Correva l'anno:per non dimenticare (anno 1992)

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Karlrex

Correva l'anno:per non dimenticare (anno 1992)

Messaggioda Karlrex » 27 nov 2009, 9:01

SVENDITA ITALIA: L'ABC - PANFILO BRITANNIA
Data: Lunedi 22 Settembre 2008 (19:00)

DI NICOLETTA FORCHERI

Dalla lettura di un articolo del Corriere di
qualche tempo fa, la Goldman
Sachs sarebbe sul punto di prendere il controllo
della rete Wimax italiana; del resto non c’è
nessuna sorpresa, visto il ruolo cruciale che la
Goldman, azionista della Federal Reserve americana,
ha svolto sin dall’inizio nella svendita
dell’Italia, di cui si può ragionevolmente
affermare che sia iniziata con esattezza il 2
giugno 1992 – nonostante alcuni precedenti
inutili tentativi - con l’accordo preso sul panfilo
Britannia, onori di casa fatti dalla Regina d’Inghilterra, al largo di Civitavecchia, tra Draghi, allora
direttore generale del Tesoro, Azeglio Ciampi, in qualità di governatore della Banca d’Italia, e un
centinaio tra rappresentanti della finanza anglosassone americana (Barclays, Warburg, azionista della
Federal Reserve, PricewaterhouseCoopers – ex Coopers & Lybrand – Barings – oltre alla Goldman
ecc.) e degli ambienti industriali e politici italiani. Era presente anche Costamagna, che diventerà
dirigente della Goldman quando sua moglie finanzierà l'ultima campagna elettorale di Prodi.
Lì gli angli dettarono le istruzioni su come privatizzare, per scelta obbligata, le industrie italiane statali.
Con l’aiuto della stampa iniziò una campagna martellante per incutere il timore nel popolo italiano
di “non entrare in Europa”, manco ne fossimo stati tra i Sei paesi fondatori…
E questa è oramai storia, tant’è vero che sull’episodio del “panfilo Britannia” vi furono le interrogazioni
parlamentari di alcuni onorevoli come Raffaele Tiscar (DC), Pillitteri e Bottini (PSI) Antonio
Parlato (MSI), autore di tre interrogazioni rimaste senza risposta e della senatrice Edda Fagni (PCI).
Fu l’inizio dell’era dei governi tecnici, dopo 40 anni di regime DC, con il “tecnico” Ciampi, il tecnico
Amato, il tecnico Prodi. Il governo doveva, a tutti i costi essere “tecnico”, pur di non fare arrivare
al potere neanche un’idea, che fosse tale e che lo fosse per il bene del paese, come sarebbe potuto
esserla quella, ad esempio, di un Aldo Moro…
Era la stagione dell’attentato a Falcone cosicché – guarda caso - la stampa non diede il dovuto risalto
all’incontro, e da poco erano iniziate le indagini di Tangentopoli - nome in codice Manipulite –
cosicché molti esponenti degli ambienti politico-economici si ritrovarono improvvisamente “minacciati”
dall’insidia latente di potersi ritrovare nell’occhio del ciclone. Un modo per “ammorbidire”
un ambiente, prima della grande “purga”? Certo è che Manipulite sembra sia avvenuta proprio in un
momento opportuno per fare “PiazzaPulita” di una classe politica con velleità italiote, e per ottenere
le “ManiLibere” di fare entrare i governi dei “tecnici”, quelli che con i loro amici della Goldman e
della Coopers ci avrebbero inculcato la “medicina” amara della svendita dell’IRI.
Di sicuro un Craxi, per quanto corrotto, non avrebbe mai siglato un patto così scellerato, quello di
svendere tutto il comparto nazionale produttivo del paese (l’IRI ad oggi sarebbe stata la maggiore
2
multinazionale al mondo e noi non saremmo un paese in svendita), lui che tenne testa agli americani
nella vicenda dell’Achille Lauro, negando loro l’accesso al nostro territorio per attaccare i sequestratori
della nave, terroristi palestinesi, e portando avanti le trattative con i terroristi nonostante il
veto del presidente Reagan… Certo è che Craxi, dopo l’inizio di Tangentopoli, dovette rassegnare
le dimissioni a febbraio del 1993…Guarda caso…
E, infatti, proprio qualche anno prima Craxi era stato duramente criticato dagli ambienti angloamericani,
quegli stessi che non si privano mai d’interferire nella nostra politica interna, proprio di “ingerenza
dello Stato in economia” - per voce dei loro accoliti Andreotti, Spadolini, Cossiga - perché
aveva decretato la fine del mandato di Enrico Cuccia come presidente di Mediobanca (di cui divenne
però presidente onorario), e perché si era opposto alla vendita dello SME, il complesso alimentare
dell’IRI, negoziato direttamente dal suo presidente Romano Prodi ma smentita da una direttiva
del Governo.
Mediobanca, secondo il sito e movimento internazionale Movisol
(http://www.movisol.org/draghi4.htm ) “fu posta sotto il controllo di fatto della Lazard Frères [altra
azionista della Fed Res] di Londra, una banca che è proprietà di un raggruppamento estremamente
influente dell’establishment britannico, il Pearson Group PLC (…) che controlla anche la rivista
