Il fatto quotidiano

..ovvero le puttanate ufficiali propagandate dal Sistema Mediatico di IGB
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Valerio Raiola

Il fatto quotidiano

Messaggioda Valerio Raiola » 23 set 2009, 22:00

Da (new entry) Il fatto quotidiano 1° numero

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Sul primo numero de Il piccolo (quotidiano di Trieste) c'era scritto << Saremo indipendenti, imparziali, onesti. Ecco tutto>> .

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Christian Tambasco

Re: Il fatto quotidiano

Messaggioda Christian Tambasco » 3 ago 2010, 13:20

fonte: ilfattoquotidiano Boom per le banconote da 500 euro. Si aggira la crisi favorendo il crimine organizzato

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Boom per le banconote da 500 euro. Si aggira la crisi favorendo il crimine organizzato
Un insostituibile strumento per i traffici della criminalità organizzata. Una fonte di reddito a 12 zeri per la Bce. Una micidiale convergenza di interessi sui tagli grossi

di Matteo Cavallito

02 agosto 2010

Speculazioni al ribasso, banche da salvare, conti pubblici in progressivo deterioramento. Per le finanze dell’UE non sono certo mesi facili, ma il rischio di un collasso sistemico appare definitivamente scongiurato grazie a una curiosa convergenza di interessi: quella tra la Banca centrale europea (Bce) e la criminalità organizzata.

A rilanciare la storia è stato il Wall Street Journal, raccogliendo l’ultima analisi del capo economista di Citigroup William Buiter secondo il quale l’euro si starebbe imponendo come la valuta preferita degli amanti delle transazioni anonime. Un esercito di riciclatori, narcotrafficanti, mafiosi e commercianti d’armi, in altri termini, starebbe alimentando da tempo una crescente domanda di banconote di taglio grosso, ideali per trasportare materialmente grandi quantità di denaro (sporco) in poco spazio. Un’esigenza inderogabile per chi ha necessità di tenersi a distanza dalle rintracciabili transazioni virtuali del mondo bancario.

A fornire cifre di conferma è la stessa Bce. Il controvalore delle banconote da 500 euro circolanti sul mercato è passato dai 30,8 miliardi del 2002 ai 258 di oggi. Una crescita spaventosa che per l’istituto centrale ha rappresentato una vera e propria manna del cielo. All’espansione delle banconote rosa (e delle sorelle minori gialle da 200 euro) si è infatti accompagnata una crescita proporzionale dei cosiddetti redditi da signoraggio, ovvero dei profitti accumulati dalla banca nell’atto stesso di stampare moneta. Una ricchezza capace di mettere la Bce al riparo dai rischi default garantendo al tempo stesso un’ampia possibilità di intervento attraverso i programmi di sostegno e stimolo all’economia del Continente. Secondo Buiter un aumento annuale del 4% della moneta in circolazione dovrebbe garantire un profitto da signoraggio compreso tra i 2.000 e i 6.900 miliardi di euro.

Cifre alla mano, insomma, non è difficile comprendere per quale motivo gli Stati membri dell’Ue siano generalmente restii a prendere in considerazione l’ipotesi di mettere fuori corso il biglietto rosa che, dopo quella da 1000 franchi svizzeri (939 dollari), risulta la banconota di maggior valore tra le sei valute più diffuse al mondo. Eppure una simile decisione potrebbe avere un impatto estremamente positivo soprattutto per chi, come l’Italia, deve fare i conti ogni giorno con una delle principali economie sommerse del Continente (300 miliardi di valore, pari al 19% del Pil, secondo l’ultimo rapporto Censis datato 2008). A sollevare la questione era stata nel giugno 2009 la divisione intelligence della Banca d’Italia in un rapporto interno rimasto riservato per quasi un anno prima che l’agenzia Bloomberg ne rendesse pubblico il contenuto. Quelle emerse dalla relazione erano scoperte a dir poco imbarazzanti. I pagamenti in contanti (ovvero anonimi) caratterizzano il 91% delle transazioni condotte nella Penisola contro il 78% registrato in Germania e il 59% rilevato in Francia. Ancora più inquietanti i dati sulla distribuzione geografica della famigerata banconota da 500, la cui massima presenza pro capite si registrerebbe – ma guarda un po’ che sorpresa – nei pressi dei confini nazionali con Svizzera e San Marino, territori, questi ultimi, caratterizzati da misure antiriciclaggio meno restrittive.

Le rivelazioni di Bloomberg, ovviamente, sono cadute nel nulla. Nei confini di Eurolandia l’argomento resta tabù anche se all’esterno non mancano esempi virtuosi. A maggio un accordo tra il ministero del Tesoro e la Britain’s Serious and Organised Crime Agency (Soca), ha messo “fuori legge” le banconote da 500 euro proibendone l’utilizzo e il cambio all’interno del Regno Unito. Il 90% degli esemplari circolanti nel Paese, ha affermato la Soca, sarebbe utilizzato esclusivamente dalle organizzazioni criminali.

sandropascucci
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Re: Il fatto quotidiano

Messaggioda sandropascucci » 4 ago 2010, 8:22

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sergioloy

Re: Il fatto quotidiano

Messaggioda sergioloy » 19 ott 2010, 11:06

::
da Il Fatto Quotidiano
http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/13/un’altra-moneta-e-possibile/71454/

