LE INAFFONDABILI

raccolta delle menzogne del SistemaIGB
sandropascucci
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Messaggioda sandropascucci » 21 apr 2010, 15:02

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Morgan Stanley: utili primo trimestre a 1,41 mld, sopra attese


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Goldman Sachs: raddoppia utile a 3 mesi
martedì, 20 aprile 2010 - 14:45

(ANSA) - ROMA, 20 APR - Goldman Sachs (NYSE: GS - notizie) ha quasi raddoppiato il suo utile netto nel 1/o trimestre 2010 a 3,46 miliardi dollari, oltre le previsioni degli analisti. Il cda ha proposto un dividendo di 35 centesimi per azione per il primo trimestre, in pagamento a giugno. Stamani la Fsa inglese ha aperto un' inchiesta su vendita di prodotti garantiti da mutui rischiosi. Il leader dei Liberal inglese, Clegg, chiede che GS venga sospesa come consulente del governo. Il cancelliere Darling: accuse 'molto gravi'
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Goldman Sachs, utili alle stelle nel primo trimestre
BlueTG.it - martedì, 20 aprile 2010 - 14:44

Goldman Sachs non delude le attese, con un utile netto che nel primo trimestre dell’anno balza a 3,3 miliardi di dollari contro gli 1,66 miliardi di un anno prima, superando le previsioni degli analisti. L’utile netto per azione è infatti pari a 5,59 contro i 4,16 dollari previsti dal consensus degli analisti di Wall Street, mentre i ricavi salgono a 12,78 miliardi (+44% su base annua).

Risultati che secondo quanto dichiara in una nota il numero uno di Goldman Sachs, Lloyd Blankfein, riflettono “ulteriori segnali di ripresa economica e la forza della struttura” del gruppo. (l.s.)
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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda sandropascucci » 30 apr 2010, 15:18

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Inchiesta su Goldman Sachs per frode
venerdì, 30 aprile 2010 - 14:08

(ANSA) - NEW YORK, 30 APR - La procura federale di Manhattan ha aperto un'inchiesta penale per frode nei confronti di Goldman Sachs. La magistratura, secondo quanto riportato dalla stampa statunitense, vuole accertare se Goldman o suoi dipendenti hanno commesso frodi legate alle operazioni sui mutui. L'inchiesta e' a uno stadio iniziale e sarebbe legata all'azione legale civile della Sec. Goldman si e' difesa negando ogni addebito.
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marcos

Re: Altre rogne...tranquilli il resto è legale...

Messaggioda marcos » 1 mag 2010, 14:29

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NEW YORK - La Procura generale di New York ha iniziato una inchiesta su Goldman Sachs che potrebbe avere rilevanza penale sia per la società che per alcuni dei dipendenti. La banca di investimento si è detta non sorpresa dalla notizia. "Data l'attenzione di cui è stata oggetto la società non siamo sorpresi di un'inchiesta" ha detto un portavoce. "Collaboreremo per qualsiasi richiesta di informazione".

Le indagini della procura Manhattan creano su Goldman una nuova pressione dopo le accuse di frode - meno di due settimane fa - presentate dalla Securities and Exchange Commission.

Due giorni fa il CEO Lloyd Blankfein e altri manager sono stati torchiati dai parlamentari, un altro atto cruciale in quella che pare una delle fasi peggiori nei 140 di storia Goldman, la più prestigiosa big di Wall Street ora diventata un capro espiatorio.

Dopo le indiscrezioni riguardo a un possibile patteggiamento con la Sec, ora l'ipotesi dell'indagine penale, lanciata dal Wall Street Journal, non è stata "né smentita né confermata" da un portavoce della procura di Manhattan.

La fonte sostiene che l'indagine penale è basata su un caso diverso da quello portato avanti dalla SEC, che si è concentrata sui cdo (collateralized debt obligations) Abacus, vendute ad investitori mentre il gestore hedge John Paulson scommetteva al ribasso sui titoli sottostanti.

Un altro cdo sotto esame delle procure di New York e Brooklin è Timberwolf1, una hybrid collateralized debt obligation venduta da Goldman che nel giro di cinque mesi del 2007 perse l'80% del suo valore e fu liquidata nel 2008.


fonte: http://www.repubblica.it/economia/2010/ ... a-3722236/

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domenico.damico

Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda domenico.damico » 1 mag 2010, 16:59

Ma tanto, anche se condanneranno le persone (Blankfein per esempio, o Paulson) resterà l'istituzione, che comunque uscirà ancora più pulita dalla storia, quasi come se la persona giuridica Goldman Sachs fosse stata danneggiata da questi approfittatori di persone fisiche.

Non si può mettere in galera la persona giuridica.

Questo punto, è secondo me al secondo posto delle denunce da fare.
Le persone giuridiche sono al di sopra della legge.

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Umiltao

Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda Umiltao » 1 mag 2010, 18:38

Certo!

E' la vittoria di Hegel e della soggettività strumentale che segue la regola del servirSI.

Si fonde il soggetto con l' oggetto così come si confondono le cause con gli effetti.

Il Fantasma Giuridico rappresenta la vera divinità moderna evolvendo dalle Cosmogonie greco-romana e giudaico-cristiana, dalla nobiltà per diritto di-vino ottenuta per intortamento plebe via droghe sociali.

Giacinto Auriti dice che bisogna ritornare al diritto romano, dove viene sancita la persona fisica com unica depositaria, fra le altre cose, anche del contenuto patrimoniale.
Secondo me questa persona fisica invece è da sempre calpestata in vista della ragion di Stato, che sia la ragion di Stato del capo del villaggio coadiuvato dallo stregone o che sia la ragion di Stato del Faraone o dell' Imperatore o che sia la ragion di Stato dell' S.p.a. bancaria o del Fisco-Stato-Banco Democratico Diretto Cleptocratico a suffragio universale di Giovanni Sandi TUS ORA!!!™.

Oggi al posto della stregoneria classica (che in verità non è ancora sparita del tutto) ci sono i PDF di Fotogian e le aziende di concimi di beppE grill0.
Ultima modifica di Umiltao il 1 mag 2010, 18:42, modificato 1 volta in totale.

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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda sandropascucci » 1 mag 2010, 18:40

le persone giuridiche sono appunto i c.d. FANTASMI GIURIDICI.
come lo metti dietro le sbarre un fantasma?
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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda Umiltao » 1 mag 2010, 18:53

Infatti. Ho solo aggiunto informazioni di complemento. Non era certo per dire "Ouh! Avete dimenticato di citare i fantasmi giuridici!"

La ragion di Stato in tutte le sue forme trova compimento nello Stato di diritto, dove anche una norma idiota e autolesionista diventa sacra e inviolabile. Ma come detto non è altro che un' istituzionalizzazione del potere assoluto come lo era quella dell' Imperatore o del Dittatore: è tutto sacralizzato da norme quando non interviene il rapporto di forza fisica coercitiva (esercito o forconi popolari).

Vedi il bla bla bla con Marco Coloni sulla vigilanza di Bankitalia.

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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda Umiltao » 1 mag 2010, 18:57

Ora passa Francesco e ci dice che siamo antipopolari perché troppo aulici. :mrgreen:

Invece quanto appena detto, capire la differenza tra fisico e giuridico, è fondamentale come capire la differenza tra valore indotto e assoluto.

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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda Umiltao » 1 mag 2010, 19:19

Galeazzo Pecori Giraldi, personaggio che Sandro segue da molto come l' esimio Paolo Ferro-Luzzi, è tuttora Presidente di Morgan Stanley Italia ed è dentro Bridgepoint con altre cariche: http://www.bridgepoint.it/il-nostro-team-ed-ii-nostri-valori/il-nostro-team/galeazzo-pecori-giraldi.