“The Economist” e il quotidiano “Financial Times”. Nel piano di spartizione del bottino della seconda
guerra mondiale "l'Italia, occupata dalle potenze occidentali, sarebbe diventata un'area in cui
avrebbe predominato l'influenza britannica", influenza che nel frattempo è scesa a patti con la grandeur
della Francia….
Ma tornando agli angli, era quindi chiaro che per potere procedere alle privatizzazioni bisognava
togliere di torno una classe politica che mostrava i muscoli davanti a certe velleità statunitensi di
comandare a casa nostra, e soprattutto che non voleva mollare l’osso – o il malloppo - per lasciare
posto a una classe di tecnici, fedeli servitori delle banche e dei circoli finanziari angloamericani, il
cui motto era “privatizzare per saccheggiare”. Quella della condizione di tecnicità per accedere al
potere fu un imperativo talmente tassativo, da riuscire nell’intento di dividere il PCI, con una fetta
che divenne sempre più “tecnica”, sempre più British, sempre più amica delle banche, sempre più
…PD…
Il premio di tutta questa svendita, prevista per filo e per segno in tanto di Libri sulle privatizzazioni
dai governi tecnici, o di sinistra che dir si voglia (a firma di Amato o di Visco) fu la nostra “entrata
in Europa”, demagogicamente parlando, o la cessione della nostra già minata sovranità monetaria
dalla Banca d’Italia alla Banca centrale europea SA per una moneta, l’euro che, con il tasso iniziale
di cambio imposto euro-Lira troppo elevato fu penalizzante per le nostre esportazioni. Senza più la
possibilità di emettere moneta quando il governo lo reputi giusto, con la possibilità di vendere i titoli
del debito pubblico in mani istituzionali estere e private (fino al 2006 il nostro debito doveva rimanere
in mani pubbliche e nazionali), senza neanche un governo economico a livello europeo che
possa controllare quella banda di imbroglioni, è come se ci avessero improvvisamente messo sulla
piazza pubblica per venderci al mercato degli schiavi…
E non c’è l’ombra di un dubbio che nel nostro indebitamento crescente vi sia la mano invisibile di
qualche regia occulta, occulta ad esempio come i British Invisibles, che organizzarono appunto la
riunione sul panfilo, occulta come alcuni azionisti che si nascondono nelle partecipazioni incrociate
e a catena e di cui mai si riescono a scoprire i nomi. O come i mandanti di Soros che speculò sulla
Lira per svalutarla, facendoci uscire dallo SME (Sistema monetario europeo) proprio per ostentare
lo spauracchio del rischio di “non entrare in Europa”.
L’anno 1992 fu davvero un anno cruciale per il destino del nostro paese, tant’è vero che quando
Amato divenne presidente del Consiglio qualche giorno dopo l’incontro sul panfilo, con il decreto
333 dell’11 luglio trasformò in SpA le aziende di Stato IRI, ENI, INA ed ENEL e mise in liquidazione
l’Egam. In quell’anno, quando Amato dovette far fronte alla speculazione contro la Lira di
Soros, utilizzò 48 milioni di dollari delle riserve della Banca d’Italia, dopo avere operato un prelievo
forzoso dell’8 per mille dai conti correnti degli italiani. Sempre in quell’anno mise in liquidazione
l’Efim, le cui controllate passarono all’IRI e trasformò le FS in SpA. Sempre nel 1992 Draghi,
Direttore del Tesoro preparò la Legge Draghi che entrerà in vigore nel 1998 con il governo Prodi e
si predispose una legge per permettere la trattativa privata nella cessione dei beni pubblici qualora
fosse in gioco “l’interesse nazionale”….
Prodi, che dal 1990 al 1993 fu consulente della Unilever e della Goldman Sachs, quando nel maggio
del 1993 ritornò a capo dell’IRI riuscì a svendere la Cirio Bertolli alla Unilever al quarto del suo
prezzo e a collocare le azioni che le tre banche pubbliche, BNL (diventanta della BNP Paribas),
Credito italiano e Comit detenevano in Banca d’Italia, privatizzando il 95% della stessa. Indovinate
chi scelse come "Advisor"?
Uomini della Goldman, nel senso che vi hanno lavorato sono, oltre a Costamagna e Prodi, Monti
(catapultato alla carica di Commissario), Letta, Tononi e naturalmente Draghi. Sicuramente ce ne
sono altri; molti nostri uomini politici se non lavorano per la Goldman, lavorano per l'FMI, come
Padoa Schioppa, presidente della BEI, Banca europea per gli Investimenti.
Queste sono informazioni che dovrebbero essere spiegate in lungo e in largo dalla stampa, e sicuramente
superate dagli avvenimenti - tranne articoletto del Corriere sopra - e invece sono state, e lo
sono tutt'ora, accuratamente occultate al grande pubblico, anche se per quelli che gli altri si divertono
a chiamare complottisti, per denigrarne le parole, è storia arcinota.
Qui la testimonianza di Cossiga:

