tra BCE e pensioni....ci sono i tassi

..ovvero le puttanate ufficiali propagandate dal Sistema Mediatico di IGB
Avatar utente
Christian Tambasco

tra BCE e pensioni....ci sono i tassi

Messaggioda Christian Tambasco » 18 gen 2010, 17:19

fonte repubblica:Bini Smaghi: "Possibili nuovesvalutazioni bancarie"

aridaje co' ste pensioni...
Bini Smaghi ha anche detto che se i rischi di inflazione aumenteranno ci sarà una "reazione immediata" che spingerà al rialzo i tassi di mercato. Questo porterebbe "un peso terribile" sul debito dei vari paesi, che potrebbe essere allentato con una riduzione della spesa per le pensioni.


Ciao Christian

Avatar utente
Karlrex

Re: tra BCE e pensioni....ci sono i tassi

Messaggioda Karlrex » 7 mar 2010, 12:47

Certo " Adesso invece sia i decisori sia i cittadini constatano che se la fiducia nei mezzi per gestire i deficit dell'economia va perduta, cio' si riflettera' con immediatezza sui tassi"
eccone n'andro :mrgreen:
!
BCE: LIIKANEN, I TASSI D'INTERESSE SALIRANNO

(AGI) - Helsinki, 6 mar. - La Banca Centrale Europea si aspetta che i tassi d'interesse salgano dai livelli attuali: lo dichiara il membro finlandese nel board dell'Eurotower, Erkki Liikanen. "Non occorre avere la memoria lunga per ricordarsi a quale livello fossero i tassi solo pochi anni fa", ha detto in una intervista pubblicata oggi sul giornale Ilta-Sanomat.
"Per molto tempo gli investitori non hanno condotto un vero raffronto fra i singoli paesi, in quanto - ha spiegato - pur in presenza di differenti economie, i tassi sui prestiti applicati nei vari paesi erano piu' o meno gli stessi. Adesso invece sia i decisori sia i cittadini constatano che se la fiducia nei mezzi per gestire i deficit dell'economia va perduta, cio' si riflettera' con immediatezza sui tassi", ha concluso Liikanen riferendosi alla situazione in Grecia.

fonte: http://www.agi.it/economia/notizie/2010 ... _saliranno

Avatar utente
LorenzoLenzi

Re: tra BCE e pensioni....ci sono i tassi

Messaggioda LorenzoLenzi » 15 lug 2010, 9:17

Pensioni, adesso è riforma continua: le sei mosse per garantirsi il futuro
!
Le sei mosse per garantirsi il futuro
Le ultime riforme hanno spostato in avanti il traguardo. E il trattamento sarà sempre più ridotto. Ecco gli alleati che possono aiutare ad assicurarsi una vecchiaia più tranquilla
Previdenza

Le sei mosse per garantirsi il futuroLe ultime riforme hanno spostato in avanti il traguardo. E il trattamento sarà sempre più ridotto. Ecco gli alleati che possono aiutare ad assicurarsi una vecchiaia più tranquilla

Il cantiere della previdenza è sempre aperto. La scorsa settimana, ad esempio, è stato presentato l’emendamento che trasforma in legge la riforma Sacconi: l’aggiornamento triennale dei requisiti anagrafici alle aspettative di vita. Con la stessa cadenza verranno rivisti anche i coefficienti di calcolo delle pensioni contributive. E la manovra anti-crisi ha spostato in avanti l’apertura delle finestre. Un insieme di interventi che consentono di mettere in sicurezza i conti pubblici. Ma che si traducono per i lavoratori in due amare sorprese: si dovrà lavorare di più rispetto alle generazioni precedenti e si avrà una rendita molto meno consistente. Bisogna, quindi, correre ai ripari. Ecco un mix di strumenti che hanno un obiettivo comune: ridurre il divario, destinato a diventare sempre più ampio, fra pensione e ultima retribuzione. Le elaborazioni realizzate da Progetica, società di consulenza in educazione e pianificazione finanziaria, presentano il ventaglio dei possibili alleati che ci possono evitare di vivere a mezza pensione. La prima variabile è quella temporale. «Chi matura i requisiti di anzianità prima dei limiti di vecchiaia, 60 o 65 annni, dovrebbe valutare l’ipotesi di ritardare il pensionamento per avere un vitalizio maggiore — spiega Sergio Sorgi, vice-presidente di Progetica —. L’incremento è spesso di un certo interesse».

