Perchè dobbiamo cambiare il capitalismo.

..ovvero le puttanate ufficiali propagandate dal Sistema Mediatico di IGB
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sergioloy

Perchè dobbiamo cambiare il capitalismo.

Messaggioda sergioloy » 19 feb 2010, 10:13

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DI JOSEPH STIGLITZ

In un estratto del suo nuovo libro, Freefall, l'ex economista capo della Banca mondiale spiega perché le banche dovrebbero essere smembrate e perché l'Occidente dovrebbe ridurre i consumi.

Nel corso della Grande recessione cominciata nel 2008 milioni di persone, negli USA e nel resto del mondo, hanno perso casa e lavoro, molti altri hanno temuto di dover subire la stessa sorte, e praticamente tutti quelli che avevano accantonato soldi per la pensione o per l'istruzione dei figli hanno visto i propri risparmi ridursi a una frazione del valore iniziale.

Una crisi scoppiata negli Usa è diventata ben presto globale, man mano che in tutto il mondo decine di milioni d'individui – venti nella sola Cina - perdevano il posto di lavoro e altrettanti si scoprivano poveri.



Non è così che si pensava sarebbero andate le cose. I moderni economisti, con la loro cieca fede nel libero mercato e nella globalizzazione, avevano promesso prosperità per tutti, e davano per scontato che la tanto decantata "Nuova economia", con le stupefacenti innovazioni (tra l'altro liberalizzazione e ingegneria finanziaria) che avevano marcato la seconda metà del XX secolo, avrebbe consentito una migliore gestione dei rischi e posto fine al susseguirsi dei cicli economici. Se la combinazione di Nuova economia e nuovi strumenti economici non poteva eliminare del tutto le fluttuazioni economiche poteva quanto meno tenerle sotto controllo. O almeno questo ci hanno raccontato.

La Grande recessione, il peggior incubo dopo la Grande depressione di 75 anni prima, ha spazzato via tutte le illusioni, e ci sta obbligando a ripensare i nostri tanto amati punti di vista.

Per 25 anni alcune dottrine sui liberi mercati hanno dominato incontrastate: i mercati liberi e senza controlli sono efficienti e se sbagliano si autocorreggono rapidamente, il miglior governo è un governo con pochi poteri, le normative non fanno altro che ostacolare l'innovazione, le banche centrali dovrebbero essere indipendenti e concentrarsi sul contenimento dell'inflazione.

Oggigiorno anche Alan Greenspan, il grande sacerdote dell'ideologia liberista a capo della FED nel periodo in cui tali opinioni prevalevano, ha dovuto ammettere che in questo modo di pensare c'erano delle falle, ma la sua confessione è arrivata troppo tardi per tutti coloro che ne hanno subito le conseguenze.

Col tempo qualsiasi crisi viene superata, ma tutte, in particolare se così drammatiche, lasciano il segno. Quella del 2008 offre nuovi punti di riflessione nella tradizionale disputa sul sistema economico capace di distribuire i massimi benefici.

Credo che i mercati siano alla base di qualsiasi economia di successo, ma che non funzionino automaticamente bene. In questo senso seguo la linea del noto economista britannico John Maynard Keynes, la cui influenza domina negli studi dei moderni economisti.

I governi hanno un ruolo da svolgere, che non si riduce a salvare l'economia quando i mercati crollano o a regolamentarli per evitare il tipo di problemi che abbiamo appena sperimentato. Le economie esigono un equilibrio tra il ruolo dei mercati e quello del governo, con apporti fondamentali delle istituzioni private e senza fine di lucro; ma negli ultimi 25 anni gli USA non hanno rispettato questo equilibrio e hanno anzi esportato la loro visione distorta in tutto il mondo.

La crisi attuale ha messo in luce i difetti fondamentali del capitalismo, o per meglio dire di quella particolare versione del capitalismo (a volte definito capitalismo in stile americano) che ha visto la luce nell'ultima parte del XX secolo negli USA. Non si tratta solo di singole persone, di errori specifici, di problemi di dettaglio da risolvere, o di norme da modificare.

È stato difficile scoprire le falle, perché noi americani volevamo assolutamente credere nel nostro sistema economico: i "nostri ragazzi" avevano ottenuto risultati così spettacolari rispetto ai tradizionali arcinemici del blocco sovietico.

I numeri rafforzano la delusione. Dopo tutto la nostra economia stava crescendo molto più velocemente di quasi tutte le altre, a eccezione della Cina; e alla luce delle difficoltà che credevamo di scorgere nel sistema bancario cinese, era solo questione di tempo prima che implodesse.

Anche adesso, molti negano l'ampiezza dei problemi cui deve far fronte la nostra economia di mercato; una volta usciti dalla situazione attuale, e tutte le recessioni finiscono prima o poi, scommettono su una nuova vigorosa crescita. Ma uno sguardo più attento all'economia statunitense lascia intravedere altri problemi ben più profondi: una società in cui persino la classe media ha visto i propri guadagni stagnare per decenni, caratterizzata da una crescente ineguaglianza, e in cui, anche se vi sono notevoli eccezioni, le probabilità per un americano povero di arrivare al vertice sono inferiori a quelle della "vecchia Europa".

Si dice che l'esperienza di premorte obbliga a rivalutare le priorità e la scala di valori, e l'economia globale l'ha appunto provata. La crisi ha portato in luce non solo i difetti del modello economico imperante, ma anche quelli della nostra società: troppa gente ha profittato dei suoi simili. Quasi ogni giorno sono venuti alla luce comportamenti scorretti di coloro che lavorano nel settore finanziario: schema di Ponzi (una sorta di catena di S.Antonio in campo economico. NdT), uso d'informazioni riservate, comportamenti predatori, programmi di concessione di carte di credito per scroccare il più possibile agli sfortunati utilizzatori.

Il mio libro, Freefall, si occupa però non di quelli che hanno violato la legge ma di tutti coloro che, pur nel suo rispetto formale, hanno creato, impacchettato, spacchettato, e venduto prodotti tossici, lasciandosi coinvolgere in una spericolata attività che ha rischiato di distruggere l'intero sistema economico e finanziario. Il sistema è stato salvato, ma a un prezzo che è ancora difficile valutare.

Dovremmo considerare quello attuale un momento di analisi e riflessione, per pensare al tipo di società in cui vogliamo vivere e per chiederci: stiamo creando un'economia in grado di aiutarci a soddisfare le nostre aspirazioni?

Siamo andati ben avanti su una strada alternativa, creando una società in cui il materialismo ha il sopravvento sull'impegno morale, in cui il rapido sviluppo che abbiamo ottenuto non è sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale, in cui non operiamo tutti assieme come società civile per far fronte ai bisogni comuni, in parte perché un feroce individualismo e un mercato fondamentalista hanno eroso il senso di appartenenza a un gruppo e hanno reso possibili un violento sfruttamento degl'individui privi di protezione.

Senza volerlo, gli economisti hanno offerto una giustificazione a questa mancanza di responsabilità morale. Una lettura superficiale dei suoi scritti ha instillato l'idea che Adam Smith avesse escluso ogni scrupolo morale da parte di chi operava sui mercati. Dopo tutto, se la ricerca dell'interesse personale conduce, come una mano invisibile, al benessere della società, tutto quello che bisogna fare è assicurarsi di star perseguendo al meglio l'interesse personale. Ed è proprio quello che sembrano aver fatto gli operatori del settore finanziario. Ma ovviamente, la ricerca dell'interesse personale, l'ingordigia, non ha condotto al benessere della società.

Il modello che combina individualismo esasperato e fondamentalismo di mercato ha modificato non solo il modo in cui i singoli vedono se stessi e le loro preferenze, ma anche il modo in cui si relazionano con gli altri. In un mondo d'individualismo esasperato non c'è bisogno di una comunità di soggetti o di una forma di società civile. Il governo rappresenta un ostacolo; è il problema, non la soluzione.

Ma se i difetti del mercato sono pervasivi è necessaria un'azione collettiva; gli accordi volontari non sono sufficienti (semplicemente perché non c'è alcun "obbligo"). Peggio ancora, l'individualismo esasperato e il materialismo rampante hanno finito col minare la fiducia. Anche in un'economia di mercato, la fiducia è il lubrificante che fa funzionare la società. Talvolta la società può funzionare anche in mancanza di fiducia, ma è un'alternativa molto meno interessante.




Nella crisi attuale i banchieri hanno perso la nostra fiducia e quella reciproca. Gli storici dell'economia hanno sottolineato il ruolo della fiducia nello sviluppo del commercio e delle attività bancarie. Se certe comunità si sono sviluppate a livello globale nei settori commerciale e finanziario è proprio perché i suoi membri avevano fiducia gli uni negli altri. La grande lezione di questa crisi è che, nonostante tutti i cambiamenti degli ultimi secoli, il nostro complesso settore finanziario continua a fondarsi sulla fiducia: quando viene meno, il sistema finanziario si blocca.

