LA STORIA DELLA MONETA

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mr.spyder
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LA STORIA DELLA MONETA

Messaggioda mr.spyder » 5 mag 2010, 18:00

HO TROVATO UN OTTIMO ARTICOLO SULLA MONETA.(a mio giudizio)
per qualche motivo a me sconosciuto,non riesco a fare copia/incolla,e neanche riportare il testo in questo post.
quindi metto solo il link a questo articolo
,scritto in maniera MOLTO CHIARA E SEMPLICE.

lascio a chi ha più competenze di me le eventuali "correzioni" e auspico che qualcuno riporti l'intero articolo in questo post a futura memoria.

ALTAMENTE CONSIGLIATA LA LETTURA



http://cronologia.leonardo.it/mondo08a.htm

:arrow:

MA PRIMA NEL PORTAFOGLI
AVEVAMO PECORE E BUOI

di GIOVANNI SVEVO

In fondo al capitolo
LA MONETA OGGI

Una società, una qualsiasi struttura di convivenza umana in cui la moneta non esista, è oggi totalmente inconcepibile. Per noi è naturale pagare un bene o stimare il valore di un oggetto in Lire o in Dollari, e sappiamo che è così ovunque. Sappiamo poi che gli antichi Greci e Romani avevano una loro moneta, e quindi la vediamo come qualcosa che da sempre è presente nella storia dell’ uomo e, soprattutto, come qualcosa di peculiare di ogni "civiltà evoluta".

Questa affermazione è però vera solo in parte, dal momento che la moneta è sì elemento caratteristico di una civiltà avanzata, ma non tutti i grandi popoli del passato la utilizzarono fin dalla sua prima comparsa. Un esempio significativo è fornito dai Cartaginesi: essi infatti (e la cosa può sembrare strana, dal momento che erano i più attivi mercanti del Mediterraneo) iniziarono a coniare moneta solo nel IV secolo a.C. e, cosa ancora più incredibile, non per fini commerciali, ma al solo scopo di pagare truppe mercenarie. Ma allora come mai in seguito si diffuse a tal punto che ancora oggi noi la usiamo? E come gestivano i loro traffici gli antichi se non disponevano di mezzi di scambio? E soprattutto, chi ha "inventato" la moneta? Il favore che la moneta incontrò nel mondo greco e in quello romano, spinse gli storici antichi a figurarsi che sia esistito, in un determinato momento, un "creatore", uno "scopritore" della moneta. Così la storiografia antica creò il mito dell’ invenzione della moneta collegandolo a figure eminenti del suo mondo leggendario o storico: da ciò l’ attribuzione dapprima a Teseo, poi a personalità storiche più o meno documentate, quali Fidone d’ Argo o i re di Lidia Gige, Aliatte e Creso.

Le leggende, si sa, contengono sempre un fondo di verità, ed effettivamente i suddetti personaggi, come vedremo in seguito, hanno avuto a che fare con la nascita della moneta. Tuttavia parlare di un inventore della moneta è quanto di più errato si possa fare. La moneta non fu inventata, ma fu il punto di arrivo di una evoluzione dei mezzi di scambio durata millenni che, a partire dal semplice baratto di merce contro merce, ha toccato svariate tappe, andando via via sempre più perfezionandosi. Nessun popolo antico, per quel che ci risulta dalle fonti, ha saputo sottrarsi, nella prima fase della sua esistenza, alla legge naturale del baratto. Popoli di antichissima civiltà riuscirono così ad instaurare legami economici anche molto complessi pur non conoscendo la moneta, basando le transazioni sul semplice scambio delle merci. Tale fatto ci è attestato, oltre che dagli storici antichi, anche da alcune figurazioni rinvenute in Egitto, che ci mostrano come nel paese del Nilo i più antichi traffici avvenissero in questo modo. Anche i Fenici installavano sulle coste dei popoli barbari dei veri e propri mercati di baratto, scambiando i prodotti lavorati della loro industria con le materie prime che qui trovavano in abbondanza.

Allo stesso modo i Cartaginesi, come già accennato, basarono sul baratto la massima parte dei loro traffici. Ma questa forma di commercio presentava grossi inconvenienti per quelle popolazioni stanziali che non erano solite intraprendere lunghi viaggi a fini commerciali. Tali popoli si trovavano spesso a disporre di una derrata sovrabbondante che sarebbero stati ben lieti di scambiare con i propri vicini, ma questi a loro volta ne possedevano altrettanta; capitava quindi di dover rinunciare, da un lato, a merci senza dubbio necessarie ma che non potevano essere pagate, dall’altro di dover conservare la propria derrata, ormai di nessuna utilità, col rischio che si potesse deteriorare o distruggere. Per ovviare a tale inconveniente, si stabilì una derrata particolare che servisse al tempo stesso da mezzo di scambio e da scala comparativa del valore delle merci.

Si decise cioè di scegliere una merce che svolgesse le funzioni proprie della moneta. E’ questa la cosiddetta "moneta naturale", primo esempio di quel fenomeno che gli studiosi moderni chiamano col nome di "premoneta". La scelta della derrata da usarsi come "moneta naturale" è variata secondo i luoghi e i tempi, ma si è sempre orientata su un prodotto a un tempo ricercato e abbondante. Gli antichi abitatori del Mediterraneo si sono rivolti con preferenza al bestiame, il quale per la sua utilità e, ad un tempo, per la sua abbondanza, ha riscosso ovunque ampio favore. Testimonianze dell’ uso del bestiame come moneta ci vengono dalle più antiche legislazioni (che fissano le multe da pagare in buoi e pecore), ma soprattutto dal linguaggio.

A questo antichissimo uso si fanno risalire parole quali pecunia, ossia denaro, che deriva dal latino pecus (gregge), termine dal quale deriva anche la parola peculato (che in latino significa furto di armenti prima che concussione). Dall’ uso di calcolare la ricchezza in capi di bestiame (capita) è derivato poi il termine capitale, mentre Polluce ci ricorda che nel linguaggio popolare della Grecia antica per indicare un uomo di cui si era comprato il silenzio si diceva che gli era passato un bue sopra la lingua. Il bestiame rappresentò dunque la prima moneta dell’ uomo, ma presto ci si accorse che qualcosa non andava: tutto procedeva bene se un tale acquistava (ad esempio) tanto grano quanto ne poteva valere un bue. Ma se quel tale ne voleva di meno? C’erano, questo è vero, alcune corrispondenze fisse (ad esempio nella Roma arcaica dieci pecore equivalevano a un bue), ma sta di fatto che non era possibile dividere una pecora senza che perdesse valore (una pecora morta vale decisamente meno di una viva). Ci si accorse allora, quando l’industria iniziò a lavorarli per farne utensili e armi, che i metalli presentavano, rispetto al bestiame, notevoli vantaggi come mezzi di scambio. Non solo erano più facili da trasportare, ma le loro qualità intrinseche ne determinarono il primato su qualsiasi altra merce-tipo: essi infatti si potevano ridurre in frammenti senza che perdessero valore; erano inalterabili e non richiedevano manutenzione (non si deterioravano quindi in seguito a lungo immagazzinamento); erano facilmente riconoscibili dall’ aspetto, dal suono e dal peso; infine erano utili a tutti. Una volta scelto il materiale (che rimarrà lo stesso fino alla comparsa della moneta vera e propria) si cercò la forma che ne rendesse più comodo l’ utilizzo.

La forma più antica è senza dubbio quella dell’anello, la cui fortuna è dovuta non tanto alla sua funzione ornamentale, quanto al foro che ne facilita la tesaurizzazione e il trasporto. Una pittura murale del XV secolo a.C. ci testimonia l’utilizzo dell’anello come mezzo di scambio in Egitto, ma questa forma è attestata anche altrove (ad esempio nello stesso periodo gli Ebrei creano un’ unità pondometrica che chiamano "kikkar", che significa appunto anello). In seguito (seconda metà del II millennio a.C.) fanno la loro comparsa in tutto il Mediterraneo i cosiddetti pani di rame egeo-cretesi. Si tratta di grossi rettangoli del peso variante tra i 10 e i 36 chilogrammi e dello spessore di circa 6 centimetri. I più antichi fra questi pani presentano una forma quasi perfettamente rettangolare, mentre i più recenti sono caratterizzati dai quattro angoli molto sviluppati.

Questa forma, che in origine era stata interpretata come la stilizzazione di una pelle di bue o la rappresentazione di un’ascia bipenne (entrambi simboli legati al mondo sacrale e religioso), è dovuta in realtà a motivi tecnici: questa forma è infatti l’unica che consenta di colare in un piano più pani contigui per separarli poi più facilmente fratturando le giunzioni negli apici. Si tratta quindi del risultato di una fusione in serie, fatto che denota una evoluzione tecnica notevolissima. Questi pani ebbero grande diffusione per circa quattro secoli, fino al X a.C., e li ritroviamo pressochè in tutti i luoghi toccati dai Micenei. Infine, a partire dal IX secolo a.C., appare quella che gli studiosi chiamano moneta utensile. Si tratta di strumenti della vita quotidiana che vengono utilizzati come moneta pur mantenendo, almeno in origine, la loro funzione pratica.

Tale funzione sarà in seguito solo ricordata dalla forma dell’ oggetto, che di fatto non verrà più utilizzato per la sua funzione originaria. Le asce bipenni ritrovate in Europa centrale, ad esempio, hanno avuto senza dubbio esclusivamente funzione monetaria, dal momento che lo spessore assai ridotto della lama e il diametro del foro che non consente l’ immanicamento, il che le rende praticamente inutilizzabili come attrezzi. La funzione di moneta utensile viene invece ricoperta nel Mediterraneo, e in particolare in ambiente greco, da tre tipi di utensili: gli obeloi (spiedi per cucina e per sacrifici religiosi), i lebeti (specie di pentole, anche queste usate sia in cucina che in ambito religioso) e infine i tripodi. L’ utilizzo di questi strumenti come moneta è attestata da numerose fonti scritte, primo fra tutti Omero che ricorda tripodi e lebeti come regali, premi di gare e prezzi di riscatti. Una serie di rinvenimenti nei santuari ha inoltre confermato questo uso e la tradizione ricorda che il già citato Fidone d’ Argo smonetizzò durante il suo regno gli spiedi di ferro e, dopo averli sostituiti con monete vere e proprie, li dedicò al tempio di Hera. Siamo ormai a un passo dalla nascita della moneta.

Con la moneta utensile arriviamo al VII secolo a.C. In questo periodo le coste dell’ Asia Minore sono abitate da Greci dediti per la maggior parte al commercio marittimo. La situazione degli scambi doveva essere pressappoco la seguente: per gli scambi quotidiani di piccola entità si ricorreva, oltre che al baratto, alla moneta utensile, mentre per i pagamenti più consistenti e per i traffici internazionali si ricorreva all’oro e all’ argento in anelli oppure in lingotti fusi. Nel corso della prima metà del VII secolo anelli e lingotti vanno via via scomparendo per lasciare il campo a piccoli pezzi di metallo prezioso (che hanno forma di goccia e sono costituiti da elettro, una lega naturale di argento e oro). Intorno alla metà dello stesso secolo alcuni mercanti e alcuni santuari (che hanno all’epoca funzione di banche) cominciano a contrassegnare questi pezzi con una loro impronta, con il loro sigillo. Apponendo questo sigillo, il mercante e la banca garantiscono che il peso del pezzo è esatto e che la sua lega è buona. Il privato è, beninteso, libero di accettare o meno la garanzia, di accordare o meno la sua fiducia; ma se accorda questa fiducia, se accetta la garanzia rappresentata dal punzone, è dispensato dal ricorrere ogni volta, in occasione di ogni pagamento, alla verifica del titolo e del peso, alla bilancia ed alla pietra di paragone.

Ci troviamo dunque in presenza di una vera e propria moneta privata. Ci si accorge che la "goccia" di metallo prezioso viene accettata proprio in virtù del sigillo che reca e in base alla fiducia che tale sigillo ispira. A questo punto interviene lo Stato, la cui garanzia è senza dubbio superiore a quella di qualsiasi mercante, ed avoca a sè il diritto di battere moneta, vietando ogni ulteriore emissione da parte di privati. Imprime il proprio simbolo (generalmente il dio protettore della città) sulle "gocce" e con esse paga i servizi resi alla comunità e al tempo stesso incamera le tasse: era nata la moneta. Dalle coste dell’ Asia Minore la moneta si diffuse repentinamente nella Grecia continentale e nelle colonie dell’Italia meridionale.

Già nel secolo successivo ogni polis (città, nell’antico greco) aveva una propria moneta caratterizzata da un peso e da una figurazione particolare. La moneta non era solo uno strumento economico, ma divenne, come afferma M. Crawford, celebre studioso di numismatica, uno "splendido segnale dell’ esistenza e della autonomia della polis". Ogni città batteva dunque la propria moneta cercando di caratterizzarla e di renderla immediatamente riconoscibile a chi la teneva in mano. Nascono così figurazioni che resteranno per secoli caratteristiche di una città: la civetta sulle monete di Atene, la tartaruga su quelle di Egina e il cavallo alato su quelle di Corinto sono solo gli esempi più illustri. Altre città ricorsero ad altri metodi per rendere peculiare la propria moneta. E’ il caso di alcune città della Magna Grecia che realizzarono le cosiddette monete incuse. Si tratta di monete che anziché avere una raffigurazione in rilievo su entrambe le facce, la presentano solo al dritto, trovandosi al rovescio una raffigurazione (generalmente la stessa del diritto) in incavo. Ogni polis, inoltre, mantenne il proprio sistema di pesi: la dracma, unità base della moneta greca, aveva quindi un peso diverso a seconda della città che la emetteva.

E’ curiosa l’origine del nome: la dracma, sottomultiplo del talento (letteralmente "il peso che un uomo può portare"), deriva da drax (manciata) e fa riferimento con ogni probabilità alla moneta utensile; drax, in altre parole, indica tanti spiedi quanti ne può portare una mano, e difatti il sottomultiplo della dracma si chiama obelos (che in greco significa appunto spiedo). Nonostante questa repentina diffusione, tuttavia, la moneta rimase a lungo un fenomeno propriamente ed esclusivamente greco. I popoli che di volta in volta venivano a contatto col mondo greco, infatti, non adottarono, se non in parte, la nuova "invenzione".