Lavorare più a lungo
scheda

Aderire fondi pensione
scheda

Sfruttare i mercati
scheda


Riscattare la laurea
scheda Investire il TFR
scheda

Sfruttare agevolazioni fiscali
scheda

Per chi è nel sistema contributivo o misto l’effetto complessivo è generalmente positivo: la maggior anzianità, che comporta l’applicazione di un coefficiente di calcolo più favorevole, compensa in tutto o in parte il possibile adeguamento triennale dei coefficienti stessi (ipotesi sfavorevole). Il discorso vale anche per la previdenza integrativa: conviene aderire da giovani e, se possibile, allungare la durata del piano di accumulo. Il tempo è un grande alleato, ma lo sono anche i mercati finanziari: se l’orizzonte temporale è sufficientemente lungo, una linea più rischiosa permette ragionevolmente di ottenere una pensione integrativa più ricca. Un’altra chance riguarda il riscatto degli anni di laurea: in genere conveniente perché, considerando la vita media, si incassa di pensione più di quanto si è speso. Il quarto è il Tfr: destinare la liquidazione alla previdenza integrativa è, per i dipendenti, l’unico modo per consentire un montante finale adeguato. Infine c’è il fisco: che, come mostrano le tabelle, dà una grossa mano attraverso la deducibilità sui contributi versati. «Le formule disponibili sono varie, ma complesse — sottolinea Sorgi — per questo bisogna stimolare gli operatori del settore a offrire ai lavoratori strumenti di valutazione che permettano loro di fare scelte consapevoli per il proprio futuro previdenziale».

Roberto E. Bagnoli
05 luglio 2010

http://www.corriere.it/economia/10_lugl ... aabe.shtml

Avatar utente
LorenzoLenzi

Pensioni

Messaggioda LorenzoLenzi » 8 giu 2011, 21:28

!
Come si incoraggiano i giovani
alla previdenza integrativa

Il 73% dei dipendenti privati sceglie di non avere previdenza integrativa. Cosa si può fare per questa maggioranza a rischio di vecchiaia impoverita?
È possibile arrotondare le pensioni del domani, magre per tutti e magrissime per tanti giovani, e al tempo stesso ridurre un po' il deficit pubblico? Nell'attesa di una crescita che risolva in radice la questione, la risposta è: forse sì. Il modo? Facendo previdenza integrativa pubblica e utilizzando il varco, aperto con la Finanziaria 2007 dall'allora ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, che affida a un fondo gestito dell'Inps per conto dello Stato gli accantonamenti annuali del Tfr non versati ai fondi pensione nelle aziende con più di 50 dipendenti. Il governo Prodi destinò queste risorse, tra i 3,5 e i 4,5 miliardi l'anno, più o meno il 10% del flusso annuale del Tfr, al finanziamento di investimenti infrastrutturali. Nel 2009, il governo Berlusconi ne ha esteso l'utilizzo alla copertura del deficit sanitario. Ma andiamo con ordine.

C'è qualcosa di triste e di paradossale nella situazione dei giovani del 2011: sono meno numerosi di una volta, la loro formazione è più ricca, erediteranno patrimoni accresciuti, eppure hanno perso la certezza dei padri in un futuro migliore da lavoratori e, poi, da pensionati. Come scrive l'economista Felice Roberto Pizzuti nel Rapporto sullo Stato sociale 2011, fino a prima degli anni Novanta un ex dipendente con 40 anni di contributi e 60 anni di età poteva contare su un trattamento pari al 77% dell'ultima paga. Un soggetto con le stesse caratteristiche, che si ritirasse nel 2035, avrebbe una pensione pari al 58% del salario; potrebbe arrivare al 66% rinviando la quiescenza a 65 anni. Chi restasse precario sempre, e andasse in pensione a 65 anni con 40 anni di contributi, avrebbe il 49% del salario come pensione e solo il 42% se le annualità contributive fossero 35. Ora, il precario permanente è un caso limite, ma con l'ormai elevata flessibilità del mercato del lavoro anche 45 anni di contribuzione continuata non saranno cosa da tutti.

Questo taglio delle pensioni si basa sul passaggio dal regime retributivo a quello contributivo e sull'adeguamento dell'età pensionabile alle aspettative di vita. È stato perseguito dai governi per evitare che il crescente numero di anziani facesse fallire le casse previdenziali, Inps in testa. E per dare una speranza ai tartassati si è varata la previdenza integrativa. Ma senza troppo successo. Dopo oltre 12 anni, e nonostante il silenzio-assenso introdotto nel 2007, solo il 27% dei lavoratori del settore privato aderisce a piani di previdenza integrativa proposti per metà dai 391 fondi preesistenti e per l'altra metà dai 39 fondi negoziali tra imprese e sindacati, dai 76 fondi aperti e dalle polizze individuali previdenziali delle assicurazioni. C'è un esercito di piccole burocrazie a gestire un patrimonio cumulato di 78 miliardi di euro. Che, contrariamente alle illusioni degli anni Novanta, non dà risorse all'economia produttiva ma le toglie. Solo l'1,5% dei patrimonio dei fondi negoziali e il 3,8% di quello dei fondi aperti è investito in azioni italiane, mentre la metà delle obbligazioni in portafoglio è estera. D'altra parte è difficile considerare il rendimento riportato in tabella adeguato al rischio implicito.
Il 73% dei dipendenti del settore privato, dunque, sceglie di non avere previdenza integrativa.