È facile evitare l'assunzione di rischi eccessivi; basta diffidare le banche dal farlo. Impedire alle istituzioni bancarie di usare meccanismi d'incentivazione che incoraggiano l'assunzione di rischi eccessivi e obbligarle ad una maggiore trasparenza richiederà molto tempo. Costringerà tra l'altro quelle che s'ingaggeranno in attività ad alto rischio ad aumentare di molto il capitale e a pagare più elevati premi assicurativi sui depositi. Ma sono necessarie anche altre riforme: sarà necessario limitare i leverage (quoziente d'indebitamento. NdT) e imporre restrizioni su alcuni prodotti particolarmente rischiosi.

Visto quello che è accaduto al settore economico, è ovvio che il governo federale dovrà approvare una versione aggiornata del Glass-Steagall Act. Non c'è scelta: bisogna severamente limitare la possibilità di assunzione dei rischi da parte delle istituzioni che sfruttano la posizione di banca commerciale – incluse le reti di protezione governative.

Ci sono troppi conflitti d'interesse e troppe difficoltà per consentire che le attività delle banche commerciali si mescolino con quelle delle banche d'investimento. I vantati benefici legati all'abolizione del Glass-Steagall Act si sono rivelati illusori, e i costi di gran lunga maggiori di quelli che anche i più feroci critici avevano temuto. I problemi sono particolarmente gravi nel caso delle banche "troppo grandi per poter fallire".

La necessità di rimettere in vigore il più rapidamente possibile il Glass-Steagall Act ci viene suggerita dal recente comportamento di alcune banche d'investimento, per le quali, ancora una volta, la trattazione di titoli si è dimostrata una proficua fonte d'investimenti.

La rapidità con cui, nell'autunno 2008, tutte le più importanti banche d'investimento si sono riconvertite in banche commerciali è preoccupante: avevano previsto il regalo del governo federale, ed erano evidentemente sicure che il loro modo di assumere rischi non avrebbe subito serie limitazioni. Adesso possono sfruttare le facilitazione offerte dalla FED e ottenere prestiti a costo zero. Sanno di essere protette da una nuova rete di sicurezza ma di potere al tempo stesso continuare indisturbate le loro operazioni ad alto rischio. È una situazione totalmente inaccettabile.

Esiste una ovvia soluzione al problema delle banche "troppo grandi per poter fallire": smembrarle. La sopravvivenza di queste istituzioni sarebbe giustificata solamente se permettessero significative economie di scala o copertura che altrimenti andrebbero perse. Non solo non ho trovato nessuna prova di un tale effetto, ma anzi tutto punta verso la conclusione che queste banche "troppo grandi per poter fallire" e troppo grandi per poter essere smembrate sono anche troppo grandi per poter essere gestite. Il loro vantaggio sul piano della concorrenza deriva dal loro potere monopolistico e dai sussidi governativi.

La crisi ha messo in luce, da Wall Street a Main Street, un profondo abisso tra la classe ricca statunitense e il resto della società: mentre i ricchi hanno ottenuto ottimi risultati negli ultimi 30 anni, le entrate della maggior parte dei cittadini sono rimaste stagnanti o si sono ridotte.

Le conseguenze sono state celate: quelli della classe inferiore, o anche della classe media, sono stati sollecitati a continuare a spendere come se i loro stipendi aumentassero senza sosta, a prendere soldi in prestito e a vivere al di sopra dei propri mezzi (e le bolle speculative hanno reso la cosa possibile). Le conseguenze del brusco ritorno alla realtà sono semplici: il livello di vita dovrà ridursi.

Qualcuno dovrà pagare il conto del salvataggio delle banche. Per la maggior parte degli americani, anche una ripartizione proporzionale sarebbe disastrosa. Con un reddito familiare mediano (reddito medio e reddito mediano non sono la stessa cosa. Il primo è la media dei vari valori della seriazione, il secondo è il suo valore centrale. NdT) che dal 2000 ha perso circa il 4%, non c'è scelta: se vogliamo preservare un barlume di giustizia, i costi devono essere a carico della classe alta, che ha tratto vantaggi sproporzionati negli ultimi 30 anni, e del settore finanziario, che ha scaricato tutti gli oneri sul resto della società.

Ma passare ai fatti non sarà facile. Il settore finanziario è riluttante ad ammettere i propri errori. Fa parte del comportamento morale e della responsabilità individuale accettare il biasimo quando è meritato: tutti gli esseri umani sono fallibili, anche i banchieri, che però, come possiamo constatare, si sono dati da fare per scaricarlo sugli altri, anche sulle vittime.

Gli USA non sono i soli a dover affrontare un duro riallineamento. Il sistema finanziario britannico è stato ancor più presuntuoso di quello statunitense. Prima del collasso, la Royal Bank of Scotland era la più grande banca europea; nel 2008 ha subito più perdite di qualsiasi altra banca al mondo. Proprio come negli USA, anche nel Regno Unito abbiamo assistito a una bolla speculativa immobiliare che è ora scoppiata. Adattarsi alla nuova realtà può significare una riduzione dei consumi del 10%.

Ne ho dedotto che le difficoltà cui devono far fronte il nostro paese e il resto del mondo impongono qualcosa di più di un piccolo riallineamento del sistema finanziario. Alcuni hanno detto che abbiamo avuto un piccolo problema nel nostro impianto idraulico: alcuni tubi si sono ostruiti. E abbiamo chiamato gli stessi idraulici che avevano installato l'impianto: avendo creato il pasticcio erano probabilmente gli unici a sapere come tirarcene fuori. Poco importa se ci hanno fatturato l'impianto e se ora ci fatturano la riparazione: dovremmo essere contenti perché il sistema funziona di nuovo, pagare il conto senza protestare, e sperare che questa volta abbiano fatto un lavoro migliore.

Ma si tratta di qualcosa di più grave di un semplice "problema idraulico": i difetti del sistema finanziario sono il segno di difetti ancora più gravi del sistema economico, e i difetti del sistema economico riflettono a loro volta quelli più profondi della nostra società. Abbiamo avviato il salvataggio senza avere le idee chiare sul tipo di sistema finanziario che volevamo, e il risultato è stato manipolato dalle stesse forze politiche che ci avevano messo nei guai. Eppure credevamo che il cambiamento fosse non solo possibile ma necessario.

Che alla fine della crisi vi saranno stati dei cambiamenti è sicuro; non possiamo tornare al mondo di prima. Ma le domande da porsi sono: quanto saranno profondi e importanti i cambiamenti? E andranno nella giusta direzione? In varie aree critiche, le cose sono andate ancora peggiorando nel corso della crisi. Abbiamo distorto non solo le nostre istituzioni, incoraggiando una maggiore concentrazione nel settore finanziario, ma le stesse regole del capitalismo. Abbiamo annunciato che le istituzioni privilegiate verranno sottoposte a una disciplina limitata, o nulla. Abbiamo creato un surrogato di capitalismo con regole poco chiare ma con prevedibili risultati: crisi future, assunzione indebita di rischi a spese della comunità (quali che siano le promesse di un nuovo regime normativo), e un'accresciuta inefficienza.

Abbiamo sostenuto l'importanza della trasparenza, ma abbiamo aumentato le possibilità delle banche di manipolare i libri contabili. Nelle crisi precedenti ci si preoccupava del rischio morale e degl'incentivi forniti dalle procedure di salvataggio; l'ampiezza di quella attuale ha mutato il significato di tali principi.

È diventato un luogo comune sottolineare che i caratteri cinesi della parola "crisi" riflettono "pericolo" e "opportunità". Ci siamo resi conto del pericolo. La domanda è: approfitteremo dell'opportunità per ridar vigore al principio di equilibrio tra mercato e stato, tra individualismo e comunità, tra uomo e natura, tra fine e mezzi?

In questo momento abbiamo l'opportunità di dar vita a un nuovo sistema finanziario che faccia ciò che gli essere umani pensano debba fare, di dar vita a un nuovo sistema economico che crei posti di lavoro utili e un lavoro dignitoso per tutti, e nel quale la differenza tra chi ha e chi non ha si riduca invece di allargarsi, e, soprattutto, di dar vita a una nuova società in cui ciascuno sia in grado di realizzare le proprie aspirazioni e potenzialità, in cui i cittadini condividano ideali e valori, in cui il nostro pianeta venga trattato col rispetto che esige. Ecco le vere opportunità. Il vero pericolo è che l'umanità non sia in grado di approfittarne.