Fonti:Nicoletta Forcheri
Fonte: http://mercatoliberotestimonianze.blogspot.com
Link: http://mercatoliberotestimonianze.blogs ... annia.html
17.09.08

http://archiviostorico.corriere.it/1992 ... 8751.shtml
http://archiviostorico.corriere.it/1992 ... 9034.shtml
http://informatieliberi.blogspot.com/20 ... ndita.html

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Karlrex

Re: Correva l'anno:per non dimenticare (anno 1992)

Messaggioda Karlrex » 27 feb 2010, 11:06

Metto qui questo articolo che bene o male riguarda anche quell'anno! La corte dei conti fa una disanima sulle privatizzazioni delle ex aziende e loro efficienza e come sono state fatte queste privatizzazioni.. e leggete un po'..

!
secondo il rapporto si limitano a far pagare di più i servizi rispetto al resto d'europa
Corte dei Conti: le ex aziende pubbliche ora fanno i soldi grazie a tariffe più care
Per i giudici contabili banche, telefonia e autostrade privatizzate non sono più efficienti di prima

secondo il rapporto si limitano a far pagare di più i servizi rispetto al resto d'europa

Corte dei Conti: le ex aziende pubbliche ora fanno i soldi grazie a tariffe più care

Per i giudici contabili banche, telefonia e autostrade privatizzate non sono più efficienti di prima

Il presidente della Corte dei Conti Tullio Lazzaro (Ansa)
MILANO - Altro che privati più efficienti del pubblico, per far tornare in attivo le aziende privatizzate i nuovi gestori si sono limitati ad aumentare le tariffe contando sulle posizioni di forza da loro occupate.

IL RAPPORTO DELLA CORTE DEI CONTI -Ad affermarlo è la Corte dei Conti nel rapporto su «Risultati e obiettivi delle operazioni di privatizzazioni di partecipazioni pubbliche» facendo riferimento anche alle banche e alle autostrade. Nel rapporto si sottolinea che l'aumento della capacità di generare profitti delle utilities privatizzate «è in larga parte dovuto più che a recuperi di efficienza sul lato dei costi all'aumento delle tariffe che, infatti, risultano notevolmente più elevate di quelle richieste agli utenti di altri Paesi europei».

