Esortazioni a vietare le vendite allo scoperto, a mettere fuori legge i Cds, le assicurazioni contro il rischio d'insolvenza, si sono sentite più volte da quando è scoppiata la grande crisi finanziaria. Ad esse si è replicato dimostrando con analisi teoriche e prove empiriche che, poiché si tratta di pratiche utili al mercato e ai risparmiatori, vietarle porta più danni che vantaggi.

Analisi e prove che non è quindi il caso di ricordare a proposito dei provvedimenti contro la vendita allo scoperto emanati nella notte di martedì dal governo Merkel, in una giornata che ha visto l'Ecofin votare una direttiva che obbliga tutti i fondi alternativi (hedge e di private equity) a registrarsi in uno stato dell'Unione per poter continuare ad operare, e Angela Merkel messa sotto pressione dal suo stesso partito per introdurre una tassa sulle transazioni bancarie. Provvedimenti tutti di scarsa efficacia pratica, capaci di produrre effetti contrari alle intenzioni, ispirati da preoccupazioni di sola politica interna.

Scarsa efficacia: le disposizioni del regolatore BaFin si applicano solo ai titoli trattati alla Borsa di Francoforte. Non è chiaro che cosa succeda a quelli trattati su altre Borse. I Cds per l'80% sono negoziati sulla piazza di Londra, ed è inconcepibile che in Gran Bretagna il nuovo governo liberal-conservatore si adegui alla proposta tedesca (anche se incontra il consenso del regolatore finanziario Lord Turner). Se gli hedge fund saranno indotti a traslocare da Londra, dopo quella agli gnomi di Zurigo, faremo guerra alle sirene di Ginevra?

Conseguenze inintenzionali: è sconcertante la sicumera con cui ci si è passati sopra senza curarsene. Senza chiedersi se sia di utilità o di danno alle 10 grandi società vedersi dichiarate bisognose di protezione da possibili attacchi. Se alletti o distolga i grandi investitori a cui dovremo chiedere di sottoscrivere le future emissioni di debito pubblico: se l'esempio viene seguito, finanziare i nostri debiti ci costerà un poco di più; se non viene seguito, che Unione è?

Se nel caso di un non improbabile indebolimento dell'euro, un intervento così massiccio non offra agli americani il destro per accusarci di beggar thy neighbor. Indicendo ritorsioni che potrebbero far risorgere lo spettro di quello a cui condussero meno di un secolo fa. Questi provvedimenti, e le giustificazioni che ne sono state date, aumentano o diminuiscono la credibilità dell'euro? Agire da soli, quando nell'Europa dell'euro (per non parlare di quella a 27) ci sono situazioni tanto variegate, aumenta o diminuisce la coesione a cui si turibola?

È lo Spiegel, non un giornale anglosassone in odore di euroscetticismo, a scrivere sul suo sito online che il bando alle vendite "nude" serve a venir incontro alla rabbia dell'opinione pubblica, ma che in realtà si tratta di un altro inganno, al solo scopo di dare l'impressione che il sistema politico ha la situazione sotto controllo. Chi semina vento... : quanti articoli si sono letti, anche da noi, anche su giornali che formano l'opinione pubblica, in cui la colpa di tutto viene attribuita all'ingordigia di Wall Street, alla speculazione fatta con i soldi altrui, alla complicità delle agenzie di rating, agli interessi che aspettano solo di lucrare dal fallimento dell'euro e dalla disgregazione dell'Europa? Possibile che si continui a non capire che il mercato non persegue scopi, né politici né economici, che la sola cosa che fa è attribuire prezzi alle cose, e che mettere le zeppe al suo funzionamento, dannoso sempre, diventa massimamente controproduttivo proprio nei momenti di turbolenza?

I mercati - o la speculazione, se si gradisce - non fanno che rilevare le contraddizioni dell'Europa. Dopo tutto quello che si è detto per giustificare l'assoluta necessità di evitare la ristrutturazione del debito greco, il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble annuncia che in settimana avanzerà proposte di procedure per "insolvenze ordinate" di paesi dell'euro. Angela Merkel in parlamento ripete la necessità di rinforzare il Patto di stabilità e crescita (avrà ricordato quanto Germania e Francia hanno contribuito a indebolirlo?). Una giaculatoria anche quella, come ci si sta rendendo conto: «I mercati hanno ragione a diffidare del rigore di bilancio», scriveva ieri l'altro Martin Wolf nel suo editoriale sul Sole 24 Ore, senza crescita, nei paesi della periferia europea non ci sarà stabilità dei bilanci. «Da solo il cilicio s'indossa male», la sola strada è un miglioramento strutturale che faccia recuperare produttività e quindi aumentare le esportazioni.

Che cosa abbia a che fare tutto questo con il bando alla vendita allo scoperto, vorremmo scoprirlo anche noi.


il messaggio arrivato al sottoscritto è

..totò rina evidenzia semplicemente le lacune dello stato in tema di ordine pubblico/legge/giustizia...chiamatelo criminale se volete, ma che colpa ne ha lui se lo stato non si sa far rispettare?

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Christian Tambasco

Re: IL MERCATO...finanziario

Messaggioda Christian Tambasco » 21 mag 2010, 11:13

ao' nun poi fa finta de toccaje le banche e i mercati che al sole24 je gireno, pensa se fai sur serio che te combineno :lol:

fonte: sole24ore Fumo di Londra sulle banche

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Fumo di Londra sulle banche
Venerdí 21 Maggio 2010

Un po' è l'effetto della crisi. Un po' l'eredità di tredici anni di governo Labour. Un po', ancora, la necessità di trovare un'intesa con i liberal-democratici di Nick Clegg. Il risultato, però, è rivoluzionario: i tories di David Cameron abbandonano il neoliberismo thatcheriano, che identificava la libertà economica con la deregulation, la riduzione delle regole al minimo. La riforma dell'attività bancaria, che prevede entro un anno la separazione tra l'attività prudente di raccolta e gestione dei depositi e quella rischiosa degli investimenti finanziari, sembra quasi dettata da una concezione continentale della libertà economica; e così l'introduzione di norme per limitare i bonus. Anche tra i liberali "classici" americani non è difficile trovare sostenitori della separazione dei compiti tra diverse aziende, considerate come strumenti, entità artificiali, legali e non persone, sia pure giuridiche. Londra sembra però davvero aderire a quell'idea - avanzata dal filosofo ed economista Louis Rougier - delle regole come "codice della strada" dell'economia, che indirizza le libertà senza limitarle. Tutto questo avviene mentre anche la vecchia Europa cambia pelle. E, con il divieto delle vendite allo scoperto, torna ai fasti, e agli insuccessi, dell'antico mercantilismo.