Joseph Stiglitz
Fonte: http://www.telegraph.co.uk
Link: http://www.telegraph.co.uk/finance/news ... alism.html
23.01.2010


tze, l'ex capo economista della banca mondiale, tifoso del grillo che ci porta la sua soluzione. non
so se vi siete accorti ma stanno uscendo un casino di libri, articoli, saggi, libercoli, opinioni e quant'altro di grandi
economisti che deplorano ciò che è successo e danno la soluzione. vedi stiglitz, bernanke (uomo dell'anno), krugman,
greenspan (col suo "in effetti qualcosa non andava") e tanti altri in tutto il mondo occidentale. ma dico, allora gli stronzi quali erano? se voi siete
tutti critici e convinti che qualcosa non andasse, sapete la soluzione, sapete qual era il grande morbo, allora chi minchia erano gli
economisti incompetenti? e soprattutto, se li sapete fate i nomi e li si manda ben bene a fanculo, no? ogni volta ve la cavate
con La Scuola di Chicago. benissimo fate i nomi o almeno indicateci dov'è questa scuola, la via, l'indirizzo, che ne so.
prima che qualche oppresso che non concepisce più l'idea di essere oppresso
prenda il mitra e cominci a sparare in tutte le scuole di Chicago, anche perché lo sapete che li in america le fate ste cose.

in più ogni volta il discorso su La Fiducia. esattamente su cosa dovrebbe basarsi questa fiducia se prendendo un arco temporale che va dal big bang
a pochi minuti fa ci si accorge che i poveri son poveri e rimangono poveri, e da quando esista la scienza economica, tutto ciò che si è fatto
è cercare teorie sballate non attinenti alla realtà per legittimare la soluzione? che dici stiglitz ad un certo punto un po' di scetticismo ci sta, o no?
La domanda è: approfitteremo dell'opportunità per ridar vigore al principio di equilibrio tra mercato e stato, tra individualismo e comunità, tra uomo e natura, tra fine e mezzi? ridare vigore? ma di cosa stai parlando? ma quando mai, in che periodo storico è esistito solo uno di questi equilibri?
quando c'era equilibro tra uomo e natura, non c'erano mercato, stato, fine e mezzi come li intendi tu.
quando c'era equilibrio tra individualismo e comunità, non c'era nè mercato nè stato come lo intendi tu.
quando c'è equilibrio tra mercato e stato, non c'è nessun equilibrio tra uomo e natura, come lo intendi tu.
l'equilibrio fra fine e mezzi che auspichi, vecchio capo economista della banca mondiale, è un concetto vuoto, in questo sistema monetario.
come anche gli altri.
Ultima modifica di sergioloy il 19 feb 2010, 10:20, modificato 1 volta in totale.

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Karlrex

Re: Perchè dobbiamo cambiare il capitalismo.

Messaggioda Karlrex » 19 feb 2010, 10:20

Anche in euro(incu)landia per riprendere il discorso che ne parlano tutti e pubblicazioni, se ne sta discutendo ampiamente con la scusa della moneta unica e delle solite minkiate! questi girano la merda ma nessuno sente + il fetore:

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I TORMENTI DI EUROLANDIA / La casa della Grecia è l'euro
di Angelo Baglioni e Massimo Bordignon
19 febbraio 2010

In questi giorni molti si stanno domandando qual è il futuro dell'euro: sopravviverà alla crisi della Grecia e a quella eventuale di altri paesi con alto deficit/debito pubblico? Oppure si va verso la disintegrazione dell'unione monetaria?
Forse il modo migliore di affrontare la domanda è fare un passo indietro e chiedersi: perché è nato l'euro? L'euro è nato per favorire la piena integrazione finanziaria tra i paesi europei, rimuovendo l'ultimo ostacolo alla circolazione dei capitali in Europa, ovverosia il rischio di cambio. Ma l'euro è nato soprattutto per incentivare la convergenza tra le economie europee: rimuovere la possibilità di svalutare equivale a "legarsi le mani", vincolandosi a comportarsi come i paesi più virtuosi dell'area (Germania in testa) in relazione ad alcune importanti variabili economiche, quali il disavanzo pubblico, la produttività, l'inflazione. In altre parole, si sapeva che l'Europa non era un'area valutaria ottimale, ma si pensava di costruire la casa partendo dal tetto; un progetto politico coraggioso, e che per molti avrebbe anticipato una maggiore unificazione politica.

A dieci anni dalla nascita, possiamo dire che il primo obiettivo è stato raggiunto, il secondo no; anzi il primo obiettivo, in assenza di una politica economica adeguata, ha finito con il rendere più difficile il secondo. Alcuni paesi - Grecia, Spagna, Portogallo, Italia, Irlanda - hanno accumulato notevoli divergenze rispetto ai paesi più virtuosi. Sono diventati sempre meno competitivi in termini di produttività, costo del lavoro e inflazione. Registrano disavanzi di parte corrente sempre più ampi e presentano elevati deficit e/o debiti del settore pubblico. La stessa unione monetaria ha alimentato questi squilibri.

Da questo punto di vista la Spagna, molto più della Grecia, è il caso rilevante. Gli ingenti afflussi di capitali, resi possibili dall'integrazione monetaria e finanziaria, hanno consentito di finanziare agevolmente i crescenti disavanzi correnti del paese, generando il boom del settore immobiliare, che a sua volta ha sostenuto la domanda e il reddito negli altri settori dell'economia. Il processo però si è rilevato alla lunga insostenibile, perché basato sull'accumulazione di debito e su una dinamica eccessiva di salari e prezzi, incompatibile con la competitività esterna del paese. Ed è difficile negare che sull'accumularsi di questi disequilibri una responsabilità importante l'abbiano avuta le stesse autorità europee, per anni ossessivamente concentrate soltanto sui criteri relativi alle finanze pubbliche e dimentiche invece delle dinamiche delle economie sottostanti. La Spagna non a caso era considerata una "prima della classe".

Se l'euro vorrà sopravvivere in futuro, di questa lezione si dovrà tener conto. Una revisione del Patto di stabilità e un maggiore coordinamento delle politiche economiche, dalle politiche salariali a quelle macroeconomiche e fiscali, è condizione indispensabile perché l'Unione sopravviva. Ma per fare queste cose occorre una forte leadership politica europea, che al momento non si vede. Lo scenario più probabile è che si cerchi di tenere sotto controllo le pressioni che provengono dai mercati finanziari, attraverso dichiarazioni di principio - come quella rilasciata al termine dell'ultimo vertice dei capi di governo a Bruxelles - e piani ad hoc di sostegno finanziario ai paesi che avessero difficoltà a emettere debito pubblico. A nostro giudizio, questi piani sono necessari per non esporre l'area euro al rischio di reazioni a catena, che ne pregiudicherebbero la sopravvivenza. Ma da soli non bastano.

Occorre anche dotarsi d'istituzioni e regole, affinché situazioni di crisi come quella greca vengano affrontate in modo ordinato, trasparente e possibilmente prevedibile - al contrario dello scenario d'improvvisazione cui stiamo assistendo. L'arma più insidiosa a disposizione della Grecia è la minaccia di scatenare una crisi finanziaria. L'Europa dovrebbe dotarsi degli strumenti per non essere costretta a subire questo ricatto. Ciò significa predisporre procedure d'assistenza finanziaria a un paese membro, condizionate alla realizzazione di misure che ne riducano gli squilibri economici. Ma significa soprattutto prevedere norme che consentano di gestire l'insolvenza di un paese, senza che ciò comporti necessariamente la sua uscita dall'area euro. Quest'ultima non è una casa dove si va e si viene tutti i giorni. Cambiare moneta è un processo costoso: i preparativi per introdurre l'euro sono durati anni. L'uscita dall'euro di un paese a seguito di un default, con aspettative di conseguente svalutazione della valuta locale, lo esporrebbe a una fuga di capitali difficilmente gestibile, e con riflessi sugli altri paesi dell'area difficilmente controllabili.

Una riflessione su questi temi è urgente, ed è in realtà già iniziata. Ad esempio, Paul De Grauwe ha suggerito che la Bce si assuma la responsabilità di decidere quali titoli accettare come garanzia nelle operazioni di rifinanziamento del sistema bancario, anziché affidarsi ai giudizi (spesso opinabili) delle agenzie di rating: ciò darebbe maggiore certezza ai mercati finanziari, evitando il balletto di previsioni sull'eventuale declassamento di un debitore sovrano. Daniel Gros e Thomas Mayer hanno proposto l'istituzione di un Fondo monetario europeo, che dovrebbe non solo soccorrere paesi membri in difficoltà, ma anche risarcire (in parte) i creditori di uno stato in caso di insolvenza, limitandone così le conseguenze. Riflessioni come queste ci sembrano più utili di quelle avanzate da altri, che vorrebbero semplicemente abbandonare la Grecia al suo destino (e domani a chi tocca?).
19 febbraio 2010

fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLi ... euro.shtml

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Karlrex

Re: Perchè dobbiamo cambiare il capitalismo.

Messaggioda Karlrex » 30 mar 2010, 12:01

Tranquilli che a cambiarlo ci pensano Sarkozy ed Obama :lol: :lol: con le nuove regole finanza.Immaginiamo già che creatura :mrgreen:
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ANSA.it > Economia > News
Sarkozy a Usa, nuove regole finanza
No a capitalismo senza regole, senza ordine
29 marzo, 21:07

Sarkozy a Usa, nuove regole finanza (ANSA) - NEW YORK, 29 MAR - 'Non accetteremo un capitalismo senza ordine, senza regole e senza regolamentazione'. Lo ha Nicolas Sarkozy alla Columbia University. Il presidente francese parlera' di regole della finanza incontrando nelle prossime ore Barack Obama, e premera' affinche' gli Usa e l'Europa lavorino insieme per creare un nuovo sistema finanziario globale. 'Europa e Usa -dice Sarkozy- possono scrivere le regole dell'economia del futuro. E' necessario comprendere che l'assenza di regole uccide la liberta'.

fonte: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche ... 73330.html

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Bankster87

Re: Perchè dobbiamo cambiare il capitalismo.