Lo troviamo tagliato a metà anche in fondo a un altro articolo riportato da Sandro 5 anni fa: http://www.signoraggio.com/fondazioni.html

Domenico Siniscalco, quello di "Via Fazio!", ex Ministro dell' Economia e delle Finanze del Governo Berlusconi III e vice di Giulio Tremonti nel Berlusconi II, ora è Country Head di Morgan Stanley Italia.

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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda sandropascucci » 1 mag 2010, 19:29

bei tempi.. quando si doveva studiare per sapere.. ora basta aprire la bocca e t'arriva 'na cucchiaiata de robba da mannà giù, senza nemmanco masticare..
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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda Umiltao » 1 mag 2010, 20:52

Ma se mandi giù la "robba" in quel modo è come mangiare aria. E' quasi come non saper alcunché se non elabori da te le info acquisite pure gratis. Equivale più o meno a:

"La soluzione è non chiedere soluzioni." [Sandr[o Pasc]ucci, 2010]



Ci sono anche i numeri di telefono per contattare il Giraldi direttamente in sede a Milano...
Il tizio deve essere tipo Sandi: Tremonti ti devo parlare ORA!!!™

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Messaggioda sandropascucci » 1 mag 2010, 21:02

mandare giù aria gonfia lo somaco. e uno si sente/crede sazio [di sapere].
poi al primo colpo basso parte la scorreggggia.. è tutto previsto.
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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda Francesco Fata » 14 mag 2010, 11:17

Umiltao ha scritto:Ora passa Francesco e ci dice che siamo antipopolari perché troppo aulici. :mrgreen:

Invece quanto appena detto, capire la differenza tra fisico e giuridico, è fondamentale come capire la differenza tra valore indotto e assoluto.


scusate il ritardo. Sono assolutamente d'accordo.
Voglio troppo bene al popolo per pensare di votare gente che vuole particolarmente bene a se stessa.
Francesco Fata

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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda sandropascucci » 10 dic 2010, 11:14

sandropascucci ha scritto:bei tempi.. quando si doveva studiare per sapere.. ora basta aprire la bocca e t'arriva 'na cucchiaiata de robba da mannà giù, senza nemmanco masticare..



«..bei tempi.. quando si doveva studiare per sapere.. ora basta aprire la bocca e t'arriva 'na cucchiaiata de robba da mannà giù, senza nemmanco masticare..» [sandropascucci, 2010]
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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda sandropascucci » 13 dic 2010, 10:38

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FINANZA
Wall Street, le cene del "club dei derivati"
così i banchieri decidono la speculazione
Il Dipartimento di Giustizia ha aperto un'inchiesta. Ma trovare le prove è quasi impossibile.
Il terzo mercoledì di ogni mese nove membri di una élite della finanza Usa fissano le strategie
dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI

NEW YORK - Di nuovo loro: i Padroni dell'Universo. Stessi nomi, stessi vizi, una storia che sembra condannata a ripetersi e col finale che rischia di essere già scritto: l'impunità. Stavolta è l'intero mondo dei titoli derivati - finanza "tossica" che ebbe un ruolo cruciale nella crisi del 2008 - l'oggetto delle loro congiure. Una vera e propria "cupola" di grandi banchieri esercita un potere esclusivo di controllo su questo mercato. Fuori da ogni trasparenza, e al riparo da ogni concorrenza. "Il terzo mercoledì di ogni mese - rivela il New York Times - nove membri di una élite di Wall Street si riuniscono a Midtown Manhattan. I dettagli delle loro riunioni sono coperti dal segreto. Rappresentano Goldman Sachs, Morgan Stanley, JP Morgan, Citigroup, Bank of America, Deutsche Bank, Barclays, Ubs, Credit Suisse". Ufficialmente, i nove banchieri di questo potentissimo comitato d'affari hanno il compito di "salvaguardare la stabilità e l'integrità" su un mercato che muove ogni giorno migliaia di miliardi di dollari. Di fatto, il club dei nove "protegge gli interessi delle grandi banche che ne fanno parte, perpetua il loro dominio, contrasta ogni sforzo per rendere trasparenti i prezzi e le commissioni". La denuncia raccolta dal New York Times viene dal massimo organo di vigilanza. La fonte più autorevole all'origine dell'inchiesta è Gary Gensler, capo della Commodity Futures Trading Commission.

L'uomo a cui Barack Obama ha affidato il compito di fare pulizia in un mercato altamente speculativo. Ma Gensler è costretto ad ammettere la sua impotenza. "Il costo di quelle pratiche lo paga tutto il resto dell'economia, lo pagano tutti gli americani", lamenta Gensler. E naturalmente anche gli europei, visto che Wall Street è il centro della finanza globale. I derivati infatti hanno innumerevoli usi, una parte dei quali sono "virtuosi" e più vicini a noi di quanto possiamo immaginare. I fondi pensione li utilizzano per ridurre il rischio di perdite sui loro investimenti nel caso che le tendenze di mercato abbiano improvvisi rovesci (per esempio un futuro rialzo dei rendimenti sui buoni del Tesoro che deprime il valore di quelli in portafoglio). Le compagnie aeree e navali comprano derivati per attutire il colpo di un rincaro del petrolio. L'industria agroalimentare si protegge da aumenti nel costi dei raccolti. Perfino il consumatore, l'automobilista, è vittima di manovre speculative che attraverso i derivati accentuano il boom delle materie prime. Nessuno dei protagonisti dell'economia reale è veramente tutelato dalle manipolazioni su questi strumenti. Nessuno sa cosa decidono i nove membri del club esclusivo che si riunisce il terzo mercoledì del mese. Il Dipartimento di Giustizia ha aperto un'inchiesta "sulla possibilità di pratiche anti-concorrenziali nel clearing e nel trading sui derivati". I sospetti di collusione e di un vero e proprio cartello non sono nuovi. Ma trovare le prove è difficile. E' vecchia di nove mesi la notizia di un'altra inchiesta del Dipartimento di Giustizia che aveva fatto scalpore: quella che accusava i più importanti hedge fund (Soros, Paulson, Greenlight, Sac Capital) di aver concordato un attacco simultaneo all'euro, in una cena segreta l'8 febbraio a Wall Street. Il giorno dopo, 9 febbraio, al Chicago Mercantile Exchange i contratti futures che scommettevano su un tracollo dell'euro erano schizzati oltre 54.000, un record storico. Goldman Sachs e Barclays furono coinvolte nelle cronache su quelle grandi manovre. Ma da allora l'inchiesta sulla congiura ai danni dell'euro non ha avuto sviluppi di rilievo. Estrarre prove dal club dei Padroni dell'Universo è complicato, almeno se si seguono i metodi "normali". Di qui la grande attesa per le rivelazioni annunciate da WikiLeaks sulla Bank of America: chissà che non riesca Julian Assange dove la magistratura non arriva...

Per quanto riguarda il mercato dei derivati, paradossalmente è proprio per effetto della grande crisi del 2008 che i Padroni dell'Universo hanno assunto un ruolo ancora maggiore. Uno dei momenti più drammatici di quella crisi fu il crac dell'American International Group (Aig), la compagnia assicurativa affondata dalle perdite su un particolare tipo di titoli derivati, i credit default swaps. In quel frangente il Tesoro e le autorità di vigilanza si accorsero che nessuno riusciva a capire veramente le interconnessioni sul mercato dei derivati, esposto all'effetto-domino: una bancarotta di Aig avrebbe travolto decine di altre istituzioni e forse l'intero sistema bancario. Perciò fu il Tesoro a spingere per la creazione di una "clearing house" o camera di compensazione, affinché le grandi banche si facessero carico di garantire la stabilità del mercato dei derivati. A questo però si accompagnava la riforma Obama delle regole della finanza, che doveva aumentare i poteri delle autorità di vigilanza, e rafforzare la trasparenza. Quella riforma oggi è sotto tiro da parte della nuova maggioranza repubblicana al Congresso, vittoriosa alle elezioni di novembre e beneficiata dai generosi finanziamenti di Wall Street. Nell'applicazione della riforma i repubblicani stanno cercando di svuotarla: giovedì il Congresso ha bocciato la richiesta di Gensler per nuove regole sulla trasparenza. "I derivati - spiega il giurista Robert Litan che per il Dipartimento di Giustizia diresse un'analoga battaglia contro le collusioni al Nasdaq - sono un mercato molto concentrato, e quando il governo di una simile entità è in poche mani, possono succedere brutte cose".