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Christian Tambasco

Re: IL MERCATO...finanziario

Messaggioda Christian Tambasco » 21 mag 2010, 11:26

fonte: sole24ore Berlino ora sogna il Muro contro l'euro

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Berlino ora sogna il Muro contro l'euro
di Roberto Perotti
Venerdí 21 Maggio 2010

Negli ultimi giorni sono stati introdotti in Europa tre provvedimenti riguardanti i mercati finanziari: la proposta di regolamentazione degli hedge fund e le due misure unilaterali del governo tedesco su naked short selling e Cds sul debito pubblico.

È importante comprendere che il motivo di queste misure è in gran parte politico: Angela Merkel aveva bisogno di un segnale verso opposizione e opinione pubblica per far approvare il pacchetto di aiuti alla Grecia. Ha scelto un modo tutto sommato abbastanza indolore (il bando di naked short selling riguarda le azioni di dieci banche che in ogni caso non erano oggetto dei ribassisti, e la misura sui Cds riguarda strumenti trattati in gran parte fuori dalla Germania) ma di grande impatto mediatico.

Solo pochi estremisti rifiuterebbero l'idea che sia necessario ripensare la regolamentazione dei mercati finanziari, e su questo si sta svolgendo un dibattito acceso e salutare. Ma i provvedimenti di questi giorni non sono frutto di questo dibattito, né sono parte di riforme "strutturali". Sono invece dovuti alla volontà, o necessità, di cavalcare l'onda populista.

Ciò è spesso inevitabile, ma il problema di fondo è che la crisi finanziaria ha esasperato nei media e nel pubblico dell'Europa centrale e meridionale una certa visione del sistema finanziario. Assecondare questa visione genera risposte sbagliate a problemi reali. Vediamo il perché.

Il divieto di naked short selling fu introdotto dopo il crack di Lehman dalla Sec statunitense, seguita da decine di altri paesi; a Hong Kong il divieto è in vigore da più di dieci anni. Diversi studi hanno mostrato che questa misura non ha avuto alcun effetto nel sostenere i titoli, ma ne riduce la liquidità e la capacità di riflettere le news del mercato. Lo stesso presidente della Sec, Christopher Cox, si dichiarò pentito di averla introdotta.

Qualunque cosa si pensi dei Cds, non hanno avuto un ruolo nella crisi greca, come riconobbe due mesi fa la stessa Bafin, l'agenzia di supervisione tedesca che ha introdotto il divieto di acquistare l'assicurazione senza il titolo sottostante.

Il valore netto dei Cds sul debito greco è il 2% del debito esistente, e non si è mosso negli ultimi dodici mesi.

L'accanimento contro gli hedge fund (a parte una diffusa incomprensione del loro ruolo, anche tra i politici) si spiega anche con il ruolo delle banche, da sempre molto più vicine al potere politico e, paradossalmente, molto più responsabili della bolla e del suo scoppio. Ed è altrettanto paradossale che gli hedge fund siano probabilmente oggi addirittura tra i pochi compratori di titoli greci, per completare i trades che avevano iniziato un anno fa comprando Cds.

L'humus che nutre l'ondata di risentimento contro i mercati finanziari ha due componenti fondamentali: le teorie cospiratorie e una componente morale. È importante non assecondare le prime, ed essere chiari sulla seconda.

Una società di ricerca ha calcolato che tre semplici indicatori come il disavanzo di bilancio, il debito pubblico e la dimensione del mercato del debito (un indicatore di liquidità) spiegano il 95% dello spread con il bund tedesco. Dunque non c'è bisogno di alcuna cospirazione per spiegare l'andamento dei tassi e dei mercati, bastano tre dati disponibili a tutti.

Questo non ha però impedito il proliferare di teorie cospiratorie. Due esempi fra i tanti. Per molti lettori di due miei articoli precedenti (30 aprile e 8 maggio), le agenzie di rating hanno avuto un ruolo attivo nel creare i problemi degli stati dell'Europa meridionale; addirittura avrebbero tratto profitto da contenuto e timing dei loro annunci. Ma al contrario di strumenti esoterici come i Cdo, l'informazione rilevante sui bilanci dei governi europei è pubblica e, come abbiamo visto, facilmente analizzabile da chiunque, senza bisogno di Moody's o S&P. Per altri lettori le grandi banche d'investimento manipolano il mercato dei Cds per mettere in difficoltà gli stati europei. Ma il mercato dei Cds sui titoli pubblici è piccolissimo, e non ha registrato alcun movimento netto nell'ultimo anno.

La seconda dimensione che alimenta il sentimento anti-finanziario è quella morale. È perfettamente legittimo indignarsi per i compensi di Wall Street, così come per la tassazione privilegiata dei guadagni dei gestori di hedge fund. Molti però vanno ben più in là, ed esprimono una generica ripugnanza per gli intermediari finanziari, per cui qualsiasi provvedimento punitivo nei loro confronti diventa socialmente meritorio.

Per definizione, gli intermediari finanziari operano prendendo a prestito denaro, cioè creando una leva finanziaria; da qui le accuse frequenti di «giocare con i soldi altrui, senza averli guadagnati», e di «creare un'economia di carta». Eppure, è proprio la leva finanziaria che ha fatto salire (anche troppo) il mercato nel 2002-2007; tutti, dai piccoli riparmiatori ai consiglieri di banca, ne hanno beneficiato, in tanti modi. Ma chi ha protestato? E chi, una volta avvedutosi di cosa era successo, ha restituito i guadagni così immoralmente ottenuti?

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Christian Tambasco

Re: IL MERCATO...finanziario

Messaggioda Christian Tambasco » 24 mag 2010, 10:09

fonte: sole24ore I guasti partono ancora dalla leva finanziaria

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I guasti partono ancora dalla leva finanziaria
di Walter Riolfi
22 maggio 2010

Ricorda molto la crisi del credito del 2007-2008 la presente situazione. E sebbene la marea di un nuovo incipiente disastro possa ancora essere arginata dalla determinazione dei politici del Vecchio continente e soprattutto dalla volontà di quelli tedeschi, questa volta potrebbe essere anche peggio.

I contorni della crisi sono assai simili a quelli già visti nel dopo Lehman. C'è una forte contrazione della liquidità sui mercati finanziari, si sono quasi ingessati gli scambi sui titoli di stato, è iniziata una sorta di fuga dalle azioni che continuano ad essere il mercato più liquido, si rincorrono le voci di primary dealer (le grandi banche d'affari) che pretendono margini di garanzia più alti dai loro clienti. Infine gli hedge fund, che sono gli investitori più rapidi a percepire i cambiamenti, hanno iniziato a liquidare le posizioni.

