no-cash day

..ovvero le puttanate ufficiali propagandate dal Sistema Mediatico di IGB
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melynu
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no-cash day

Messaggioda melynu » 28 giu 2011, 23:18

Virtuale o reale, il denaro è sempre sterco ("del demonio")

Datemercoledì, giugno 22, 2011

Ieri è stato il No-Cash Day, ovvero il
"giorno senza denaro contante". Ne abbiamo scritto sul Ribelle, ma vale
la pena tornarci sopra ancora un momento. Perché una manifestazione del
genere?

I motivi sono parecchi, ma il ragionamento che vogliamo fare
questa volta è un altro. Ad ogni modo, più della metà degli italiani
non usa Bancomat né Carte di Credito, e in Europa siamo l'ultimo Paese
nell'uso della moneta virtuale (ammesso che quella cartacea si possa
invece considerare reale, visto come viene emessa, su quali basi, e da
chi).

L'obiettivo di una manifestazione del genere - a proposito:
perché esiste qualcuno (Abi & company) che indice una manifestazione
del genere? Con quale diritto? E perché i cittadini e i media vi danno
credito? - è quello di spingere, anche gli italiani, a usare più moneta
elettronica. Questa è tracciabile (si ridurrebbero le truffe e
l'evasione fiscale) più sicura (perché, esistono ancora anche i falsari
come Totò e Peppino de Filippo, oltre alla Bce?) si risparmia sul costo
di emissione dei biglietti e sulla carta (costo irrisorio, considerando
che al prezzo reale di 0,1 centesimo di Euro per ogni banconota
tagliata e stampata, la Bce ci "scrive" sopra 100 Euro e la "presta"
all'Europa ad un tasso di interesse di sua pertinenza. Insomma roba da
rivoluzione permanente, si direbbe).

Come si vede si tratta, senza
mezzi termini, di boiate. Il punto è invece quello di spingere in una
duplice direzione: da un lato insistere affinché le persone tengano il
denaro liquido in banca - in una Banca privata, naturalmente - la quale
poi, con il meccanismo della riserva frazionaria, con il "nostro"
denaro può di fatto generarne altro, mediante prestiti e mutui, ad
esempio, o vendita di altri prodotti finanziari; dall'altro lato il
fatto che mediante l'uso di carte elettroniche, il consumatore perde
ancora di più la percezione reale di quanto sta spendendo. E fatalmente
spende di più, anche quando non potrebbe permetterselo. A rate, ad
esempio, con le carte revolving che permettono di pagare tutto subito e
poi rifondere il denaro "in comode rate" con interessi da usura
legalizzata. In pratica, il tutto è votato allo spendere.

Un
ulteriore punto da mettere a fuoco a nostro avviso è però un altro:
risiede proprio nell'utilizzo del denaro. Sinteticamente, ogni volta
che veniamo pagati con del denaro, e ogni volta che lo spendiamo -
reale o virtuale che sia - noi siamo tassati. Quanto? È abbastanza
facile stabilirlo, anche grossolanamente.

Prendendo un esempio
classico di riferimento, e tagliando il tutto con l'accetta, possiamo
essere certi, in primo luogo, che un lavoratore dipendente alla fine di
tutto, tra ritenute, imposte e conguagli, per ogni cento euro reale
guadagnato, ovvero che il datore di lavoro spende per lui, ne lascia
almeno il 50% allo Stato.

Dunque, 100 euro lordi, uguale 50 euro in
tasca. O giù di lì.

Questi 50 euro, si sarebbe portati a pensare, in
teoria sono a completa disposizione del lavoratore che li ha
guadagnati: niente di più sbagliato.

Pensiamo solo che, per fare un
esempio classico, ogni volta che acquistiamo un litro di benzina, un
mucchio di quel denaro se ne va per le varie accise, eppure per capire
ancora più rapidamente il "trucco", basta fare un esempio ancora più
semplice.

Ebbene, con questi 50 euro rimasti nelle tasche del
lavoratore-consumatore, proviamo a fare un qualsiasi acquisto, di una
merce di qualsiasi tipo. Per esempio una di quelle merci - e sono la
maggioranza - sulle quali grava una aliquota Iva del 20% (presto
aumenterà anche nel nostro Paese, come misura di austerity, così come
avvenuto già in Grecia).

Con 50 euro comperiamo un oggetto, ma il 20%
di quella somma se va in realtà in tasse: il negoziante ci farebbe
pagare volentieri la merce il 20% in meno se non dovesse poi a sua
volta versare allo Stato un 20% dell'incasso.

Facciamo un totale:
abbiamo guadagnato, lavorando, 100 euro. Ce ne hanno consegnati in mano
50, e di questi almeno un altro 20%, cioè altri 10 euro (su 50) se ne
vanno in ulteriori tasse.

Totale? In modo effettivo, di 100 euro
guadagnati, noi abbiamo una reale disponibilità per soli 40 euro. In
realtà ancora molto meno, ma in questa circostanza è inutile andare
oltre questo semplice (e volutamente semplicistico) ragionamento.

Il
punto sarebbe dunque - meglio: il punto è - capire che è proprio nel
sistema del denaro così impostato che risiede lo stupro quotidiano del
proprio lavoro e dunque della propria vita, non nell'utilizzo di moneta
cartacea o virtuale. Ciò che va ripensato è il ruolo del denaro che -
per dirla alla Ezra Pound - non è né deve essere una merce.

E occhio,
è ingenuo pensare "allora che facciamo, torniamo al baratto?", come
ogni qualunquista di solito risponde a ragionamenti del genere. Fare
così è come evitare di voler trovare altre soluzioni pur avendo capito
benissimo che quella attualmente utilizzata è una truffa.

Esistono
vari esperimenti invece, nel mondo, in cui si provano monete diverse
(monete locali) o "certificati di lavoro" differenti, spendibili in
altro modo e sempre all'interno della comunità.

Ed esistono, ancora
di più, e per fortuna, diverse situazioni - destinate certamente a una
espansione imitativa, nel prossimo futuro - dove al classico scambio
commerciale merce-contro-denaro, si attua, il più possibile, uno
scambio utile a entrambe le parti, e più in generale alla comunità
nella quale risiedono, e in modo del tutto privo da ragioni di tipo
mercantilistico e commerciale. In modo, in pratica, del tutto privo di
denaro. E dunque, esentasse. Ed esen-truffa. Ma di queste realtà ne
parleremo sul mensile.



Valerio Lo Monaco
mario melinu

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