Perché? Due le ragioni: mancano i soldi da versare; latita la fiducia nei mercati finanziari cui si rivolgono i fondi. Si può fare qualcosa per questa maggioranza silenziosa a rischio di vecchiaia impoverita? Certo, i fondi pensione possono migliorare il marketing per attivare un maggior risparmio previdenziale. Forse dovrebbero innovare la gestione, se Pizzuti dice il vero quando sostiene che il costo medio delle polizze in 35 anni riduce del 36% il montante accumulato. Ma il governo potrebbe subito fare di meglio: offrire una nuova chance, parificare la contribuzione dei precari al 33%, perché con il 27% di poco si ottiene pochissimo, e consentire a chi lo crede di incrementare comunque la contribuzione al sistema pubblico con il duplice effetto di tonificare un po' le pensioni prossime venture e di regalare maggior flessibilità al bilancio dello Stato. Per dare un'idea degli effetti, ecco due simulazioni.

La prima, assai prudenziale e rivolta alla forza lavoro delle aziende con meno di 50 dipendenti, il Corriere l'ha affidata a un gruppo di esperti ipotizzando la costituzione di un fondo complementare Inps rivolto al lavoratore tipo, con un salario annuo lordo di 26.200 euro. Senza toccare il Tfr, contando solo sul versamento volontario di 60 euro al mese (20 il dipendente, 40 il datore di lavoro), un individuo di 35 anni nel 2012 che va in pensione a 65 anni, potrà avere 193 euro di integrazione mensile per 13 mensilità oppure un capitale da ritirare di 52 mila euro, avendone personalmente pagati 12 mila nel periodo. Il calcolo è fatto assumendo che il montante contributivo si rivaluti dell'1,5% più i tre quarti dell'inflazione ogni anno, in perfetto stile Tfr. Unico rischio è il fallimento dello Stato o un'inflazione superiore al 6% che eroderebbe il potere d'acquisto del capitale. L'effetto macroeconomico, immaginando l'adesione del 30% degli aventi diritto, non sarebbe trascurabile. Tra il 2012 e il 2025 si accumulerebbe un montante contributivo di 58 miliardi e così via a salire.

Una simile proposta, con le dovute modifiche, può essere rivolta anche a qualche milione di partite Iva a basso reddito e bassissima contribuzione obbligatoria, dunque destinato a pensioni da fame. Ma poi c'è anche una simulazione più ambiziosa. Che si ricava dal citato Rapporto sullo Stato sociale.
Ebbene, la contribuzione ai fondi integrativi è pari a circa il 10% del costo del lavoro (il 6,91% del Tfr più il 3% volontario, di cui 2 a carico dei datori di lavoro e uno a carico del dipendente). Se la metà dei dipendenti rimasti lontani dalla previdenza integrativa versasse la contribuzione aggiuntiva possibile all'Inps, avremmo due effetti: a) chi lo facesse, e staccasse a 65 anni, riceverebbe una pensione che sale dal 66 al 73% del salario; b) l'intero settore privato darebbe un gettito contributivo di 4 punti in più. Secondo Pizzuti, per il bilancio previdenziale, e dunque per il bilancio pubblico, ci sarebbero da subito maggiori entrate pari all'1,4% del Pil, qualcosa come 20 miliardi l'anno. La manovra da 40 miliardi in due anni, che sta togliendo il sonno al ministro dell'Economia. Naturalmente, troppo bello per essere vero.