Messaggioda Bankster87 » 30 mar 2010, 12:18

Ancora con questo nuovo ordine mondiale?? Ma io boh...

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Karlrex

Re: Perchè dobbiamo cambiare il capitalismo.

Messaggioda Karlrex » 31 mar 2010, 12:00

stanno lavorando per le nostre tasche(bucarle de +), tanto che è un lavoro aggressivo :lol: per riuscire a realizzare un nuovo ordine mondiale=monetario(è uguale) :mrgreen: Che uomini della democrazia che abbiamo chissà quale popolo rappresentano??
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Obama e Sarkozy: lavoriamo per sostenere ripresa globale
mercoledì 31 marzo 2010 11:41

WASHINGTON (Reuters) - Il presidente americano Barack Obama ha detto ieri che lui e il presidente francese Nicolas Sarkozy stanno lavorando per sostenere la ripresa economica globale e si coordineranno sulla riforma finanziaria per garantire un approccio comune.

"Abbiamo convenuto di continuare a lavorare aggressivamente per sostenere la ripresa economica globale e creare posti di lavoro per i nostri cittadini", ha detto Obama nel corso di una conferenza stampa congiunta con Sarkozy dopo un incontro alla Casa Bianca.

Impegnandosi a rifiutare il protezionismo, Obama ha detto poi di sperare che i negoziati di Doha faranno progressi nel 2010.

I leader del G20 si incontreranno in Canada a giugno. Obama, Sarkozy e altri leader hanno predisposto una roadmap che prevede misure considerate essenziali per evitare il ripetersi della crisi del 2008.

Sarkozy ha detto che Washington e Parigi "lavoreranno di concerto per andare oltre nella regolamentazione del capitalismo globale e in particolare per porre il problema di un nuovo ordine monetario internazionale".

fonte: http://borsaitaliana.it.reuters.com/art ... 3Y20100331

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domenico.damico

Re: Perchè dobbiamo cambiare il capitalismo.

Messaggioda domenico.damico » 31 mar 2010, 12:50

Bankster87 ha scritto:Ancora con questo nuovo ordine mondiale?? Ma io boh...


Fossi in te mi preoccuperei...

Ma io boh..© è brevettato e prevede due puntini...

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Karlrex

Re: Perchè dobbiamo cambiare il capitalismo.

Messaggioda Karlrex » 7 apr 2010, 9:46

Interessante intervista a Guido Rossi ex presidente di consob e telecom. Ovviamente si guarda bene di denunciare la grande truffa della moneta debito ,toccando soltanto il sistema bancario..
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Intervista al professore già presidente di Consob e Telecom, tra i padri della legge antitrust
"Quando si è consegnata la Borsa alle banche, si doveva sapere che non fanno beneficenza"
Rossi: "Il capitalismo resta malato
nuove regole o sarà la fine"
Sul giro di grandi nomine: "La giostra non risolve i problemi. Da noi le regole
vengono fatte valere solo per le bagatelle. Le grandi questioni sono eccezioni"di GIOVANNI PONS

MILANO - Professor Guido Rossi, a un anno e mezzo dal crollo di Lehman Brothers e dal collasso del sistema finanziario globale il Congresso americano e l'Europa non hanno ancora adottato alcuna nuova regola. Si va avanti come se niente fosse?
"Proprio così - sottolinea il giurista, ex presidente di Consob e Telecom - e la cosa peggiore è che viviamo ancora nell'ignoranza delle ragioni profonde della crisi e delle misure necessarie per far ripartire l'economia. Almeno però in America si è sviluppato un dibattito critico e speriamo costruttivo sul grande tema del capitalismo grazie a intellettuali come Richard Posner che dopo "Il fallimento del capitalismo" ora ha scritto "La crisi della democrazia capitalista", sostenendo cioè che la crisi economica sta diventando una crisi della democrazia".

Non c'è proprio alcun segnale all'orizzonte che possa far sperare in un'inversione di tendenza?
"Come al solito la produzione di nuove regole deve essere sollecitata dalla giurisprudenza. Una recentissima sentenza della Corte Suprema Usa presa all'unanimità ha riaffermato la "possibilità di contestare giudizialmente l'importo degli emolumenti quando essi risultano così eccezionalmente sproporzionati da non avere alcuna ragionevole relazione con le prestazioni reali, quando non siano stati stipulati in buona fede e siano frutto di conflitti di interesse". È una sentenza storica che ribalta quella della Corte d'appello di Chicago del 17 maggio 2008 nella quale si sosteneva che i giudici non potevano intervenire sugli stipendi ma bisognava lasciar fare al libero mercato. La decisione, che diventerà famosa, è Jones versus Harris Associates".


Ma anche in Europa è stato fatto qualcosa di simile, sembra sia passata l'idea che gli stipendi debbano essere approvati dalle assemblea delle società.
"I tedeschi e gli inglesi hanno stabilito per legge che compensi e bonus devono passare dall'assemblea anche se il parere di questa non è vincolante. Adesso con la sentenza della Corte Suprema americana gli emolumenti dei manager dovranno risultare più equi e per questa via si arriverà probabilmente anche a un ridimensionamento del rapporto debito-capitale delle banche. Le operazioni a debito altamente rischiose hanno infatti favorito i grandi compensi".

In assenza di regole precise le grandi banche, anche italiane, hanno ripreso a macinare utili e i banchieri ne hanno beneficiato con stipendi e bonus a livelli molto alti. È giusto?
"A questo riguardo valgono le parole del premio Nobel Stiglitz nel suo recente volume dal titolo significativo "Free fall" (Caduta libera). Il sistema bancario nel 2009 ha prodotto profitti record e ha pagato 145 miliardi di dollari in bonus ai dipendenti, il tutto in uno scenario economico in cui aumenta la disoccupazione. Stiglitz ha anche proposto che le attività rischiose delle banche debbano rimanere separate dai depositi e dal risparmio della gente o se non altro che il tutto deve essere assolutamente trasparente e non opaco come è ora".

Le grandi lobby finanziarie stanno ostacolando una regolamentazione di derivati, credit default swap e repos, perché altrimenti diminuirebbero le loro opportunità di guadagno...
"La lobby che più agisce in questo senso è quella legata alla banca d'affari americana Goldman Sachs che vanta affiliati sia nelle istituzioni americane sia all'estero. Non è un caso che Tim Geithner e in ultima istanza anche Obama abbiano frenato, sinora, sulle grandi riforme dei mercati finanziari. Dove sono finiti i Global Legal Standard che meno di un anno fa tutti volevano approvare?"

Forse non si vuole imparare dal passato, le borse sono tornate su, l'emergenza è finita e i bilanci pubblici appesantiti dalle perdite assorbite dai privati. Quando arriverà la prossima bolla?
"Il sistema non sarà più in grado di sopportare lo scoppio di una nuova bolla. Arrivati a questo punto il problema è ancora più profondo: è la democrazia che non sa reagire allo strapotere del sistema bancario, come sostiene Posner. Ecco perché è così necessario implementare delle regole nella finanza che non si possano aggirare e che portino maggiore trasparenza pagando il prezzo, forse, di minori profitti. È vitale per la tenuta della democrazia".

Le banche italiane hanno sopportato meglio la crisi rispetto alle big mondiali ma anche da noi non sembra cambiato molto rispetto al passato: utili da trading e bonus generosi per i banchieri.
"Una volta terminata la falsa discussione sui sistemi di governance dualistici in Italia non sono state introdotte né regole per rendere i bilanci delle banche più aderenti alla realtà né paletti per ridurre la leva finanziaria. Le banche italiane hanno retto grazie alle Fondazioni che si sono dimostrate gli unici investitori di lungo periodo in assenza dei fondi pensione".

Sì ma ora la politica torna a premere sulle Fondazioni, che reclamano più governance a fronte di un impegno di risorse maggiore e minori dividendi.
"Io credo che finora la politica non sia entrata in modo così clamoroso nelle vicende bancarie e che comunque anche qui bisogna piantare dei paletti. Senza regole allora diventano preminenti le lotte di potere e in Italia mi pare che ultimamente sia prevalso un potere di tipo "tribale"".

Oltre a darsi lauti stipendi i banchieri si sono recentemente dedicati a cambiare i vertici di Mediobanca e Generali.
"Credo che la giostra delle nomine non risolva i problemi alla radice. In Italia le regole valgono soltanto per le questioni "bagatellari", mentre per quelle rilevanti vale l'eccezione alla regola e quindi il potere svincolato da tutto, che si tratti della protezione civile o della presidenza delle Generali".

Le banche non sono riuscite a far fronte comune nemmeno nel difendere la proprietà della Borsa Italiana, a questo punto è lecito pensare che sia stato un errore privatizzarla. O no?
"Anche le privatizzazioni in Italia sono state fatte senza una cornice di regole. Così oggi abbiamo Eni ed Enel ancora controllate dal Tesoro, le ex Bin in mano alle Fondazioni che hanno garantito stabilità permettendo loro di svilupparsi, mentre quelle fatte sul mercato, come la Telecom, hanno utilizzato la leva finanziaria con il risultato che oggi, malate di eccessivo indebitamento, non possono investire per fronteggiare l'innovazione tecnologica. Quindi, quando si è consegnata la Borsa alle banche, bisognava tener conto che queste non fanno beneficenza e che al momento opportuno avrebbero potuto vendere".