Anche parecchi sintomi sono ricorrenti: le banche europee cominciano ad aver problemi nel reperire i fondi e si rivolgono con più insistenza alla Bce, come suggerisce uno studio di UniCredit; i tassi interbancari, come pure Euribor e Libor, sono in rialzo a dimostrazione che tra le banche cresce la diffidenza a prestarsi vicendevolmente denaro; gli investitori cercano rifugio nei titoli considerati più sicuri (come il Bund tedesco o il T-bond Usa) e aumenta la propensione a parcheggiare denaro nei titoli di liquidità, come lo Schatz a 2 anni europeo i cui rendimenti sono caduti allo 0,45%. Poco più di un mese fa erano ancora all'1%, in linea quindi con il tasso della Bce. Nel 2008-2009 era accaduto qualcosa di simile con i T-bill Usa a uno e 3 mesi, i cui rendimenti erano addirittura diventati negativi. Pur di mettere al sicuro la liquidità, gli investitori (leggi, soprattutto, le banche) sono disposti a sacrificare anche i guadagni.

Nonostante le borse siano in ribasso da oltre un mese, la marea di una nuova crisi del credito è ancora nella fase iniziale: quella in cui gli investitori non stanno ancora liquidando pesantemente le attività finanziarie, ma cercano di proteggere i portafogli vendendo i future sui titoli di stato, quelli sugli indici di borsa e anche quelli sulle materie prime. Ma se si lascia montare la marea, i rischi diventano ancora peggiori di due anni fa. Per due motivi: perché, se allora c'erano i governi pronti a salvare banche e società finanziarie sull'orlo del fallimento, ora gli stati sono incapaci di agire dopo essersi fatti carico dei debiti del sistema; e perché la leva finanziaria del sistema è probabilmente ancora più grande di prima. Soprattutto le banche (e non gli hedge fund su cui si vorrebbe scaricare la colpa di ogni disastro) sono più indebitate di un tempo.

Rispetto a tre anni fa, c'è meno carta costruita sui mutui casa nei loro portafogli (o comunque meno subprime), ma i nuovi titoli tossici rischiano di essere adesso proprio i tranquilli titoli di stato. Lasciamo perdere quelli greci che i subprime li possono ricordare. Il fatto è che anche le attività più sicure possono diventare tossiche: succede lo stesso con i buoni funghi porcini se li si assume in grandi quantità. E di titoli di stato le banche, specie alcuni istituti tedeschi di piccola e media grandezza, hanno fatto incetta da un anno a questa parte. Considerati liberi da rischio nella generale convenzioni degli investitori e senza rischio pure dai principi contabili di Basilea, al punto da non richiedere ratio patrimoniali aggiuntivi per chi li compera, i titoli sovrani sono finiti in abbondanza nei portafogli degli istituti di credito finanziati con la liquidità presa a prestito dalle banche centrali a tassi quasi a zero. Ci si indebita a breve all'1% e s'investe al 3% e oltre in titoli a lunga scadenza: due punti di guadagno senza alcuna fatica e nella convinzione di non correre rischio. Così, la facilità del gioco ha spinto alcuni istituti a indebitarsi per oltre 50 volte il patrimonio.

Invece il rischio c'era.O, meglio, il rischio, pur piccolo in generale, s'è moltiplicato per enne volte in proporzione alla leva finanziaria, innescato dalla Grecia e dai titoli portoghesi, irlandesi e spagnoli le cui quotazioni sono scese a partire da novembre. Del resto basta guardare ai bilanci della banche per capire come queste fanno i soldi. Negli Stati Uniti e in Europa, il 50-75% dei profitti arriva dal trading sul reddito fisso: in sostanza significa indebitarsi a breve per comperare titoli a lunga scadenza, una prassi che fino a 20 anni fa sarebbe stata considerata folle. Si aggiunga che l'euforia aveva colto anche il mercato dei bond societari (solo per quelli a miglior rating i rendimenti sono saliti in un mese di quasi 45 centesimi, quindi è sceso sensibilmente il valore) e quelli delle materie prime, e si capisce come l'urgenza di fare un poco di liquidità abbia finito per far grippare il mercato.

In settimana il pretesto dei crolli di borsa sono state le disposizioni tedesche sulle vendite allo scoperto, di per sè assai ragionevoli nei contenuti, ma assai meno nel modo in cui sono state attuate. È tuttavia evidente che se i mercati finanziari hanno bisogno di una maggior regolamentazione, sono proprio le banche e le società finanziarie a necessitare di una nuova disciplina. O si impongono limiti al loro indebitamento oppure si devono pretendere requisiti patrimoniali sufficientemente alti da scoraggiare gli eccessi speculativi.
In settimana l'S&P ha perso il 4,2% (-5,0% il Nasdaq) e lo Stoxx il 4,6% (-3,8% Francoforte e Londra, -3,6% Parigi e appena l'1% Milano). I mercati emergenti sono caduti di quasi l'8%.

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Christian Tambasco

Re: IL MERCATO...finanziario

Messaggioda Christian Tambasco » 25 mag 2010, 10:36

articolo molto interessante, c'è di tutto...sempre per chi sa leggere ;)

fonte: sole24ore Le carte che decidono i giochi della Borsa

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Le carte che decidono i giochi della Borsa
23 maggio 2010

Liquidità, tassi d'interesse e tecnologie. Ancora: crescita economica, nuove regole e fiducia. Di più: euro debole e debiti sovrani. Sono alcune delle carte che possono decidere i giochi in Borsa. Già, le carte. Non tutte sono uguali, non tutte hanno la stessa importanza. Bisogna capire chi può essere il Jolly, e quali il Re e la Regina di quadri. Ma anche chi è il "2" di picche, magari nascosto sotto le mentite spoglie del fante di cuori. Il sole24ore.com. senza alcuna pretesa di completezza, ha tentato di dare, e leggere, le carte ai mercati azionari.

La liquidità, il Jolly che "droga" le quotazioni
Una delle carte più rilevanti, forse il Jolly, è l'enorme quantità di "moneta frusciante" presente sui mercati. Una liquidità, pompata dalle banche centrali per evitare il collasso del sistema, in caccia del giusto ritorno sull' investimento. E che, giocoforza, altera l'andamento delle azioni e degli altri asset finanziari: ne amplifica fortemente i movimenti al rialzo e al ribasso. Un esempio è dato dal balzo dell'oro. «La spinta dei prezzi- dice Adrian Ash, responsabile della ricerca per BullionVault.com - arriva dalla cosiddetta investment demand, cioè dagli acquisti che guardano al metallo giallo come asset finanziario, come lingotto di carta». Da un lato si spinge il rally dei prezzi, sperando in una vendita con plusvalenza. Dall'altro, si cerca protezione contro l'eccessivo rischio rappresentato da altri mercati. Questa situazione è comprovata dai dati di World Gold Council: nel primo trimestre del 2010, la compenente investment è cresciuta del 7%, rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente; al contrario quella legata alla gioielleria è scesa del 20% e quella industriale del 16 per cento.