Furono necessari molti anni e la formazione di due grandi imperi prima che la moneta si imponesse in tutto il mondo conosciuto: l’ impero di Alessandro Magno e, ovviamente, l’ Impero Romano. Proprio grazie a quest’ ultimo la moneta si impose in ogni angolo d’ Europa giungendo, attraverso i secoli, fino a noi. E proprio ai Romani siamo debitori per il termine che ancor oggi la designa: la zecca di Roma era difatti situata all’ interno del tempio di Giunone Moneta, tempio fondato in memoria dell’ invasione gallica del 390 a.C.. Narra la leggenda che i Romani riuscirono a sventare un attacco notturno dei Galli perchè svegliati dallo starnazzare delle oche: a loro volta le oche erano state destate da Giunone, che quindi fu designata con l’appellativo di Moneta (che significa appunto ammonitrice, avvisatrice). Di qui il nome passò alla zecca, ospitata nel tempio, e in seguito alla moneta stessa.

Con l’avvento dell’Impero Romano, comunque, possiamo considerare conclusa la lunga fase dello sviluppo della moneta: Augusto e i suoi successori instaureranno un sistema basato sulla monetazione di più metalli (oro, argento, bronzo e oricalco) che durerà per secoli e influenzerà in maniera determinante le prime monetazioni barbariche. I re barbari, infatti, compresero la grandezza del sistema romano e cercarono di mantenerlo anche dopo la caduta dell’Impero. A dimostrazione di questo fatto ci rimangono monete barbariche che non sono altro che un’ imitazione mal riuscita di monete romane: di queste ultime mantengono infatti l’aspetto formale,ma la parte figurativa e la parte scritta perdono completamente significato (spesso al posto di titolature imperiali troviamo delle lettere accostate senza alcun senso e il ritratto del re barbaro il più delle volte non è altro che l’immagine di un imperatore romano).

Col passare dei secoli la moneta rimarrà, se si eccettuano alcune piccole innovazioni, sostanzialmente identica a quella del modello romano. La più importante fra queste innovazioni può essere considerata la "zigrinatura": con questo termine si intendono quelle incisioni trasversali che ancor oggi si trovano lungo il bordo delle monete. Questo stratagemma volle porre rimedio, nel XVI secolo, al dilagante fenomeno della "tosatura": era infatti abitudine, per ottenere polvere di metallo prezioso, raschiare le monete d’ oro lungo il bordo, causando di fatto una diminuzione del peso delle monete stesse. Con la zigrinatura questa operazione divenne impraticabile, ed ancor oggi rimane sulle nostre monete una traccia di quel periodo in cui il valore delle monete era dato dal materiale di cui erano fatte.

Oggi infatti il valore cosiddetto "nominale" delle monete non corrisponde più al valore reale del metallo. Anzi, a partire da questo secolo si è iniziato a battere moneta con leghe appositamente create (in Italia è l’ACMONITAL, termine che risulta dalla sigla Acciaio Monetario Italiano), dato che il valore è stabilito e garantito dallo Stato. Ma se si eccettuano queste innovazioni "tecniche", la moneta, e quello che la moneta vuole "dire", non è cambiata. Se infatti, prendiamo una comunissima moneta da 100 lire notiamo che la prima informazione che essa ci vuole fornire è l’ autorità che l’ ha emessa: troviamo quindi, adesso come allora, una parte scritta (REPUBBLICA ITALIANA) e una parte figurata (al tempo dei Romani il volto dell’imperatore, oggi il capo laureato di una donna che rappresenta la Repubblica). Troviamo poi altre informazioni, quali il valore della moneta, l’ anno di emissione, il nome della zecca (la lettera R sta per Roma) e, al rovescio, un’ altra figura. Questa seconda raffigurazione esprime in modo simbolico un valore o un messaggio che l’ autorità emittente vuole propagandare. E come Augusto celebrava sulle sue monete la pax da lui instaurata, così oggi, tramite le monete, la Repubblica Italiana ("basata sul lavoro") celebra il lavoro: troviamo così la dea Minerva, protettrice dei lavoratori, sulle 100 lire, ma troviamo anche Vulcano, altro tutore del lavoro, sulle 50, un ramo d’ ulivo e una spiga di grano, simboli di pace e prosperità, sulle 10 lire, e così via.

Col passare dei secoli, insomma, la moneta metallica ha mantenuto alcuni dei suoi aspetti peculiari, ma non c’è dubbio che la sua importanza all’ interno delle moderne economie sia molto più modesta che un tempo. Oggi è sempre più soppiantata non solo dalla carta moneta, ma anche dalle varie "tessere", non solo telefoniche (oggi è diventata un’ impresa trovare un telefono a gettoni), che stanno portando alla totale informatizzazione dell’economia. Siamo molto vicini a questo traguardo e penso che tra breve (mi duole dirlo) le monete saranno solo dei pezzi da collezione per chi, come me, non sa resistere al loro incredibile fascino. E allora la moneta di metallo, che tanta parte ha avuto nella storia dell’ uomo, rimarrà, dopo quasi tremila anni di vita, solo un ricordo.
GIOVANNI SVEVO

Si ingrazia per l'articolo
Offerto a Cronologia
il direttore di "storia in network"




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DENARO E MONETA
I due termini "denaro" e "moneta" sembrano sinonimi e in inglese non c'è modo di distinguerli. In realtà il denaro è l'unità di misura o di conto del valore, mentre la moneta è il documento fisico che garantisce tale unità di conto (monete metalliche, banconote, certificati etc.).

Tutti noi usiamo i soldi quotidianamente e ne comprendiamo più o meno esattamente il valore. Abbiamo anche la sensazione che essi abbiano assunto una grande importanza nella nostra società, anche perché tutto ci dice che essa si fonda proprio sul denaro.

Ma se si tratta di spiegare che cosa sia la moneta, la maggior parte delle persone non sa dare alcuna risposta, e quelli che la danno, espongono teorie generalmente campate in aria.

Non che la teoria economica abbia in sé idee più chiare di quelle dei comuni cittadini, dato che, anche lì la confusione regna sovrana e diverse teorie sono state formulate sull'argomento.

Dietro la moneta c'è il trucco, e la grande truffa della finanza ai danni dei produttori può essere nascosta proprio perché non è chiaro a nessuno che cosa sia e come funzioni la moneta.

Un noto economista, autore di un celebrato trattato sulla moneta, ad un certo punto della sua opera così si esprime a proposito di una banconota: "C’è pochissimo in economia che chiami in causa il sovrannaturale. Ma c’è un fenomeno che è stato per molti una tentazione in tal senso. Guardando un foglio rettangolare, spesso di mediocre qualità, che raffigura un eroe nazionale o un monumento o un’immagine classica vagamente ispirata a Pieter Paul Rubens o a Jacques-Louis David o a un mercato di verdura particolarmente ben fornito e stampato con inchiostro verde o marrone, essi si sono posti questa domanda: perché una cosa che in sé è così priva di valore deve essere così evidentemente desiderabile?".

Altro noto economista, anch'esso autore di un ponderoso trattato sulla moneta esordisce così: "Dagli inizi della riflessione sulle diverse manifestazioni sociali fino ad oggi ci si trova davanti a una catena ininterrotta di affermazioni sulla natura del denaro e sul suo carattere rispetto agli altri oggetti di scambio. Qual è la natura di quei piccoli dischi di metallo e di quei certificati che in sé non sembrerebbero avere nessuna utilizzazione pratica, ma che, contraddicendo ogni esperienza e prendendo il sopravvento negli scambi su tutti i beni utili, passano da una mano all'altra, quei dischi che ognuno ha così fretta di ottenere in cambio delle proprie merci?" (Carl Menger, saggio sul denaro 1909).

I due economisti in questione si odiano con ferocia, dato che nelle pur corposissime bibliografie si ignorano reciprocamente, eppure, come si vede, dicono la medesima cosa e nonostante le beghe da cortile fra rinomati economisti, entrambi attribuiscono al denaro la misteriosa o saprannaturale capacità di attrarre gli uomini senza alcuna ragione apparente.

In realtà nel denaro e nella moneta non c'è proprio niente di misterioso. Sin dai tempi più antichi gli uomini hanno cercato uno strumento per misurare la ricchezza e per poterla scambiare. E' difficile per un mercante portare con sé tutte le merci che egli pensa possano interessare i suoi acquirenti nelle quantità giuste: insomma, invece di portare con sé, pecore, cammelli, spezie e stoffe di ogni genere, che oltretutto richiedono uno sforzo notevole per il loro trasporto, gli uomini preferirono utilizzare uno strumento gradito ai più che fosse facilmente trasportabile e che contenesse un grande valore intrinseco.

Per tale ragione, nell'antichità l'oro e altri metalli preziosi, assunsero la funzione di moneta. In una piccola quantità di oro, erano, infatti, contenuti molti cammelli o pecore o stoffe, e l'oro era generalmente accettato da tutti i popoli e tenuto in grande considerazione sia per la sua scarsità che per la sua intrinseca bellezza.

Presso altri popoli ed in altri tempi, vennero usati diversi oggetti equivalenti all'oro, come il sale o le conchiglie o il tabacco in America prima e dopo la rivoluzione. Per molte tribù della Polinesia, erano denaro graditissimo le perline colorate.

La principale caratteristica di questi strumenti consisteva nella loro universale accettazione da parte della comunità.

Per evitare di dover pesare ogni volta le barre di metallo che venivano date in cambio delle merci venne inventato il "conio" dei metalli, garanzia data da un'organizzazione credibile (o dallo Stato) che in quel pezzo di metallo fosse contenuta esattamente la quantità indicata nella punzonatura.

Nascono così le monete: l'aes rude romano vale come l'aes signatum se contiene la stessa quantità di metallo, ma mentre il primo è denaro, il secondo è moneta, in quanto contiene la certificazione del peso da parte dello Stato romano.

E' ovvio che lo Stato, proprio come il più disonesto dei commercianti, barò sempre sul peso, soprattutto quando aveva bisogno di denaro per coprire le proprie immense spese, e non c'erano popoli da rapinare a portata di legione.

Così, ad un certo punto, le monete cominciarono a contenere una quantità di oro o di altro metallo prezioso diversa da quella indicata sul facciale, e le monete incominciarono ad essere costituite da una lega di più metalli in quanto, si diceva, l'oro e l'argento erano troppo teneri e da soli rischiano di rovinarsi al primo urto.

In ogni caso i commercianti, accorgendosi di questo trucco usato dallo Stato, controllavano quanto metallo prezioso vi fosse nella moneta e aumentavano di conseguenza i prezzi. Per farsi un'idea del fenomeno, basti pensare che al tempo delle guerre puniche l'aes era fatto da circa 333 grammi di rame, mentre al tempo di Cicerone e Sallustio, cioè 150 anni dopo, era una moneta di poco più di trenta grammi di rame, e ce ne volevano due e mezzo per cambiare un sesterzio d'argento.

Un secolo dopo, all'epoca di Caligola, l'aes era ridotto ad una monetina di qualche grammo, e ce ne volevano quattro per ottenere un sesterzio di rame!

Si verificava così la diminuzione del potere d'acquisto dei soldi, e questo processo non è altro che ciò che chiamiamo inflazione.

L'inflazione, cioè la diminuzione del potere d'acquisto della moneta nasce dunque, come in questo caso, per la diminuzione del valore intrinseco della moneta stessa.

Dopo il medioevo, con la ripresa degli scambi commerciali in terre sempre più lontane, sorge l'esigenza di trasportare grandi quantità di denaro da un capo all'altro del mondo per alimentare i commerci in misura adeguata. I commercianti che più si distinsero ed arricchirono con i commerci furono per lo più ebrei, che probabilmente per invidia incomincirono a subire attenzioni sempre più negative e pressanti di atteggiamenti ostili nei loro confronti, che si traducevano perfino in provvedimenti di spoliazione dei loro patrimoni.

Avviene per queste ragioni la seconda grande rivoluzione relativa al denaro: alcuni governi si offrono di tenere al sicuro, nei propri depositi, l'oro e gli altri preziosi degli ebrei perseguitati nei paesi di origine, rilasciando in cambio un certificato nominativo o al portatore, che rappresentava esattamente la quantità di oro depositata presso le loro casse. In particolare, l'Inghilterra di George I accolse presso di sé gli ingenti patrimoni di numerosi esuli ebrei dalla Francia, offrendo le più ampie garanzie di sicurezza e di stabilità che hanno dato origine alla tradizione bancaria e commerciale dell'Inghilterra che ancora oggi perdura.

I certificati in questione potevano essere spesi girandoli ad altri commercianti che, in qualunque momento, potevano andare presso la Banca d'Inghilterra (ovvero presso il palazzo reale) a ritirarli. Il servizio aveva un certo costo, ma "la sicurezza" - si sa - "non ha prezzo". Altri nobili inglesi si offrirono per rendere lo stesso servizio presso i propri castelli a costi inferiori, favorendo, così, un vero e proprio esodo di capitali verso l'Inghilterra che diede origine, tra l'altro, alla prima industrializzazione del paese.

Fu a quel punto che i nobilotti inglesi si accorsero che se l'oro depositato presso le proprie casse fosse rimasto per un periodo di tempo determinato per contratto, avrebbero potuto emettere certificati a tempo per prestare quel denaro a chi ne avesse fatto richiesta offrendo ovviamente solide garanzie di restituzione. In questo affare coinvolsero anche i depositanti ai quali, invece di chiedere una somma per il deposito, cominciarono a dare un interesse sulle somme depositate.

In un battibaleno nacquero così le prime banche, che non tardarono ad accorgersi di un altro trucco: poter accettare in deposito non solo oro o altri preziosi, ma anche certificati emessi da esse stesse o da altre banche e da utilizzare anch'essi per concedere prestiti. E poiché il rischio che i depositanti si presentassero subito a reclamare la restituzione del deposito versato era assai improbabile, subito ci si accorse che la quantità di prestiti che si potevano fare era tanto più grande quanto più si poteva aumentare il denaro in circolazione. Attraverso questa dinamica ci si accorgeva che la banca era un po' come un dio: emettendo certificati su certificati, cioè note di credito su note di credito, essa creava denaro.

Il termine banconota nasce proprio per indicare una nota di credito. Essa è emessa da una banca come carta recante da un lato l'importo espresso del credito, e dall'altra (proprio come avviene nel retro delle cambiali e degli assegni) lo spazio riservato alle girate dei relativi possessori.