Non crede che gli unici che stanno imparando dal passato siano i cinesi, i quali stanno cercando di sgonfiare le bolle con provvedimenti che raffreddano i settori a rischio, come l'immobiliare?
"Sono d'accordo, i cinesi stanno tenendo basso il cambio dello yuan per favorire le esportazioni e al contempo sviluppare la domanda interna. Quando questa sarà sufficientemente robusta rivaluteranno la moneta favorendo le importazioni che potranno risollevare la domanda mondiale. E non bisogna dimenticare che operando in questo senso detengono già oggi gran parte del debito pubblico americano, per il 45% già in mani straniere. Credo che i cinesi abbiano capito più di altri il messaggio di Keynes: nelle fasi di crisi è meglio dare meno denaro ai ricchi e di più ai poveri, perché questi hanno una maggiore propensione al consumo e possono ricreare la domanda se si vuole ottenere la piena occupazione".

fonte: http://www.repubblica.it/economia/2010/ ... e-3165763/

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Christian Tambasco

Re: Perchè dobbiamo cambiare il capitalismo.

Messaggioda Christian Tambasco » 29 lug 2010, 13:25

fonte: sole24ore Dalla Fiat ai russi, ecco perché tutti vogliono andare a produrre in Serbia

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Dalla Fiat ai russi, ecco perché tutti vogliono andare a produrre in Serbia
di Cristina Casadei
29 luglio 2010

Dei tanti ponti di Belgrado quello che senza dubbio tutti gli imprenditori del mondo vorrebbero attraversare porta in Russia, dritto verso un mercato di quasi 200 milioni di consumatori. Ad annullare la distanza e le difficoltà logistiche c'è il fatto che l'attraversamento non prevede balzello e garantisce rapporti commerciali con un'area molto interessante.

A fare da tramite c'è la Serbia, grazie a un accordo di libero scambio con la Federazione russa: deve essere stato anche questo ad aver già portato nel paese 200 imprenditori italiani. Questo piccolo, per ora, esercito dei delocalizzatori italiani vale un giro di affari di 2 miliardi di euro l'anno, destinato a crescere in maniera esponenziale una volta che l'investimento Fiat entrerà nel pieno regime produttivo. La Siepa (agenzia serba per gli investimenti) ha previsto addirittura che Fiat sarà un volano che porterà 30mila posti di lavoro tra diretti e indiretti nel settore auto, occupati in aziende di componentistica che non lavoreranno solo per Fiat.
L'attrattività della Serbia dunque non arriva solo dai salari bassi, mediamente intorno ai 350 euro, o dal piano di incentivi fiscali e finanziari che è valso al paese il primo posto nella classifica della Banca mondiale in materia di riforme economiche per attrare investimenti stranieri. Agevolazioni che vanno dai terreni forniti gratis a chi stabilisce nuovi impianti produttivi ai contributi del governo a fondo perduto per ogni lavoratore assunto a tempo indeterminato: dai 2mila ai 10mila euro, a seconda della portata dell'investimento - minimo un milione di euro - e del numero di impiegati - minimo tra 10 e 50 -. Fino ad arrivare all'esenzione dalle tasse per dieci anni se si investe in capitale fisso almeno 7,5 milioni di euro e si impiegano oltre 100 addetti a tempo indeterminato (si veda Il Sole 24 Ore di sabato 24 luglio).

C'è di più ed è forse questo di più che ha generato tanto slancio. C'è infatti un accordo di libero scambio tra la Federazione russa e la Serbia che assicura un trattamento favorevole per la merce oggetto dell'interscambio. Per non pagare oneri doganali ovviamente sono previste delle condizioni. E cioè: il paese d'origine della merce deve essere la Serbia, è obbligatorio l'acquisto e la fornitura diretti e infine la fornitura deve essere accompagnata dal certificato di origine.

Affinchè la Serbia si possa dichiarare paese d'origine è necessario che i manufatti siano stati interamente prodotti in Serbia, magari anche utilizzando materie prime, semilavorati e prodotti finiti originari di qualche altro paese. A patto però che tali prodotti siano stati trasformati in gran parte Serbia. La lista delle merci interamente prodotte in Serbia è lunga ma il punto che interessa gli imprenditori riguarda i manufatti prodotti in Serbia da materie prime serbe. Se i manufatti prevedono la lavorazione o trasformazione di materie prime o componenti provenienti dall'estero o di origini sconosciute, il valore di questi non deve superare il 50% del valore totale della merce esportata dalla Serbia. Altrimenti ci si ferma prima del ponte.

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kasiacolagrossi
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Re: Perchè dobbiamo cambiare il capitalismo.

Messaggioda kasiacolagrossi » 18 ago 2010, 14:44

http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/ ... ornale_pi1[showStringa]=Fiat%2BQuanto&cHash=661488ea1c

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TAGLIO MEDIO | di Francesco Paternò
Quanto pesa l'assenza dalla Cina. Dove chi c'è guadagna a due cifre
Nel solo mese di luglio, in Cina si sono vendute quasi tutte le auto che quest'anno si venderanno in Italia. 1,2 milioni contro gli 1,7 stimati dai costruttori nel nostro paese, dopo la fine degli incentivi statali.( Cina abit. 1 330 503 015, Italia abit. 60 380 912 .... ma come fanno a fare i paragoni ??? ) «Abbiamo tanta ambizione di svilupparci molto in questa parte del mondo», ha detto il 2 giugno scorso il presidente della Fiat, John Elkann, partecipando alla festa della repubblica all'Expo di Shangai. Il gruppo italiano è di fatto fuori da questo immenso mercato, considerando che la controllata Magneti Marelli ha appena inaugurato la sua fabbrica alla presenza di Elkann. Solo alla fine del 2011 comincerà in Cina la produzione di una berlina italiana, la Linea, e dei suoi motori, in uno stabilimento nel Guangdong per l'accordo di joint venture siglato dal Lingotto con Guangzhou.
L'intesa è arrivata dopo diversi scacchi con altri partner locali, con i quali le intese si sono via via bloccate: una delle quali prevedeva la produzione dell'Alfa Romeo in Cina. Oggi, la «tanta ambizione» del gruppo deve accontentarsi di un accordo limitato: gli obiettivi sono la produzione di 140.000 vetture e 220.000 motori nel 2012, da portare rispettivamente fino a 250.000 e 300.000 entro il 2014. Meglio tardi che mai, certo, benché sia un ritardo che si può già definire storico rispetto alla concorrenza europea e asiatica di Fiat. Basti pensare che i francesi di Psa Peugeot-Citroen hanno appena firmto per una seconda joint venture o che Renault-Nissan ha siglato un progetto sull'auto elettrica a Wuhan, politicamente oltre che automobilisticamente importante, considerando la forte accelerazione agli investimenti data dal governo di Pechino al tema dell'auto a zero emissioni negli ultimi sei mesi.
La Fiat non può contare nemmeno sulla controllata Chrysler, assente dalla Cina dopo un avvicinamento nel 2007 con Chery. Mentre i concorrenti General Motors e Ford traggono proprio da questo mercato i loro profitti più grandi, come si è visto negli spettacolari risultati delle trimestrali, rese note nei giorni scorsi. Che evidenziano anche come l'altro aumento delle vendite sia stato sul proprio mercato nordamericano, maggiore per le due big rispetto a quello della più piccola Chrysler.
Negli obiettivi dell'amministratore delegato del gruppo Fiat più Chrysler, i numeri piuttosto ambiziosi annunciati per il 2014 (ricordiamoli, 3,8 milioni di auto «italiane» e 2,8 «americane») tengono conto della Cina soltanto per le circa 300.000 vetture del Guangdong. Questo mercato, per altro, sta premiando più i marchi di lusso che i generalisti come Fiat. In luglio, Audi ha aumentato le vendite del 53%, Bmw dell'82, Mercedes ha triplicato le vendite. Non che le cose vadano male per tutti gli altri: in Cina ci sono ancora soltanto 20 automobili per 1.000 abitanti.
Se nel 2009 le vendite sono aumentate complessivamente del 46% - un anno boom, spinto anche dalla detassazione del governo del 50% per chi acquistava automobili con una cilindrata massima di 1600 centimetri cubici - quest'anno l'associazione dei costruttori in Cina prevede una crescita del 17%, con un mercato fatto da circa 16 milioni di vendite nuove.
E' un rallentamento, se non fosse che la parola suona strana nel depresso occidente e se non fosse che a guardare meglio i dati degli ultimi quindici anni, la crescita media del mercato cinese si è attestata fra il 12 e il 22%. Gli analisti prevedono una piccola frenata in agosto e un settembre così così, per poi chiudere in bellezza il 2010 negli ultimi tre mesi.
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Re: Perchè dobbiamo cambiare il capitalismo.