Peraltro proprio la liquidità, a fronte dell'easy money, (1% il Refi in Europa) può dare spinta (ma anche toglierla) alle Borse in maniera più diretta. «Pensiamo ai titoli che offrono una buona cedola -dice Mario Spreafico, direttore investimenti di Schroder investment banking -. Lì gli operatori vanno in acquisto, facendo salire le quotazioni».

L'euro debole, per adesso un "6" di denari
L'Abc del rapporto tra moneta e mercato borsistico insegna che, in un mondo normale, quando la divisa si svaluta i listini salgono: la correlazione, cioè, è inversa. Una "currency" debole significa più facilità nelle esportazioni, maggiori profitti delle aziende quotate, più alti eps e successivi rialzi delle quotazioni. Certo, ci sono paesi più sensibili all'export di altri. «E l'Europa -spiega Rony Hamaui, docente di mercati monetari internazionali alla Cattolica di Milano - è una di queste». In linea teorica quindi con l'euro che si indebolisce, come nelle ultime settimane, i mercati azionari avrebbero dovuto salire: così non è stato. «Questa relazione - afferma l'esperto - va in "tilt" nei casi eccezionali. Ricordo, per esempio, il default dell' Argentina nel 2001. Allora la fuga di capitali che colpì il paese ebbe un effetto negativo sia sulla moneta, sia sui mercati azionari che su tutta l'economia di Buenos Aires. Venne a mancare la fiducia nel sistema-paese». Una situazione che più in generale si ripete adesso. «Le debolezze strutturali connesse alla moneta unica, dai debiti sovrani alla mancanza di un'integrazione politica europea, fanno aumentare i flussi finanziari in uscita dalla divisa di Eurolandia». Ma la crisi di fiducia riguarda il sistema Europa nel suo insieme e "attanaglia" anche le Borse: alla fine ci si rifugia nella liquidità o nel reddito fisso governativo di qualche stato considerato più solido. Il risultato? Anche l'azionario va giù, e la correlazione inversa euro-debole/azioni-forti viene meno.

La crescita economica, il "10" di fiori
Gli operatori, sempre di più negli ultimi tempi, passano ai raggi x il mercato del lavoro, in particolare quello americano. Messe alle spalle le ristrutturazioni aziendali per incrementare la produttività, il focus è ora sul fronte della domanda. L'andamento della disoccupazione, in gennaio arrivata Oltreoceano al 10%, è un market driver importante: se le persone senza lavoro diminuiscono, c'è la ripresa dei consumi e, in definitiva, una spinta all'economia. E lo stesso discorso vale, ad esempio, per il mercato immobiliare: nuovi cantieri e nuove licenze significano investimenti che, con il moltiplicatore keynesiano, dovrebbero spingere il motore Usa. Tutto fa brodo, insomma, per aggrapparsi alla crescita del Prodotto interno lordo.

Anche perché, piaccia o no, la finanziarizzazione dell'economia ha creato un legame strettissimo tra la "Strada del Muro" e la strada di mr e mrs Smith, tra titoli azionari e realtà. «Nell'ultimo decennio - ricorda Spreafico- la Borsa si è aperta moltissimo all'investitore retail; la crescita dei mercati aveva prodotto un aumento delle disponibilità di molti, con il relativo incremento della propensione al consumo. Cui si era aggiunto anche un ottimismo di fondo, che ha fatto da leva alla domanda aggregata. È il cosiddetto "effetto ricchezza"». Ora questo meccanismo è inceppato, ma la ricerca del Graal della crescita, da parte degli operatori, resta inalterata.

Non può stupire, quindi, che in Europa il mercato azionario con meno perdite (-1,5% alla chiusura di mercoledì 19 maggio) sia quello di Francoforte, cioè del paese che, secondo Eurostat, nel primo trimestre 2010 ha realizzato una dei migliori balzi in avanti sul Pil (+1,5% rispetto allo stesso periodo del 2009).

Insomma, la "carta" del Pil influenza le Borse. Anche se un'altra carta è stata gettata con forza sul tavolo, nascondendo un po' quella del Prodotto interno lordo: è il debito sovrano.

Il debito sovranoè il "re" di quadri
È una carta con "figura", forse il re di quadri: i conti pubblici sono ormai una variabile fondamentale per le Borse. Il tutto per un mix di cause. In primis, ci sono i titoli finanziari. Le banche quotate hanno in portafoglio, sia negli Usa sia in Europa, molti titoli di stato. Il rischio legato alle difficoltà dei bilanci pubblici si ritorce su queste azioni. Basta riscordare cosa è successo giovedì 6 maggio: dopo l'allarme di Moody's per il possibile contagio-sovrano sulle banche italiane, i titoli finanziari a Piazza Affari sono tracollati: molti investitori hanno venduto per "coprirsi" proprio da pericolo del debito pubblico; altri, hanno venduto allo scoperto. Il risultato finale è stato un bagno di sangue.

Il legame, però, è anche meno automatico è più umorale. Non è un caso che i paesi con il più alto rapporto debito/Pil (Italia, 116,7%; Portogallo, 84,6%) o con la dinamica peggiore sul deficit/Pil (Spagna) abbiano subito più perdite in Borsa rispetto, per esempio, al Dax di Francoforte, dove il rapporto debito/Pil di Berlino è del 76,7 per cento. In questi casi, seppure Moody's e S&P's abbiano rilevato che, per sempio, l'Italia ha meno rischi rispetto agli altri paesi periferici, il mercato non si fida. Ha paura, dà un giudizio sommario sul sistema paese e, per non sapere né leggere né scrivere, vende. A Mani basse.

Il debito, poi, ha in questi giorni una notevole rilevanza in Eurolandia. Lo sforamento dei parametri di Maastricht, al di là del "vizio formale", è l'indizio di una fragilità dell'eurozona che ha messo in dubbio l'esistenza dell'euro stesso. «Un'azienda con molti debiti -ricorda Spreafico - deve fare crescere il suo attivo, per evitare che il debito stesso possa consolidarsi. La crescita permette di avere i flussi di cassa che ti permettono di pagare gli interessi». E allora? «Bè in Europa, dovendo rientrare nei parametri del patto, sono state acvviate le manovre correttive. Invece di puntare sulla crescita degli attivi, del Pil si rischia di rallentare la già debole ripresa». Un freno a mano che può ridurre la domanda, far calare gli utili aziendali e, in ultima istanza, le quotazioni. In questo quadro, si crea una sfiducia di fondo che porta anch'essa a vendite generalizzate in Borsa. Insomma, di nuovo non si vendono le banche ma il sistema paese.