Un' altra moneta è possibile

di Massimo Amato

La crisi finanziaria ed economica non sembra essere arrivata al suo epilogo. Anzi. E le risposte messe in campo dai vari governi si sono risolte in massicce iniezioni di liquidità. In pratica viene curata la malattia aumentando la dose dell’agente patogeno. Come uscirne realmente? Massimo Amato propone una moneta alternativa a quella del capitalismo. Ipotesi tutt’altro che utopica. Amato insegna storia economica all’università Bocconi di Milano ed è autore con Luca Fantacci di Fine della finanza (2009) e di Il bivio della moneta (1999), Le radici di una fede (2008)

Che questa crisi potesse «servire da lezione» alle élites economiche, molti lo hanno pensato fin dall’inizio. Salvo esserne presto delusi. Nessuno sembra aver cambiato di una virgola le sue posizioni. Non gli economisti che fino al 2007 avevano generosamente partecipato all’elaborazione di un’ideologia dei mercati finanziari come strumento di democratizzazione dell’economia. Non i banchieri e gli operatori finanziari che si erano incaricati di rendere l’ideologia una «prassi» «concreta». Non le autorità di controllo che, dopo aver abdicato per anni al loro ruolo, si sono accontentate finora di ribadire la centralità di una «regolazione» di cui sembrano ignorare i reali presupposti politici.

Con l’effetto che, sul piano pratico, la risposta alla crisi di liquidità scoppiata nel luglio 2007 si è risolta finora in un processo di tamponamento dei suoi effetti operato grazie a massicce iniezioni di liquidità. Si cura la malattia aumentando la dose dell’agente patogeno. Come mi è capitato di ripetere più volte, questo è semplicemente un modo per «uscire» dalla crisi presente, posto che ci si riesca, al prezzo della preparazione della prossima crisi.

Del resto, qualche segnale lo possiamo già constatare. Il tentativo di tamponare i buchi degli operatori bancari si è risolto nell’assunzione di debiti privati divenuti inesigibili da parte delle autorità pubbliche. Il debito privato è stato trasformato in una dose crescente di debito pubblico. E in alcuni casi, superata la soglia di rischio, sono stati gli stessi mercati finanziari salvati dagli Stati a metterli in ginocchio. Quella greca è la prima crisi del debito pubblico, ma non è affatto detto che sia l’ultima.

Eppure, un’altra strada è aperta, sia per l’interpretazione della crisi sia per la messa in campo di azioni volte a sormontarla. Questa «crisi di liquidità» è anche e soprattutto una crisi della liquidità: cioè l’entrata in crisi del modello della finanza come mercato della liquidità. Più i mercati sono liquidi, più il credito affluisce, in massa e a buon mercato, dai creditori ai debitori, assicurando i primi da ogni rischio e accontentando i secondi quasi indipendentemente dalla loro solvibilità, abolendo cioè ogni differenza fra «prime» e «subprime borrowers», fra debitori solvibili e insolvibili.

Rischio liquidità

Il rischio che i mercati finanziari avrebbero voluto ridurre, a beneficio della stabilità della crescita economica, è, infatti, non il rischio di credito ma il rischio di liquidità. Non, cioè, il rischio inerente a ogni atto di credito quando quest’ultimo sia volto a rendere possibile un investimento reale. Il rischio di credito dipende in ultima istanza dal rischio reale connesso alla imprevedibilità degli esiti di ogni investimento.

No: il rischio che si voleva ridurre era un altro, ossia il rischio per il detentore di un titolo di credito di non riuscire a liquidarlo con profitto su un mercato secondario dei titoli. In gioco sui mercati finanziari non è la pagabilità dei debiti ma la vendibilità dei titoli. In gioco non è dunque il rapporto fra un finanziatore-creditore e un investitore-debitore, ma la sicurezza del creditore di poter monetizzare in qualsiasi momento i suoi «investimenti» finanziari: una sicurezza che, qualora fosse ben assicurata dalle aspettative di mercato, lo potrebbe indurre anche a non monetizzare, lasciando che il suo denaro affluisca nelle tasche di «debitori» con i quali non ha più alcun rapporto diretto. Ma che appunto, e per lo stesso motivo, può in ogni momento trasformarsi in insicurezza e indurre, sulla base non di un sapere concreto ma di pure e semplici aspettative a liquidare tutto e a scatenare la crisi.

Ecco il paradosso dei mercati finanziari. La base su cui essi concedono o negano il credito per gli investimenti non ha nulla a che fare con la natura concreta di questi ultimi. In periodi di euforia, come per esempio dal 2002 al 2007, non c’era «debitore» potenziale che non potesse trovare «credito». Erano la banche a inseguire i loro potenziali clienti, offrendo a chiunque la possibilità di indebitarsi ben aldilà della sue capacità di restituzione grazie a un’offerta di rifinanziamenti apparentemente senza limite, e soprattutto senza fondo…

Ora, invece, ciò che siamo costretti a osservare, come il protagonista di Arancia meccanica, con gli occhi forzatamente spalancati, è invece il puro e semplice opposto di questa atteggiamento assurdo. Il credito è rifiutato per principio. Le banche «hanno chiuso i rubinetti del credito»: e non perché non abbiano soldi, ma perché nessun credito privato è sufficientemente sicuro da consentire alle banche di rinunciare ai loro attivi in moneta. Ciò che si finanzia ancora volentieri, ma operando già distinguo fra paesi «virtuosi» e «pigs», è il debito pubblico.