Messaggioda sandropascucci » 18 ago 2010, 14:50

sono quelle puttanate allarmistiche-da-bar-bocca-spalancata-oooohhhh-sapientoni

ergo: alla Angela

"la distanza tra la terra e la luna è 243000000000000 volte un campo di calcio.."

1. non gioco a calcio, che volemo fa?
2. convertili in giri di monza, al limite (specificando l'anno, poi)
3. in larghezza o lunghezza?
4. quanti cazzo di zeri hai messo?
5. dimmi che sono a 4700 km e lo capisco, sai?



ecc..
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LorenzoLenzi

Re: Perchè dobbiamo cambiare il capitalismo.

Messaggioda LorenzoLenzi » 20 ago 2010, 14:34

!
«IpadCity», assunzioni di massa
nella fabbrica cinese dei suicidi

Foxconn: 400 mila nuovi dipendenti per un orario
di lavoro «normale»
Il caso - Il gruppo produce per Apple, Dell, Sony e Hp

La manifestazione organizzata dalla Foxconn per tirare su il morale dei dipendenti di «Shenzen»
L'«iPad-city» di Shenzhen, la più grande catena di montaggio della Terra, forse continuerà a funzionare a ciclo continuo dalle 4 del mattino alla mezzanotte per sfornare gli oggetti del desiderio tecnologico occidentale. Sette giorni su sette ad assemblare senza sosta iPhone, iPod e iPad Apple e anche computer Dell e Hp, telefonini Motorola, Sony e Nokia, tutti prodotti che quelle stesse mani non potranno mai permettersi in un negozio. Ma ora i 420 mila «iPad-operai» della Foxconn potranno allontanarsi qualche ora dal nastro della fabbrica globale fordista senza il terrore di guadagnare di meno e così non arrivare a fine mese con i 140 dollari della vecchia paga base.

Il gigante taiwanese Foxconn che con i suoi 900 mila dipendenti - se si contano quelli in tutta la Cina - è già oggi il più grande produttore tecnologico al mondo ha annunciato ieri, all'indomani delle manifestazioni aziendali per «tirare su il morale» delle tute blu cinesi, di voler assumere fino a 400 mila nuovi salariati da qui a un anno. Obiettivo: «Mantenere la produzione attuale pur riducendo al minimo le ore di straordinario». È come una dichiarazione di colpevolezza: ci sono voluti 11 suicidi - l'ultimo è quello di una 22enne avvenuto il 7 agosto - e altri tre tentativi non riusciti in soli 8 mesi per portare il problema degli schiavi dei tablet all'attenzione del mondo. Un pericoloso virus emulativo (l'ultimo suicidio era avvenuto per la prima volta in una fabbrica del gruppo fuori Shenzhen) che probabilmente ha funzionato anche come una moral suasion su Steve Jobs: dopo una iniziale reticenza, un mese fa la Apple aveva acconsentito a raddoppiare il compenso per ogni iPad, da 3,98 dollari a 7,96, a patto che i soldi venissero usati per dare un aumento di stipendio agli assemblatori.

La spesa per produrre il tablet touch screen che promette di rivoluzionare il mondo dei media e della fruizione del web è di 260 dollari (il prezzo di vendita parte da 499 dollari in su). Ma la maggior parte dell'onere è dovuto ai materiali che servono ad assemblarlo e non certo al capitale umano visto che, fino all'esplosione del recente scandalo, il salario base mensile per un operaio della fabbrica era di soli 140 dollari (ora è cresciuto del 60%). Una paga che spingeva molti dipendenti a entrare nel tunnel senza uscita di straordinari massacranti, totale assenza di svaghi e impossibilità di costruirsi una vita familiare normale, nonostante il fatto che Shenzhen non si presenti all'occhio come un inferno in Terra. Come in altre aziende della special economic zone voluta da Deng Xiaoping, Foxconn offre alla maggior parte dei dipendenti degli alloggi a basso costo e l'accesso ai dopo-lavoro con piscine e tavoli da ping pong. Un particolare ricordato, quasi per scusarsi, anche da Jobs. Ma il problema della «seconda generazione di poveri», come è stata battezzata quella degli operai di Shenzhen, è sociale: il loro accesso alle informazioni sugli standard di vita occidentale - Hong Kong è a soli 30 minuti di automobile anche se per loro non è facile passare la dogana - li spinge a volere una vita più dignitosa e «normale».

Non è un caso che questa che sarà probabilmente la più grande assunzione di massa della Cina post-comunista, sia stata ottenuta grazie alla ribellione al sindacato tradizionale - che è legato al Partito Comunista e dunque, di fatto, filo-governativo - avvenuta anche tramite blog (censurati), servizi di messaggistica e comunicazioni stile Skype. Quella cinese è stata un'estate caldissima di scioperi contro le organizzazioni tradizionali: oltre a Foxconn, anche le fabbriche locali di Toyota e Honda sono scese sul piede di guerra. Difficile che si torni indietro adesso: il caso passerà alla storia per aver mostrato gli effetti socio-economici della fabbrica globale, dalle file notturne degli Apple-maniaci fuori dall'Apple Store di Manhattan alle catene di montaggio in Cina. E forse, anche se ci vorranno anni, è il prodromo della fine del lavoro low cost Made in China.

Massimo Sideri
20 agosto 2010

Fonte: http://www.corriere.it/economia/10_agos ... aabe.shtml

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Christian Tambasco

Re: Perchè dobbiamo cambiare il capitalismo.

Messaggioda Christian Tambasco » 7 ott 2010, 16:00

fonte: sole24ore La grande migrazione cinese

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La grande migrazione cinese
di Fan Gang
06 ottobre 2010

PECHINO – La provincia cinese dell'Henan ha una popolazione di circa 100 milioni di abitanti – più di molte nazioni del mondo. Nel sistema amministrativo cinese, le province sono il più alto livello di governo sub-nazionale, seguite da contee, comuni, e villaggi. Ma un villaggio nella provincia del Guangdong può facilmente arrivare a contare una popolazione compresa tra i 500.000 e il milione di abitanti – più di molti comuni fuori dalla Cina. È quindi difficile sopravvalutare il peso delle questioni regionali – ed in particolare delle disparità inter-regionali – nella politica cinese.

La Cina è divisa per natura. Tra tutte le vaste nazioni continentali, India e Brasile compresi, solo la Cina ha un piccolo segmento di costa ma estese regioni interne. Finché la principale preoccupazione degli uomini era l'approvvigionamento di cibo, questo non era un problema, poiché ciò che più contava era la disponibilità di acqua e terra. Ma in una moderna società industriale, urbana e basata sugli scambi, i costi di trasporto acquisiscono sempre più importanza. Questo implica che la geografia può provocare profondi squilibri regionali.

Sebbene certamente queste disparità possano avere altre cause, la geografia sembra spiegare molto. Prima di tutto, spiega perché le regioni costiere cinesi si sono sviluppate prima e più velocemente quando il Paese ha inaugurato le riforme di mercato e si è aperto al mondo. Non sono stati favoritismi o un'allocazione delle risorse pilotata dal Governo a far sì che le città costiere si sviluppassero così rapidamente, ma piuttosto è stato merito della loro prossimità all'oceano, che era e rimane il mezzo più economico per spostare merci e risorse.

In futuro, la Cina potrebbe avere una più importante presenza di industrie ad alta tecnologia e servizi – settori per i quali il trasporto non è estremamente importante. Ma per adesso, visto che la Cina è sempre più dipendente dall'importazione di risorse per soddisfare i suoi bisogni primari, le sue regioni costiere continueranno a godere del vantaggio competitivo derivante dai bassi costi di trasporto.

Le disparità regionali in termini di prosperità economica potrebbero quindi non ridursi mai; al contrario, potrebbero in molti casi aumentare. Lanzhou, la capitale della provincia occidentale del Gansu, potrebbe non raggiungere mai i livelli di sviluppo di Suzhou, una nota base manifatturiera nei pressi di Shanghai.

Gli sforzi della Cina per ottenere uno sviluppo più equamente distribuito, nonostante i permanenti vantaggi naturali delle regioni costiere, prendono la forma di un traffico a due direzioni in capitale e lavoro tra le regioni costiere e quelle interne. Dalla costa, attraverso allocazioni fiscali o altri meccanismi, affluiscono risorse finanziarie verso le regioni interne, per migliorarne le infrastrutture, comprese quelle legate ai trasporti. Tali investimenti possono non avere ritorni pari a quelli fatti in altre regioni, ma devono essere considerati alla stregua di beni pubblici finalizzati ad rendere più uniforme il condizioni per la crescita. Il Governo centrale cinese ha seguito questa strategia negli ultimi 10 anni attraverso il suo Programma di Sviluppo dell'Occidente.

Certo, gli sforzi del Governo non bastano a convincere gli investitori industriali ad andare ad Occidente, perché gli investimenti in infrastrutture non possono supplire a tutti i problemi. Senza una strada è impossibile trasportare beni e risorse. Tuttavia, anche con una strada, bisogna sempre dover pagare pedaggi, benzina, manutenzione ed altri costi – e, ancora, ci possono volere cinque giorni per far arrivare i propri prodotti alle regioni costiere, dalle quali possono essere eventualmente esportati.