Una certezza è che i Padroni dell'Universo usano il loro potere oligopolistico per estrarre dal resto dell'economia dei profitti esorbitanti. Esempio: su un solo contratto derivato di credit default swap - che protegge l'acquirente dall'eventualità di fallimento di uno Stato sovrano come la Grecia, o di una società quotata - il banchiere intermediario incassa una commissione di 25.000 dollari. Contratti simili se ne fanno migliaia ogni giorno, rimpinguando i profitti delle varie Goldman Sachs, JP Morgan, Morgan Stanley. Quando negli anni Novanta il Dipartimento di Giustizia riuscì a dimostrare che un'analoga collusione tra banchieri controllava gli scambi sul Nasdaq (la Borsa dei titoli tecnologici), in seguito al cambiamento delle regole le commissioni bancarie scesero a un ventesimo del livello precedente. Ma un rischio ancora superiore è che dentro il "club dei nove", grazie allo scambio di informazioni quotidiane possano maturare operazioni di cartello, manovre concertate, una manipolazione dei mercati. Quelli che dovrebbero "stabilizzare" i derivati, sono i primi a poter profittare delle prossime fiammate speculative.

(13 dicembre 2010)

da: http://www.repubblica.it/economia/2010/ ... -10127353/
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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda MauroB » 13 ott 2011, 23:43

!
Raggiri irlandesi e risparmiatori ignari

Cronologia articolo13 ottobre 2011

In questo articolo
Argomenti: Obbligazioni | Europa

Avevano detto che le banche irlandesi erano state salvate con i soldi dello Stato e lo Stato con i soldi dell'Europa. Mancava un piccolo particolare: gli istituti di credito di Dublino sono stati salvati anche grazie a un'operazione spregiudicata - e legalizzata - a danno dei risparmiatori italiani. È il caso di Bank of Ireland. L'istituto ha ristrutturato i suoi bond, offrendo agli investitori la possibilità di convertire i vecchi titoli con bond nuovi.

Il problema è che questa proposta non è mai arrivata ai risparmiatori italiani, anche perché molte banche del Belpaese non li hanno mai avvertiti: così per le circa 200 famiglie italiane che avevano investito nei bond di Bank of Ireland è stata applicata la clausola riservata a chi non aderiva all'offerta. Sapete quale? Perdita quasi totale. Per ogni mille euro investiti in bond di Bank of Ireland, è stato rimborsato loro un solo centesimo di euro.

Chi aveva investito 10mila euro, insomma, si è trovato 10 centesimi sul conto corrente e tanti saluti. Sembra incredibile, ma Bank of Ireland ha probabilmente agito rispettando – almeno nella forma – le leggi. E ha anche avuto il via libera della Commissione europea. Così l'istituto britannico ha salvato le penne, staccandole una a una agli ignari risparmiatori italiani: in tempi di crisi, funziona così. Mors tua, vita mea.

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti ... d=AaZzuWCE

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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda sandropascucci » 14 ott 2011, 10:21

RISPARMIATORE è colui che NON spende ciò che ha e lo mette in un cassetto, SENZA utilizzarlo.

Chi ha 1 euro e ci compra una qualsiasi cosa, fosse anche un sasso di fiume, si chiama INVESTITORE.

Distinguiamo, cao il mio sòleogni24ore, i termini?

grazie..
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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda MauroB » 11 dic 2011, 23:09

!
MANOVRA, TRE BENEFICI PER LE BANCHE

di Gianni Dragoni - 10 Dicembre 2011

Il decreto Monti è severo con i pensionati e con chi ha un reddito medio basso, ma favorisce gli istituti di credito. Tre le norme salvagente che aiuteranno i grandi gruppi, senza un controllo su errori e responsabilità. Si può ravvisare un conflitto di interessi?

"Salvate le persone, non le banche", diceva la folla di manifestanti negli Stati Uniti per reazione all'imponente piano di salvataggio del sistema finanziario varato dopo l'insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca, con l'obiettivo di evitare fallimenti a catena in seguito al tracollo della Lehman Brothers, avvenuto il 15 settembre 2008.
La storia si ripete in Italia. Le misure adottate il 4 dicembre dal governo di Mario Monti, ex presidente dell'università Bocconi, sono severe con i pensionati, con i proprietari dell'abitazione (l'80% degli italiani possiede la propria casa), con chi ha un reddito medio-basso (i più colpiti dall'aumento dell'Iva di due punti). Le stesse misure fanno invece sorridere le banche.

Nel decreto Monti ci sono almeno tre benefici per le banche. Il primo deriva dalla riduzione a mille euro del tetto per i pagamenti in contanti, finora era di 2.500 euro. Il tetto sarà più basso, solo 500 euro, per le pensioni. Questo farà aumentare i pagamenti con bonifico, assegno, carte di credito e prepagate. Una stima dice che queste transazioni aumenternno del 30 per cento. Dunque le banche incasseranno più commissioni e aumenteranno gli utili. Secondo stime le maggiori banche italiane, Intesa Sanpaolo e Unicredit, potrebbero aumentare gli utili di una decina di milioni di euro all'anno ciascuna. Il tetto a 500 euro per i pagamenti in contanti delle pensioni obbligherà circa due milioni di pensionati ad aprire un conto corrente, anche questo andrà a vantaggio per le banche. Queste norme hanno l'obiettivo di ridurre i pagamenti in nero e l'evasione fiscale. Vedremo se accadrà. Tuttavia il governo non ha previsto un immediato abbassamento delle commissioni bancarie. Monti ha solo espresso un generico auspicio a una loro "adeguata riduzione". Si affida alla buona volontà dei banchieri...

Il secondo vantaggio per le banche deriva dalla riduzione dei prelievi in contante. Per le banche queste operazioni sono un costo, alcuni mesi fa alcuni istituti avevano perfino introdotto una tassa per chi prelevava allo sportello i propri soldi, sollevando una marea di proteste. Con l'aumento dei pagamenti senza denaro le banche avranno bisogno di meno personale allo sportello. Secondo stime autorevoli potrebbero essere in eccesso fino al 30 per cento dei cassieri. Per gruppi come Intesa e Unicredit questo significa diverse migliaia di potenziali esuberi (almeno 3-4mila cassieri in meno per ognuna di queste banche). Si tratta di personale dal costo medio di 70-80mila euro all'anno. E' difficile che le banche possano prepensionare questi dipendenti, nel momento in cui il governo alza l'età pensionabile. Avranno comunque una disponibilità di personale che potranno ricollocare. Uno dei banchieri più conosciuti stima che, se le banche riuscissero a ridurre il personale che risulterà in eccesso, nel complesso potrebbero risparmiare fino a un miliardo di euro.