Massimo Mucchetti




Fonte: http://www.corriere.it/economia/11_giug ... 052c.shtml

Avatar utente
LorenzoLenzi

Re: tra BCE e pensioni....ci sono i tassi

Messaggioda LorenzoLenzi » 17 giu 2011, 8:40

!
Piano del Tesoro sulle pensioni
donne a 65 anni e tagli alle più alte

Nel menu delle possibili misure l'aumento dei contributi per i cocopro. Ma Sacconi e la Lega non sono convinti dell'idea: avrebbe un forte impatto al nord
di ROBERTO MANIA
ROMA - Stop alla scala mobile sulle pensioni più alte o, in alternativa, un contributo di solidarietà sugli assegni d'oro; aumento graduale dell'età pensionabile delle donne a 65 anni anche nel settore privato. La previdenza entra, con queste due ipotesi, nel menù dei tecnici della Ragioneria e del ministero del Lavoro che stanno preparando le misure per la maxi-manovra da 40 miliardi che servirà, in base ai patti europei, a raggiungere il pareggio di bilancio nel 2014. La manovra dovrebbe essere esaminata dal Consiglio dei ministri del 23 giugno insieme alla delega light sulla riforma fiscale (con le tre aliquote e le cinque imposte) preparata dal ministro dell'Economia, Giulio Tremonti.

Le scelte politiche si faranno a ridosso del varo della manovra economica ma, ormai, appare scontato che i tagli riguarderanno anche le pensioni, oltreché il pubblico impiego (si ipotizza un nuovo blocco della contrattazione nel 2013), la sanità (con l'introduzione dei costi standard al posto di quelli storici) e gli enti pubblici (nel mirino c'è soprattutto l'Ice, l'Istituto per il commercio estero). Tagli, ma non solo nella previdenza, perché al ministero del Lavoro puntano a correggere alcune storture della ricongiunzione (il passaggio dei contributi da un ente a un altro) e della cosiddetta "totalizzazione" (si possono cumulare i contributi versati a più enti per ottenere una sola pensione). Ed è probabile anche un intervento per alzare l'aliquota contributiva dei lavoratori atipici con contratto di collaborazione (i co. co. pro) attualmente intorno al 26 per cento contro il 33 per cento circa a carico dei dipendenti con contratto standard. Una misura che serve a aumentare il montante contributivo sul quale verrà calcolata la pensione futura.

Sotto la spinta di una sentenza della Corte di Giustizia europea il governo ha già innalzato l'età pensionabile delle dipendenti del pubblico impiego. Quest'anno è passata da 60 a 61 anni e nel 2012, con un balzo di ben quattro anni in una volta sola, arriverà al traguardo dei 65 anni, raggiungendo quella prevista per gli uomini. Ora la Ragioneria ipotizza di estendere la misura alle lavoratrici del settore privato. Una linea però che troverebbe molti ostacoli. A parte quello prevedibile dei sindacati, c'è, da sempre, la contrarietà dello stesso ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi. Perché - è il ragionamento che si fa al ministero - una cosa è far restare le donne al lavoro in un ufficio pubblico per altri cinque anni, altra cosa è allungare il tempo del lavoro per un'operaia, magari alla catena di montaggio. E poiché questa figura di lavoratrice si concentra soprattutto nelle regioni settentrionali, è difficile che la Lega ("sindacato del Nord", secondo la felice intuizione di Ilvo Diamanti) possa accettare una penalizzazione di questo tipo in una fase, tra l'altro, in cui il partito stenta a ritrovare la sua identità sociale.

Ma se quello per le donne è un intervento ancora pieno di incognite, è dato per scontato il contributo di solidarietà sulle pensioni più alte. Non è ancora stato fissato un tetto, ma l'ipotesi più probabile è che si segua quanto fece Cesare Damiano, predecessore di Sacconi al ministero del Lavoro. Un blocco della indicizzazione delle pensioni più alte (attualmente vengono adeguate solo al costo della vita e non più alla dinamica dei contratti di lavoro), così da recuperare risorse per alzare il tasso di copertura dall'inflazione dei trattamenti più bassi (oggi più o meno al 75 per cento). Damiano, con una specie di contributo di solidarietà strutturale, bloccò le pensioni superiori a 3.800 euro lordi mensili. Con un risparmio intorno ai 140 milioni di euro l'anno.

Fonte:http://www.repubblica.it/economia/2011/06/16/news/pensioni_donne-17764486

Avatar utente
LorenzoLenzi

Re: tra BCE e pensioni....ci sono i tassi

Messaggioda LorenzoLenzi » 23 giu 2011, 10:45

!
La manovra sulle pensioni
età a 67 anni già nel 2020

ROMA - Un nuovo intervento sulle pensioni, oltre a quello di cui già si parla per le donne del settore privato. L'indiscrezione, rimbalzata ieri dal cantiere sulla manovra da 43 miliardi che il governo si appresta a varare tra il 28 e il 29 giugno, prospetta un nuovo aumento dell'età pensionabile per tutti gli italiani.