Alcuni certificati cominciarono ad essere emessi senza l'indicazione del nome del beneficiario. Divenivano quindi utilizzabili da chiunque li portasse in banca. La loro circolazione era evidentemente molto più agevole di quella dei certificati nominativi, che necessitavano di una girata per ogni passaggio di mano, e pertanto, le banche cominciarono ad emettere grandi quantità di certificati al portatore che erano universalmente accettati come denaro.

Nasce in questo modo la moneta cartacea, che fino a ieri portava stampate queste caratteristiche.

Su tutte le banconote, infatti, vi era scritta la dizione "pagabile a vista al portatore"

che riguardava tale antica funzione, ma che da parecchi decenni era divenuta del tutto falsa, al punto che con l'avvento della nuova moneta è stata eliminata (forse per eliminare così del tutto il rischio che la gente "mangiasse la foglia" della comprensione che non è mai stato realmente possibile presentarsi agli sportelli della Banca d'Italia e pretendere il pagamento in oro o altri preziosi della somma indicata sulla banconota? Staremo a vedere).

La truffa dello Stato e delle banche ai danni dei cittadini in ogni caso inizia da qui, in questa apparentemente innocua scritta che compariva e che compare ancora su tutte le banconote del mondo (o quasi).

Chi ancora oggi crede che la base della moneta cartacea sia l'oro, si tolga davvero questa idea dalla testa.

Non c'è più alcuna corrispondenza tra la moneta in circolazione e oro (o altri preziosi depositati presso le casse dello Stato).

Secondo J. Maynard Keynes, famoso economista padre delle moderne teorie economiche applicate dalla maggioranza dei governi mondiali, negli anni trenta tutto l'oro del mondo non superava le 50.000 tonnellate di materiale.

Oggi, le riserve di oro dei paesi del mondo non superano le 200.000 tonnellate.

Eppure il corrispettivo in oro di tutte le banconote e gli equivalenti monetari che girano per il mondo ai prezzi correnti ammonta a un corrispettivo di 75 000 000 di tonnellate di oro.

Non è uno scherzo: settantacinque milioni di tonnellate! Che ovviamente non esistono...

E' dunque evidente che non è possibile usare l'oro come base monetaria, così come accadeva fino alla grande crisi del 1929.

Subito dopo tale crisi vennero emanate in tutti i paesi del mondo leggi che vietavano la conversione delle banconote in oro e che al tempo stesso consentivano solo allo Stato di emettere banconote aventi valore legale.

Nonostante il divieto di conversione, rimase però un legame tra l'emissione di banconote e l'oro (o valute o titoli che comunque rappresentassero l'oro).

Dopo qualche anno, al termine della seconda guerra mondiale, gli Stati del mondo disegnarono un nuovo sistema monetario in un'anonima località americana, Bretton Woods. In questo nuovo sistema, tutte le monete erano convertibili nel dollaro e solo questo era convertibile in oro. Allo stesso tempo fu istituito il Fondo Monetario Internazionale (FMI), con lo scopo di venire in soccorso a quei paesi che non potessero sostenere la parità determinata a Bretton Woods tra le monete.

Tali accordi ebbero principalmente tre conseguenze:

Gli Stati Uniti cominciarono a stampare più dollari che giornali, dato che era la loro moneta a garantire l'equilibrio del sistema.
Tutti gli Stati del mondo costituirono riserve per l'emissione di banconote utilizzando dollari, di cui c'era sul mercato finanziario una grande offerta. All'inizio degli anni Settanta l'80 per cento delle riserve valutarie di tutti gli stati del mondo erano costituite da dollari.
Il FMI controllava le politiche economiche di tutti i paesi del mondo attraverso il ricatto della leva monetaria. Stati Uniti ed Inghilterra avevano contribuito con l'80% di propri versamenti alla costituzione del FMI, e pertanto ne condizionavano l'attività in maniera determinante.
Il sistema resse senza particolari scossoni fino al 1970. Ogni tanto il FMI interveniva a "aiutare" paesi in difficoltà con il cambio della propria valuta, obbligandoli a politiche keynesiane per renderli più docili e sottomessi agli interessi delle potenze occidentali.

Il crac si ebbe quando i paesi aderenti all'OPEC, ovvero il cartello dominato dagli arabi dei paesi produttori di petrolio, decisero di aumentare considerevolmente il prezzo del barile (che quadruplicò in pochi mesi) e di rifiutare i pagamenti in dollari, pretendendo il pagamento in oro. I paesi dell'Occidente che, come accennato, avevano riserve in gran parte costituite da dollari, cercarono di cambiare questi dollari e farsi restituire l'oro che avrebbe dovuto essere custodito nei forzieri di Fort Knox, per poter fare fronte ai propri debiti. Ma gli americani non avevano oro a sufficienza, dato che già allora il totale del circolante era di gran lunga superiore all'oro esistente su tutta la terra.

Il presidente Nixon decise (!!!) così, l'abrogazione unilaterale degli accordi di Bretton Woods, svincolando il dollaro dal cambio con l'oro.

Questa data, l'agosto del 1971, costituisce una pietra miliare nella storia del denaro: è il momento cruciale per comprendere la vera natura della moneta, poiché da allora, il denaro fu definitivamente svincolato da ogni relazione con l'oro, sia pure da quel farraginoso ed indiretto sistema di conversione escogitato a Bretton Woods.

Da allora, i paesi hanno continuato a stampare denaro, fondandolo senza una base "solida".

I criteri adottati per l'emissione monetaria furono da allora essenzialmente legati alla produzione nazionale.

Per questa ragione fu essenziale l'elaborazione del concetto di Prodotto Nazionale.

Fino ad allora, il calcolo del Prodotto Nazionale (cioè il PIL o Prodotto Nazionale Lordo) era sempre stato considerato improbabile dagli economisti, cioè una impossibilità pratica poggiante su mere astrazioni, vale a dire una vera e propria stupitaggine.

Il fatto che fu necessario elaborarlo non significa, ovviamente, che il calcolo del PIL sia diventato una cosa seria. E', e rimane un'idiozia priva di senso, ma dato che rinomati economisti ne sostengono la validità, con tutto il peso della loro scienza e nessuno lo mette in discussione, la gente crede che sia del tutto naturale poter valutare la produzione nazionale.

Ma la verità è tutt'altra. Nei fatti non è possibile calcolare con approssimazione decente la produzione nazionale e il concetto di reddito nazionale è privo di senso.

Il PIL - come osserva acutament Vittorio Mathieu - viene sostanzialmente determinato per mezzo delle emissioni monetarie.

Cioè: siamo alla pazzia: anziché determinare l'emissione di moneta e la politica fiscale in base al reddito nazionale, gli Stati determinano il reddito nazionale attraverso le emissioni monetarie e la politica fiscale!!!

Insomma un bel giochetto delle tre carte sulla pelle dei cittadini.

In Italia le riserve di oro ammontano a circa 56 mila miliardi delle vecchie lire mentre le banconote in circolazione sono più del doppio, e i depositi bancari a vista e a termine, sommano circa due milioni di miliardi di lire... E i depositi bancari sono denaro! Esattamente come le banconote. Infatti se si riceve in pagamento un assegno lo si può versare sul conto corrente personale, oppure pretendere dalla banca il pagamento in contante.

Il problema è che il contante in circolazione è il 5% dei depositi bancari. E se tutti si presentassero agli sportelli bancari a pretendere il pagamento degli assegni ricevuti, le banche non avrebbero i soldi per pagare, dato che non ci sono fisicamente abbastanza banconote per fare fronte ad una simile evenienza. Lo stesso vale se tutti si presentassero a riprendere i propri soldi depositati in banca, sarebbe ancora peggio… dopo il 5% dei depositanti, i soldi finirebbero e le banche chiuderebbero gli sportelli.

Ora, se venisse meno del tutto il clima di fiducia nei confronti del sistema, e la gente pretendesse il pagamento in contante dei titoli del debito pubblico, lo Stato dove li prenderebbe i soldi per pagare, visto che non li ha?

Nel 1993, con la scusa di controllare i pagamenti in contante per la lotta alla mafia, è stata e fatta una legge che vieta di ricevere pagamenti in contanti per più di venti milioni di lire.

Ma la mafia non c'entra nulla con questa legge.

Il problema era un altro.

In quel momento, nel pieno della recessione dovuta alla crisi finanziaria della fine del 1992, si temeva che la gente potesse tesaurizzare banconote nella prospettiva di un provvedimento fiscale che colpisse i depositi bancari, come il prelievo forzoso del 6 per mille introdotto dal governo Amato qualche mese prima. Era quindi necessario un provvedimento che rendesse difficoltosa la realizzazione di banconote, e che allo stesso tempo incutesse timore agli italiani cui venisse in mente di conservare i propri soldi in banconote, per evitare il crac del sistema bancario. Contemporaneamente, questo provvedimento riduceva la velocità di circolazione del denaro e quindi raffreddava l'inflazione.

Solo pochi si accorsero che quei provvedimenti non avevano nulla a che vedere con la mafia, e tra questi pochi certamente nessuno dei nostri politici.

A costoro non interessa (semplicemente perché non lo capiscono, perché se lo avessere capito sarebbero dei malfattori) che il blocco della circolazione della moneta danneggi tutto l'apparato produttivo del paese. Perciò da allora stiamo vivendo una crisi economica pressoché irreversibile allo scopo di tenere bassa l'inflazione e ottenere indicatori economici tali da consentire di rimanere nell'area dell'Euro.

Ciò che nessuno dice è che dall'abolizione degli accordi di Bretton Woods, il valore delle monete è sempre più determinato solo in funzione di rapporti politici e di forza sul mercato valutario. Tanto è che la progressiva crescita della massa monetaria comporta una progressiva riduzione della funzione politica di controllo delle monete. E oggi è di fatto il mercato che stabilisce il rapporto di forza tra le valute. Ed altrettanto progressivamente nel mercato perdono peso gli interventi delle banche centrali e degli Stati, in quanto il numero di gruppi finanziari, ed economici privati, in possesso di mezzi valutari e di risorse persino maggiori di quelle di molti Stati mondiali è aumentato enormemente. Come è apparso evidente nella crisi del ’92, anche uno Stato industrializzato come l’Italia, pure appoggiato dai paesi aderenti allo SME, non è stato in grado di sostenere la propria moneta sottoposta alle pressioni della speculazione internazionale.

Ciò che nessuno dice è dovuto anche al fatto che il Cittadino - troppo indaffarato per procacciarsi il pane - tende a perdere la sua facoltà di ragionare. Tutta la questione sul denaro e sulla moneta sembra difficile da capire ma non lo è. In realtà è tutto molto semplice. Si potrebbe ridurre tutto a una semplice affermazione: chi parla del PIL è un cretino convinto o un malfattore. Fatto è che la maggior parte della gente non ha più tempo per chiedersi - ad esempio - per quale ragione, dal 1992 in poi ai vertici dello Stato italiano ci sono per lo più uomini che provengono dal mondo della finanza ed in particolare dalla Banca d'Italia. Anche la risposta a questa domanda è la semplice ragione che la politica si è ridotta sostanzialmente alle decisioni sulla politica monetaria, ma queste decisioni sono state sottratte agli uomini della politica (e ovviamente alla gente) per essere detenute esclusivamente dagli uomini del sistema finanziario.

Insomma in Italia come in Germania e in Inghilterra, e da qualche tempo anche negli USA, la politica la fanno gli uomini della finanza: i Ciampi, i Prodi, i Tietmeier, i Greenspan che poi reclamano la gestione anche del potere diretto.

D'altra parte senza l'accordo tra gli uomini della finanza, il sistema rischierebbe il crollo ogni giorno: la massa liquida è tale che, senza un'intesa sull'equilibrio da mantenere, si rischia che dalla mattina alla sera le banconote non valgano più nulla.

La massa liquida cresce ogni anno di più, dato che gli interessi che essa genera sono espressi in forma monetaria o in forma di titoli di Stato. Ciò fa sì che il debito degli Stati aumenti in maniera esponenziale, e l'unica maniera che hanno gli uomini della finanza di tenerlo sotto controllo, è quella di tenere bassi gli interessi per farlo crescere di meno.

Ovviamente questo non risolve il problema, e oltretutto, una diminuita velocità di circolazione della moneta, si riflette in maniera molto negativa sulle attività economiche, che vivono appunto sulla rapidità della circolazione della moneta, che consente a tutti di acquistare il maggior numero di beni di consumo e quindi di sostenere a loro volta la produzione.

Allo stesso tempo l’indebitamento degli Stati si è innalzato a livelli impensabili e, quindi, il tasso di sconto è divenuto l’unico strumento per garantire il pagamento degli interessi sul debito che altrimenti costringerebbe molti Stati a dichiarare bancarotta (ovvero a consolidare il proprio debito).

Il divieto della convertibilità delle banconote in oro e l’emissione a vuoto di banconote, ha radicalmente mutato la natura stessa della moneta. Essa è, infatti, divenuta misura relativa dei beni prodotti dalla collettività ed il suo valore è dato dalla convenzione giuridica universalmente accettata che glielo conferisce.

E’ evidentemente ingiusto un sistema in cui una merce non tassabile, il capitale monetario, genera enormi ricchezze senza produrre alcunché.

Infatti, il capitale monetario non produce ricchezza ma si appropria all’origine di ricchezza prodotta da altri nell’economia reale. Ma sarà questa un giorno a riprendere la supremazia... tutto dipende dal cittadino, dalla sua consapevolezza e dalla sua volontà di attribuire a sé e non ad altri la causa delle ingiustizie. L'uomo carnivoro mangia gli animali perché gli animali non riescono a prenderne coscienza, altrimenti non starebbero al gioco. Così l'animale sociale governatore mangia il bene del governato nella misura in cui questo secondo animale sociale non riesce a prenderne coscienza. E' una legge di natura che si chiama egoità. Non lo dico in senso morale. Se lo facessi sarebbe come attribuire cattiveria a un leone perché uccide e mangia una gazzella.

In questo sistema i valori monetari nascondono ricchezza reale. Ma la ricchezza reale viene sottratta a chi la produce e viene distribuita in maniera ineguale nel mercato finanziario, in base a rapporti di forza, non di capacità produttive. Le emissioni monetarie ed i titoli del debito pubblico sono gli strumenti a mezzo dei quali viene operata questa indebita appropriazione di ricchezza.