Ma ecco l'aiuto più importante. Le banche sono senza soldi, non fanno più credito alle imprese. E non si prestano neppure il denaro fra loro, perché hanno paura che un'altra banca fallisca. In realtà non tutti sono a secco. Chi ha liquidità preferisce tenerla al sicuro alla Bce, a Francoforte, anche se riceve interessi solo dello 0,5 per cento, ci sono più di 300 miliardi parcheggiati. Cosa ha fatto allora Monti? Ha introdotto la garanzia dello Stato sulle passività delle banche, sulle obbligazioni che emettono per finanziarsi. La garanzia vale anche per le obbligazioni già emesse, è sufficiente che questi bond abbiano tre mesi di vita residua. Se un istituto non fosse in grado di rimborsare le obbligazioni alla scadenza, sarà lo Stato a pagare.
Lo farà con i soldi dei contribuenti, costretti a pagare di più con questa manovra. Il decreto stanzia infatti per questi possibili interventi a favore delle banche 200 milioni di euro all'anno, dal 2012 al 2016, in tutto un miliardo di euro. L'anno prossimo scadono 137 miliardi di bond delle banche. Il primo effetto di questa misura è ridurre il costo della provvista per le banche, grazie alla garanzia dello Stato dovrebbero riuscire a finanziarsi a tassi più bassi.

Se le banche fallissero sarebbe una catastrofe, anche per i piccoli risparmiatori. Dunque l'intento di Monti è comprensibile. Meno condivisibile però è che il salvagente non sia accompagnato da norme che consentano un controllo sulle banche e l'individuazione delle responsabilità e degli errori fatti dai banchieri. Per esempio molte banche hanno impegnato centinaia di milioni di euro in operazioni di potere, come gli interventi "di sistema" (cioè per favorire gli amici) di Intesa in Telecom e nella cordata berlusconiana della nuova Alitalia. Oppure i finanziamenti a favore di Ligresti e dell'immobiliarista Zunino, che vedono in prima linea Unicredit, Intesa e Mediobanca. Questi soldi sono stati sottratti a un utilizzo più corretto, distratti dal finanziamento della produzione delle imprese sane. Quando il presidente Obama ha varato il piano di salvataggio dei gruppi finanziari (Tarp), con un fondo da oltre 800 miliardi di dollari, ha introdotto norme precise di controllo, tra cui un tetto agli stipendi più alti, a cominciare dall'amministratore delegato delle società salvate, che non poteva guadagnare più di mezzo milione di dollari all'anno, pari a circa 350mila euro. Monti non ha messo alcuna norma di questo tipo. Eppure i capi delle grandi banche italiane guadagnano agevolmente almeno due-tre milioni di euro lordi all'anno.

Non c'è un conflitto d'interessi tra queste norme, così favorevoli alle banche, e il fatto che nel governo Monti ci sia una folta pattuglia di ex banchieri? O pensate che questa sia solo una coincidenza? C'è Corrado Passera, che ha lasciato la guida di banca Intesa per fare il superministro dello Sviluppo economico, delle Infrastrutture e Trasporti (stipendio 2010: 3,5 milioni lordi) e possiede ancora circa otto milioni di azioni della banca. C'è Elsa Fornero, il ministro tagli-pensioni che era vicepresidente del consiglio di sorveglianza di Intesa, c'è Piero Gnudi, il ministro del Turismo che era nel consiglio di Unicredit. E c'è Mario Ciaccia, uno dei principali dirigenti del gruppo Intesa, che adesso è il viceministro di Passera alle Infrastrutture. Monti chiama il decreto "salva Italia". Di sicuro è anche un decreto "salva banche". Potremmo chiamarlo decreto "ad bancam".

http://www.cadoinpiedi.it/2011/12/10/ma ... tml#anchor

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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda enricogrosso » 15 dic 2011, 12:20

Autori. Tra i tanti : beppegrillo, gianrobertocasaleggio, elioveltri, olivierobeha, pinocorrias ecc. ecc. insomma tutta gente che cadeinpiedi

http://www.cadoinpiedi.it/php/autori.php
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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda mr.spyder » 15 dic 2011, 15:59

mi sono fermato a leggere la parte riguardante benettazzo...ora scusatemi devo vomitare...
Antonio Prezia, detto spyder... anche se non è importante chi sei,ma cosa vuoi fare per cambiare il mondo.

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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda MauroB » 13 gen 2012, 17:59

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Derivati: due banche nel mirino della finanza, 60 manager indagati

di: WSI-TMNews Pubblicato il 13 gennaio 2012| Ora 17:20

Roma - Maxi operazione della Guardia di finanza sugli strumenti finanziari derivati con il sequestro di contratti "interest rate swaps" per oltre 220 milioni di euro. Oltre 60 indagati tra dirigenti e responsabili di istituti di credito, banco di Napoli (Gruppo Intesa San Paolo) e Monte dei Paschi di Siena. L'attività è stata svolta dalla tenenza della Gdf di Molfetta, nell'ambito di un'indagine di polizia giudiziaria, coordinata dalla procura della repubblica presso il tribunale di Trani, condotta nei confronti del Banco di Napoli spa (gruppo intesa San Paolo) e del Monte dei paschi di Siena (un solo caso).

I militari delle fiamme gialle hanno sequestrato anche 10 milioni di euro, di cui 4 milioni di euro equivalenti all'ingiusto profitto sinora percepito dagli istituti di credito e circa 6 milioni di euro relativi ai prevedibili futuri flussi derivanti dai contratti in itinere.

Gli strumenti derivati su tassi d'interesse o interest rate swap (irs) sono contratti in cui due parti si accordano di scambiarsi reciprocamente, a scadenze prestabilite, flussi finanziari, periodici o una tantum, il cui ammontare è determinato di volta in volta, applicando i parametri di riferimento previsti dallo schema contrattuale.

Possono essere utilizzati a fini di copertura, per fronteggiare la variabilità dei tassi di interesse sulle operazioni finanziarie, o a fini speculativi, per ottenere profitti economici. Generalmente allo "swap" ricorrono le imprese (ma anche gli enti pubblici) per eliminare l'incertezza di un contratto a tassi variabili. L'impresa (o l'ente) si impegna a pagare un tasso fisso e riceve un tasso variabile. La differenza la paga (o l'incassa) l'impresa.

Tuttavia, la ventilata copertura dall'eventuale rischio rialzo dei tassi di interesse mediante sottoscrizione di contratti su strumenti derivati, proposta a soggetti indebitati (cd. Clientela "corporate"), si rivela spesso un autentico raggiro in cui la società finisce per pagare molto più di quanto non incassi dallo scambio. Generalmente, infatti, le società vengono indotte dalla propria banca a sottoscrivere "contratti derivati" attraverso artifizi consistenti nella mendace rappresentazione di un prodotto finanziario che consentirebbe al debitore di "proteggersi dal rialzo dei tassi".

Questo è lo scenario disvelato dalle indagini condotte dalle fiamme gialle di molfetta, che hanno interessato oltre 200 imprese operanti nella provincia di Barletta, Andria e Trani, alle quali gli istituti di credito avevano proposto ed in alcuni casi imposto la sottoscrizione di contratti "interest rate swaps", descrivendoli come innocui prodotti di tipo bancario/assicurativo idonei a proteggere la posizione debitoria dell'azienda dal rischio di rialzo dei tassi di interesse, sottacendo agli ignari sottoscrittori la vera natura speculativa delle operazioni.
.

http://www.wallstreetitalia.com/article ... agati.aspx

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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda MauroB » 29 gen 2012, 22:19

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Scandalo: così le banche speculano con i soldi della Bce

di: Vittorio Malagutti Pubblicato il 29 gennaio 2012| Ora 13:57
Unicredit potrà incassare fino a 500 milioni di euro di utili.
Il contenuto di questo articolo - pubblicato da Il Fatto Quotidiano - che ringraziamo - esprime il pensiero dell' autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

L’argomento è di quelli che i banchieri preferiscono evitare con cura. Comprensibile, dal loro punto di vista. Di questi tempi, con migliaia di aziende con l’acqua alla gola, è meglio non parlare di come gli istituti di credito italiani hanno intenzione di utilizzare la colossale iniezione di liquidità, qualcosa come 116 miliardi di euro, che hanno ricevuto dalla Banca centrale europea (Bce) a un tasso irrisorio, l’1 per cento. Meglio lasciar perdere, quindi. Oppure affidarsi a difese d’ufficio come quella di Giovanni Sabatini, direttore generale dell’Abi (la Confindustria delle banche), che in una recente intervista al Sole 24 Ore ha definito "sostitutiva e non aggiuntiva " la liquidità fornita dalla Bce. Come dire: in autunno la crisi del debito ci ha impedito di raccogliere quanto volevamo sui mercati e i prestiti dell’istituto di Francoforte ci danno una mano a tirare avanti.