Ma allora che pensare di tutto ciò? Ciò che potrebbe saltare agli occhi, se solo ci togliessimo i paraocchi ideologici con cui siamo stati allenati a «guardare» alla «realtà» economica, è che questa crisi è la crisi di un modo di erogare il credito, che a sua volta riposa su un modo di concepire la moneta, che a sua volta genera un modo di concepire il rapporto fra credito e moneta. Si tratterebbe, insomma, di capire che la rinuncia a proseguire lungo la strada della liquidità non implica affatto la rinuncia al credito e ai suoi vantaggi per l’economia, ma la possibilità di ricorrere di preferenza a forme di erogazione di credito non fondate sulla liquidità. E, se la liquidità si fonda sulla rescissione del rapporto fra creditore e debitore in vista dell’investimento reale, ciò che dobbiamo ammettere almeno in via ipotetica è che l’alternativa debba fondarsi sulla ricostituzione di tale rapporto.

È importante sottolineare che tale alternativa è già in procinto di realizzarsi. In attesa che i guru si pronuncino, le imprese hanno cominciato a ovviare alla stretta creditizia facendosi credito fra loro. Lo strumento è antico e ben rodato: si chiama compensazione multilaterale dei crediti e dei debiti, in inglese clearing. Se A deve qualcosa e B che deve qualcosa a C, e così via, la scelta più ragionevole non è quella di costringere tutti a pagare, chiedendo i soldi che non hanno a banche che non li vogliono dare, ma di compensare il più possibile i debiti e i crediti fra di loro, riducendo il bisogno complessivo di liquidità.

Se ho un’idea produttiva e non ho i soldi per realizzarla in un contesto produttivo dato, la cosa più ragionevole non è quella di rivolgermi al «mercato globale dei capitali», sempre altrettanto pronti ad affluire come a defluire, indipendentemente dalla solidità del mio investimento; devo semplicemente trovarmi un socio di capitale, disposto non solo a partecipare i profitti, quando questi si generino, ma anche a sopportare i rischi e le perdite che possono sempre ingenerarsi in un’attività realmente economica. Anche in questo caso non c’è nulla da inventare: lo strumento è quello del venture capital.

Ciò che caratterizza queste due forme di credito è che esse non si caratterizzano come una compravendita di denaro, e che quindi non sono legate alla fissazione preventiva di un rendimento per il denaro prestato. Ma ciò significa che , ancora più in profondità, queste forme non presuppongono affatto che la moneta sia una merce. Il credito per compensazione abbisogna di una moneta che svolga solo la funzione di unità di conto, dunque una moneta che non abbisogna affatto di essere una riserva di valore. Il denaro conferito in una società non ha più la liquidità propria dei movimenti di capitale di portafoglio ma deve essere valutato in relazione alle potenzialità produttive effettive dell’impresa. In breve: questo credito si può fondare su un’altra nozione di moneta, e che a sua volta può fondare un altro rapporto fra moneta e credito.

Ma soprattutto questo credito, questa moneta, e questo rapporto fra i due non necessitano affatto di essere pensati in termini globali. Nessuna centralizzazione in un mercato finanziario della liquidità è davvero necessaria quando le relazioni di credito siano pensate a partire dalla loro localizzazione in un contesto produttivo reale. Al decentramento delle relazioni di credito può dunque corrispondere una moneta costruita per essere locale. «Locale» non significa «autarchica»: una moneta locale non veicola necessariamente contenuti politici di chiusura. Implica semplicemente la necessità di poter distinguere fra una dimensione locale dell’economia, legata a relazioni di prossimità fra «operatori economici», e una dimensione internazionale. E implica soprattutto una specializzazione delle monete. La nozione di moneta invalsa, che ci appare evidente solo a causa dei nostri paraocchi, si fonda invece sulla indifferenziazione funzionale della moneta. La stessa moneta che uso in un contesto locale deve poter vigere come moneta internazionale.

La moneta internazionale di Keynes

John Maynard Keynes non la pensava così. Nel 1944 a Bretton Woods egli propose l’adozione di una moneta internazionale nel senso più semplice e immediato della parola: ossia una moneta che non fosse la moneta nazionale di nessuno degli Stati chiamati a commerciare fra loro. Si scelse invece di adottare come moneta internazionale una moneta nazionale, il dollaro. E la crisi a cui stiamo assistendo è, fra l’altro, anche l’epilogo di questa decisione, mal fondata in logica e mal praticata in politica.

Dalla crisi non si esce affiancando al dollaro altre monete nazionali, ma provando a ripensare distinzioni che abbiamo perso l’abitudine di fare. Se davvero si iniziasse a ripensare tali distinzioni, allora tutto ciò che già ora, in forma talvolta ingenua ed «empirica» è in procinto di attuarsi, potrebbe essere attuato nell’alveo di una consapevolezza politica capace di guidare la fondazione di un’economia non semplicemente anticapitalistica, ma realmente alternativa, cioè costitutivamente altra dal capitalismo. E senza che questa decisione implichi una rinuncia ideologica all’economia di mercato.