La politica è l'"8" di fiori
Un classico leit motive sempre rimbalzato dalle sale operative è il seguente: «I mercati snobbano la politica». Mai come in questo periodo questa dichiarazione suona vuota e stonata. Due eventi recenti sono lì dimostrarlo.

Il primo ci riporta al 19 maggio scorso, quando la cancelliera tedesca Angela Merkel, con l'intenzione di "spronare" il Bundestag all'pprovazione dello scudo pro-euro da 750 miliardi, ha detto: «La moneta unica è in pericolo. Tutti noi sentiamo che l'attuale crisi è la più grande sfida che l'Europa deve affrontare da decenni». Una dichiarazione, unita al divieto uniliaterale di Berlino sullo short-selling, che ha fatto sprofondare in rosso le Borse. Il secondo, invece, risale a qualche tempo prima, la domenica 9 maggio. In quel giorno i ministri dell'Eurozona varano il maxi-piano per blindare la moneta unica; dopo le vendite di venerdì, scattano le ricoperture e Piazza Affari chiude in rialzo dell'11,3 per cento. Una fiammata durata un giorno, certo. Ma che mostra come l'attuale mercato "laterale" e umorale sia molto sensibile a quello che dice, e fa, la classe politica.

Tra le regole, la carta che vale è Basilea III
La riforma della finanza a Wall Street; una nuova Tobin Tax; limiti alle agenzie di rating. Fiumi di parole, scritte e non, sono state pronunciate su questi e altri temi. I risultati concreti sono scarsi e pure poco influenti. Un esempio? Giovedì 20 maggio è arrivata nella notte l'ok del Senato Usa alle nuove regole per la finanza: certo, il testo dovrà uniformarsi con quello della Camera; certo, i dettagli non sono ancora definiti; tuttavia Wall Street, scesa nell'intraday sul dato del Superindice, ha poi chiuso in crescita (l'S&P 500 ha guadagnato l'1,5%), trainata proprio dai titoli finanziari. Se la riforma fosse così "storica" come molti hanno affermato i listini avrebbero dovuto soffrire un po'. Invece, niente. Anche se c'è chi non condivide quest'impostazione: «I mercati sanno che la riforma porterà comunque una stretta -dice Sergio Pigoli, consulente indipendente-. L'influenza, se non nell'immediato, si farà sentire».

A ben vedere, è Basilea III che, al fine di tutelare giustamente la solidità del sistema bancario, desta preoccupazione agli operatori e influenza le Borse. Il direttore generale di Bnp Paribas, Jean Laurent Bonnafé, ha fatto i conti della riforma: 400 miliardi di euro di nuovo capitale per le banche e 1.500 miliardi di nuova raccolta con l'emissione di titoli a medio e lungo termine. «Non vorrei che la cura uccidesse il paziente», è stato il commento dell'economista Rainer Masera. Molte affermazioni, come quella di Bonaffé, vanno prese con le pinze, visto che nessuno può essere contento per misure che comprimono i margini del proprio business. Al di là delle polemiche, però, è indubitabile che il comparto bancario, e quindi anche la Borsa, è sensibile a Basilea III. Un esempio di una carta che conta al gioco della Borsa.

La tecnologia è "regina" di denari
«Ormai ci sono - dice Federico De Vita, quant analist di Acacia management - moltissimi programmi di trading automatizzato standardizzati i quali, in questo periodo di scollegamento dei prezzi con i fondamentali, si basano su concetti presi in prestito dall'analisi tecnica. Resistenze e supporti che se "rotti", al rialzo o al ribasso, sono il segnale per scelte d'investimento. Un unico supporto può venire indicato come lo stesso livello di stop-loss da» migliaia e migliaia di programmi. Se avviene la "rottura" partono le vendite, indipendentemente dalla sensatezza dell'operazione. Il risultato? «Si amplifica all'ennesima potenza l'effetto di una singola strategia».

Insomma, la tecnologia - perfetta per il mondo della finanza in quanto i beni finanziari sono immateriali e possono essere facilmente trasformati in bit digitali - ha un impatto notevole sui mercati. È una carta con figura. Un fante di denari che può essere sfruttato in maniera positiva o negativa. «Negli Usa - dice De Vita - c'è un quant fund che basa la sua strategia su modelli matematici di previsione del prezzo di un titolo su un arco di tempo di tre, quattro secondi». L'idea è di sfruttare tutti i dati delle serie storiche di volumi, prezzi, volatitità ( e chi più ne ha più ne metta) , accorciando il più possibile il periodo in cui le variabili esogene non considerate possono influenzare la previsione. «Questo fondo, fatto solo da scienziati e matematici puri - ricorda De Vita -, ha dei risultati notevoli, anche in questi anni di crisi».

Per uno che va bene, però, ce ne sono molti che tracollano o fanno tracollare i mercati. L'uso eccessivo della leva, un pricing errato basato su modelli matematici pensati male può causare non pochi danni. «Quanti hedg-fund erano short sul titolo Volkswagen nella primavera 2008», sfruttando valori di prezzo definiti da modelli algoritmici? «Ricordo che, a causa di una variabile esogena non considerata (la battaglia a suon di take over con Porsche, ndr), il titolo iniziò a decollare. Chi era short, spesso anche con una forte leva, si è trovato a dover vendere all'impazzata, perdendo una barcata di soldi».

Tassi d'interesse ufficiali? Il "2" di picche
Un tempo si monitorava il singolo "batter di ciglio" dei banchieri centrali. Parlavano poco, soprattutto in Europa. Un'inflessione della voce un po' bassa? «È certo! La visione sui mercati è pessimista», era il commento. Tutto questo, adesso, è alle spalle. Così come monitorare i tassi di riferimento di Bce o Fed «è poco rilevante -afferma Maila Bozzetto, esperta di reddito fisso della società indipendente Imac2 -. Si sa che rimarranno su questi livelli per parecchio tempo. Ciò che importa , invece, è la liquidità: questa, in particolare in Europa, cerca un investimento che sia maggiore all'1% del Refi, distribuendosi tra il mondo del reddito fisso e l'equity. Forse, dopo il rally dello scorso anno, potremmo assistere ad un ritorno di fiamma dei corporate bond». Per quanto, la mancanza di fiducia che attanaglia i mercati può indurre a rimanere liquidi: «Con una conseguente crescita dei depositi bancari? Non la escludo», dice la Bozzetto.