Tutto vero, il punto in discussione però è un altro. E cioè: come verranno impiegati questi soldi? I banchieri ne parlano malvolentieri, ma non è un mistero che buona parte della liquidità servirà a sottoscrivere Bot e Btp. Il governo, sempre a caccia di sottoscrittori del debito pubblico, non può che apprezzare questa scelta. E, per di più, l’operazione fa bene anche al conto economico degli istituti, visto che la liquidità ottenuta all’ 1 per cento viene impiegata in titoli con rendimento ben superiore.

Non finisce qui. Di recente le banche hanno trovato anche un altro modo molto redditizio per utilizzare la montagna di soldi piovuta in cassa grazie alla Bce. Questa volta i prestiti di Francoforte servono a comprare, o meglio a ricomprare, le obbligazioni a suo tempo collocate dagli stessi istituti di credito. Funziona così. In circolazione ci sono bond per miliardi delle maggiori banche che hanno quotazioni molto lontane dalla parità. Poniamo, per esempio, 90. Se l’istituto li acquista, si assicura per 90 ciò che fra qualche anno avrebbe dovuto rimborsare a 100. Il guadagno è quindi pari al 10 per cento. In più, molto spesso, i titoli già sul mercato hanno caratteristiche tali che in un futuro prossimo non potranno più essere utilizzati per il calcolo dei ratios patrimoniali di vigilanza. Di conseguenza, se queste obbligazioni vengono ricomprate e cancellate, poi possono essere sostituite con altri bond che invece, a differenza delle altre, servono a migliorare i requisiti di patrimonio.

Tutto facile, facilissimo, soprattutto se le banche sono in grado di mettere in campo un arsenale con miliardi di euro da spendere. Per primo è partito Unicredit, che proprio ieri ha chiuso con successo il suo maxi aumento di capitale da 7, 5 miliardi. L’istituto guidato da Federico Ghizzoni ha annunciato che comprerà 3 miliardi di proprie obbligazioni. Nelle prossime settimane, se arriverà il via libera da Bankitalia, la stessa strada potrebbe essere seguita anche da altre banche come Ubi, Banco Popolare, Monte dei Paschi. In palio ci sono profitti per centinaia di milioni. Unicredit, per esempio, potrebbe riuscire a guadagnare poco meno di 500 milioni. E in tempi di bilanci non proprio brillanti quei soldi fanno molto comodo.
E il denaro per ridare fiato alle aziende?
A quello i banchieri ci penseranno più avanti. Magari dopo il prossimo finanziamento targato Bce. A meno che anche quella non sia "liquidità sostitutiva e non aggiuntiva", per dirla con l’Abi.


http://www.wallstreetitalia.com/article ... a-bce.aspx

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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda sandropascucci » 4 feb 2012, 21:33

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Super regalo a Morgan Stanley
di Orazio Carabini

In gran silenzio, a inizio anno il governo italiano ha dato due miliardi e mezzo alla potente banca Usa. Un'operazione su una posizione in derivati che il Tesoro non ha voluto commentare. Peggiorando così le cose
(03 febbraio 2012)
Due miliardi e 567 milioni di euro. Passati dalle casse del Tesoro a quelle di Morgan Stanley il 3 gennaio scorso, alla vigilia dell'Epifania. In gran silenzio il ministero di via XX Settembre ha "estinto" una posizione in derivati che aveva con una delle grandi investment bank americane. I cui vertici, nelle periodiche comunicazioni alla Sec, segnalano che l'esposizione verso l'Italia a cavallo di fine anno è scesa, al lordo delle coperture, da 6,268 a 2,887 miliardi di dollari. Con una differenza di 3,381 miliardi pari appunto a 2,567 miliardi di euro.

Né Morgan Stanley né il Tesoro hanno voluto spiegare a "l'Espresso" il senso dell'operazione. Inutile dire che la banca aveva un credito nei confronti dello Stato italiano e che il Tesoro era evidentemente tenuto a rimborsarlo. Molti contratti sui derivati prevedono che, dopo un certo numero di anni, una delle due parti può chiedere la chiusura della posizione. Ma non accade spesso. Altre volte sono previsti dei "termination event", ovvero fatti che possono innescare la soluzione del contratto: per esempio il downgrade dell'Italia da parte di Standard & Poor's.

Secondo fonti di mercato, l'operazione si sarebbe conclusa a costo zero, o quasi, per il Tesoro grazie a una triangolazione: Banca Imi (gruppo Intesa Sanpaolo) sarebbe infatti subentrata a Morgan Stanley consentendo agli americani di "alleggerirsi" rispetto alla Repubblica italiana. Nei mesi scorsi ha fatto scalpore la riduzione della posizione in titoli italiani da parte della Deutsche Bank: nel primo semestre del 2011 la banca tedesca ha venduto oltre 7 miliardi di euro di Btp. Seguita da altre grandi banche, soprattutto francesi.

Per il ministro dell'Economia Mario Monti e per il suo vice Vittorio Grilli, ex direttore generale del Tesoro, impegnati a riportare la fiducia dei mercati sul debitore Italia, la richiesta di Morgan Stanley (la cui branch italiana è diretta dall'ex direttore generale del Tesoro Domenico Siniscalco) deve essere stata una brutta sorpresa. L'episodio riapre la questione della trasparenza delle operazioni in derivati che sono gestite dal Tesoro nella più totale opacità: nessuno sa a quanto ammontano e una volta all'anno viene comunicato (agli uffici di statistica) il guadagno o la perdita complessivamente registrata su quel tipo di operazioni. Infine c'è un problema di immagine per quello che è spesso chiamato il "governo dei banchieri": dare 2,567 miliardi a Morgan Stanley mentre si
stangano i pensionati e si stanziano 50 milioni per la social card non suona bene.

fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio ... 2173399/10
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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda MauroB » 29 feb 2012, 12:57

>
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Dieci indagati per il caso Arner Bank. C’è anche società finanziata da Berlusconi

di: WSI Pubblicato il 29 febbraio 2012| Ora 12:35
Il contenuto di questo articolo, pubblicato da Il Fatto Quotidiano - che ringraziamo - esprime il pensiero dell' autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

Roma - Riciclaggio, ostacolo all’attività degli organi di vigilanza, favoreggiamento e violazione di alcune norme bancarie: sono queste le accuse contenute negli avvisi di conclusione delle indagini notificati dai militari della Guardia di Finanza di Milano a una decina di persone nell’ambito dell’inchiesta (condotta dai pm Mauro Clerici e Roberto Pellicano) sulla filiale italiana della svizzera Arner Bank e sul Flat Point Development Limited.

Quest’ultima è la società di Antigua con una filiale torinese che fu impegnata in un imponente progetto turistico nell’isola caraibica e alla quale, come risulta dagli accertamenti, tra il 2005 e il 2009, sarebbero stati versati 34 milioni di euro dagli acquirenti dei lussuosi immobili e dei quali più di 20 sono risultati provenire da conti personali e ufficiali di Silvio Berlusconi.