Malatesta e il denaro

A proposito della «questione del denaro, questione grave quanto altre mai» Errico Malatesta sosteneva, con grande acume e senso pratico, il che non significa affatto senza solidità teorica, (cito da La rivoluzione in pratica, in Umanità Nova, 7 ottobre 1922): «D’abitudine nel campo nostro si risolve semplicisticamente la questione dicendo che il denaro si deve abolire. E sta bene, se si tratta di una società anarchica o di un’ipotetica rivoluzione da fare da qui a cento anni, sempre nell’ipotesi che le masse possano diventare anarchiche e comuniste prima che una rivoluzione abbia cambiate radicalmente le condizioni in cui vivono. Ma oggi la questione è ben altrimenti complicata».

La questione è oggi ben altrimenti complicata perché, oggi ancora meno che al tempo in cui Malatesta scriveva, il rapporto fra rivoluzione e cambiamento del modo di pensare non può affatto essere pensato meccanicamente, in nessuno dei due sensi del rapporto d’influenza. Questa impasse del pensiero rivoluzionario ha alimentato negli ultimi decenni l’idea che «il capitalismo» non avesse più alternative, e che dunque la sua moneta fosse l’unica concepibile. Prendere o lasciare: o questo denaro o l’abolizione del denaro e il «ritorno al baratto». E tuttavia Malatesta sa che c’è qualcosa di ben più eversivo della «rivoluzione» come rovesciamento violento dei rapporti di forza: è il «passo di lato» che si smarca dall’apparenza di unicità con cui si contrabbandano concetti pensati a metà. La moneta del capitalismo non è affatto l’unica pensabile. Si tratta dunque di pensare la moneta e infatti Malatesta aggiunge: «Per ora, forse più che preoccuparsi dell’abolizione del denaro, bisognerebbe cercare un modo perché il denaro rappresenti davvero lo sforzo utile fatto da chi lo possiede» .

Un denaro che rappresenti davvero il lavoro, anche il lavoro di chi si assume il rischio dell’investimento reale e non finanziario, non ha bisogno di essere pensato come una merce, non ha bisogno di un mercato monetario, non deve necessariamente generare una rendita: può invece rendere possibili relazioni di scambio e di credito che non si fondino sul presupposto che l’atto economico più «intelligente» sia quello di liberarsi da ogni rischio addossandolo ad altri. L’assunzione del rischio che è in gioco con una moneta alternativa a quella del capitalismo non è un dato morale, frutto di «buona volontà» che francamente non è il caso di dare per scontata in nessuno di noi né peraltro negare per principio a nessuno degli altri: è semplicemente il fondamento di ogni sana economia di mercato. La «rivoluzione della mentalità» dovrebbe passare innanzitutto da qui.


questo amato ha scritto diversi libri assieme a fantacci.
certo alcune cose lasciano interdetti, a partire dalla riesumazione di keynes. in più tra i commenti al blog scrive:

cio’ che i critici del signoraggio non riescono a capire é che il problema non é il fatto che la moneta delle banche centrali sia un debito, ma che sia un debito fatto per non essere pagato. Francamente non mi sento “derubato” dalla FED perché guadagna qualche centinaio di migliaia di dollari con gli interessi sui suoi prestiti; mi sento piuttosto preso in giro per il modo in cui essa emette i soldi che poi tutti usano, traendone in tempi di boom strani vantaggi, puntualmente pagati in tempi di crisi. Non si tratta di abolire o di “nazionalizzare” le banche centrali, ma di sapere un po’ meglio quale potrebbe esser il loro compito

senza una critica degli interessi dove vuole andare?

sandropascucci
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Re: Il fatto quotidiano

Messaggioda sandropascucci » 19 ott 2010, 11:23

> cio’ che i critici del signoraggio non riescono a capire é che il problema non é il fatto che la moneta delle banche centrali sia un debito, ma che sia..

"..uè no! non si inizia da lì, si inizia da qui.."
da ::IO SPAL[AV]O:: viewtopic.php?f=37&t=469
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Umiltao

Re: Il fatto quotidiano

Messaggioda Umiltao » 19 ott 2010, 13:53

cio’ che i critici del signoraggio
○ Questo è il fraseggio di un c.d. signoraggista o di un bambino di 5 anni. Il problema non è il signoraggio in sè ma a vantaggio di chi va.

non riescono a capire
○ I c.d. signoraggisti certamente non l' hanno capito. Perché sono s' ignORA!!!™ ggisti.
Ma perché non viene mai nessuno di voi cazzoni accademici servi del Sistema-IGB© a dare un' occhiata sul forum del Primit prima di scrivere puttanate? E sì che tu e il tuo amico Fantacci ci conoscete da un bel po'...