L'altro traffico potrebbe, in qualche modo, essere ancora più importante. Si tratta della forza lavoro che scorre nella direzione opposta, dall'ovest verso est, che si promette di raggiungere la sola forma di eguaglianza economica che un Paese possa mai ottenere – l'eguaglianza in reddito pro capite, non in prodotto interno lordo. Un città costiera che produce più ricchezza e che possa vantare maggiore produttività e salari più alti del resto del Paese è destinata ad attrarre un numero crescente di persone nella speranza di poter beneficiare dalla sua prosperità, finché la loro produttività marginale non inizi a diminuire. Man mano che i migranti si dirigono verso la costa, sempre meno persone dovranno spartirsi le risorse nelle regioni interne, causando un incremento nel reddito pro capite.

È per questa ragione che la mobilità è così importante per ottenere una maggior uguaglianza sociale. Molti Paesi sviluppati sono stati caratterizzati da grandi migrazioni interne nel corso del loro processo di modernizzazione, culminato con l'80% delle loro popolazioni riallocate verso le regioni costiere. La Cina sta attraversando adesso questa fase. Se le autorità cinesi continuano ad incoraggiare le migrazioni interne, il problema delle disparità regionali sarà finalmente risolto.

Lo stesso si potrebbe dire delle disparità globali tra Nord e Sud. Alcuni economisti sostenevano che finché un fattore di produzione – per esempio, il capitale – è lasciato libero di muoversi, il mondo può raggiungere un livello di sviluppo omogeneo. Tuttavia io credo che anche altri aspetti sono essenziali. La mobilità di un solo fattore può certamente funzionare bene nel contesto di un modello teorico, ma nel frenetico mondo reale, se la differenza in reddito non viene colmata abbastanza rapidamente, gli elementi che spingono a dilatare lo scarto – come, ad esempio, una geografia sfavorevole – possono alla fine avere la meglio. Questo è destinato a mantenere, se non ad acuire, le disparità globali, specialmente considerando la riluttanza dei Paesi sviluppati a permettere le migrazioni internazionali.

La buona notizia per la Cina è che adesso il nuovo Piano Quinquennale per il 2010-2015 invita il Governo non solo a incoraggiare le migrazioni interne tra le regioni, ma anche a migliorare le condizioni degli abitanti delle campagne che decidano di spostarsi e trasferirsi nelle città. L'infame sistema Hukou (il sistema di registrazione dei residenti che limita le migrazioni) non può essere abolito dall'oggi al domani, ma sarà eliminato gradualmente.

Certo, migrazione e urbanizzazione produrranno problemi sociali e conflitti. Ma questo è già successo in ogni Paese al livello di sviluppo attuale della Cina, ed anche la Cina ci deve passare. Altrimenti, il Paese rimarrà diviso per sempre.

Fan Gang è Professore d'Economia all'Università di Pechino e presso la Chinese Academy of Social Sciences, Direttore del China’s National Economic Research Institute, Segretario-Generale della China Reform Foundation, e membro del Monetary Policy Committee e della People’s Bank of China.

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Christian Tambasco

Re: Perchè dobbiamo cambiare il capitalismo.

Messaggioda Christian Tambasco » 1 giu 2011, 14:47

fonte: repubblica Oxfam, una sfida piena di speranza
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Oxfam, una sfida piena di speranza
"Coltivare cibo per tutti si può"
Ora viviamo in un paradosso: mentre c'è più fame, nel mondo si produce più cibo che mai. Ma crisi di questa portata quasi sempre danno luogo a cambiamenti. Occorre saper intercettare questo cambiamento e disegnare la strada verso una nuova prosperità. Le tre scelte da compiere e gli esempi positivi da seguire
di ROSALBA CASTELLETTI
01 giugno 2011
ROMA - l titolo è speranzoso, "Coltivare un futuro migliore", e ottimistiche sono anche le conclusioni: sfamare oltre 920 milioni di persone è possibile. Il quadro che emerge dal rapporto presentato oggi da Oxfam Italia 1 è però quello di un sistema alimentare al collasso. All'inizio del 2011 oltre 925 milioni di persone soffrivano la fame nel mondo e il loro numero aumenterà vertiginosamente se, come prevedono le ricerche commissionate dal network Oxfam International 2, nei prossimi vent'anni i prezzi di alcuni alimenti base aumenteranno dal 120% al 180%, mentre la domanda d'acqua crescerà del 30% e le terre coltivabili procapite diminuiranno.

C'è più fame ma anche più cibo. Il paradosso è che, mentre c'è più fame che mai, nel mondo si produce più cibo che mai. Eppure "il futuro non è certo: crisi di questa portata quasi sempre danno luogo a cambiamenti. La sfida che abbiamo di fronte - scrivono gli autori del rapporto - è quella di saper intercettare questo cambiamento e disegnare la strada verso una nuova prosperità, un'era di cooperazione al posto di quella attuale marcata dalla competizione in cui il benessere di tutti viene dopo l'interesse di pochi".

Le tre cose che devono cambiare. Per vincere questa sfida, prosegue la ricerca, basterebbero tre cambiamenti.

1) - Innanzitutto, un nuovo sistema di governance globale per evitare le crisi alimentari. Ad esempio, abolendo le misure di sostegno ai biocarburanti che, ad oggi, costano circa 20 miliardi di dollari l'anno e che portano il 40% del mais statunitense nei serbatoi delle auto e non nelle pance della gente. Ma anche riformando il sistema degli aiuti, raggiungendo un accordo globale sulla lotta ai cambiamenti climatici e regolando le speculazioni sulle materie prime. Come quelle delle tre società - Archer Daniels Midland, Bunge e Cargill - che da sole controllano il 90% del commercio globale dei cereali rendendone i prezzi volatili.

2) - In secondo luogo, bisognerebbe deviare gli investimenti dai grandi produttori ai produttori di piccola scala dei Paesi più poveri assicurando loro l'accesso alle risorse naturali, alla tecnologia e ai mercati.

3) - Infine, occorrerebbe modificare i comportamenti di aziende e consumatori dei Paesi ricchi dove un quarto del cibo viene sprecato e raggiungere un accordo globale sulla lotta ai cambiamenti climatici.

Gli esempi di Vietnam e Brasile. Che questi obiettivi siano davvero alla portata dei governi mondiali, e in particolare delle 20 grandi potenze che si riuniranno in Francia a novembre, lo dimostrano Paesi come Vietnam e Brasile. Il primo, lo scorso anno, ha dimezzato la fame cronica a livello nazionale, conseguendo il primo obiettivo di sviluppo del millennio con cinque anni di anticipo. Ci è riuscito grazie a una riforma agraria che ha trasformato il Paese da importatore a maggior esportatore di riso al mondo. In Brasile la fame è diminuita di un terzo tra il 2000 e il 2007 grazie al programma "Fame Zero" sostenuto nel 2003 dall'allora presidente Luiz Inácio Lula da Silva e risultato di vent'anni di attivismo della società civile e dei movimenti sociali del Paese.

Testimonial: Desmon Tutu e Scarlett Johansson. Esempi che dimostrano come, per "coltivare" un sistema alimentare più equo, bisogna agire sia dall'alto, sia dal basso. "Abbiamo la capacità di nutrire tutti sul pianeta ora e in futuro. Se c'è la volontà politica, a nessuno sarà negato il diritto fondamentale di essere libero dalla fame", sostiene lo stesso Lula da Silva che, come l'arcivescovo Desmond Tutu e l'attrice Scarlett Johansson, ha aderito alla campagna di Oxfam "Coltiva. Il cibo. La vita. Il pianeta". Ma, prosegue, "non possiamo più aspettare. I leader politici e le multinazionali devono agire ora per far sì che tutti abbiano cibo a sufficienza sulle loro tavole".


I leader politici e le multinazionali devono agire ora per far sì che tutti abbiano cibo a sufficienza sulle loro tavole


:shock: :shock: :shock:
...è uno scherzo vero?!

...cambiare tutto affinché non cambi nulla...

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jena

Re: Perchè dobbiamo cambiare il capitalismo.

Messaggioda jena » 13 giu 2011, 23:11

Inoltre se la prendono con i biocarburanti ignorando completamente che il consumo di carne ha gli stessi effetti: campi coltivati per dar da mangiare agli animali invece che alle persone con conseguente consumo di acqua, inquinamento dovuto a pesticidi et fertilizzanti e dipendenza degli agricoltori dalle multinazionali che producono le sementi trattate... mmm forse le stesse che
Christian Tambasco ha scritto: devono agire ora per far sì che tutti abbiano cibo a sufficienza sulle loro tavole


Da Oxfam una cosa del genere non è una sorpresa: per natale hanno fatto una campagna che consisteva nel far vedere teneri e puffacchiosi cuccioli di maiale, agnellini e altri animali da regalare a persone del terzo mondo -.-'

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LorenzoLenzi

Re: Perchè dobbiamo cambiare il capitalismo.