La moneta è un credito inesigibile nei confronti dello Stato. I titoli del debito pubblico sono crediti dei quali si può esigere il pagamento per mezzo di un credito inesigibile (ovvero le banconote)!
In pratica i titoli del debito pubblico sono come un gioco di scatole cinesi: nell'ultima scatola, dove viene promesso l'agognato tesoro, non c'è in realtà nulla.

Per questa ragione, oltre ad essere ingiusto, questo sistema è oltretutto assurdo: se per esempio depositi del denaro in banca su un conto corrente ordinario, il tasso d'interesse reale sarà probabilmente negativo. Infatti, le spese di gestione e di movimentazione del conto supereranno l'ammontare degli interessi che la banca ti riconosce sulle somme mediamente depositate. Se depositi in banca del denaro e lo tieni vincolato per un certo tempo, per es., un anno, ottieni un interesse attivo che si aggira intorno al 3-4%. Se acquisti titoli di Stato ad un anno, ottieni il medesimo tasso di interesse che la banca ti riconosce per un deposito vincolato. Infatti, la differenza di tassi tra i depositi bancari vincolati ed i titoli di Stato non supera mai lo 0,125%. In teoria, la differenza tra queste tre forme di conservazione dei propri soldi, risiede nel fatto che i denari sul conto corrente sono utilizzabili in qualunque momento, mentre i denari vincolati, no. Però questa è una differenza solo teorica. Infatti, posso liberare i denari vincolati in banca pagando una penale - che ammonterà più o meno agli interessi maturati sulla somma - oppure posso rendere liquidi i titoli di Stato vendendoli sul mercato telematico in qualunque momento e perdendo anche lì pochissimi denari. E allora che differenza c'è tra il denaro liquido, quello bancario ed i titoli di Stato?

Alla moneta considerata ufficiale si deve dunque aggiungere anche quella che viene creata dalle imprese per sopperire alla drammatica mancanza di liquidità e che ammonta a oltre due milioni di miliardi. Questa massa è composta da tutti i titoli di credito emessi da privati, che hanno anch'essi natura di moneta anche se, mancando la garanzia dello Stato, la loro accettabilità non è universale. Si tratta, in altri termini, delle ricevute bancarie, delle tratte, accettate e no, delle cambiali e degli assegni postdatati che, nonostante il divieto di emissione, chiunque abbia un minimo di dimestichezza con il mondo commerciale, sa che sono emessi in quantità.

Ovviamente, tutta questa massa di titoli è necessaria - dati i vincoli - alla circolazione della massa monetaria vera e propria - e dovrebbe essere considerata moneta anche la massa dei prodotti finanziari derivati - ma dovrebbe sparire in un sistema economico sano (Tutto ciò sarà ulteriormente approfondito).

La differenza sostanziale tra tutti questi mezzi di pagamento consiste nella loro maggiore o minore liquidità ovvero nel loro diverso grado di elasticità.

Un altro esempio: se vado dal tabaccaio a comprare le sigarette posso pagare con un paio di monete da due euro. Se mi presento con una banconota da 50 euro potrò comprare solo se il tabaccaio ha il resto di 47 o 48 euro e a maggior ragione, se gli do' una banconota da 200 euro, dovrà avere un resto di 197 o 198 euro. Se provo a pagare con un certificato di BOT di dieci milioni di lire o di 5000 euro, probabilmente il tabaccaio mi prende per matto e chiama la neuro. Al contrario, accetterà volentieri 50 monete da 0,05 euro. Se devo comprare un appartamento da 200 milioni di lire sarà difficile poter effettuare il pagamento con 100 mila monete da un euro, ancora peggio, con il corrispettivo in centesimi. Anche chi va in giro a comprare case con un camion da sedici tonnellate di nichel e di ferro è probabilmente preso per pazzo e portato nel CIM più vicino. Se invece giro all'acquirente venti BOT da dieci milioni di lire non avrò probabilmente alcuna obiezione.

Potrei anche pagare cedendo al mio venditore un credito che ho nei confronti di terzi: se si tratta di un credito nei confronti di una Banca - se cioè faccio un assegno - non ci saranno problemi, tranne la necessaria verifica dell'esistenza del credito (ovvero se sul conto i fondi ci sono ). Posso anche cedere un credito nei confronti di un privato se costui è persona o se il privato è una società abbastanza ricca e conosciuta da garantire il pagamento al venditore, mentre se il mio credito è nei confronti di un perfetto sconosciuto o di un nullatenente, il venditore probabilmente mi riderà in faccia. Insomma, le monetine e le banconote sono mediamente più elastiche dei BOT, ma ciò non toglie affatto che entrambi siano mezzi di pagamento, ciascuno preferito per l'acquisto di beni di diversa natura.

In altri termini, dopo l'abolizione degli accordi di Bretton Woods, tutte le attività liquide di una nazione svolgono una funzione monetaria.

La pressione di tutta questa massa finanziaria sull'economia reale è tale che prima o poi può generare grande esplosione. E' pertanto necessario che tale pressione sia ridotta prima che sia troppo tardi.

Gli eventi americani delle torri gemelle saranno sempre più compresi in questa luce.

E' d'altra parte possibile considerare tutta questa massa come ricchezza attuale e quindi soggetta a tassazione, riducendo, fino all'azzeramento, l'imposizione fiscale sulla produzione e sul lavoro.

La tabella qui sotto da' un'idea delle dimensioni delle attività liquide degli italiani nell'anno 1995(1).

ATTIVITA' MILIARDI DI LIRE
Oro 40.257
Banconote e monete metalliche 105.218
Depositi bancari a vista 698.748
Altri depositi 1.206.719
Titoli a breve 425.808
Crediti a breve 1.148.694
Crediti a medio e lungo termine 977.847
Titoli a medio e lungo termine 1.884.034
Riserve tecniche, fondi e altre attività 656.503
Azioni 1.329.589
Totale generale 8.473.417

Si deve considerare che la somma delle attività liquide cresce ogni anno di circa 400.000 miliardi, e che quindi oggi il totale può essere stimato in circa 10 o 11 milioni di miliardi di lire.

Per vendere un appartamento di 200 milioni posso accettare dunque vari strumenti di pagamento: il contante, nei limiti della legge che ne limita la circolazione, gli assegni circolari, gli assegni di conto corrente bancario (se mi fido dell'acquirente), i Bot o altri titoli di stato. Che differenza passa allora tra tutti questi strumenti (a parte la maggiore o minore fiducia nei confronti dell'acquirente) se non il fatto che, paradossalmente proprio lo strumento tipico di pagamento, ovvero le banconote, possono essere prese in pagamento solo con l'autorizzazione delle autorità statali?

Sia il denaro emesso in deficit pubblico, sia i titoli del debito pubblico sono messi a debito dello Stato.

Le somme sui conti correnti, a vista o a termine, sono emesse a debito del sistema bancario che è comunque garantito dallo Stato.

E allora che differenza c'è tra tutti questi strumenti?

Non c'è nessuna differenza sostanziale. Tutte le attività liquide possono essere quindi considerate denaro.

tutto sulla moneta
AGENZIA AFIMO

Bibliografia essenziale:
(1) Fonte ISTAT 1996
Domenico De Simone "UN MILIONE AL MESE PER TUTTI, Come e perché sarà introdotto il reddito di cittadinanza e tutti vivranno felici e contenti", Ed. Malatempora.

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Ma veniamo al dunque.

La quantità di denaro in circolazione consiste:

nella moneta coniata (metallo) emessa dalla banca centrale,
nei biglietti di corso legale (carta) emessi dalla banca centrale come banconote,
nei crediti concessi dalle banche a favore dei loro clienti in eccesso del valore dei biglietti di cui hanno il diritto di disporre e cioè di quelli di loro proprietà o a loro prestati da clienti per un periodo più o meno lungo (depositati in conti di risparmio non pagabili a vista come ad es. "bot", depositi a medio e lungo termine, ecc.).
Quando le banche centrali periodicamente pubblicano il valore complessivo della massa monetaria (o "circolazione fiduciaria"), la vera situazione viene nascosta: le cifre si riferiscono solo al valore dei biglietti emessi e trascurano l'ammontare dei crediti non coperti in contanti concessi dalle banche. In sostanza questo denaro è in giro, ma non viene dichiarato nel conteggio.

Tutte le banche, con la complicità della banca centrale, espandono dunque mediante moneta virtuale i loro crediti, cioè i loro "prestiti", di cui però la moneta realmente circolante comprende solo la parte minore.

Ma si tratta in realtà di "prestiti" che, non essendo coperti da contanti, non sono veri prestiti (un prestito si ha quando un essere umano si priva temporaneamente di una cosa in favore di un altro essere umano) e ciò nondimeno considerati come moneta circolante e pertanto surrettiziamente conteggiati nella base monetaria.

Il capitale quindi viene creato astrattamente - cioè dal nulla... senza alcun sacrificio - e messo in circolazione. Tale modo di procedere astratto ha sempre pesato solo su coloro che sono invece capaci di fare i sacrifici: il popolo strumentalizzato e scientificamente persuaso (anche se si tratta di manovre e procedure convenzionali si veda per esempio quanto è costata - e a chi - l'emissione della nuova moneta: "Non sorprendano, gli aumenti [dei prezzi al consumo]. L'introduzione dell'euro ha comportato costi molto elevati. Nessuno lo dice, ma stando a valutazioni riservate quanto attendibili, si collocano in una forchetta fra i 150 e i 300 mila miliardi di lire per l'intero Continente. Con una semplice divisione, se ne deduce che peseranno sui 305 milioni di eurocittadini fra il mezzo e il milione di lire. (Ovvero, fra 208 e 516 euro pro-capite). A parte conio e stampa di monete e banconote e loro distribuzione, vanno considerati i costi sostenuti dalle strutture commerciali e finanziarie per l'adeguamento delle tecnologie" - scritto dall'economista Giancarlo Galli su "Avvenire" del 3 gennaio 2002).

In ogni caso, la truffa di cui nessuno parla, consiste nel fatto che il denaro di tali emissioni, pur non essendo denaro della banca centrale ma denaro dello Stato, cioè dei cittadini, è dato ai cittadini in prestito e i cittadini lo restituiscono addirittura con gli interessi.

Ciò premesso, il "denaro di banca" o debito virtuale emesso dalle banche non è emesso in quantità costante. Quest'ultima parte da un minimo (comunque ingente) che viene di quando in quando aumentato allorché la banca centrale sia d'opinione che si stia per entrare in un "periodo di fiducia": allora i crediti vengono man mano estesi e ne risulta una graduale inflazione di denaro in circolazione.

Ciò vuol dire un andamento generale di rincaro dei prezzi che a sua volta stimola l'attività di tutti i produttori - non solo quelli che hanno ricevuto i prestiti bancari. Vi saranno infatti sia produttori che secondo i loro piani aziendali decidono di richiedere un prestito d’impresa, sia altri che decideranno di accrescere la produzione soltanto per speculare sul momentaneo rincaro dei prezzi - perché essi hanno la prospettiva di vendere con un margine più alto di profitti (dato appunto il rincaro dei prezzi). La maggior quantità di merci che viene man mano messa sui mercati non è pertanto limitata solo alla nuova produzione di quelle ditte che hanno tratto beneficio dai crediti concessi, ma anche di tutte le aziende che cercano di trarre profitti dalla situazione inflazionistica con il puro intento di vendere a prezzi più alti.

Ciò vanifica il meccanismo produttivo del libero mercato e della concorrenza il cui fine legittimamente equilibrato è quello di vendere le merci al prezzo più basso possibile, facendo aumentare in modo sano il potere d'acquisto del denaro contro ogni tentativo d'inflazione (La prima cosa che un produttore può fare per battere la concorrenza è logicamente quella di abbassare i prezzi).

Invece, il rialzo dei prezzi generato dalla suddetta manovra bancaria stimola solo la mera speculazione finanziaria. Il risultato finale è il fenomeno della cosiddetta sovrapproduzione, che significa: immissione sui mercati di una quantità eccessiva di merci che possono essere vendute solo rimettendoci. Il nuovo denaro messo in circolazione non è infatti sufficiente per acquistarle, essendo stato immesso solo per stimolare tale produzione. Così, col rincaro dei prezzi, la gente (i consumatori) non ha denaro adeguato per fare acquisti e le aziende non possono fare altro che vendere a prezzi al di sotto del costo. Quindi spesso falliscono.

E le banche… comprano: in genere le banche acquistano ciò che le aziende mettono all’incanto o svendono a causa dei fallimenti determinati dalle manovre monetarie.

A questo punto la banca centrale cambia marcia: ritira il denaro che aveva messo in circolazione, e li ritira con i relativi interessi, non facendo più prestiti in un momento in cui, dal punto di vista del processo economico, ci sarebbe invece maggiore necessità di denaro.

Il ritiro del denaro provoca allora la deflazione, ovvero un abbassamento dei prezzi per mancanza di denaro, e altrettante ditte, anche per questo motivo, sono costrette al fallimento.

E le banche… comprano: se nel caso dell’abbassamento dei prezzi alcune aziende falliscono in quanto i profitti sono inferiori alle spese, nell'altro caso, cioè con i prezzi alle stelle, le ditte falliscono perché non vendono più. Infatti i consumatori non hanno abbastanza soldi e le vendite producono un profitto talmente basso da determinare il fallimento. Così le ditte sono oltretutto costrette a diminuire la produzione riducendo i propri impiegati e causando quindi disoccupazione. Altro che art. 18!

Per la Banca centrale invece questa seconda manovra praticamente costa soltanto minori guadagni.

Quando infine, dopo sofferenze e fallimenti, le cose si ridimensionano più o meno stabilmente, la banca centrale ricomincia a diffondere la valuta nella forma di denaro di banca facendo rialzare i prezzi, che mettono in moto gli affari ed il circolo vizioso dell'euforia e dell'inflazione, seguito dalla depressione e dalla deflazione, si perpetua.

Il controllo arbitrario ed insindacabile dei governatori delle banche centrali sulla massa monetaria da' dunque il via, attraverso aumenti o riduzioni del "costo del denaro" a tale circolo vizioso.

Da tutto ciò consegue che manca la stabilizzazione dei prezzi e che soprattutto la produzione non può aumentare con ritmo regolare e costante, benché un tale aumentare - grazie all'applicazione dei moderni metodi tecnici (produzioni, vendite virtuali, globalizzazione, settori altamente tecnologici, ecc.) sia possibile.