INCASSI - Tuttavia il processo di privatizzazione, almeno sul fronte delle entrate per lo Stato ha raggiunto i suoi obiettivi. Per incassi del programma di privatizzazioni l'Italia «Si pone al secondo posto, dopo il Giappone, nella classifica globale», sia considerando come punto di partenza la delibera Cipe di fine 1992 (ad oggi 93 operazioni per 119 miliardi) sia guardando al censimento del «barometro delle privatizzazioni» per il periodo 1985-2007 (152 miliardi). Un processo di «portata storica», sottolinea la Corte dei Conti, che lo analizza in un rapporto evidenziando risultati e criticità. Ha «nel complesso sostanzialmente conseguito gli obiettivi di lungo termine previsti». Ma ci sono state «importanti criticità» nelle modalità, e alti costi, pari a 2,2 miliardi, rileva la Corte. Oneri per i quali «sono state rilevate anche significative e non compiutamente spiegate incongruenze nelle contabilizzazioni». Per esempio «notevoli ritardi» nei versamenti al fondo ammortamenti dei titoli di stato che ne hanno consentito «un temporaneo utilizzo per soddisfare esigenze di liquidità del tesoro oltre che per ottimizzare la gestione operativa del debito». Quanto alle modalità con sui sono state realizzate le operazioni di privatizzazione, «evidenzia una serie di importanti criticità, che vanno dall'elevato livello dei costi sostenuti e dal loro incerto monitoraggio, alla scarsa trasparenza connaturata ad alcune delle procedure utilizzate in una serie di operazioni, dalla scarsa chiarezza del quadro della ripartizione delle responsabilità fra amministrazione, contractors ed organismi di consulenza al non sempre immediato impiego dei proventi nella riduzione del debito».

Redazione online
26 febbraio 2010

fonte: http://www.corriere.it/economia/10_febb ... aabe.shtml

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Karlrex

Re: Correva l'anno:per non dimenticare (anno 1992)

Messaggioda Karlrex » 18 apr 2010, 17:10

Il Giornale(phuà) riporta le trame di quei tempi favolosi..
occhio!
!
Le strane trame dell’Iri ai tempi di Prodi Riaffiora il caso la svendita della Sme
di Gian Marco Chiocci

Al traguardo la causa civile intentata dalla vincitrice Cofima spa contro Bnl. L’azienda, vittima di uno strano fallimento, ora chiede un miliardo di euro. La tentata svendita del colosso alimentare alla Buitoni di Carlo De Benedetti da parte dell’amico Romano, allora presidente dell’Iri, torna d’attualità