é che il problema non é il fatto che la moneta delle banche centrali sia un debito,
○ Sbagli©. Fra i tanti problemi vi è inizialmente e principalmente proprio il fatto che la moneta emessa dal Sistema Bancario tutto™ nasce come un doppio debito creato dal nulla, cioè al contempo doppiamente truffaldino e stupido, esigibile per chi riceve il prestito e inesigibile per chi emette moneta, ma in quest' ultimo caso c' è il vantaggio che viene depennato dal bilancio bancario all' estinzione del debito con la banca da parte del ricevitore del prestito.
Per chi non sa ancora il significato: debito esigibile = debito che deve essere estinto, obbligando il debitore a restituire la moneta avuta prima in prestito.

ma che sia un debito fatto per non essere pagato
○ Sbagli©. Esso è debito perfettamente esigibile (a meno che non sia composto anche da titoli esplicitamente irredimibili), ergo: l' Economia Reale deve restituire sempre il prestito.
Il fatto che la banca rifinanzi alla bisogna i vecchi debiti in scadenza dell' Economia Reale sono affari della banca che la stessa decide in maniera autonoma, tant' è che poi le conviene quasi sempre farlo anziché lasciar fallire il debitore perché:
"Il banco trae beneficio dall' interesse su tutta la moneta che crea dal nulla." [William Paterson]
E' nella natura della banca. Se non lo fa muore essa stessa.
Se questo debito monetario fosse veramente fatto per non essere pagato tutta la moneta emessa rimarrebbe in circolazione. Non si capirebbe allora come mai ogni giorno i Governatori delle Banche Centrali urlano che occorre tenere basso il debito e occorre crescere e tirare la corda al contempo così da tenere alta la frequenza di pagamenti/estinzioni e rimanere in costante anemia monetaria (economia a catena tirata), anziché usare nuovo indebitamento sia per la spesa pubblica e privata reale sia - udite udite - per la spesa pubblica e privata dedicata all' estinzione di vecchi debiti in scadenza.
Alla banca non va bene nemmeno questo? Allora all' occorrenza trasformiamo pure i vecchi debiti in scadenza in azioni possedute dalla banca e il gioco è fatto.
Rieditando allora Paterson:
"Il banco trae pure beneficio dai dividendi su tutti i vecchi debiti creati dal nulla e trasformati in azioni" [Vito Zuccato]



Stefano, la questione interessi nel caso delle banche centrali trova il tempo che trova.

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sergioloy

Re: Il fatto quotidiano

Messaggioda sergioloy » 19 ott 2010, 14:38

no vito, mi riferivo al concetto 'interesse' in generale. cosa che un economista che si ritiene competente per potere parlare di moneta, dovrebbe tenere in conto.

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domenico.damico

Re: Il fatto quotidiano

Messaggioda domenico.damico » 19 ott 2010, 14:39

Un dato, sugli esempi di possibili alternative proposte da Amato:

negli Usa il Business Barter è attivo da almeno 40 anni ed incide per circa l'1% nell'economia domestica, per non parlare del sistema wir svizzero, esistente dagli anni '30.
Quindi quello che dice Amato è già praticato, ma non è una soluzione, come non è una soluzione lo scec; sono stampelle che soccorrono il sistema in crisi.
Il venture capital: i venure capitalist vanno a caccia di super-idee che possano avere rendimenti certi ed alti.
Non sono certo interessati agli investimenti normali, che rendono - se va bene - nel normale range del 5-10% annuo.
Chi invece cerca liquidità per un investimento "normale", non va certo dai venture capitalist;
1) sono pochi 2) sono iper-selettivi 3) spulciano fino all'osso tutto il progetto, scoraggiando ogni approccio; il normale imprenditore preferisce aver fiducia in se stesso, andare dall'amico IGBino e indebitarsi, sperando di levarselo dalle palle il più presto possibile.


Da ultimo:

cio’ che i critici del signoraggio non riescono a capire é che il problema non é il fatto che la moneta delle banche centrali sia un debito, ma che sia un debito fatto per non essere pagato. Francamente non mi sento “derubato” dalla FED perché guadagna qualche centinaio di migliaia di dollari con gli interessi sui suoi prestiti; mi sento piuttosto preso in giro per il modo in cui essa emette i soldi che poi tutti usano, traendone in tempi di boom strani vantaggi, puntualmente pagati in tempi di crisi. Non si tratta di abolire o di “nazionalizzare” le banche centrali, ma di sapere un po’ meglio quale potrebbe esser il loro compito

L'impostazione di questo discorso mi sembra, come sempre da parte degli economisti, troppo sbilanciata sull'aspetto economico-finanziario, senza prendere in considerazione che LA STESSA ESISTENZA DEL MOSTRO DEBITO PUBBLICO condiziona in modo decisivo l'attività politico-legislativo del Paese che lo subisce, facendo da faro PRIMARIO verso il cambiamento dei quadri normativi-isitutizionali-giuridici.
A parte la furbizia di quantificare gli interessi in qualche centinaio di migliaia di dollari, mi colpisce la totale indifferenza verso l'aspetto giuridico dell'esistenza stessa del debito e del fatto che la sua esigibilità o meno può essere messa sul tavolo di tante trattative come l'asso de briscola all'ultima mano© .