I grandi finanzieri in realtà non vogliono l'abbondanza dei beni autentici nei quali consiste la vera ricchezza sociale, in quanto escludono a priori tale equilibrata pianificazione della produzione, in base a ragionamenti antisociali (mascherati di socialità) secondo i quali ciò porterebbe, sì, alla presenza costante sul mercato di beni e di consumatori con denaro sufficiente per acquistarli, ma limiterebbe di conseguenza la speculazione: tutti i tipi di speculazione finanziaria, dalle società finanziarie alla borsa, e ad ogni movimento di masse monetarie con il semplice scopo del lucro, tutto ciò non avrebbe infatti praticamente più l’opportunità di prosperare come di fatto invece prospera in presenza degli squilibri monetari, cioè degli squilibri tra produzione di merci e consumo. Per questo motivo dunque essi sostengono le tecniche bancarie di controllo monetario, fondate sul quasi-monopolio privato del denaro, la cui quantità non viene mai regolata secondo le reali esigenze dei produttori nel loro insieme, ma soltanto secondo le esigenze dei banchieri e di alcuni produttori favoriti dai banchieri. Mediante tali tecniche di controllo monetario, il processo economico con le sue conseguenze umane e sociali è dunque praticamente dominato dalla Banca centrale.

E' l'avvento, "scientificamente" accettato, dello squilibrio… il dominio dell'astratto sul concreto, in cui si manifesta oligarchicamente il predominio dell'interesse del singolo rispetto a quello della collettività, dove per singolo si intenda la piccola privilegiata famiglia di banchieri governatori di banche ed in primis di banche centrali, massimamente favorevoli nelle loro manovre alle multinazionali e a tutto ciò che ne deriva: commercio di OGM, commercio di armi, sfruttamento dei poveri, ecc… è il dominio insomma del ragionamento astratto, accettato dalla collettività in quanto, occupata a lavorare, non ha tempo per accorgersi di come tale astratto generi schiavitù(1) sempre più concreta e prona ad accettare di battersi in nome di un art. 18.

La risoluzione ai veri problemi sociali, intravista come attuabile in base ai risultati di studi del dr. Orsini e miei, costituirà dunque il tema del sito futuro, rispetto al quale questa pagina non vuole essere altro che una semplice prefigurazione, in quanto tutti i miei lavori ed anche la maggior parte delle mie ricerche artistiche si mossero e si muovono in quella direzione, e cioè secondo questi quattro semplici punti risolutivi:

controllo dell'emissione e della circolazione monetaria in funzione del reale processo economico, e non del movimento della massa monetaria come fanno gli attuali banchieri. Si tratta di una decisione istituzionale che spetta ai governi democratici;
abolizione della fiscalità reddituale per coloro che lavorano nella produzione di beni e servizi;
introduzione della fiscalità monetaria, attuabile con il conseguente aumento del potere d'acquisto del denaro e quindi del denaro di risparmio di tutti i cittadini;
attuazione del reddito di cittadinanza derivabile dal precedente punto.
Per tutto questo la Tobintax può servire da piccolo esempio di come sia possibile ed auspicabile arrivare a tassare il denaro non necessario per vivere, invece del lavoro nella forma del reddito; il resto del cambiamento è nel percorso progettuale.

Credo dunque che non ci sia solo un popolo impazzito, instupidito o bue. C'è anche un altro popolo, capace di prepararsi al cambiamento cambiando se stesso e sperando ancora nei nuovi colori dei "nipoti dei fiori"... è un popolo che sa ancora pensare in modo autonomo... artistico... trarre ispirazione dal luogo in cui nasce... fare arte, movendo da simboli del passato, e consegnando alla terra bellezze in modo inalterato... e così reinterpretare ancora, testimoniare, trasformare, muove e cambiare pur contrapponendosi - ma artisticamente - a ciò che è rimasto invariato nei secoli. La fusione di elementi in movimento e di elemento fermi, statici, morti quasi, e sepolti nell'indifferenza, convergono allora nelle creazioni di rari ricercatori dell'arte, artisti che non mancano all'Italia anche quando l'Italia manca loro... Così è di pensatori italiani che onorano ancora l'Italia per la loro capacità aconfessionale di essere testimoni di Dio...(2).

Ecco, ho sintetizzato in questa pagina il contenuto essenziale di una decina di libri sull'economia (da "I creatori di moneta" della Coogan a "I capisaldi dell'economia" di Steiner) grazie anche al contributo della corrispondenza con il dr. Orsini di Roma con il quale ho avuto ed ho continui scambi di idee che - anche per la mia storia - si sono rivelate e continuano a rivelarsi terapeutiche.

Non mi resta che dare il benvenuto a tutti coloro che per caso si imbatteranno
in "AGENZIA di notizie AFIMO".
"tutto sulla moneta"
AGENZIA AFIMO ( link esterno )
Ultima modifica di mr.spyder il 5 mag 2010, 18:59, modificato 1 volta in totale.
Antonio Prezia, detto spyder... anche se non è importante chi sei,ma cosa vuoi fare per cambiare il mondo.

mr.spyder
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Re: LA STORIA DELLA MONETA

Messaggioda mr.spyder » 5 mag 2010, 18:14

e ancora:

http://cronologia.leonardo.it/mondo28s.htm

SAVOIA A BOLLETTA
SALVATI DAI ROTHSCHILD
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MA CHI SONO I SOCI DELLA BANCA D'ITALIA?


LE BANCHE dei
"Fratelli" d'Italia stretti a "coorte"

(in fondo pagina: il disegno di legge 4083 - Le Banche! Ma chi vigila? Le Banche !!!)

Giornali e televisioni ogni tanto ci dicono che il popolo italiano ha un mostruoso debito pubblico, ma nessuno ci dice verso chi siamo debitori. Apparentemente la cosa non è semplice da spiegare, in effetti la spiegazione è semplicissima. Per farla capire dobbiamo tuttavia rifarci al 1861. L'anno dell'unità d'Italia.

Nel 1849 si costituiva in Piemonte la Banca Nazionale degli Stati Sardi, di proprietà privata. L'interessato Cavour che aveva infatti propri interessi in quella banca; impose al parlamento savoiardo di affidare a tale istituzione compiti di tesoreria dello Stato. Si ebbe, quindi, una banca privata che emetteva e gestiva denaro dello Stato! A quei tempi l'emissione di carta moneta veniva fatta solo dal Piemonte, al contrario il Banco delle Due Sicilie emetteva monete d'oro e d'argento. La carta moneta del Piemonte aveva anch'essa una riserva d'oro (circa 20 milioni), ma il rapporto era che ogni tre lire di carta valevano una lira d'oro. Il fatto è che, per le continue guerre che i savoiardi facevano, quel simulacro di convertibilità in oro andò a farsi benedire, sicché ancor prima del 1861 la carta moneta piemontese era diventata carta straccia per l'emissione incontrollata che se ne fece.
(ci meravigliamo poi che gli Usa, abbiano fatto la stessa cosa, quando il 15 agosto del 1971, Nixon annunciò a Camp David la decisione di sospendere la convertibilità del dollaro in oro, e l'abrogazione unilaterale degli accordi di Bretton Woods "svincolando" il dollaro dal cambio con l'oro.)

Avvenuta la conquista di tutta la penisola, i piemontesi misero le mani nelle banche degli Stati appena conquistati. Naturalmente la Banca Nazionale degli Stati Sardi divenne, dopo qualche tempo, la Banca d'Italia. Avvenuta l'occupazione piemontese fu immediatamente impedito al Banco delle Due Sicilie (diviso poi in Banco di Napoli e Banco di Sicilia) di rastrellare dal mercato le proprie monete d'oro per trasformarle in carta moneta secondo le leggi piemontesi, poiché in tal modo i Banchi (del bistrattato Sud) avrebbero potuto emettere carta moneta per un valore di 1200 milioni e così facendo sarebbero potuti diventare padroni di tutto il mercato finanziario italiano.
Invece quell'oro piano piano passò nelle casse piemontesi. Tuttavia, nonostante tutto quell'oro rastrellato al Sud, la nuova Banca d'Italia risultò non avere parte di quell'oro nella sua riserva. Evidentemente aveva preso altre vie, che erano quelle del finanziamento per la costituzione di imprese al nord operato da banche, subito costituite per l'occasione, che erano socie (!) della Banca d'Italia: Credito mobiliare di Torino, Banco Sconto e Sete di Torino, Cassa generale di Genova e Cassa di sconto di Torino.

Le ruberie operate e l'emissione non controllata della carta moneta ebbero come conseguenza che ne fu decretato già dal 1 MAGGIO 1866, il corso forzoso, cioè la lira carta non poté più essere cambiata in oro.
Da qui incominciò a nascere il Debito Pubblico: lo Stato cioè per finanziarsi iniziò a chiedere carta moneta a una banca privata. Lo Stato, quindi, a causa del genio di Cavour e soci, ha ceduto da allora la sua sovranità in campo monetario affidandola a dei privati, che non ne hanno alcun titolo (la sovranità per sua natura non è cedibile perché è del popolo e dello Stato che lo rappresenta).



MA CHI VIGILA?

Oltretutto da quando nel 1935 fu decretato definitivamente che la lira non era più ancorata all'oro, si ebbe che il valore della carta moneta derivò da allora semplicemente e unicamente dalla convenzione di chi la usa e accetta come mezzo di pagamento. La carta moneta, dunque, è carta straccia e in realtà alla Banca d'Italia (che è privata), a cui si dovrebbe pagare il debito pubblico, non si deve dare nulla. (*)

Ed è necessario, infine, ricordare che ancora oggi le quote dell'attuale Banca d'Italia sono possedute da varie Banche e da Assicurazioni, cioè enti privati su cui la Banca d'Italia dovrebbe.... vigilare.

Da tutto questo potete facilmente capire in mano a chi siamo e che, dato che la Banca d'Italia e soci azionisti hanno un immenso potere finanziario e.... politico..... qualsiasi governo in Italia conta come il due di briscola. (**)

Antonio Pagano

(*) Il debito pubblico non è il debito che i cittadini hanno con la banca, bensì il prestito che i cittadini fanno alla banca sotto forma, per lo più, di titoli di stato. I soldi con cui i cittadini comprano i titoli di stato vengono spesi dal governo o dalla banca dello stato (che come abbiamo notato sono fratello e sorella). Gli interessi del debito pubblico (che lo stato deve ai cittadini contraenti) non sono ricavati dall'investimento dei soldi che hanno acquistato i titoli, bensì dalle imposte che gravano sui cittadini tutti. Da questo punto di vista, il debito pubblico non fa altro che consolidare una fascia di creditori dello stato che si assicurano tramite i titoli comprati una rendita, che è parte delle imposte.


(**) Questo spiega, perchè quando ci sono i governi in crisi, il premier è quasi sempre un governatore della Banca d'Italia (Carli - addirittura a un certo momento assume la presidenza della Confindustria, per poi tornare al governo (assistenzialista) come ministro del Tesoro). Cioè con i "santi" al vertice delle autorità monetarie e quindi di governo.

VEDI ANCHE LA VOCAZIONE DEI SAVOIA A FARE LORO I BANCHIERI



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Se qualcuno non crede a quanto detto sopra

ANDIAMO ALLA FONTE UFFICIALE
ANNO 2003
http://www.senato.it/att/ddl/r4083p.htm
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Senato - Disegno di legge 4083 (testo presentato)



ONOREVOLI SENATORI. - La costruzione dell'Unione europea, l'introduzione dell'Euro quale moneta comune tra i Paesi membri e la creazione di un Sistema europeo di banche centrali impongono di guardare con rinnovato interesse al ruolo ed ai compiti che la Banca d'Italia, in qualità di banca centrale del nostro Paese, dovrà svolgere.
Infatti, a partire dal 1º gennaio 1999 i Paesi che come l'Italia partecipano all'Unione economica e monetaria (UEM), hanno perso la sovranità monetaria che é stata trasferita, congiuntamente alla politica del cambio, alla Banca centrale europea (BCE) e al Sistema europeo delle banche centrali (SEBC).
L'integrazione della Banca d'Italia nell'ambito del Sistema europeo di banche centrali rende la stessa partecipe delle scelte relative alla determinazione ed all'attuazione della politica monetaria dell'Europa che, come obiettivo principale, persegue il mantenimento della stabilità dei prezzi.
A questo si aggiunga che, in considerazione della consolidata organizzazione e presenza territoriale, tutte le banche centrali nazionali saranno chiamate a svolgere importanti compiti di natura operativa al fine di realizzare l'obiettivo della stabilità dei prezzi e di esercitare la vigilanza sul sistema bancario. Pertanto alla Banca d'Italia compete, su autorizzazione della Banca centrale europea, l'emissione di banconote in ambito nazionale.

Per comprendere l'importanza di tale funzione, occorre pensare al fatto che la regolazione dei flussi monetari é finalizzata a non lasciare inattive le risorse economiche per mancanza di mezzi monetari e a non far circolare moneta in quantità superiore alle reali necessità del sistema controllando cosí i fenomeni inflazionistici nel breve e soprattutto nel medio periodo. L'assolvimento di questo compito porta prioritariamente all'obiettivo del mantenimento della stabilità del potere di acquisto della moneta e, fermo restando tale obiettivo, alla promozione dello sviluppo economico, all'attenuazione degli effetti economici congiunturali e alla massima occupazione delle forze di lavoro disponibili. Ovviamente, il contemporaneo perseguimento di questi obiettivi puó risultare contraddittorio, per cui é necessario adattare l'azione dell'istituto alle mutevoli prospettive dei fenomeni economici. É quindi evidente che il ruolo di fatto svolto dalla Banca d'Italia, anche al di là delle puntuali previsioni normative, riveste un'importanza primaria nello svolgimento dell'azione pubblica.

* * *

Nonostante l'evidente interesse pubblico e nazionale del ruolo della Banca d'Italia, essa ha conservato per molti aspetti l'originaria struttura societaria privatistica, specie con riferimento al proprio capitale.