Tra i destinatari dell’avviso di conclusione delle indagini, oltre alla stessa filiale italiana della banca (sotto inchiesta in base alla legge sulla responsabilità amministrativa degli enti), ci sono l’ex presidente Nicola Bravetti e l’ex ad Davide Jarach, l’allora consigliere Marco Milla, e altri dipendenti della banca come Flavio De Paolis e Romani e l’ex commissario ai tempi nominato dal Ministero del tesoro, Alessandro Marcheselli.

Per quanto riguarda il filone che riguarda la Flat Point, la Procura ha contestato il reato di infedele dichiarazione dei redditi agli amministratori Giuseppe Cappanera, Giuseppe Poggioli ed Elisa Gamondi. Per gli inquirenti la Flat Point sarebbe una società esterovestita e pertanto i suoi redditi avrebbero dovuto essere dichiarati in Italia e non ad Antigua. Nel documento di chiusura indagini risulta anche il nome di Piergiorgio Rivolta, l’architetto che ha seguito i lavori delle ville ad Antigua, tra cui anche quella dell’ex premier.

http://www.wallstreetitalia.com/article ... sconi.aspx

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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda sandropascucci » 29 mag 2012, 14:47

ooppss!!

>
>
JP Morgan cade sui derivati che lei stessa ha inventato
Franco Spinelli*

La maxi perdita sui derivati ammessa recentemente dal colosso Usa JP Morgan è una nemesi storica. Un suo uomo, Mark Brickell, viene messo a fine anni ’80 a capo dell’Isda, l’associazione degli operatori in derivati, per frenare la regolamentazione del settore, scrive Franco Spinelli, ordinario di Economia politica all’Università di Brescia. Non solo: nel 1994 è sempre JP Morgan a inventare i Cds, strumenti che fungono da “assicurazione” contro il fallimento di un’emittente.

Jamie Dimon, guida e simbolo di JP Morgan

29 maggio 2012 - 14:16

JP Morgan, la più blasonata istituzione finanziaria statunitense, è stata investita da una colossale perdita in operazioni su derivati. Per iniziare a spingere l’analisi di quanto accaduto oltre gli aspetti, pur rilevanti in sé e per l’opinione pubblica, della quantificazione dell’entità delle perdite e dell’individuazione delle responsabilità interne all’azienda, ci si potrebbe chiedere: come ha potuto un simile fatto succedere in un’azienda che da tempo fa scuola in tema di individuazione, quantificazione e gestione dei rischi?

Al riguardo, ricordiamo che sin dalla seconda metà del decennio 1980 era proprio JP Morgan ad avviare, con quello che sarebbe divenuto noto come “Rapporto delle 16:15”, la pratica oggi diffusa del calcolo quotidiano del Value at Risk (VaR), ovvero della perdita massima attesa da ogni singola azienda espressa dapprima in percentuali e poi in valori monetari assoluti. Ricordiamo altresì che, nel 1994, in occasione dell’incidente petrolifero Exxon Valdez, era ancora JP Morgan a inventare il Credit Default Swap (CDS), strumento in sé nobile di copertura del rischio di credito, e che pure sarebbe entrato a far parte dell’armamentario di ogni istituzione finanziaria. Infine, in tempi recenti JP Morgan dava un’altra lezione di risk management all’intera industria finanziaria decidendo di uscire dal settore immobiliare prima che la bolla scoppiasse e sulla base di un lucido quanto raro ragionamento del tipo: «In tema di ciclo dei valori immobiliari non disponiamo ancora di dati sufficienti per convincerci che il mercato non sia sopravvalutato e non possa scendere».

In quest’articolo, però, più che soffermarci sull’evidente contraddizione emersa tra una buona tradizione di risk management e l’incidente recente, vorremmo spingere la riflessione ancora più in profondità richiamando il ruolo di punta che JP Morgan ha avuto nel fare sì che negli USA non si arrivasse mai a una regolamentazione organica proprio di quei derivati che ora le hanno causato la colossale perdita.

La vicenda, ben raccontata in ogni storia ordinata della finanza degli ultimi decenni, parte dal 1988 quando JP Morgan colloca un proprio uomo, Mark Brickell, al vertice del gruppo di pressione ISDA, creato dai maggiori operatori in swaps in risposta alle crescenti attenzioni delle autorità di vigilanza. Di lì a poco, la Commodity Futures Trading Commission (CFTC) – agenzia indipendente che regola gli scambi in opzioni e derivati – annuncia di voler stabilire se i derivati siano o meno futures.

La domanda non è banale perché, in caso di risposta affermativa, automaticamente gli swaps ricadrebbero sotto il potere regolamentare della CFTC. Brickell sferra allora un attacco difensivo basato sui seguenti argomenti: (a) poiché l’attività in derivati è fonte continua di innovazione finalizzata a ridurre il rischio, è bene che essa non venga frenata da alcuna regolamentazione; (b) gli operatori in derivati sono in banche, quindi istituzioni già sottoposte a regolamentazione e vigilanza, e sono comunque soggetti informati e sofisticati che non hanno bisogno di particolari tutele e controlli; (c) il mercato basta da solo a tenere tutto in ordine; (d) i derivati non possono essere futures perché, se lo fossero, per il fatto di non originare in mercati regolamentati i relativi contratti non avrebbero forza legale. Passando dalle affermazioni alle omissioni, Brickell fa finta di non vedere che i derivati non annullano il rischio, ma lo spostano semplicemente da un’istituzione a un’altra, con conseguente formarsi anche di un grado di interconnessione tra le medesime, che prima non esisteva.

Nel pieno dello scontro tra CFTC e industria dei derivati, George Bush nomina un nuovo presidente di CFTC il cui primo atto consiste nell’incontrare proprio sia Brickell sia un Alan Greenspan (ex presidente della Federal Reserve, ndr) che è stato nel board di JP Morgan e ha pure sposato la tesi che non serva alcuna regolamentazione perché «il mercato basta e avanza». Risultato: nel 1989 la stessa CFTC delibera che i derivati non sono futures.

Nei primi anni ’90, la stessa JP Morgan e Brickell sono nuovamente in prima fila nel produrre un rapporto di ben quattro volumi titolato Derivatives Practices and Principles e pure finalizzato a contrastare le attenzioni delle Autorità. Questa volta l’argomento centrale è: basta l’autodisciplina degli operatori.
Il braccio di ferro con i regolatori si riapre nel 1992, quando il presidente Corrigan della Fed di New York lancia un forte richiamo ai rischi dei derivati e chiede che il General Accounting Office (GAO) realizzi un’indagine a tappeto in materia. L’industria risponde “favorendo” il passaggio di Corrigan dalla Fed a Goldman Sachs, con suo netto e imbarazzante cambio di opinioni in tema di derivati.

Nel frattempo, però, i rischi dei derivati si stanno concretizzando nelle grosse perdite registrate da Procter & Gamble, Gibson Greetings e Orange County su contratti proposti loro da Bankers Trust e Merril Lynch. Per cui, il GAO avvia comunque un’indagine conoscitiva chiedendo ai quindici maggiori operatori in derivati una dettagliata rendicontazione della propria attività. Sulla base dell’evidenza fornita da quattordici di essi –il quindicesimo si rifiuta di collaborare – il GAO stende un rapporto allarmante.

Dal quale risulta che: (a) la maggior parte dell’operatività in derivati avviene non in banche regolamentate e vigilate, come ha sempre sostenuto Brickell, ma in società di brokeraggio e assicurative e in veicoli creati appositamente proprio per sfuggire al controllo di ogni autorità, SEC (la Consob americana, ndr) inclusa; (b) almeno un terzo di tali operatori non attua gli stress tests, e (c) l’entità dell’operatività di ogni singolo operatore è tale sia da porre, in caso di default, rischi “sistemici” di liquidità e controparte sia da costituire una seria minaccia per le stesse banche dotate di assicurazione federale.