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Christian Tambasco

Re: Il fatto quotidiano

Messaggioda Christian Tambasco » 19 ott 2010, 15:14

il mondo accademico non perde un'occasione, ahimè anche stavolta, per fare una pessima figura, sempre lì intento a cambiare tutto purché non cambi nulla con questa logica di lasciar fare e tutt'al più cercare soluzioni all'interno dello schema corrente.

ma poi, lui non si sente derubato, bensì preso in giro, lui non ne fa un problema di qualità (ovvero politico/giuridico/sociale), ma di quantità, inoltre non si comprende bene se non si sente derubato perché sono quattro spiccioli o se perché gliene riconosce la proprietà (avrei difficoltà a scegliere la peggiore tra le due)

per il resto quoto a pieno vito e domenico e aggiungo che c'è poco da confrontarsi di fronte a tali ragionamenti e pre-giudizi, vadano per la strada di IGB, noi continuiamo la nostra

...e del fatto che la sua esigibilità o meno può essere messa sul tavolo di tante trattative come l'asso de briscola all'ultima mano©


è esattamente la cosa che mi infastidisce, questo lede ulteriormente la loro credibilità

mr.spyder
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Re: Il fatto quotidiano

Messaggioda mr.spyder » 19 ott 2010, 16:14

il fatto quotidiano= uno che si fa quotidianamente....e poi scrive articoli....
Antonio Prezia, detto spyder... anche se non è importante chi sei,ma cosa vuoi fare per cambiare il mondo.

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Christian Tambasco

Re: Il fatto quotidiano

Messaggioda Christian Tambasco » 19 ott 2010, 16:17

:lol: :lol: :lol:

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Umiltao

Re: Il fatto quotidiano

Messaggioda Umiltao » 19 ott 2010, 22:14

Miglioro quanto segue, modifiche in blu:
Umiltao ha scritto:ma che sia un debito fatto per non essere pagato
Sbagli©-1. Perché noi del Primit a differenza dei c.d. signoraggisti sappiamo benissimo che è una truffa il fatto che il Sistema Bancario tutto™ non estingua/paghi mai il proprio debito verso il nulla (o verso il pubblico) rappresentato dalla moneta creata dal nulla quando fa un prestito, moneta postata per l' appunto al passivo dello stato patrimoniale bancario in ottemperanza alla regola fissa (o tarlo) di considerare un debito dell' emittente la moneta da quest' ultimo emessa.
Un tempo questo debito era in piccola parte esigibile poiché il Sistema Bancario garantiva la convertibilità in metallo nobile della cartamoneta a corso legale (pagabile a vista al portatore - will pay to the bearer on demand). Da molti anni invece la convertibilità non esiste più poiché è stato abolito il corso legale della riserva in metallo nobile, facendo diventare la moneta un debito del Sistema Bancario totalmente inesigibile.
Ma questo è solo un aspetto del problema e compete soltanto alla stupidaggine della convertibilità in metallo nobile quando la moneta è già finita nelle mani del portatore: bisogna considerare il passaggio intermedio, molto più importante che di seguito riporto.
Sbagli©-2. Ometti di sottolineare l' aspetto truffaldino più importante di tutti: il Sistema Bancario presta al pubblico questo suo stesso debito, quindi acquista un debito di terzi con un proprio debito come al contrario nessun' altra entità può legalmente fare, caricando inoltre il costo del denaro del 200% all' emissione a causa di 1) appropriazione illegittima di valore indotto monetario creato invece dal pubblico per accettazione poiché chi presta si dichiara proprietario di quanto presta e di 2) prestito al pubblico stesso, quindi sottrazione al pubblico di valore indotto monetario praticata una seconda volta.
Questo debito due volte falso del pubblico verso il Sistema Bancario è
perfettamente esigibile (a meno che non sia composto anche da titoli esplicitamente irredimibili), ergo: l' Economia Reale deve restituire sempre il prestito.
Sbagli©-3. Scrivi alla cazzo di cane come il 99,99% degli econometristi e nel merito dai adito alla confusione tra pagabilità/esigibilità del debito della banca e pagabilità/esigibilità del debito alla banca.
Se consideriamo la pagabilità/esigibilità del debito alla banca,
il fatto che la banca rifinanzi alla bisogna i vecchi debiti in scadenza dell' Economia Reale sono affari della banca che la stessa decide in maniera autonoma, tant' è che poi le conviene quasi sempre farlo anziché lasciar fallire il debitore perché:
"Il banco trae beneficio dall' interesse su tutta la moneta che crea dal nulla." [William Paterson]
E' nella natura della banca. Se non lo fa muore essa stessa.
Se questo debito monetario fosse veramente fatto per non essere pagato tutta la moneta emessa rimarrebbe in circolazione. Non si capirebbe allora come mai ogni giorno i Governatori delle Banche Centrali urlano che occorre tenere basso il debito e occorre crescere e tirare la corda al contempo così da tenere alta la frequenza di pagamenti/estinzioni e rimanere in costante anemia monetaria (economia a catena tirata), anziché usare nuovo indebitamento sia per la spesa pubblica e privata reale sia - udite udite - per la spesa pubblica e privata dedicata all' estinzione di vecchi debiti in scadenza.
Alla banca non va bene nemmeno questo? Allora all' occorrenza trasformiamo pure i vecchi debiti in scadenza in azioni possedute dalla banca e il gioco è fatto.
Rieditando allora Paterson:
"Il banco trae pure beneficio dai dividendi su tutti i vecchi debiti creati dal nulla e trasformati in azioni." [Vito Zuccato]

Sbagli©.PNG

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sergioloy

Re: Il fatto quotidiano

Messaggioda sergioloy » 20 ott 2010, 11:02

in risposta all'idea che al debito pubblico ci si può non badare.