* * *

La disciplina vigente sull'ordinamento della Banca d'Italia é ancora oggi contenuta in fonti normative precedenti rispetto alla Costituzione della Repubblica italiana.
I principali testi che regolano la materia sono:


1) l'articolo 1 del testo unico di legge sugli Istituti d'emissione e sulla circolazione dei biglietti di Banca, approvato con il regio decreto 28 aprile 1910, n. 204, il quale, nel testo originario, attribuiva la competenza ad emettere biglietti di banca o altri titoli equivalenti - oltre che al Banco di Napoli e al Banco di Sicilia - alla Banca d'Italia, "con capitale nominale di 240 milioni, diviso in 300 mila azioni nominative di lire 800 ciascuna". Va ricordato che sarà solo con il regio decreto 6 maggio 1926, n. 812, che il servizio di emissione dei titoli di banca verrà unificato;
2) l'articolo 20 del regio decreto-legge 12 marzo 1936, n. 375, che ha introdotto la qualifica di "istituto di diritto pubblico" per la Banca d'Italia. Lo stesso articolo ha modificato la disciplina relativa al capitale, disponendo che il capitale della Banca d'Italia fosse di trecento milioni di lire e che fosse rappresentato da trecentomila quote di mille lire ciascuna, interamente versate. Ai fini della tutela del pubblico credito e della continuità di indirizzo dell'istituto di emissione, il terzo comma dell'articolo in esame prevede che le quote di partecipazione al capitale siano nominative e possano appartenere solamente a:

casse al risparmio;
istituti di credito e banche di diritto pubblico;
istituti di previdenza;
istituti di assicurazione;


3) gli articoli 1 e 3 dello statuto della Banca d'Italia, approvato con il regio decreto 11 giugno 1936, n. 1067, che costituiscono la normativa vigente, per cui vengono riportati per intero.


L'articolo 1 recita: "La Banca d'Italia é un istituto di diritto pubblico, ai sensi del regio decreto-legge 12 marzo 1936, n. 375. Essa esercita funzioni bancarie, puó emettere titoli al portatore e quale unico istituto di emissione, emette biglietti nei limiti e con le norme stabilite dalla legge.
Nel suo nuovo ordinamento la Banca d'Italia riassume tutte indistintamente le attività, i diritti, i privilegi e le passività, gli obblighi e gli impegni dell'Istituto creato con la legge 10 agosto 1893, n. 449".
L'articolo 3 dello statuto, nel testo modificato dal decreto del Presidente della Repubblica 6 marzo 1992 (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 75 del 30 marzo 1992), prevede a sua volta che: "Il capitale della Banca d'Italia é di 300 milioni di lire rappresentato da quote di partecipazione di lire mille ciascuna.
Le dette quote sono nominative e non possono essere possedute se non da:


a) casse di risparmio;
b) istituti di credito di diritto pubblico e banche di interesse nazionale;
c) società per azioni esercenti attività bancaria risultanti dalle operazioni di cui all'articolo 1 del decreto legislativo 20 novembre 1990, n. 356;
d) istituti di previdenza;
e) istituti di assicurazione.


Le quote di partecipazione possono essere cedute, previo consenso del Consiglio superiore, solamente da uno ad altro ente compreso nelle categorie indicate nel comma precedente. In ogni caso dovrà essere assicurata la permanenza della partecipazione maggioritaria al capitale della Banca d'Italia da parte di enti pubblici o di società la cui maggioranza delle azioni con diritto di voto sia posseduta da enti pubblici".
Da ultimo l'articolo 27 del decreto legislativo 17 maggio 1999, n. 153 (Disciplina civilistica e fiscale degli enti conferenti di cui all'articolo 11, comma 1, del decreto legislativo 20 novembre 1990, n. 356, e disciplina fiscale delle operazioni di ristrutturazione bancaria, a norma dell'articolo 1 della legge 23 dicembre 1998, n. 461) ha incluso le fondazioni bancarie, i cui statuti sono stati adeguati ai sensi dell'articolo 28, comma 1, tra i soggetti che possono partecipare al capitale della Banca d'Italia a condizione che:


a) abbiano un patrimonio almeno pari a 50 miliardi;
b) operino secondo quanto previsto dai rispettivi statuti, in almeno due province ovvero in una delle province autonome di Trento e Bolzano;
c) prevedano nel loro ordinamento la devoluzione ai fini statutari nei settori rilevanti di una parte di reddito superiore al limite minimo stabilito dall'Autorità di vigilanza ai sensi dall'articolo 10.


In termini riassuntivi, le quote di partecipazione al capitale della banca possono appartenere - oltre che a casse di risparmio, a istituti di diritto pubblico e banche di interesse nazionale, a istituti di previdenza e a istituti di assicurazione - anche a società per azioni esercenti attività bancaria, risultanti dalle operazioni di trasformazione delle casse di risparmio e degli istituti di credito di diritto pubblico di cui all'articolo 1 del decreto legislativo 20 novembre 1990, n. 356, recante disposizioni per la ristrutturazione e per la disciplina del gruppo creditizio, ovvero alle fondazioni bancarie.
Occorre a questo proposito sottolineare che le fondazioni hanno natura eminentemente privatistica cosí come stabilito dall'articolo 2 del decreto legislativo laddove vengono definite "persone giuridiche private senza fine di lucro, dotate di piena autonomia statutaria e gestionale".

Ai partecipanti viene distribuito un dividendo - non superiore al 6 per cento del capitale nominale - sugli utili prodotti dall'istituto, dopo l'accantonamento al fondo di riserva ordinaria di una quota massima del 20 per cento. Col residuo possono essere costituite eventuali riserve straordinarie, nel limite del 20 per cento degli utili complessivi. Ai partecipanti puó essere distribuito, ad integrazione del dividendo, un ulteriore importo non eccedente il 4 per cento del capitale. La restante somma é devoluta allo Stato (articolo 54 dello Statuto).
La situazione del capitale della Banca centrale é stata oggetto di piú atti di sindacato ispettivo, a cominciare dalla interpellanza 2-00016 a firma dell'onorevole Nesi, a cui il Governo ha risposto nella seduta dell'Assemblea della Camera dei deputati del 27 giugno 1996. Si ricordano, inoltre, le analoghe iniziative di sindacato ispettivo dell'onorevole Giorgetti (interrogazione a risposta orale 3-00501), dell'onorevole Martinelli (interrogazione a risposta scritta 4-04001) e del senatore Wilde (interrogazione a risposta scritta 4-01918), a cui il Governo ha sempre fornito una risposta pressochè identica a quella esposta nella ricordata seduta del 27 giugno 1996. In quell'occasione, il rappresentante del Ministero del tesoro, rifacendosi ai dati forniti in occasione della relazione del Governatore presentata il 31 maggio 1996 all'assemblea dei partecipanti, ha chiarito che il capitale della Banca era ripartito fra 94 azionisti, 87 dei quali con diritto di voto. Tra i soci con diritto di voto, rientravano a quella data 79 società bancarie (84,5 per cento del capitale sociale), un istituto di previdenza (5 per cento del capitale sociale) e 7 istituti di assicurazione (10,5 per cento del capitale sociale).

Fra i predetti partecipanti al capitale, a parte il caso della Cassa di risparmio di San Marino che comunque non aveva diritto di voto, undici società bancarie ed assicurative risultavano in prevalenza private e ad esse faceva capo il 15,89 per cento del capitale della Banca, trasformato in quote con diritto di voto (17,84 per cento).
Il rappresentante del Tesoro, nella stessa occasione, aggiunse che "l'autonomia dell'istituto, nello svolgimento delle funzioni pubbliche assegnategli dalla legge, non discende dall'appartenenza del capitale della Banca all'area pubblica ovvero privata, ancorchè la prevalenza pubblicistica venga conservata dall'articolo 3 prima richiamato. Essa é, invece, assicurata dalla ripartizione dei poteri tra gli organi amministrativi e direttivi dell'ente. Ai primi, espressione dell'assemblea dei partecipanti al suo capitale, l'ordinamento affida l'amministrazione e la gestione dell'ente, mentre riserva ai secondi i poteri per l'esercizio delle funzioni istituzionali di emissione, di governo della moneta e di vigilanza sul sistema finanziario".

* * *

Già in sede di replica, segnalammo che, quale che sia il capitale della Banca d'Italia la sua proprietà non é mai indifferente rispetto all'azione della Banca e all'interesse generale del Paese. Del resto, se l'autonomia dell'istituto non fosse legata all'assetto proprietario del suo capitale, non avrebbero senso le previsioni del suo statuto volte a mantenere in mano pubblica la maggioranza delle quote del capitale.
Non a caso, la disciplina dei maggiori Paesi stranieri é univoca nel senso di mantenere in capo al soggetto pubblico il controllo del capitale delle banche centrali.
In Francia, la legge 4 agosto 1993, n. 980, precisa all'articolo 6 che la Banca di Francia é un'istituzione il cui capitale appartiene allo Stato. In Gran Bretagna, il Bank of England Act del 1946, che non é stato mai modificato, stabilisce che l'intero ammontare in azioni del capitale della Banca d'Inghilterra viene trasferito, libero da ogni peso, ad un soggetto nominato dal Tesoro inglese, per essere detenuto dalla stessa persona per conto del Tesoro. In Germania, lo statuto della Deutsche Bundesbank del 26 luglio 1957 stabilisce che la Bundesbank é una persona giuridica federale di diritto pubblico e il suo capitale appartiene allo Stato federale. Anche negli Stati Uniti, la Federal Reserve, pur avendo uno statuto atipico ed essendo di proprietà delle banche federali, puó essere considerata, sulla base del combinato disposto delle leggi che regolano la materia, una vera e propria banca pubblica.

* * *
In Italia, come stabilito nel 1936, le casse di risparmio hanno sino a poco tempo fa posseduto la maggioranza del capitale della Banca d'Italia. Questo é, tra l'altro, il motivo per cui, dopo la relazione annuale del Governatore del 31 maggio, prende la parola il presidente dell'associazione nazionale delle casse di risparmio. Ma ció aveva ragione di esistere quando le casse di risparmio erano pubbliche. Adesso non é piú cosí: nella tabella dove sono elencate le quote di partecipazione al capitale, non si parla piú delle casse di risparmio.
Nella tabella, da qualche anno si legge infatti che il capitale di maggioranza della Banca appartiene a società per azioni esercenti attività bancaria, a seguito delle operazioni di trasformazione delle casse di risparmio e degli istituti di credito di diritto pubblico di cui all'articolo 1 del decreto legislativo n. 356 del 1990, ossia a seguito della privatizzazione di tali istituti.

Se é vero che l'articolo 3 dello statuto stabilisce che in ogni modo per la maggioranza del capitale della Banca d'Italia debba essere assicurata la partecipazione di enti pubblici o di società la cui maggioranza delle azioni con diritto di voto sia a sua volta posseduta da enti pubblici, cosa accadrà quando tutto il sistema delle casse di risparmio sarà diventato privato? Che valore avrà la norma statutaria dinanzi alla trasformazione in società per azioni degli operatori finanziari, assicurativi e di previdenza? Inoltre, quali conseguenze avranno sugli assetti proprietari della Banca d'Italia i processi di fusione, di trasformazione attualmente in atto nel sistema bancario italiano ed europeo?
La necessità di salvaguardare l'autonomia della banca centrale porta quindi alla conclusione che sia necessario fissare per legge il principio per cui il capitale della Banca d'Italia deve essere integralmente pubblico, come già previsto in Germania, in Francia e in Inghilterra.

* * *

Il presente disegno di legge all'articolo 1 attribuisce al Ministero del tesoro, del bilancio e della programmazione economica la titolarità dell'intero capitale della Banca d'Italia, prevedendo altresí la incedibilità delle quote di partecipazione.
L'articolo 2 delega il Governo ad emanare, entro un anno dalla entrata in vigore della legge, un decreto attuativo avente ad oggetto le modalità di rimborso delle quote di partecipazione al capitale della Banca d'Italia. Le quote devono essere rimborsate avendo riguardo al valore nominale delle stesse ed alla media degli utili netti assegnati ai partecipanti negli ultimi cinque anni.
L'articolo 3 contiene le disposizioni relative alla nuova composizione del Consiglio superiore della Banca. I consiglieri, debbono essere eletti in numero di tredici, di cui dodici dal Parlamento in seduta comune ed uno dalla Conferenza per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, disciplinata dal decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281.
I membri del Consiglio superiore devono essere scelti secondo criteri di onorabilità, professionalità e competenza e devono avere maturato un'esperienza complessiva non inferiore a venti anni in materia monetaria, finanziaria e del credito.
Le norme riguardanti la nomina del Consiglio superiore sono estremamente solenni e rigide. Solenni perchè prevedono una modalità di elezione quale il Parlamento in seduta comune che rende l'idea dell'estrema importanza delle nomine stesse (fatto eccezionale nella legislazione delle istituzioni del Paese). Rigide perchè limitano la scelta a persone che per età e per storia professionale abbiano maturato un'esperienza di alto livello.
Viene poi istituita una Commissione bicamerale avente compiti di vigilanza sull'attività del Consiglio. Il governatore é tenuto a relazionare la Commissione sull'operato e sulle attività svolte dal Consiglio almeno una volta ogni sei mesi.
L'articolo 4 richiama le disposizioni di nomina e revoca del governatore contenute nell'articolo 19 dello statuto della Banca d'Italia e le mantiene invariate. In tal modo si intende ereditare l'attuale sistema in grado di garantire la piena indipendenza del Governatore come previsto dai trattati comunitari.
L'articolo 5 infine dispone che l'adeguamento dello statuto della Banca sia deliberato dal nuovo Consiglio entro tre mesi dal suo insediamento ed approvato con decreto del Presidente della Repubblica.


QUOTE DI PARTECIPAZIONE AL CAPITALE:
Porzione di testo non disponibile

http://www.senato.it/att/ddl/r4083p.htm

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Curiosamente, chissà perché, in rete manca la parte più interessante, cioè la composizione societaria
QUINDI COME DETTO SOPRA, NON SAPPIAMO CHI SONO I PROPRIETARI DELLA BANCA D'ITALIA.
Ma qualcosa si sa (*). Ed è abbastanza singolare. Anzi anomalo. Dei 77 soci, quattro maggiori gruppi bancari ( proprio quelli ultimamente coinvolti nelle incredibili vicende dei risparmiatori italiani) detengono il 66,6 % del capitale sociale di Bankitalia, cioè l'istituto che dovrebbe essere preposto al controllo delle banche stesse.
Dire in certi "salotti dell'alta finanza" a chi spetta il controllo dev'essere piuttosto imbarazzante. E dirlo dentro gli ambienti politici lo è ancora di più (sembra proprio che nessuno voglia fare chiarezza - nonostante tanti strepitio di voci)

(*) Banca Intesa, cioè la più grande banca italiana "possiede la maggioranza relativa delle quote di partecipazione in Via Nazionale" e lo dice lo stesso Giovanni Bazoli presidente della Intesa con l'abito di maggior socio. "Qualcuno ha ravvisato una grave anomalia nella singolarità dell'assetto istituzionale che vede il capitale della banca centrale detenuto da istituti soggetti alla sua vigilanza".
Una governance che dà vita a un conflitto di interessi. Ma, prosegue Bazoli:
"E' sufficiente osservare che tale assetto proprietario non consente ai partecipanti di esercitare la minima interferenza nè sulla composizione degli organi di vertice, nè sulla gestione. La struttura di governo di Banca d'Italia è tale da garantire una rigida separazione tra proprietà formale e poteri effettivi".