Il rapporto del GAO sfocia nella proposta al Congresso – certo non radicale né onerosa – di fare sì che i singoli operatori forniscano alle autorità informazione atta a consentire di anticipare il precipitare di una crisi o comunque di gestirla al meglio. Ma anche questa volta l’industria contrattacca con la duplice tesi che la rischiosità sistemica dei derivati non è stata dimostrata e che la proposta del GAO ridurrebbe fortemente la disponibilità di derivati, danneggiando così l’economia reale. Nel corso delle audizioni conoscitive del Congresso, gli uomini del GAO sono aggrediti verbalmente da diversi parlamentari e non trovano sostegno nemmeno negli uomini di FDIC (l’agenzia che assicura i depositi bancari Usa), SEC, Tesoro e Fed. Per cui, non se ne fa nulla: il lobbismo avviato da Brickell prima del suo passaggio delle consegne quale presidente di ISDA è risultato ancora una volta efficace.

Ritornando all’oggi, poiché in incidenti simili c’è sempre un potenziale rischio sistemico, non è il caso di concludere in modo beffardo con il detto “chi è causa del proprio mal, pianga se stesso”. Ci sia però consentito rimarcare due cose. Primo, è evidente che anche in finanza esiste una nemesi storica; in questo caso, il punto è peraltro rafforzato dal fatto che la quindicesima istituzione che si rifiutava di collaborare con il GAO era quell’American Insurance Group (AIG) che nel 2008 sarebbe stata travolta proprio dall’operatività in derivati. Secondo, le banche che raccolgono depositi e sono sostenute dall’assicurazione statale non possono essere gestite come hedge funds; a questo riguardo, oggi un Jamie Dimon (numero uno di JP Morgan, ndr) visibilmente indebolito alza le braccia e si dice d’accordo con il varo della “Regola di Volker”, ma ieri – e precisamente a partire dal 1990 – il suo stesso predecessore sulla poltrona di amministratore delegato di JPMorgan, Weatherstone, s’incaricava di svolgere un ruolo di punta nel far saltare il Glass-Steagall.

*ordinario di Economia politica all’Università di Brescia



Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/jp-morgan-cade- ... z1wGJxlwBm
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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda sandropascucci » 5 giu 2012, 12:22

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Caso Finmeccanica, perquisita la casa di Gotti Tedeschi

Provvedimento della Procura di Napoli. Il banchiere non è indagato. Fu rimosso dalla carica di presidente dello Ior lo scorso 24 maggio
di DARIO DEL PORTO e CONCHITA SANNINO

L'abitazione di Ettore Gotti Tedeschi è stata perquisita questa mattina su ordine della Procura di Napoli. La notizia è stata confermata dal procuratore aggiunto Francesco Greco. Gotti Tedeschi non risulta indagato. La perquisizione non riguarda il caso Ior ma rappresenta uno sviluppo del caso Finmeccanica. Il banchiere già presidente dell'Istituto per le Opere di Religione fu rimosso dalla carica dal Consiglio di Sovrintendenza della banca vaticana lo scorso 24 maggio.

L' indagine - coordinata dal Procuratore aggiunto Francesco Greco e condotta dai pm Francesco Curcio, Vincenzo Piscitelli ed Henry John Woodcock, punta in particolare ad accertare presunti casi di corruzione internazionale, ovvero il pagamento di tangenti per vendite da parte aziende del gruppo Finmeccanica.

Le attività sono attualmente in corso nell'abitazione di Gotti Tedeschi a Piacenza e in un suo ufficio a Milano.


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IL CASO

Brontos, il Gup rinvia a giudizio Profumo

L'ex ad Unicredit accusato di frode fiscale

E' indagato con altri 19 per presunta truffa da 245 milioni, con operazioni di finanza strutturata poi contestate dall'Agenzia delle entrate come "abuso di diritto". Il banchiere, ora presidente Mps: "Attendo il giudizio di merito, certo della correttezza del mio operato"
di ANDREA GRECO

Unicredit, i pm chiedono il giudizio per Profumo
MILANO - Il Gup di Milano Anna Laura Marchiondelli ha rinviato a giudizio Alessandro Profumo, ex amministratore delegato di Unicredit e attuale presidente di Mps, e altre 19 persone accusate di una presunta maxi-frode fiscale da 245 milioni di euro che sarebbe stata realizzata attraverso un'operazione di finanza strutturata chiamata Brontos.

Con il banchiere genovese sono stati rinviati a giudizio anche 16 manager di Unicredit e tre di Barclays. Per la procura di Milano, l'istituto di Piazza Cordusio e la banca britannica avrebbero perpetrato una maxi evasione fiscale da 245 milioni attraverso una serie di operazioni con società inglesi e lussemburghesi, mascherando gli utili e facendoli figurare come dividendi per pagare un'aliquota più bassa. Profumo, come gli altri 19 indagati è accusato di frode fiscale e ostacolo all'attività investigativa. La prima udienza del processo si terrà il prossimo 1° ottobre alla seconda sezione penale.

"Capisco che il Giudice per l'Udienza Preliminare non è il Giudice del merito e quindi aspetto fiducioso ed impaziente il giudizio pubblico - ha detto Profumo -, certo come sono della correttezza di ogni mio operato e che non potrà quindi che essere riconosciuto come tale. In questo modo si porrà anche fine al danno di reputazione che sto di fatto, inevitabilmente, pur ingiustamente, subendo".

L'indagine aveva passato in rassegna i comportamenti, avvenuti tra il 2004 e il 2009, dei più grandi istituti italiani, che navigando tra le norme e puntando su titoli governativi dei paesi emergenti avevano congegnato operazioni strutturate che secondo le accuse avevano tenuto un po' di ricavi all'esterno della Penisola, che vanta l'aliquota fiscale alle imprese più alta d'Europa. I risparmi fiscali delle banche erano stati di qualche miliardo, ma l'Agenzia delle entrate non aveva gradito e inviato notifiche e accertamenti.

Nel 2010 erano arrivate le prime transazioni: Bpm per 200 milioni, Banco popolare per 210 milioni, Credem per 54 milioni. Nel 2011 hanno pagato i "pesci grossi": Unicredit 191 milioni per accertamenti sugli esercizi 2005 e 2006, Mps 260 milioni, Intesa Sanpaolo 270 milioni. Gli istituti hanno preferito chiudere le pendenze civili con l'erario nonostante fossero convinti di essere nel diritto. All'epoca dei fatti, tale convinzione era stata suffragata dal fior fiore dei consulenti tributari, il più attivo dei quali a riguardo era stato lo studio Vitali Romagnoli Piccardi, quello fondato da Giulio Tremonti (che allora era ministro del Tesoro)

Il cambio di passo dell'Agenzia delle entrate è da collegare alla tipologia di reato chiamata "abuso di diritto": implica l'utilizzo di norme di legge al solo fine di aggirare o ridurre le aliquote dovute. Due le fattispecie più critiche : l'investimento in bond esteri che subivano la ritenuta fuori patria, poi detratta in Italia, e davano luogo a fenomeni di "doppio impiego" (poichè detraevano anche gli stranieri); e la compravendita estero-Italia di azioni italiane prima dello stacco dividendi, sempre con l'unico fine di ottenere un risparmio fiscale.
(05 giugno 2012) © RIPRODUZIONE RISERVATA


da: repubblica.it
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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda sandropascucci » 6 giu 2012, 10:34

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Pm di Trani indaga S&P a New York
Monti: in Moody's mai valutato rating

Indagato per favoreggiamento anche l'ad di Standard&Poor's Italia. Palazzo Chigi smentisce ricostruzioni dei media

TRANI - La sede di New York di Standard & Poor's è indagata dalla procura di Trani per manipolazione del mercato. Si tratta di un nuovo fascicolo-stralcio che segue la notifica dell'avviso di chiusura delle indagini notificato nei giorni scorsi a cinque persone, tra cui l'ex presidente di S&P, Deven Sharma.