Infine, un grande debito federale riduce la flessibilità dei politici per aumentare temporaneamente la spesa necessaria per affrontare le emergenze future, come la recessione, le guerre, o i disastri naturali [Ben Bernanke]

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Umiltao

Re: Il fatto quotidiano

Messaggioda Umiltao » 21 ott 2010, 0:37

sergioloy ha scritto:“Infine, un grande debito federale riduce la flessibilità dei politici per aumentare temporaneamente la spesa necessaria per affrontare le emergenze future, come la recessione, le guerre, o i disastri naturali”
[Ben Bernanke]

“La nostra politica è quella di fomentare le guerre, ma dirigendo Conferenze di Pace, in modo che nessuna delle parti in conflitto possa ottenere guadagni territoriali. Le guerre devono essere dirette in modo tale che le Nazioni, coinvolte in entrambi gli schieramenti, sprofondino sempre di più nel loro debito e, quindi, sempre di più sotto il nostro potere.”
[Amschel Mayer Rothschild, 1773]

“[...] liquidità in quantità illimitata© [...] dovranno rientrare nei parametri del debito® [...]”
[Jean-Claude Trichet, 2010]


E' tutto dovuto, è tutto obbligato, è tutto imposto, ma per gioco. O per pazzia assoluta.
E riportato pubblicamente a chiare lettere negli eventi e nei documenti ufficiali.

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enricogrosso
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Re: Il fatto quotidiano

Messaggioda enricogrosso » 21 ott 2010, 14:41

Più che il fatto quotidiano la RINASCITA quotidiana :
http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=4431