La cosa è abbastanza singolare, e se qualcuno ha "ravvisato" che è una "grave anomalia" non c'è da meravigliarsi. Un "padrone" si comporta sempre da padrone. E non ha bisogno di palesarlo. Soprattutto se ha il "coltello per il manico" (i crediti).

Si parla tanto di "riforme" ma i vertici "padronali" premono per una "autoriforma" fatta in casa (cioè fatta dal "padrone" della "casa")
"Che tipo di Riforma? Deve cambiare la proprietà. Non può essere di proprietà delle banche, di fatto i vigilati sono alla fine dei conti i padroni" (il Ministro Alemanno in una intervista al Corriere d.S.)

"C'è un'idea della Banca d'Italia assolutamente sorpassato; continuano a funzionare come se fossimo a 10 o a 20 anni fa, quando le quote del Tesoro erano in passato in mano alle banche che erano però pubbliche, mentre oggi sono private. Va evitato il conflitto d'interesse fra controllante e controllore. Il capitale della Banca d'Italia dev'essere esplicitamente pubblico" (il Seg. Gen. della Cgil Epifani in una intervista al Corriere d.S.)

Prima o poi ne vedremo delle belle! O forse (dopo tanto baccano) si ritornerà agli "opportuni (e opportunistici) silenzi". O al massimo all'autoriforma, mantenendo integro l'autogoverno, l'autogestinone, l'autocrazia, e quindi la vigilanza (sic!) dei conti dei propri padroni.


(*) vedi tabella recentemente pubblicata dall'ufficio studi e ricerche di Mediobanca.
Apparsa su "Il Gazzettino" del 28-1-2004)
La lista compare nelle pagine di "IL SISTEMA MONETARIO OGGI? UN INFERNO ! " (vedi link sotto)

http://cronologia.leonardo.it/biogra2/moneta.htm


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il testo sopra citato non è recentissimo (non è datato),ma successivo al 2004...
ora i partecipanti al capitale della banca d'Italia si conoscono:

http://www.bancaditalia.it/bancaditalia ... rtecipanti (aggiornato al 25/06/2009)
'Italia.pdf
(54.17 KiB) Scaricato 72 volte


ps:ovviamente i "più" ( :? ) sanno che l'articolo 3 della banca d'Italia è cambiato,

per "quei pochi" che ancora non lo sapessero:

http://www.signoraggio.com/signoraggio_ ... atuto.html

....serve altro ai detrattori della causa?
Ultima modifica di mr.spyder il 17 giu 2010, 0:33, modificato 2 volte in totale.
Antonio Prezia, detto spyder... anche se non è importante chi sei,ma cosa vuoi fare per cambiare il mondo.

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MrDrago88

Re: LA STORIA DELLA MONETA

Messaggioda MrDrago88 » 16 giu 2010, 18:12

::
Ciò premesso, il "denaro di banca" o debito virtuale emesso dalle banche non è emesso in quantità costante. Quest'ultima parte da un minimo (comunque ingente) che viene di quando in quando aumentato allorché la banca centrale sia d'opinione che si stia per entrare in un "periodo di fiducia": allora i crediti vengono man mano estesi e ne risulta una graduale inflazione di denaro in circolazione.

Ciò vuol dire un andamento generale di rincaro dei prezzi che a sua volta stimola l'attività di tutti i produttori - non solo quelli che hanno ricevuto i prestiti bancari. Vi saranno infatti sia produttori che secondo i loro piani aziendali decidono di richiedere un prestito d’impresa, sia altri che decideranno di accrescere la produzione soltanto per speculare sul momentaneo rincaro dei prezzi - perché essi hanno la prospettiva di vendere con un margine più alto di profitti (dato appunto il rincaro dei prezzi). La maggior quantità di merci che viene man mano messa sui mercati non è pertanto limitata solo alla nuova produzione di quelle ditte che hanno tratto beneficio dai crediti concessi, ma anche di tutte le aziende che cercano di trarre profitti dalla situazione inflazionistica con il puro intento di vendere a prezzi più alti.

Ciò vanifica il meccanismo produttivo del libero mercato e della concorrenza il cui fine legittimamente equilibrato è quello di vendere le merci al prezzo più basso possibile, facendo aumentare in modo sano il potere d'acquisto del denaro contro ogni tentativo d'inflazione (La prima cosa che un produttore può fare per battere la concorrenza è logicamente quella di abbassare i prezzi).

Invece, il rialzo dei prezzi generato dalla suddetta manovra bancaria stimola solo la mera speculazione finanziaria. Il risultato finale è il fenomeno della cosiddetta sovrapproduzione, che significa: immissione sui mercati di una quantità eccessiva di merci che possono essere vendute solo rimettendoci. Il nuovo denaro messo in circolazione non è infatti sufficiente per acquistarle, essendo stato immesso solo per stimolare tale produzione. Così, col rincaro dei prezzi, la gente (i consumatori) non ha denaro adeguato per fare acquisti e le aziende non possono fare altro che vendere a prezzi al di sotto del costo. Quindi spesso falliscono.

E le banche… comprano: in genere le banche acquistano ciò che le aziende mettono all’incanto o svendono a causa dei fallimenti determinati dalle manovre monetarie.

A questo punto la banca centrale cambia marcia: ritira il denaro che aveva messo in circolazione, e li ritira con i relativi interessi, non facendo più prestiti in un momento in cui, dal punto di vista del processo economico, ci sarebbe invece maggiore necessità di denaro.

Il ritiro del denaro provoca allora la deflazione, ovvero un abbassamento dei prezzi per mancanza di denaro, e altrettante ditte, anche per questo motivo, sono costrette al fallimento.

E le banche… comprano: se nel caso dell’abbassamento dei prezzi alcune aziende falliscono in quanto i profitti sono inferiori alle spese, nell'altro caso, cioè con i prezzi alle stelle, le ditte falliscono perché non vendono più. Infatti i consumatori non hanno abbastanza soldi e le vendite producono un profitto talmente basso da determinare il fallimento. Così le ditte sono oltretutto costrette a diminuire la produzione riducendo i propri impiegati e causando quindi disoccupazione. Altro che art. 18!

Per la Banca centrale invece questa seconda manovra praticamente costa soltanto minori guadagni.

Quando infine, dopo sofferenze e fallimenti, le cose si ridimensionano più o meno stabilmente, la banca centrale ricomincia a diffondere la valuta nella forma di denaro di banca facendo rialzare i prezzi, che mettono in moto gli affari ed il circolo vizioso dell'euforia e dell'inflazione, seguito dalla depressione e dalla deflazione, si perpetua.

Il controllo arbitrario ed insindacabile dei governatori delle banche centrali sulla massa monetaria da' dunque il via, attraverso aumenti o riduzioni del "costo del denaro" a tale circolo vizioso.



Questo però è scopiazzato da "Giustizia Sociale", di Barnes.... :-)

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MrDrago88

Re: LA STORIA DELLA MONETA

Messaggioda MrDrago88 » 16 giu 2010, 18:21

Questo però è importante....

::
Da tutto ciò consegue che manca la stabilizzazione dei prezzi e che soprattutto la produzione non può aumentare con ritmo regolare e costante, benché un tale aumentare - grazie all'applicazione dei moderni metodi tecnici (produzioni, vendite virtuali, globalizzazione, settori altamente tecnologici, ecc.) sia possibile.

I grandi finanzieri in realtà non vogliono l'abbondanza dei beni autentici nei quali consiste la vera ricchezza sociale, in quanto escludono a priori tale equilibrata pianificazione della produzione, in base a ragionamenti antisociali (mascherati di socialità) secondo i quali ciò porterebbe, sì, alla presenza costante sul mercato di beni e di consumatori con denaro sufficiente per acquistarli, ma limiterebbe di conseguenza la speculazione: tutti i tipi di speculazione finanziaria, dalle società finanziarie alla borsa, e ad ogni movimento di masse monetarie con il semplice scopo del lucro, tutto ciò non avrebbe infatti praticamente più l’opportunità di prosperare come di fatto invece prospera in presenza degli squilibri monetari, cioè degli squilibri tra produzione di merci e consumo. Per questo motivo dunque essi sostengono le tecniche bancarie di controllo monetario, fondate sul quasi-monopolio privato del denaro, la cui quantità non viene mai regolata secondo le reali esigenze dei produttori nel loro insieme, ma soltanto secondo le esigenze dei banchieri e di alcuni produttori favoriti dai banchieri. Mediante tali tecniche di controllo monetario, il processo economico con le sue conseguenze umane e sociali è dunque praticamente dominato dalla Banca centrale.

sandropascucci
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Re: LA STORIA DELLA MONETA

Messaggioda sandropascucci » 28 set 2010, 12:20

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Alessandro Bono

Re: LA STORIA DELLA MONETA

Messaggioda Alessandro Bono » 28 set 2010, 12:30

Simpatico, ma, secondo me, sbagliato.

Ritengo, infatti, che "Moneta" sia il termine dal significato più ampio.

"Per moneta si intende ogni oggetto materiale o entità astratta che svolga le funzioni di:

* misura del valore (moneta come unità di conto);
* mezzo di scambio nella compravendita di beni e servizi (moneta come strumento di pagamento);
* fondo di valore (moneta come riserva di valore);
* riferimento per pagamenti dilazionati (funzione implicita nelle tre precedenti)."


(http://it.wikipedia.org/wiki/Moneta)

Alla luce di questa definizione (praticamente identica a quella presente anche nei miei libri universitari) una frase del genere non ha senso:

"Poi, però, esiste anche il denaro che non è moneta, ossia mezzi di pagamento accettati dal mercato anche se non emessi dallo stato."

E' quando dice:

"È necessario fare un'importante distinzione tra il concetto di denaro e quello di moneta.

Il denaro è il circolante accettato del mercato, ossia da tutti, in un distinto periodo storico. I gettoni telefonici, i miniassegni degli anni settanta, le caramelle date di resto al bar, le hours di Ithaca (N.Y.) sono un esempio di denaro. In antichità, prima della nascita della moneta in senso stretto, il denaro era costituito da svariate tipologie di oggetti e non solo: semi di cacao, conchiglie, barrette di ferro, spiedi, sale (da cui "salario") e così via.

La moneta (in senso stretto) è il circolante emesso dallo stato in un distinto periodo storico. La moneta quindi fa parte della categoria del denaro fino a quando viene accettata dal mercato. Le monete fuori corso e le monete svalutate non sono più denaro in quanto nessuno le accetta."


che wikipedia fa una sua aggiunta personale di cui non ho trovato riscontro sui testi e su cui, probabilmente, si è basato l'autore dell'articolo. C'è anche una contraddizione interna poiché viene limitato quanto affermato precedentemente ("ogni oggetto materiale o entità astratta...")

Gli stessi aggregati monetari comprendo mezzi di pagamento che non hanno nulla a che fare con quanto emesso dallo Stato (quindi la sola moneta metallica).

Così come il SIMEC era una "moneta sostitutiva" e lo SCEC è una "moneta complementare" e non "denaro".

Allo stesso modo la definizione di "denaro" che è possibile trovare nei dizionari di italiano (http://www.dizionario-italiano.it/defin ... a=D01C1400) si riferisce solo a quella parte di moneta costituita da moneta metallica e cartacea (M0 , per capirci).

Da vedere anche la definizione di wikipedia (quindi un copia/incolla dei libri di testo...) che nel riferirsi al concetto di "denaro" fa continuamente riferimento a quelle forme di moneta istituzionalizzate dal mercato stesso escludendo quelle atipiche come le caramelle o i gettoni telefonici.

http://it.wikipedia.org/wiki/Denaro

Comunque, basta mettersi d'accordo...

mr.spyder
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Re: LA STORIA DELLA MONETA

Messaggioda mr.spyder » 22 dic 2012, 11:52

da qui: http://www.teocollector.com/naturamoneta.htm
(neretto e sottolineature mie)
!
LA NATURA DELLA MONETA

Per poter comprendere come sia possibile realizzare la fiscalità monetaria è necessario indagare sulla reale natura della moneta nelle economie contemporanee.

La moneta nasce come una merce le cui caratteristiche di grande duttilità e fungibilità ne consentono l’utilizzazione prevalente per l’attività di scambio. Una moneta d’oro equivaleva a cinque pecore, due cavalli o trenta medimni di grano (a seconda della maggiore o minore scarsità di pecore, cavalli o grano) ed era pertanto agevole portare con sé grandi quantità di questi e degli altri pochi generi di beni disponibili sotto forma di oro cosa che facilitava enormemente gli scambi di merci.

In un contesto di scarsità generale delle merci l’andamento dei prezzi tendeva al rialzo in periodi di maggiore scarsità ed al ribasso in periodi di relativa abbondanza mantenendo, però, un sostanziale equilibrio nel senso che ad una determinata quantità di oro (sotto forma di moneta) corrispondeva nel lungo periodo in media una determinata quantità di beni di ciascun genere (12). La conquista delle Americhe e la grande importazione d’oro operata dalla Spagna nel periodo successivo produssero un incremento del prezzo dei beni (13) (la cui scarsità era rimasta costante) ed una sostanziale inflazione della moneta aurifera ma in sostanza la natura della moneta non ha subito mutamenti sostanziali sino all’invenzione della moneta cartacea.

Poco prima della rivoluzione francese la Banca d’Inghilterra cominciò ad emettere certificati per importi di metalli preziosi pari al valore di quelli depositati presso le sue casse. Questi certificati erano sempre convertibili nell’oro o negli altri metalli fisicamente esistenti presso i forzieri della Banca, ma la loro circolazione era più agevole e molto più sicura dell’oro stesso, sempre esposto ai rischi di eventi delittuosi. Molti altri paesi seguirono l’esempio dell’Inghilterra e nacquero così le varie monete in forma cartacea.