La tentata svendita del colosso alimentare Sme alla Buitoni di Carlo De Benedetti da parte dell’amico Romano Prodi, allora presidente dell’Iri, torna prepotentemente d’attualità. E non solo per i clamorosi sviluppi che starebbero emergendo dalle inchieste tuttora in corso a Salerno e Nocera Inferiore (dove si indaga sui risvolti penali del fallimento del titolare della Cofima, vincitrice dell’appalto Sme, fallimento voluto da un “potere occulto”) ma per un terzo procedimento incardinato nella Capitale, ormai prossimo a sentenza, che sta facendo tremare il mondo bancario e finanziario. Il prossimo 21 aprile la Corte di Appello di Roma si pronuncerà sul giudizio civile intentato dalla curatela del fallimento della Cofima spa, contro la Banca Nazionale del Lavoro, per danni provocati alla stessa Cofima di ben 500 miliardi di lire, aggiornati durante l’istruttoria del giudizio a quasi un miliardo di euro.
Il contenzioso contro la Bnl nasce nel lontano 1987, quando l’Iri di Prodi doveva cedere la Sme e la Sidalm alla Cofima spa, per aver vinto di fatto la gara bandita con decreto ministeriale. Si verificò invece che l’Iri, stando a quanto documentato dalla Cofima, con manovre oscure, non effettuò la vendita, trincerandosi dietro il contenzioso creato dall’Ingegnere che, una volta sconfitto dalla gara, provò ad acquistare dalla Cofima spa il “diritto giuridico” scaturito dalla gara stessa. Quando, però, Giovanni Fimiani, amministratore unico della Cofima, si rifiutò di vendere il pacchetto azionario dell’azienda scorporata dalle attività e dai beni, così come preteso da De Benedetti (mediante il controvalore offerto di appena 40/50 miliardi di lire) «la forza del Potere Occulto» (quello su cui indagano Nocera Inferiore e Salerno, ndr) si scatenò. Come? Stando all’ipotesi accusatoria, utilizzando vari istituti di credito che, su input politico, si sarebbero accordati per avviare una campagna finalizzata a togliere di mezzo la Cofima e farla arrivare all’insolvenza mediante il blocco della enorme fiducia di cui godeva Fimiani. Fiducia presso il sistema bancario nazionale ed internazionale, e presso i fornitori e i clienti commerciali e finanziatori delle campagne produttive di trasformazioni delle conserve alimentari, comparto industriale dove la Cofima deteneva da sola oltre il 20% del mercato nazionale. Fra i vari colossi del credito che avrebbero tramato contro il vincitore legittimo dell’appalto Sme c’è la Bnl, che si è sempre dichiarata innocente, sulla cui condotta sta per esprimersi la Corte d’appello di Roma. Dopo neanche una settimana dal rifiuto di vendere la Cofima a De Benedetti, infatti, i dirigenti della filiale salernitana, in raccordo con la sede di Roma, chiusero improvvisamente i rubinetti all’imprenditore campano. E, nonostante la Cofima avesse «un saldo attivo» sul suo conto corrente di un miliardo e cinquecento milioni di lire, senza rischi pendenti per la Bnl, non avendo mai intaccato il fido di 450 milioni di lire, provocò il primo protesto per appena 34 milioni di lire. Il giudice adesso dovrà stabilire se effettivamente l’istituto presieduto all’epoca da Nesi negò a Fimiani di accedere ai propri soldi per saldare il dovuto e se effettivamente si adoperò per allarmare il sistema bancario e commerciale, «mediante domande indagatrici sul conto della Cofima ottenendo così il risultato di far bloccare i vari fidi goduti» per un totale di 180 miliardi, da sommare al fido per la Sme di 620 miliardi. Il risultato finale, denuncia Fimiani, fu che l’intero sistema bancario, allertato dall’insolvenza (inesistente), revocò tutti i fidi. La perizia voluta dal pm di Salerno è chiara sul punto quando dice come sia «innegabile che il comportamento della Bnl causò danni irreparabili» a Fimiani e che le varie condotte «hanno avuto un ruolo fondamentale nella causazione della crisi economica del Gruppo». Il problema che si pone di striscio a Roma, investendo totalmente Nocera e Salerno, è quello di chi effettivamente ebbe giovamento dall’annientamento delle aziende Cofima attraverso fallimenti pilotati. Il giudizio “romano” di primo grado, arrivato attraverso l’alternanza di tredici magistrati, aveva dato ragione a Bnl nonostante le perizie disposte da vari pm e gip evidenziassero che quanto denunciato all’epoca dall’imprenditore campano, oggetto oggi di delicatissime inchieste penali, fosse meritevole di un’inchiesta approfondita. L’inchiesta vi fu. Ma fu approfondita solo da un perito a cui degli sconosciuti, speronandolo in autostrada, provarono a togliere la vita.

fonte:http://www.ilgiornale.it/interni/le_strane_trame_delliri_tempi_prodi_riaffiora_caso_svendita_sme/18-04-2010/articolo-id=438474-page=0-comments=1

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Umiltao

Re: Correva l'anno:per non dimenticare (anno 1992)

Messaggioda Umiltao » 19 apr 2010, 1:10

Potrebbe essere tutto verosimile quanto appena riportato, ma nel caso della SME non trattasi comunque di svendita come accadde in altri casi (alcuni mi dicono quello dell' ILVA come eclatante).
Perciò articolo potenzialmente verosimile ma titolo errato.