La fiducia è "fante" di cuori
«Lack of confidence», dicono gli inglesi. Mancanza di fiducia. Un aspetto psicologico che, negli anni della crescita, era stato messo in un angolo. Sepolto dal pensiero dominante del mercato razionale, delle scelte dettate dalla massimizzazione dei profitti. Poi, però, è arrivato il credit crunch: la liquidità pompata dalle banche centrali non ha "oliato" il mercato interbancario. Per quale motivo? Semplice: le banche, invece di usare quei soldi per prestarseli vicendevolmente, se li tenevano ben stretti. Non si fidavano l'una dell'altra, c'era «lack of confidence». La fiducia, oggi come allora, gioca un ruolo essenziale sui mercati. Bisogna conquistarsela passo dopo passo. Esprimere ottimismo gratuito, non giustificato dalla realtà delle cose, è un boomerang, soprattutto quando i nodi vengono al pettine. Lanciare allarmi avventati, magari per spingere riottose coalizioni a prendere scelte impopolari, può rendere ancora più costosa la scelta da prendere.

La speculazione, per alcuni "2" di fiori per altri "fante" di fiori
C'è chi sostiene che non esiste e che non bisogna dare caccia all'utore. Qui non si vuole aprire la polemica, ma bastano alcuni numeri per fare riflettere. Al 30 settembre 2009, negli Stati Uniti, il 96% dei contratti swap (in cui sono ricompresi i Credit default swap) era intermediato (come già indicato da questo foglio elettronico) da sole cinque banche: JpMorgan, Bank of America, Goldman Sachs, Morgan Stanley e Citigroup. Il dato, pubblicato dall'Office of the comptroller of the currency, è riferito ad un valore nominale di oltre 172 triliardi di dollari. Una cifra incredibile che, se ovviamente nulla dice rispetto all'operatività di queste banche, la pulce nell'orecchio sulla possibilità di trading "mirati" con i Cds la mettono. Insomma, di recente si è parlato della possibilità che sui Cds siano state svolte operazioni speculative con la conseguenza che le loro quotazioni siano diventate meno attendibili. E non si tratta di un problema da poco: questi contratti swap, infatti, vengono usati dal mercato per capire lo stato d'insolvenza degli stati. Se le loro quotazioni possono venire "alterati", il problema si pone. Forse sarebbe meglio non utilizzarli come un indicatore così attendibile.

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Christian Tambasco

Re: IL MERCATO...finanziario

Messaggioda Christian Tambasco » 26 mag 2010, 12:21

fonte: sole24ore La realtà bussa a Palazzo Chigi

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La realtà bussa a Palazzo Chigi
di Guido Gentili
26 maggio 2010

Non è per uno scherzo del destino che la dura manovra del governo italiano sia stata discussa e approvata (tra diverse tensioni e con riserva per l'approfondimento di alcuni punti) nei giorni in cui i mercati azionari europei sono di nuovo andati a fondo, a braccetto con l'euro. Né è casuale il dato che ieri, in Europa, a soffrire di più siano state le borse di Milano e Madrid: i mercati percepiscono che, dopo la crisi greca, i paesi più a debito sono quelli più a rischio destabilizzazione.

L'Eurozona è nella tempesta, e vale poco discettare sul ruolo infido e dirompente della speculazione o prospettare chissà quale impennata politica dell'Europa. Meglio leggere la catena dei fatti che si rincorrono da una capitale all'altra. E i fatti dicono che si cerca una correzione per ridurre deficit e debito.

Tagli, ritagli e abbozzi di riforma interessano la Spagna, la Francia, la Gran Bretagna del nuovo governo conservatore e liberaldemocratico di David Cameron. Quanto alla Germania, roccaforte della costruzione europea, conviene guardare ad essa con realismo e pragmatismo, perché è qui che si gioca la grande partita dell'euro. Berlino ha scritto un piccolissimo numero nella sua Costituzione, cioè lo 0,35% nel rapporto deficit/Pil come soglia massima da raggiungere entro il 2016. Il che significa, da qui ad allora, risparmiare ogni anno 10 miliardi di euro, ed è comprensibile la richiesta tedesca di far soffiare in tutta Europa il vento freddo del rigore. Tutto possiamo attenderci meno che sconti su questa linea.

Roma ha fatto dunque bene a spazzare via ogni indugio, mettendo le carte in tavola dopo aver accarezzato l'idea di insistere sulla diversità del modello italiano, che pure è cosa vera. La crisi dell'Europa ha imposto di prendere atto di uno stato d'emergenza le cui vie d'uscita non sono ancora chiare per nessuno. La manovra da 24 miliardi per il biennio 2011-2012 disegnata dal ministro dell'Economia Giulio Tremonti mantiene così gli impegni programmatici assunti a Bruxelles e stende una sorta di rete di sicurezza, anche psicologica, per evitare che la "percezione" dei mercati finanziari s'indirizzi a valutare come occasione di profitto un crescente rischio-Italia.

Ci sarà tempo per valutare ogni singolo provvedimento di una costruzione complessa e che comunque non appartiene alla logica del decretone-tappabuchi di antica e consolidata memoria. Non mancano le zone d'ombra e i punti interrogativi. Possiamo immaginare la fatica digestiva del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nel dover prendere atto, per esempio, che si torna sulla strada della tracciabilità dei pagamenti impostata dal governo Prodi. Ma se anche il prudente sottosegretario Gianni Letta, da sempre mediatore per eccellenza delle dispute interministeriali, qualifica la manovra come "straordinaria", vuol dire che siamo davvero di fronte ad un intervento fuori dal comune.

Del resto, un pacchetto di misure che puntano a restringere il perimetro dello stato, dei costi della pubblica amministrazione, centrale e periferica, e degli apparati politici e partitici, tagliando (si spera con un colpo secco) una pletora di enti e le pensioni d'invalidità fittizie si presenta come innovativa. E non s'intravvedono certo spunti di regressività quando ci si propone di controllare meglio la spesa sanitaria o d'intensificare la lotta contro l'evasione fiscale, potenziando in chiave federalista la partecipazione e le entrate dei comuni. Il problema, semmai, consiste nell'accelerare al massimo le procedure e nello spazzare via le vischiosità di un sistema chiuso a riccio e abituato a sopravvivere in ogni circostanza e a prescindere dal colore dei governi.