Naturalmente tutti rispettavano in qualche misura il principio della convertibilità finché la crisi del ’29 non mise in evidenza che la grande capacità produttiva dei paesi anglosassoni, di gran lunga superiore a quella degli altri paesi europei, generava scarsità di oro e di altri metalli preziosi e quindi scarsità di moneta. Questo squilibrio tra la quantità di oro e di relativa moneta in circolazione e la massa di beni prodotta soprattutto dagli Stati Uniti si tradusse in crisi di sovrapproduzione negli stessi Stati Uniti le cui industrie non riuscivano più a vendere i propri prodotti a causa della fisica impossibilità degli Stati di emettere moneta per l’esaurimento delle riserve di oro e di altri preziosi.

Per uscire dalla crisi gli Stati cominciarono ad emettere moneta senza corrispettivo in preziosi o altre valute nelle proprie casse allo scopo di cercare di rivitalizzare le proprie economie. Ovviamente furono anche emanate norme che vietavano la conversione della moneta in oro o altri preziosi poiché tale corrispondenza veniva sostanzialmente a mancare. Naturalmente questa stampa di banconote a vuoto generava inflazione nella misura in cui la massa monetaria diveniva maggiore dei beni in circolazione e produceva un generale rialzo dei prezzi scatenando spirali inflazionistiche che in Europa furono tenute sotto controllo solo a mezzo di una feroce repressione attuata dalle dittature che salirono al potere tra le due guerre mondiali. Allo stesso tempo i governi cominciarono ad emettere titoli di debito pubblico in misura consistente a mezzo dei quali finanziarono soprattutto la costruzione di grandi infrastrutture di pubblica utilità che consentirono un generale salto di qualità del sistema economico. L’inflazione venne controllata a mezzo di una sostanziale riduzione dei salari, mentre le eccedenze della massa monetaria che il sistema produceva vennero utilizzate, oltre che per le opere pubbliche, per l’industria delle armi nella convinzione che le conquiste territoriali avrebbero consentito la necessaria redistribuzione delle ricchezze tra i popoli.

Nel dopoguerra la politica di deficit di bilancio (così viene chiamata la stampa di moneta senza corrispettivo) ha caratterizzato la politica economica di tutti i governi del mondo al punto che le riserve aurifere sono divenute una porzione insignificante dei beni fronte della massa monetaria. Al sistema della convertibilità di tutte le monete in oro o altri preziosi venne sostituito, con gli accordi di Bretton Woods, il sistema della convertibilità delle monete nel dollaro americano che solo manteneva un rapporto con l’oro. Per evitare eccessivi squilibri tra le monete venne istituito il Fondo Monetario Internazionale alla cui creazione contribuirono essenzialmente gli Stati Uniti e l’Inghilterra ma al quale aderirono praticamente tutti gli Stati del mondo poiché solo in quel modo era possibile garantire la convertibilità della propria moneta e quindi l’accesso al mercato mondiale.

Il FMI interveniva a mezzo di prestiti a medio e lungo termine per mantenere l’equilibrio tra le monete dei vari Stati ed evitare tensioni e speculazioni eccessive sui mercati valutari. Questo sistema ha prodotto due effetti: da un lato ha indotto gli Stati a convertire le proprie riserve in dollari americani - e ciò ha consentito agli americani di stamparne in quantità incontrollata poiché il valore della banconota era sostenuto artificialmente dall’eccesso di domanda - dall’altro ha incrementato a dismisura la massa monetaria mondiale. In alcuni paesi, politicamente deboli ed economicamente in crescita, negli anni ’60, l’eccessivo incremento della massa monetaria ha prodotto violente ondate inflattive che hanno a loro volta determinato riflusso economico e tensioni sociali e politiche. A determinare queste situazioni, ovviamente, non è stato estraneo il FMI che ha gestitola propria politica di credito con criteri principalmente politici, ma complessivamente il sistema ha funzionato finché l’economia mondiale è stata in crescita, ovvero sino alla prima grande crisi petrolifera del 1972. Le restrizioni operate a seguito della crisi e la generale necessità di valuta hanno determinato allora la crisi del dollaro e la conseguente abolizione del sistema della convertibilità istituito con gli accordi di Bretton Woods.

Da allora il valore delle monete, svincolato da un qualsivoglia legame sia pure indiretto con l’oro o altri preziosi, è stato determinato solo in funzione dei rapporti politici e dei rapporti di forza sul mercato valutario. La continua crescita della massa monetaria comporta una progressiva riduzione della funzione politica di controllo delle monete. Di fatto oggi è il mercato che stabilisce il rapporto di forza tra le valute e nel mercato perdono progressivamente di peso gli interventi delle banche centrali e degli Stati poiché è aumentato in maniera rilevantissima il numero dei gruppi finanziari ed economici privati in possesso di mezzi valutari e risorse persino maggiori di quelle di molti Stati del mondo.

Come è apparso evidente nella crisi del ’92, anche un Stato industrializzato come l’Italia, pure appoggiato dai paesi aderenti allo SME, non è stato in grado di sostenere la propria moneta sottoposta alle pressioni della speculazione internazionale. La politica monetaria ha quindi assunto sempre più importanza e la determinazione del tasso di sconto è divenuto terreno di scontro tra le forze politiche.

L’indebitamento degli Stati si è innalzato a livelli impensabili e quindi il tasso di sconto è divenuto l’unico strumento per garantire il pagamento degli interessi sul debito che altrimenti costringerebbe molti Stati a dichiarare bancarotta (ovvero a consolidare il proprio debito). Il problema è però che un elevato tasso di sconto attira capitali finanziari ma allontana capitali di investimento costretti a subire un livello di fiscalizzazione troppo elevato. Nel medio periodo le politiche monetarie deprimono l’economia produttiva per la quale, in fondo, è del tutto irrilevante uno scostamento di mezzo punto in su o giù del tasso di sconto ma che vivono della circolazione del capitale monetario. E’ evidente che questo sistema è destinato a finire rapidamente. Neppure l’istituzione della moneta unica, che pure limita le possibilità di azione della speculazione finanziaria, può salvare il sistema dato che le diverse capacità produttive nelle diverse aree del paese non sono più temperate dall’ammortizzatore valutario ed oltretutto il problema del debito pubblico rimane in tutta la sua pesantezza.

Attualmente in Italia le riserve aurifere sono poco più dell’1% del totale della massa monetaria, mentre per ragioni diciamo così estetiche continua a comparire sulle banconote la dizione tipica della convertibilità (£ 1.000 pagabili a vista al portatore) nonostante ciò sia vietato per legge da circa 70 anni. L’unico vantaggio che è derivato da tale situazione è che la massa monetaria è lievitata in maniera smisurata fino a raggiungere oggi in Italia la considerevole cifra di oltre 7 milioni di miliardi di lire.

Ovviamente il divieto della convertibilità e l’emissione a vuoto (ovvero in funzione di una percentuale sul PIL di poco superiore alla inflazione corrente) di banconote ha radicalmente mutato la natura stessa della moneta. Essa è infatti divenuta misura del valore dei beni prodotti dalla collettività ed il suo valore è dato dalla convenzione giuridica universalmente accettata che glielo conferisce.

E’ evidentemente ingiusto un sistema in cui una merce non tassabile, il capitale monetario, generi enormi ricchezze senza produrre alcunché. Infatti il capitale monetario non produce ricchezza ma si appropria all’origine di ricchezza prodotta da altri nell’economia reale e sarà questa a riprendere, prima o poi la supremazia. In questo sistema i valori monetari nascondono ricchezza reale che viene sottratta a chi la produce per essere distribuita in maniera ineguale nel mercato finanziario sulla base di rapporti di forza e non di capacità produttive. Le emissioni monetarie ed i titoli del debito pubblico sono gli strumenti a mezzo dei quali viene operata questa indebita appropriazione di ricchezza.

Il sistema monetarista cesserà di esistere nel momento in cui le nuove tecnologie produrranno milioni di transazioni finanziarie connesse al mondo della produzione e quindi estranee alla logica della finanza pura. Infatti se per gestire una enorme quantità di moneta un piccolo gruppo di persone trova certamente conveniente investire in massa in operazioni di pura speculazione finanziaria, i milioni di piccoli operatori che muovono ciascuno la propria microscopica frazione di capitale, si rivolgeranno con maggiore decisione verso il mondo della produzione dal quale possono trarre concreti benefici e più alti profitti. Allora o la remunerazione del capitale di rendita diviene maggiore di quello produttivo, ma questo è evidentemente assurdo, oppure non ci sarà tasso di sconto in grado di attirare capitali finanziari a sufficienza e sarà quindi necessario il consolidamento del debito pubblico. Per evitare questa sciagurata iattura c’è solo la via della tassazione del capitale monetario e della liberazione della produzione e del consumo da ogni sorta di imposte.

Abbiamo visto che la moneta, all’atto della sua emissione si appropria, senza corrispettivo, di ricchezza generata nel mondo della produzione.

La pretesa della moderna teoria di considerare la moneta un valore creditizio è evidentemente errata poiché comporta che ad ogni emissione monetaria si genera un debito per i cittadini la cui ricchezza invece costituisce la base del valore della moneta, con l’assurda conseguenza che i cittadini la moneta la pagano due volte, la prima all’atto dell’emissione, caricandosi il relativo debito a carico dello Stato, la seconda con il lavoro necessario per produrla.

Per effetto di questa perversa e truffaldina imposizione delle banche centrali, che in questa maniera si impadroniscono di risorse prodotte dai cittadini, ogni attività produttiva è divenuta fonte di debito invece che di guadagno e l’affanno generalizzato che domina la società contemporanea è frutto di questa vera e propria truffa organizzata dalle banche centrali in danno dei cittadini.

E’ ora che i cittadini si riapproprino dei valori contenuti nella massa monetaria a mezzi di un sistema che consenta una equa redistribuzione delle ricchezze prodotte che tuteli il diritto alla vita di tutti senza limitare in alcun modo, anzi accelerando all’estremo la capacità produttiva delle nazioni.

NOTE

(12) Già nell'antica Roma fu sperimentata una sorta di inflazione: la scarsità di oro, infatti, indusse gli imperatori a ridurne progressivamente la quantità nelle leghe che componevano le monete e questo generava aumenti di prezzi.

(13) Apparentemente per la ragione diametralmente opposta a quella che generava aumenti di prezzi nell'antichità. In realtà il problema dell'inflazione è sempre lo stesso: un eccesso di moneta rispetto alla quantità di beni in circolazione determina sotto ogni latitudine un aumento di prezzi.


!
C’è pochissimo in economia che chiami in causa il sovrannaturale. Ma c’è un fenomeno che è stato per molti una tentazione in tal senso. Guardando un foglio rettangolare, spesso di mediocre qualità, che raffigura un eroe nazionale o un monumento o un’immagine classica vagamente ispirata a Pieter Paul Rubens o a Jacques-Louis David o a un mercato di verdura particolarmente ben fornito e stampato con inchiostro verde o marrone, essi si sono posti questa domanda: Perché una cosa che in sé è così priva di valore deve essere così evidentemente desiderabile? (J.K. Galbraith)
Antonio Prezia, detto spyder... anche se non è importante chi sei,ma cosa vuoi fare per cambiare il mondo.

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nei secoli scorsi...

Messaggioda roberta » 30 apr 2017, 12:25

:cry: http://digilander.libero.it/casanova1725/firenze_4.html

Da "Il libero Governo e la Signoria" (Firenze)
... ttanto la crisi sociale e politica interna si avviava allo scioglimento; sotto lo stimolo della crisi economica scoppiarono anche le prime agitazioni proletarie. Nei contrasti di famiglie e di classe, tra gli Albizzi, sostenuti da nobili e popolo grasso, e i Ricci loro rivali, sostenuti dalla media borghesia, si inserì il popolo minuto, quella plebe che in parecchie partì d'Europa aveva cominciato a far sentire la sua azione. In mezzo a questi contrasti si affacciò il nome dì quella famiglia che stabili più tardi la sua signoria sulla città. Nonostante l'opposizione della parte guelfa fu infatti eletto gonfaloniere dì giustizia Salvestro dei Medici, appartenente al partito dei Ricci. Egli propose che fossero rimessi in vigore tutti gli ordinamenti contro i Grandi e con un'agitazione di popolo ottenne dalla signoria l'approvazione della sua proposta (18-VI-1378). Ma la violenza popolare di cui Salvestro e i suoi partigiani si valsero per ottenere altre riforme, non fu più potuta contenere; le case degli Albizzi, degli Strozzi a di altri capi di parte guelfa furono prese e incendiate; alcune riforme compiute da una balia di 80 cittadini riuscirono odiose al magistrato di parte guelfa e non accontentarono gli avversari, sicché si sboccò in una rivoluzione politico-sociale che fu il Tumulto dei Ciompi (20/24-VII-1378). Gonfaloniere fu, proclamato Michele di Lando, fu costituita una nuova signoria nella quale prevaleva il popolo minuto, furono istituite le tre nuove Arti dei Tintori, Farsettai e appunto dei Ciompi (lavoratori salariati operanti nel settore della lana), furono approvate due leggi rivoluzionarie di una gravità eccezionale e senza precedenti, riguardanti il ripudio del debito pubblico e l'imposta diretta progressiva. Ma la rivoluzione presto fallì; i ciompi furono vinti e dispersi e la vittoria rimase al partito intermedio, che raccolse in un accordo temporaneo le Arti maggiori e minori.

Il nuovo governo democratico moderato, con la partecipazione però anche del popolo grasso, tenne per quattro anni il potere, ma si trattava solo di una soluzione provvisoria, come dimostravano i frequenti tumulti e le gravi repressioni. Profittando di un nuovo tumulto popolare fallito (gennaio 1382), fu restaurata l'oligarchia, tutte le riforme del 1378 furono abolite, fu stabilito che il gonfaloniere di giustizia fosse preso sempre dalle Arti maggiori, dalle quali dovevano pure essere presi quattro degli altri Otto membri della signoria. Fu consolidato il colpo di Stato della plutocrazia delle Arti maggiori con il governo dittatoriale di Moro degli Albizzi e dei suoi più stretti fautori, Nicolò da Uzzano e Gino Capponi; degli avversari alcuni furono messi a morte e altri, fra i quali Salvestro dei Medici e Michele di Lando, furono mandati in esilio. In questo modo la ricca borghesia riprese il potere e preservò lo Stato da ulteriori agitazioni interne fino all'avvento dei Medici .
benvenuti roberta, firenze


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