I periti terzi ai tempi del preaccordo Prodi - De Benedetti dissero che l' offerta dell' ingegnere era più alta di qualche miliardo di lire (più o meno una trentina) rispetto al valore reale stimato dalle perizie e le stesse perizie di parte come quella di Ferrero-Barilla-Berlusconi convennero che il prezzo era troppo alto, oltre questi ultimi industriali a dichiarare disinteresse all'acquisto nei colloqui riservati tenuti con Prodi.

Poi stranamente l' allora Presidente del Consiglio dei Ministri Bettino Craxi, il rappresentante dell' azionista, cioè il Ministero del Tesoro, cioè lo Stato, insistette a che il trio dei disinteressati (Barilla, Ferrero e l' amico Berlusconi) si mettessero di traverso per incrementare le offerte.
Ciò, insieme all' ingresso di Fimiani e ad altri eventi, fece precipitare la situazione e si bloccò tutto.

La SME, ex Società Meridionale di Elettricità messasi a produrre alimentari, venne venduta a pezzi negli anni successivi a un importo superiore sia a causa dell' inflazione e/o dell' apprezzamento delle azioni sia a causa del fatto che De Benedetti avrebbe acquistato (in sole 2 tranche e entro 2 anni) al prezzo di 497 miliardi solo una parte della SME stessa.

Il paradosso è che si continua a parlare di svendita quasi solo e proprio nel caso, quello della SME, in cui la svendita non ci sarebbe stata in alcun caso.

Le cose invece importanti sono:

- Romano Prodi non indisse una gara pubblica per la privatizzazione della SME preferendo usare i colloqui riservati con imprenditori privati, adducendo la scusa del fare in fretta o altro, a discapito di ogni trasparenza e serietà;
- gli sgambetti e gli assetti di mercato tra imprenditori privati e corruzione e mangiatoia politica dei rispettivi padrini;
- la privatizzazione di pezzi dell' IRI risultava necessaria sia perchè l' IRI era in rosso sia perchè un riassetto aziendale tramite licenziamenti di personale dipendente direttamente da parte dell' azionista pubblico sarebbero risultati alquanto imbarazzanti e compromettenti sia per i partiti politici di governo (DC e PSI soprattutto) che per i sindacati, sia perchè occorreva trovare risorse alternative alla tassazione (già alle stelle e che sobillava all' evasione fiscale a circolo vizioso) per cercare di tenere sotto controllo l' esplosione del debito pubblico, dal 1982 in 10 anni quasi raddoppiato in rapporto al PIL (che a sua volta cresceva, quindi il debito pubblico più che raddoppiò in valore assoluto);
- la privatizzazione della SME riguardava un comparto (industria degli alimentari) non così strategico dal punto di vista pubblicistico e monopolistico come potrebbero essere invece quelli dell' energia, dei trasporti, dell' istruzione, della sanità, della previdenza o degli approvvigionamenti idrici;
- Il Giornale continua a parlare quasi solo di questa vicenda (come se Romano Prodi & C. avessero sbaglito solo qui) proprio perchè il suo editore, Silvio Berlusconi tramite il fratello Paolo, si trova ancora invischiato sia economicamente sia giudiziariamente nella vicenda SME;
- ciò c' entra molto poco con i fatti del 1992 perchè rientra nel processo di privatizzazioni iniziato in Italia già nei primi Anni 80 su impulso delle stesse operazioni iniziate sia negli USA che in Gran Bretagna sul finire degli Anni 70; il processo di privatizzazioni di massa gestito successivamente da Mario Draghi dalla Direzione Generale del Tesoro è la ovvia risposta, in regime moneta-debito autodistruttiva bancaria e pure... statale (sici!), al "mancato controllo" dei conti pubblici che precede l' insediamento di Guido Carli e dello stesso Draghi al Ministero del Tesoro con l' ultimo Governo Andreotti¹.




¹ detto "il Gobbo", come Enrico Cuccia: IGB© crea (dal nulla) con lo stesso stampino (creato anch' esso dal nulla) sia il politico sia l' amministratore bancario di vertice.



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