Messaggioda LorenzoLenzi » 25 giu 2011, 10:03

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Da auto di qualità alla crisi
La Saab sull'orlo del fallimento

di VITTORIA PULEDDA
MILANO - Continua la crisi infinita della Saab. La società automobilistica svedese, un tempo sinonimo di lusso e qualità assoluta - soprattutto negli Stati Uniti - non trova pace. E oggi ha annunciato che non ha soldi in cassa per pagare gli stipendi, mentre gli impianti continuano a restare chiusi ed è previsto che non lavorino fino al 4 luglio. Sempre che ne frattempo la società non sia costretta suo malgrado a dichiarare fallimento.
Ma andiamo per gradi. Oggi la proprietà, che fa capo alla Swedish Automobile (la ex Spyker, olandese ad onta del nome) ha annunciato che Saab Automobile "non sarà in grado di pagare gli stipendi dei suoi dipendenti, perché non ha ancora ricevuto i finanziamenti necessari a medio termine", riporta il comunicato ufficiale. Il gruppo impiega circa 3.800 persone, ed era stato salvato dal fallimento all'inizio del 2010 quando Spyker l’aveva rilevato per 400 milioni di dollari dal colosso statunitense General Motors.
Una doccia fredda che arriva dopo gli accordi annunciati - in maggio la prima parte, il 13 giugno la seconda - con gli investitori cinesi, che dovrebbero salvare il gruppo svedese: l’ultima versione dell’accordo prevede una partnership che dovrebbe vedere un’iniezione di mezzi freschi per 245 milioni di euro da parte di due società cinesi, il distributore automobilistico Pang Da e il costruttore Zhejiang Youngman Lotus automobile. Anzi, i primi hanno già versato una trentina di milioni di euro, a maggio scorso, ma l’intesa complessiva è subordinata all’ok non solo delle autorità europee ma anche di quelle cinesi. Che non sembrano troppo ansiose di pronunciarsi positivamente (in passato hanno già fatto saltare l’accordo di salvataggio con Hawtai Motor).
Il problema però a questo punto è immediato, di liquidità a vista che manca clamorosamente alla Saab. La proprietà ha dichiarato che non c’è "alcuna garanzia" che i negoziati in corso per trovare finanziamenti a breve termine vadano a buon fine.

Fonte:http://www.repubblica.it/rubriche/il-caso-del-giorno/2011/06/23/news/da_auto_di_qualit_alla_crisi_la_saab_sull_orlo_del_fallimento-18137452

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LorenzoLenzi

Re: Perchè dobbiamo cambiare il capitalismo.

Messaggioda LorenzoLenzi » 7 lug 2011, 12:34

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LA GUERRA E’ GUERRA!!!
Utilizzerò le 10 regole sulla strategia del consenso elaborate dal noto linguista e ispiratore del movimento di Seattle, Noam Chomsky, per preconizzare cosa potrà avvenire nei prossimi giorni, nei palazzi dove si prendono le decisioni – e dove l’odore dello Sterco del Diavolo, non dà fastidio – , sugli scontri tra Valsusini e “Repubblica degli elmetti” targata R. Maroni (ex marxista-leninista e accusato di oltraggio a pubblico ufficiale)

1 – La strategia della distrazione.
L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche utilizzando la tecnica del diluvio o dell’inondazione di distrazioni continue e di informazioni insignificanti. La strategia della distrazione è anche indispensabile per evitare l’interesse del pubblico verso le conoscenze essenziali nel campo della scienza, dell’economia, della psicologia, della neurobiologia e della cibernetica. “Sviare l’attenzione del pubblico dai veri problemi sociali, tenerla imprigionata da temi senza vera importanza. Tenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza dargli tempo per pensare, sempre di ritorno verso la fattoria come gli altri animali (citato nel testo “Armi silenziose per guerre tranquille”).

Ciò che si farà è utilizzare i black bloc come fonte primaria di distrazione mediatico/giornalistica, suscitando negli ascoltatori/lettori sentimenti contrastanti ma, soprattutto, mischiando, accumunando e , alla fine, identificando i black bloc con tutti i Valsusini.

2 – Creare il problema e poi offrire la soluzione.
Questo metodo è anche chiamato “problema – reazione – soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” che produrrà una determinata reazione nel pubblico in modo che sia questa la ragione delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, oppure organizzare attentati sanguinosi per fare in modo che sia il pubblico a pretendere le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito delle libertà. Oppure: creare una crisi economica per far accettare come male necessario la diminuzione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.


Di conseguenza, si cercherà di far salire la temperatura degli scontri, dando ragione alle forze dell’ordine, “vittime” dell’aggressione dei manifestanti, e con loro, si darà sempre più risalto ai lavoratori del cantiere e di tutti coloro che, a causa delle manifestazioni, si vedranno privati della libertà di proseguire le loro normali attività.

3 – La strategia della gradualità.
Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, col contagocce, per un po’ di anni consecutivi. Questo è il modo in cui condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte negli anni ‘80 e ‘90: uno Stato al minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione di massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero stati applicati in una sola volta.


In questo caso si sprecheranno le apologie sull’indiscutibile utilità della Tav per rilanciare l’economia del Piemonte e di tutta la nazione.

Infatti, il tunnel sotto la manica, proposto con lo stesso genere di ragioni, a favore del nord della Francia in piena depressione economica, è fallito due volte e, in tutti e due i casi, chi ha pagato, sono sempre stati solo i cittadini francesi che versavano le tasse.


4 – La strategia del differire.
Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria” guadagnando in quel momento il consenso della gente per un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro di quello immediato. Per prima cosa, perché lo sforzo non deve essere fatto immediatamente. Secondo, perché la gente, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà meglio domani” e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato.In questo modo si dà più tempo alla gente di abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo con rassegnazione quando arriverà il momento.

In breve, le forti ragioni del sì, secondo i poteri del cemento, del ferro e dell’alta finanza.

5 – Rivolgersi alla gente come a dei bambini.
La maggior parte della pubblicità diretta al grande pubblico usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, spesso con voce flebile, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente. Quanto più si cerca di ingannare lo spettatore, tanto più si tende ad usare un tono infantile. Perché? “Se qualcuno si rivolge ad una persona come se questa avesse 12 anni o meno, allora, a causa della suggestionabilità, questa probabilmente tenderà ad una risposta o ad una reazione priva di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno (vedi “Armi silenziosi per guerre tranquille”).


Aspettatevi ogni genere di format televisivo e di suggestione cartellonistica in giro per le città, esempio: “Aiutateci a costruire un sogno” o “La Tav si farà e sarà una grande vittoria per tutti.” Infatti, sarà la pubblicità di un’opera inutile, la prossima arma silenziosa.

6 – Usare l’aspetto emozionale molto più della riflessione.
Sfruttare l’emotività è una tecnica classica per provocare un corto circuito dell’analisi razionale e, infine, del senso critico dell’individuo. Inoltre, l’uso del tono emotivo permette di aprire la porta verso l’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o per indurre comportamenti….

Vedrete quante interviste lacrimose ai genitori dei poveri paladini della “giustizia” e dell’ “ordine” (Maroni e Napolitano accusano di tentato omicidio i manifestanti) e di pensionati che vogliono continuare la loro esistenza, scivolando lungo il piano inclinato che li porterà al loro egoistico sarcofago.

7 – Mantenere la gente nell’ignoranza e nella mediocrità.
Far sì che la gente sia incapace di comprendere le tecniche ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù. “La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza creata dall’ignoranza tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare da parte delle inferiori” (vedi “Armi silenziosi per guerre tranquille”).

Scordatevi approfondimenti o contradditori sulle Ragioni del NO.

Ve li dovete cercare da soli.

(per fortuna non siamo in Cina…per ora.)

8 – Stimolare il pubblico ad essere favorevole alla mediocrità.
Spingere il pubblico a ritenere che sia di moda essere stupidi, volgari e ignoranti…


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9 – Rafforzare il senso di colpa.
Far credere all’individuo di essere esclusivamente lui il responsabile della proprie disgrazie a causa di insufficente intelligenza, capacità o sforzo. In tal modo, anziché ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e si sente in colpa, cosa che crea a sua volta uno stato di depressione di cui uno degli effetti è l’inibizione ad agire. E senza azione non c’è rivoluzione!

Ecco perché occorre riempire coraggiosamente gli spazi fisici di umanità e non di slogan virtuali.

10 – Conoscere la gente meglio di quanto essa si conosca.
Negli ultimi 50’anni, i rapidi progressi della scienza hanno creato un crescente divario tra le conoscenze della gente e quelle di cui dispongono e che utilizzano le élites dominanti. Grazie alla biologia, alla neurobiologia e alla psicologia applicata, il “sistema” ha potuto fruire di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia fisicamente che psichicamente. Il sistema è riuscito a conoscere l’individuo comune molto meglio di quanto egli conosca sé stesso. Ciò comporta che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un più ampio controllo ed un maggior potere sulla gente, ben maggiore di quello che la gente esercita su sé stessa”


Ergo: non ascoltiamoli!!!

Quando mettono in campo l’esercito, potenti mezzi e chilometri di filo spinato, l’unica cosa che stanno facendo è GUERRA!!!

Stanno attaccando la libertà del popolo e la democrazia senza nessuna pietà!

Hanno i loro servi, ma non avranno i loro schiavi.

Fonte:http://www.stampalibera.com/?p=28465#more-28465


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