Bollare a priori la manovra, sganciandola dal contesto internazionale e definendola come "insostenibile", "macelleria sociale" e negazione di ogni prospettiva di riforma può rispondere ad una motivazione di (sterile) contrasto politico ma non all'oggettiva esigenza di guardare alle difficoltà per quelle che sono, cercando la via per superarle in un quadro di coesione sociale, e parlamentare, il più possibile largo, convincente e aperto al confronto. Inutile, ad esempio, continuare a discutere di Europa e di euro se non si prende atto che ci sono già due Italie diverse, una dentro il cuore dell'Europa (il Nord) ed una con i piedi fuori (il Mezzogiorno). Anche in questo caso il problema consiste nel far saltare in alto il Sud, accrescendo la produttività del sistema, non in quello di perpetuare le costose politiche che lo stanno comunque trascinando a picco. Finendo per minare tanto l'unità nazionale quanto lo stesso euro.

Una manovra straordinaria di contenimento, se ben articolata anche nella ripartizione dei sacrifici e nella lotta agli sprechi pubblici e parapubblici, può diventare la base di lancio per l'operazione-crescita, iniettando fiducia nel futuro. Una materia prima di cui abbiamo un bisogno altrettanto straordinario.


......................................
La crisi dell'Europa ha imposto di prendere atto di uno stato d'emergenza le cui vie d'uscita non sono ancora chiare per nessuno.
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:shock:

cioè nel mentre diciamo al mercato

"no no, ti prego, non io ti prego farò tutto quello che vuoi..."

bah

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sergioloy

Re: IL MERCATO...finanziario

Messaggioda sergioloy » 28 mag 2010, 12:40

!
da tiscali
Parla Falciani, l'uomo della lista: "Sistema fuori controllo. Così si nascondono i soldi"

Per spostare soldi da una parte all'altra del mondo "basta premere un tasto. E mentre la polizia li cerca sono già altrove. Così può esserci il riciclaggio e la speculazione che ha portato alla crisi", perché "l'informatica non ha controlli. E questo significa che la finanza, che senza l'informatica non esiste, non ha regole". Lo spiega in un colloquio con il Corriere della Sera Herve Falciani, ex dipendente della Hsbc che ha sottratto alla holding la lista di clienti tra i quali circa settemila italiani sospettati di evasione fiscale.
L'informatico non svela i nomi -"Ho il dovere di non dirlo - afferma - perché c'è il segreto bancario e le indagini", ma respinge le accuse di essere una spia, o di aver offerto i dati sottratti alla banca: "Mai venduto nulla. Mai stato in carcere. Io ho denunciato i meccanismi oscuri con cui le banche violano gli accordi internazionali" e "l'ho denunciato" alle autorità francesi. Fermarsi ai nomi, comunque, "è stupido, lì ci sono i pesci piccoli. I nomi sono un piccolo problema" dietro il quale c'é quello "enorme", quello dell'assenza di regole per la finanza internazionale.
Il racconto - Falciani, nato "in un paradiso fiscale" dove "si impara come nascondere il denaro da piccoli, come da voi il calcio", racconta di aver deciso di rivelare la lista dopo aver visto "decine di migliaia di strutture off shore, quelle utilizzate dalla criminalità. Davanti a quei numeri si poteva capire che l'opacità era voluta, non era più artigianale come quella che avevo visto a Monaco". Con le garanzie bancarie gli speculatori possono arrivare a spendere "fino a due miliardi, partendo da un milione". E' qui, dice, "che servono i controlli. E la tracciabilità totale del denaro". Il fondo europeo contro la crisi, poi, "sono 750 miliardi in garanzie bancarie. Serve a pagare i debiti dei Paesi, come la Grecia. Ma i debiti dove sono? Nelle banche. E' come prendere da una tasca e mettere in un'altra" con la differenza degli "interessi" che vengono pagati alla fine "dai cittadini alla banca. Questo - conclude - é la base del sistema finanziario che mette in pericolo l'economia".

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Christian Tambasco

Re: IL MERCATO...finanziario

Messaggioda Christian Tambasco » 28 mag 2010, 12:45

ma come e noi che facciamo la guerra alla banconota per evitare traffici loschi...
...possiamo iniziare a fare anche la guerra alle banche allora...o no?! :shock:

oltre a questo articolo molto interessante, soprattutto per la parte finale :ugeek:

Ciao

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Christian Tambasco

Re: IL MERCATO...finanziario

Messaggioda Christian Tambasco » 4 giu 2010, 16:12

fonte: sole24ore Derivati Usa in mano a sole 5 top bank di Wall Street Il 95% degli scambi su mercati poco trasparenti

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Derivati Usa in mano a sole 5 top bank di Wall Street Il 95% degli scambi su mercati poco trasparenti
di Vittorio Carlini
4 giugno 2010

Era atteso dagli esperti. Sul sito del Comptroller of the Currency Administrator of National Banks è uscito il report dell'ultimo trimestre del 2009 - ma riassuntivo anche dell'intero esercizio - sul mondo dei derivati negli Stati Uniti. I numeri sono, come sempre quando si parta di derivati, impressionanti. Nel 2009 il valore nozionale dei contratti scambiati dai 25 gruppi finanziari più importanti ha raggiunto, al 31 dicembre, 212.807.628 milioni di dollari. Una cifra impressionante.

L'oligopolio delle big five
Di questo enorme business la gestione, di fatto, è nelle mani di sole 5 grandi banche americane: Jp Morgan (78.545.384 milioni di noazionale in derivati intermediati); Bank of America (44.315.928 milioni di dollari); Goldman Sachs (41.595.932 milioni); Citibank (37.546.159 milioni) e Wells Fargo (4.178.720 milioni). L'agenzia americana sottolinea che «sebbene una simile concentrazione crei preoccupazione in chi deve controllare il mercato, esistono alcune situazione che "mitigano" i timori. La prima è che ci sono altri operatori, diversi dalle banche commerciali, attive nel business dei derivati e quindi» l'oligopolio non è poi così forte; la seconda, a ben vedere più una causa di fatto della situazione che una "rassicurazione, «è che operare con simili prodotti richiede competenze e tecnologie sofisticate presenti solo nelle grandi istituzioni; la terza è che il controllo è comunque molto approfondito». Anche in quest'ultimo caso, a ben ragionare, siamo di fronte più ad una "mozione di intenti" che ad una concreta e seria motivazione, in grado di ridurre i timori rispetto ad un mercato troppo concentrato. E che, come più volte ribadito da diversi esperti, pone un altro serio problema: quello degli scambio sui mercati Over the counter (Otc).