Progetto Auriti: la card del popolo sovrano
di Ettore de Pretto

Era una calda giornata di agosto, quella che coincideva con il quarto anniversario della scomparsa del (mai troppo) compianto prof. Giacinto Auriti (foto sopra).
Mi ritrovai, forse per uno scopo o semplicemente spinto dalla noia, a percorrere una lunga strada soleggiata della mia città, soffermandomi fugacemente, con lo sguardo, sui passanti e sui loro sfuggenti particolari, quasi volessi studiarli.
Davanti ai miei occhi scorrevano, man mano che i miei passi mi conducevano lungo quella via, ad oltrepassare una serie di negozi vuoti con i commessi annoiati ed intristiti per i mancati incassi, quei guadagni che gli avrebbero consentito di tirare avanti e far fronte a debiti e tasse.
Una volta terminato il credito a consumo, erogato con l’interesse da oscure società presta soldi e dalle banche (forse ancora più oscure delle prime), la gente si è ritrovata di colpo proiettata verso la dura realtà che non ha mai voluto accettare, il denaro non è di loro proprietà, ma dei banchieri privati che glielo prestano dietro il pagamento di un forte interesse. Per questo, il denaro, non essendo stampato (quello cartaceo) dallo Stato, si comporta come l’anello di Sauron, che tenta in tutti i modi di tornare dal proprio padrone, in questo caso il grasso banchiere, che li stampa e ce li presta, fuggendo dalle tasche dei cittadini per poter tornare a “casa”.
Quella di cui sto scrivendo, è la più grande delle truffe perpetuate ai danni dell’umanità, ovvero l’usurpazione della sovranità monetaria che dovrebbe appartenere unicamente al popolo, assieme a quella politica che ne è una diretta conseguenza. Il denaro che noi tutti usiamo per vivere, frutto del nostro lavoro e del sudore che ne consegue, non è stampato dagli Stati che se ne servono, ma da banche private che lo stampano e lo prestano agli stati, privandoli, in questo modo, del diritto di battere moneta e tutto ciò con la totale compiacenza dei nostri politici.
Quante volte, in televisione, sentiamo i politici che blaterano di debito pubblico, grazie al quale non possono essere realizzate le scuole e gli ospedali? Ma vi siete mai chiesti da dove provenga questo debito?
Se tutti gli italiani sono indebitati, ci deve pur essere qualcuno con cui abbiamo contratto tale debito, allora, da dove nasce? Ovvio, dalle banche che stampano il denaro creandolo dal nulla. Il meccanismo è semplice, lo Stato emette delle Obbligazioni e la banca effettua un prestito allo Stato tramite l’acquisto di titoli di Stato per il corrispettivo valore dell’obbligazione, con il pagamento di un interesse ( il c.d. tasso di sconto, oggi tasso di riferimento, sul denaro). Il debito che sta alla base di questa truffa è inestinguibile, per via del fatto che può essere ripagato solo con il denaro che ci prestano le banche, sembra difficile da capire, ma, tale meccanismo, può essere compreso tramite un chiaro esempio: In un paese c’è un solo panettiere che vende il pane, per acquistarlo egli chiede in cambio dell’altro pane, cioè, per ogni pezzo di pane venduto, ne chiede un pezzo e mezzo.
Chi lo compra, dovrà pagare con lo stesso pezzo di pane acquistato, dato che non vi sono altri panettieri in quel paese, in più dovrà dargliene un altro mezzo pezzo (che non può essere acquistato da nessun altro fornaio, dato che quello è l’unico che lo produce), in questo modo, per pagare quel mezzo pezzo di pane, dovrà chiedere un altro pezzo di pane che dovrà ripagare con un altro pezzo e mezzo di pane, questo lugubre gioco continuerà all’infinito e, nel nostro caso, ci ha portato ad avere un debito pubblico che supera il 115% del PIL.
E le scuole e gli ospedali cui mi riferivo prima? Per quelli serve il denaro per poterli costruire, vero? Nulla di più sbagliato, affermare ciò significherebbe dire che non possono essere costruite autostrade per mancanza di km. Il denaro non è una fonte di ricchezza, ma è solo un “vettore” di ricchezza, esso funziona perché la gente lo accetta, accetta di scambiare dei beni reali e di prima necessità (cibo, abiti, ecc...), con della carta (con valore intrinseco nullo), il denaro, quindi, è solo una convenzione. Capisco che risulti difficile da credere, ma immaginate di possedere cento milioni di euro e di andarvene in un’isola deserta, i vostri soldi, in tale luogo, non serviranno a nulla, perché non c’è nessuna persona che li accetta per scambiarli con dei beni, risulterete, in questo caso, poveri, pur possedendo una fortuna.
Lo Stato dovrebbe battere moneta da se, trattenerne una parte per pagare stipendi, opere e infrastrutture ed il resto farlo circolare per poter permettere ai suoi cittadini di vivere. Le tasse, che strozzano il popolo ed opprimono le piccole e medie imprese, non sono altro che una estorsione, questo perché non vi è alcun bisogno di mettere le mani nelle tasche dei cittadini per portare avanti una nazione, basterebbe, semplicemente, avere una piena sovranità economica. Per poter ripristinare tale sovranità popolare, dobbiamo, per l’appunto, rivolgerci al popolo con delle idee che possano aiutarlo a far fronte a questo momento storico difficile e permettere alle famiglie di arrivare a fine mese senza contrarre debiti.
A tale scopo è nato il “Progetto Auriti”, in memoria del professore che si batté fino alla morte contro l’usura delle banche.
Non potendo contare sull’aiuto delle aziende e dello Stato per portare a livelli economici più bassi i prodotti di consumo primario e la tassazione su di essi, abbiamo pensato di creare un sistema di sconti che si basi sulle attività umane e sulla solidarietà della gente.
Tale sistema è costituito da una card (abbiamo scelto una card perché è molto più comoda e facile da usare, rispetto ai biglietti sconto che creerebbero una maggiore confusione), che dà diritto ad uno sconto del 20% sulle attività dei liberi professionisti ed i lavoratori autonomi (avvocati, medici, idraulici, falegnami, professori che fanno lezioni private, ecc…) creando, in tal modo, una rete di sconti che favoriscano un considerevole risparmio per i cittadini e gli permetta di poter acquistare, con il denaro risparmiato, i beni di prima necessità.
In questo modo, potremmo ridurre le uscite di una famiglia di 1/5 (20%), permettendo ai nuclei familiari di poter arrivare dignitosamente a fine mese e di riuscire anche a mettere da parte del denaro per ogni evenienza
Questo progetto è aperto anche agli esercizi commerciali di piccola, media e grossa entità e a tutti coloro che vorranno dare il loro contributo per migliorare il livello socio/economico del popolo (eccetto le banche, le assicurazioni e tutti quelli che praticano “l’usura” dell’interesse).
La solidarietà non termina con il semplice sconto e, di fatto, il nostro progetto è associato ad un sistema di onlus in cui (ogni città e paese potrà creare una propria onlus per una determinata causa oppure associarsi a quella di un altro paese o città di cui se ne condivide lo scopo) cui andranno le libere offerte dei cittadini che avranno avuto dei benefici dalla nostra idea.
Il progetto non termina qui, ma si rivolge anche ai comuni. Ogni comune emetterà anch’esso uno sconto sulle aziende, centri commerciali, negozi, ecc... che rispetteranno alcune regole imposte da questo progetto.
I centri commerciali ed esercizi alimentari che devolveranno il cibo in scadenza invece di distruggerlo, le aziende che limiteranno l’inquinamento, coloro che assumeranno a tempo indeterminato con paga ed orario sindacale versando i contributi e l’assicurazione sanitaria, riceveranno degli sgravi fiscali da parte del comune ed un maggior aiuto per il proprio sviluppo. Il comune, in più, si impegnerà ad accettare anch’esso la card apportando uno sconto sui propri beni artistico-culturali (musei, mostre, progetti sociali, ecc...) e si impegnerà a divulgare il progetto a tutti i suoi cittadini, questo per il bene di tutti.
Il Progetto Auriti è un primo passo verso quella che dovrà essere la rivoluzione del ventunesimo secolo, cioè il ripristino della sovranità economica con l’emissione di moneta di proprietà del popolo.


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Re: Il fatto quotidiano

Messaggioda sandropascucci » 22 ott 2010, 9:37

> Progetto Auriti: la card del popolo sovrano di Ettore de Pretto
> ..
> Il Progetto Auriti è un primo passo verso quella che dovrà essere..


no. il progetto "ettore de pretto" [facile dare un nome prestigioso alle proprie puttanate] è una stronzata, come tutti i progetti EGOCENTRICI di chi non ha le palle di affrontare LO MALE DELLO MONNO ma si crede rivoluzionario (maddeché??) con scorciatoie e furbinerie varie.

amen.
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