Il meccanismo, attualmente in vigore dopo la riforma del 2010, si chiama "adeguamento alla speranza di vita" e dovrà portare l'età di vecchiaia fino a 70 anni nel 2050: di fatto dal 2015 l'età pensionabile di anzianità e vecchiaia dovrà crescere di circa tre mesi ogni tre anni. Con la riforma ipotizzata per la manovra la partenza del nuovo meccanismo potrebbe venire anticipata di due anni, al 2013. In questo modo si cumulerebbero già da quell'anno l'aumento di tre mesi dovuto alla "speranza di vita" oltre alla cosiddetta "finestra mobile" (in vigore dal 2011) che di fatto allunga per tutti l'età pensionabile di un anno.

A conti fatti, se andasse in porto l'intervento di cui si parla, nel 2013 l'età di vecchiaia (per gli uomini) sarebbe di 66 anni e tre mesi e quella di anzianità di 63 anni e tre mesi (per uomini e donne). Già nel 2020 entrambe dovrebbero salire a 67 e 64 anni.

Il fronte della manovra è ormai in grande movimento. Le cifre circolate ieri indicano il totale a 43 miliardi, con un intervento di 3 miliardi quest'anno, di 5 per il 2012 e di 35 per il biennio 2013-2014. Cifre che tuttavia non convincono il Nens, il centro studi che fa capo a Visco e Bersani, che ieri ha diffuso un rapporto in base al quale la correzione necessaria per raggiungere il pareggio di bilancio, vista la scarsa crescita, potrebbe arrivare a 50 miliardi.

La caccia alle risorse è febbrile e comincia a quantificarsi l'entità degli interventi: la previdenza sarebbe nel mirino non solo per il tema "speranza di vita". Al centro dell'attenzione anche le pensioni d'oro che superano otto volte il minimo (1,5 miliardi in dieci anni), l'aumento della contribuzione per i collaboratori e, come accennato, l'aumento dell'età per le donne del settore privato. Altre risorse si attendono dai tagli ai Comuni (circa 3 miliardi), dai tagli ai ministeri (5-6 miliardi), dalla sanità (5-6 miliardi), dal blocco del turn over e della congelamento degli stipendi pubblici, dalla riduzione dei costi della politica.

Assai caldo anche il fronte delle tasse. Dopo la conferma delle tre aliquote (rispetto alle cinque di oggi) e più basse da parte dello stesso Berlusconi si moltiplicano le simulazioni sugli effetti. La prima a scendere in campo è stata la Cgia di Mestre 1: se sarà confermata l'ipotesi di riforma del fisco circolata in queste ore, "a sorridere saranno soprattutto i contribuenti con redditi superiori ai 40 mila euro", ha detto Giuseppe Bertolussi. La Cgia calcola che, con le tre aliquote, chi guadagna sopra 70 mila euro avrà un risparmio di 2.370 euro, mentre chi va sopra i 100 mila risparmierà 3.170 euro.

Se gli effetti distributivi fanno discutere, il reperimento delle risorse scatena la polemica. Il possibile aumento dell'Iva trova l'opposizione della Cgil, delle associazioni dei consumatori e della Confcommercio. "La riforma del fisco cui guarda il governo parte con il piede sbagliato", ha detto il leader della Cgil, Susanna Camusso.
Sulla scorta delle critiche riprende quota l'idea di finanziare il taglio delle aliquote con lo sfrondamento delle detrazioni e delle deduzioni: in totale si tratta di 111,7 miliardi (di cui 42 "intoccabili" perché detrazioni da lavoro dipendente e pensioni) di cui Tremonti sembra intenzionato a tagliare il 10 per cento, circa 10-11 miliardi.
Fonte:http://www.repubblica.it/economia/2011/06/23/news/pensioni_aumento_et-18098273


Torna a “Era scritto sul giornale”

Chi c’è in linea

Visitano il forum: Nessuno e 9 ospiti

Eccetto dove diversamente specificato, i contenuti di questo sito sono liberamente riproducibili purché sia citata e linkata la fonte (sono infatti rilasciati sotto una licenza Creative Commons BY-NC-SA 2.0) Il redattore non e' legalmente responsabile per i pensieri e le affermazioni espresse in questo blog dai visitatori. L'autore non assume alcuna responsabilità nel caso di eventuali errori contenuti negli articoli o di errori in cui fosse incorso nella loro riproduzione sul sito. Tutte le pubblicazioni su questo sito avvengono senza eventuali protezioni di brevetti d'invenzione; inoltre, i nomi coperti da eventuale marchio registrato vengono utilizzati senza tenerne conto. Questo sito non è una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità . Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001 Comunque, Costituzione Italiana - Art. 21: Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. :: SE&O :: Salvo Errori et Omissioni "come scrivono le banche, in calce agli estratti conto, per evitare eventuali future azioni penali".