I mercati Over the counter
Analizzando i numeri del report, salta fuori che il 95% degli scambi avviene proprio sugli Otc. Si tratta, com è noto, di piattaforme poco trasparenti che non prevedono una clearing house, una stanza di compensazione. Il rischio è che, nell'ipotesi malaugurata dell'insolvenza di uno dei pochi attori in gioco, possa darsi vita -visto il valore altissimo intermediato- ad un rischio sistemico.

I ricavi da trading
Al di là dei derivati, l'analisi pubblica indica anche come stanno andanto i ricavi delle banche realizzati con il trading. Ebbene, nel quarto trimestre le revenues sono diminuite del 66% rispetto ai 5,7 miliardi del terzo trimestre. Si tratta di un andamento normale, visto che nell'ultima parte dell'anno l'operatività diminuisce sempre. Ben più rilevante è il valore sull'intero esercizio: qui i ricavi da trading hanno raggiunto il valore di 22,6 miliardi di dollari, a fronte della perdita di 836 milioni del 2008. Insomma, le banche fanno affari scambiando e vendendo titoli. E per il finanziamento alle imprese? Cè anche quello ma perché affannarsi troppo: la speranza è che la Borsa torni a tirare.

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Christian Tambasco

Re: IL MERCATO...finanziario

Messaggioda Christian Tambasco » 7 giu 2010, 15:46

venghino siori venghino l'Italia svende per cambio gestione prezzi da pauraaaaaa venghino siori...

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da un alato non ci sono più risorse sufficienti per pensare a uno sviluppo infrastrutturale a carico delle finanze pubbliche, dall'altro c'è una montagna di liquidità sui mercati, in cerca di uno sbocco.


:shock: :shock: :shock:
Allegati
20100607ContiPubbliciPrivatizzazioni.pdf
Corriere della Sera - 07 giugno 2010
(230.15 KiB) Scaricato 64 volte

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sergioloy

Re: IL MERCATO...finanziario

Messaggioda sergioloy » 16 giu 2010, 9:42

!
Per le top bank europee la spada di Damocle dei bond a scadenza 2011-2012

dal Sole24ore

Di qui al 2012 le dieci maggiori banche europee, più l'italiana Intesa Sanpaolo, dovranno rimborsare 916 miliardi e 221 milioni di dollari di obbligazioni. È questa la cifra che emerge sommando il totale del debito in scadenza dei primi 11 istituti di credito (per capitalizzazione) del Vecchio continente (Russia esclusa). Una spada di Damocle con cui dovranno fare i conti a partire dal prossimo anno. È nel 2011 infatti che c'è l'impennata del debito a maturazione. La cifra che le 11 top bank europee dovranno sborsare salirà infatti a quota 310 miliardi e 490 milioni di dollari, dai 116 miliardi e 537 del 2010.

Il dato poi cresce ancora nel 2012 quando la cedola salirà a quota 489 miliardi e 194 milioni. Di cui più della metà in carico a Bnp Paribas che dovrà rimborsare la bellezza di 271 miliardi e 153 milioni di dollari. Oltre cinque volte la sua attuale capitalizzazione che si aggira intorno a 57 miliardi di dollari.

Più contenuto ma comunque consistente il conto per le due big italiane. Il debito a scadenza 2011 di Unicredit al nono posto per capitalizzazione in Europa, è pari a 30 miliardi e 459 milioni di euro. Cifra che scende a 20 miliardi 552 milioni nel 2012. Minore la cedola della «rivale» Intesa Sanpaolo: 23 miliardi e 697 milioni nel 2011, 11 miliardi e 347 milioni nel 2012.

Restando nel nostro paese, qualche dato interessante lo ha segnalato peraltro la stessa Banca d'Italia, nella sua recente relazione annuale. Il 39%, dei 629 miliardi di obbligazioni che risultavano emesse dalle banche italiane a fine marzo 2010, scade nel 2011. Circa l'80% poi va a maturazione entro il 2014.

Tornando alle top bank europee, il grafico che il Sole 24 Ore ha elaborato aggregando le scadenze mostra una flessione soltanto nel 2013. In quest'anno il debito a maturazione si attesta a quota 144 miliardi e 542 milioni. Per poi scendere progressivamente e risalire nel 2019 e 2020. Sul dato di questi ultimi anni pesa la maxi cedola di Hsbc (prima banca europea) che dovrà rimborsare 79 miliardi e 931 milioni nel 2019 e 277 miliardi e 364 milioni nel 2020.

L'impennata dei debiti in scadenza nei prossimi anni - spiegano gli addetti ai lavori - è l'onda lunga del credit crunch. Tra il 2008 e il 2009, con il crollo dei mercati seguito alla crisi finanziaria e il raffreddamento del mercato interbancario, tantissime società in tutto il mondo fecero ricorso al mercato obbligazionario per raccogliere fondi. Bond quindi, soprattutto breve scadenza, dato il clima di sfiducia generalizzato di quei giorni. E per lo più nel settore della finanza, il più colpito dall'emergenza «liquidità».

La domanda è: riusciranno i grandi istituti di credito a far fronte a questi grossi esborsi? E se si a quale prezzo? «Non penso che il sistema creditizio europeo abbia difficoltà a rifinanziarsi per far fronte alle scadenze - dice Angelo Drusiani di Albertini Syz - d'altronde gli investitori istituzionali e le banche sono sistemi molto contigui. Ma non è pensabile che i tassi d'interesse restino a questi livelli ancora a lungo. Le banche non avranno difficoltà a rifinanziarsi, ma ovviamente questo avverrà a dei costi decisamente superiori rispetto a oggi».

C'è poi un altro dato da prendere in considerazione. Nei prossimi due anni andrà a maturazione anche una consistente quota di titoli di stato europei. Prendiamo ad esempio la Spagna, uno dei paesi considerati più a rischio. Nel 2011 dovrà sborsare 72 miliardi di dollari (20 in più di quest'anno) e 74 nel 2012. L'Italia, il cui debito bubblico ha recentemente toccato un nuovo record, nel 2011 dovrà rimborsare quasi 223 miliardi di dollari di obbligazioni governative (oltre 70 in più di quest'anno).

Lo stesso governatore di Bankitalia Mario Draghi aveva sottolineato questo problema nelle considerazioni finali all'assemblea ordinaria dei partecipanti. Qual è il rischio di questo imponente ricorso al mercato da parte di stati e aziende? Soprattutto l'aumento dei costi dell'emissione. Per questo - è l'invito del governatore - le banche italiane dovrebbero diversificare le proprie fonti di finanziamento.

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Christian Tambasco

Re: IL MERCATO...finanziario

Messaggioda Christian Tambasco » 30 giu 2011, 12:00

fonte: Finanza e Mercati

I grandi manovratori mirano anche a ENEL

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