L'apertura del fascicolo è stata disposta ai sensi della legge sulla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche (la 231 del 2001). L'avviso di conclusione delle indagini preliminari, che solitamente prelude alla richiesta di rinvio a giudizio, riguarda oltre a Sharma, l'attuale responsabile per l'Europa dell'agenzia di rating, Yann Le Pallec, e i tre analisti senior del debito sovrano che firmarono i report sotto accusa: Eileen Zhang, Frank Gill e Moritz Kraemer. I cinque sono accusati di manipolazione del mercato pluriaggravata e continuata in relazione ai quattro report sull'Italia diffusi tra il maggio 2011 e il gennaio 2012.

Indagato per favoreggiamento l'ad di S&P Italia. L'ad per l'Italia di S&P, Maria Pierdicchi, è indagato per favoreggiamento degli analisti a cui la procura di Trani ha notificato l'avviso conclusione indagini. La posizione del top manager è stata inviata per competenza alla procura di Milano. Inizialmente Pierdicchi era indagata per manipolazione del mercato. L'invio della posizione del top manager alla procura lombarda, dicono fonti qualificate, è stato deciso dopo un'istanza in tal senso presentata dai difensori dell'amministratore delegato. Prima della trasmissione del fascicolo il pm inquirente di Trani, Michele Ruggiero, ha provveduto a riqualificare giuridicamente i fatti ipotizzando il favoreggiamento. Pierdicchi fu ascoltata a Trani come "persona informata dei fatti" il 30 gennaio scorso. La sua audizione, durata quattro ore circa, riguardò in sostanza il percorso seguito dalle "informazioni confidenziali" - che per loro natura non possono essere rivelate prima di quelle ufficiali - che sfociarono nei report diffusi dall'agenzia di rating sul debito sovrano dell'Italia. In particolare furono forniti particolari dettagliati su quanto accadde nei giorni e nelle ore immediatamente precedenti la comunicazione ufficiale di S&P sul taglio di due gradini del rating al debito sovrano dell'Italia del 13 gennaio scorso: da A a BBB+.

Palazzo Chigi: Monti non ha mai valutato rating quando era in Moody's. Durante il periodo in cui ricopriva l'incarico di membro del Senior European Advisory Council di Moody's, l'allora presidente della Bocconi Mario Monti non ha mai partecipato alla «valutazione, neppure in via indiretta, di stati o imprese sotto il profilo del rating». E' quanto precisano fonti di palazzo Chigi, in risposta ad alcune ricostruzioni dei media. «In riferimento ad indiscrezioni di stampa si conferma che il Prof. Mario Monti (come a suo tempo venne pubblicamente comunicato) è stato membro del Senior European Advisory Council di Moody's dal luglio 2005 al gennaio 2009, periodo in cui ricopriva l'incarico di Presidente dell'Università Bocconi», ricordano le fonti. «Tale Advisory Board - proseguono le stesse fonti - comportava la partecipazione a due-tre riunioni all'anno che avevano per oggetto scambi di vedute sull'integrazione europea e sulla politica economica dell'Unione europea e non la valutazione, neppure in via indiretta, di stati o imprese sotto il profilo del rating. Nel periodo in questione, gli altri membri del Board erano Hans Tietmeyer, ex Presidente della Deutsche Bundesbank; Francis Mer, ex Ministro francese dell'Economia e delle Finanze; Howard Davis, ex Presidente della Financial Services Authority britannica; Olle Schmidt, membro svedese del Parlamento Europeo; Leszek Balcerowicz, ex Ministro delle finanze della Polonia».

La replica di Standard & Poor's. «Riteniamo che le accuse riportate siano prive di ogni fondamento e non supportate da alcuna prova». È quanto fa sapere, con una nota, Standard & Poor's. «Continueremo - dice ancora la nota a difendere strenuamente le nostre azioni e la reputazione della società e delle nostre persone».

Martedì 05 Giugno 2012 - 16:12 Ultimo aggiornamento: 18:52
© RIPRODUZIONE RISERVATA

da: corriereadriatico.it

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06/06/2012 09.48 Commenti - Piazza Affari
Standard&Poor's: l'inchiesta di Trani arriva a New York

FTA Online News

Anche la sede di New York dell'agenzia di rating Standard&Poor's è indagata dalla procura di Trani che da due anni sta analizzando i giudizi di Moody's, Fitch e della stessa S&P's per i rapporti del 20 maggio e del primo luglio 2011 che favorirono la speculazione ai danni dell'Europa e dell'Italia. Il sospetto dei magistrati, su denuncia dell'Adusbef e della Federconsumatori, è che gli analisti abbiano perseguito un disegno piuttosto che valutato autonomamente i rating sovrani UE. Indagati sarebbero già in S&P's l'ex numero uno Deven Sharma, l'attuale responsabile per l'Europa di S&P's Yann Le Pallec, e i tre analisti senior Frank Gill, Eileen Zhang e Moritz Kraemer. Secondo indiscrezioni di stampa ora sarebbe finita nel registro degli indagati anche Maria Pierdicchi, ad per l'Italia sentita come persona informata dei fatti. In un comunicato inerente a questi sviluppi dell'indagine l'agenzia di rating Standard & Poor's ha affermato: "Riteniamo che le accuse riportate siano prive di ogni fondamento e non supportate da alcuna prova".

(GD)

da: finanza.lastampa.it


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05 giu 12
Trani: l'ad di Standard and Poor's Italia è indagata

L'ad per l'Italia di S&P, Maria Pierdicchi, è indagato per favoreggiamento degli analisti a cui la procura di Trani ha notificato l'avviso conclusione indagini.
La posizione del top manager è stata inviata per competenza alla procura di Milano. Inizialmente - si apprende oggi - Pierdicchi era indagata per manipolazione del mercato.

L'invio della posizione del top manager alla procura lombarda è stato deciso - a quanto si apprende da fonti qualificate - dopo un'istanza in tal senso presentata dai difensori dell'amministratore delegato.
Prima della trasmissione del fascicolo il pm inquirente di Trani, Michele Ruggiero, ha provveduto a riqualificare giuridicamente i fatti ipotizzando il favoreggiamento.

Pierdicchi fu ascoltata a Trani come 'persona informata dei fattì il 30 gennaio scorso. La sua audizione, durata quattro ore circa, riguardò in sostanza il percorso seguito dalle 'informazioni confidenzialì - che per loro natura non possono essere rivelate prima di quelle ufficiali - che sfociarono nei report diffusi dall'agenzia di rating sul debito sovrano dell'Italia. I

n particolare furono forniti particolari dettagliati su quanto accadde nei giorni e nelle ore immediatamente precedenti la comunicazione ufficiale di S&P sul taglio di due gradini del rating al debito sovrano dell'Italia del 13 gennaio scorso: da A a BBB+.


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Bufera su Monti e Moody's Palazzo Chigi nega l'accusa: "Non si occupava di rating"
Sul web le voci della partecipazione del premier al board di Moody's proprio quando l'agenzia di rating bollò l'Italia come "Paese a rischio". Palazzo Chigi smentisce
di Andrea Indini - 05 giugno 2012, 21:51
Commenta
Un brutto sospetto è circolato nelle ultime ore sul web. Il presidente del Consiglio Mario Monti avrebbe fatto parte del board di Moody's proprio quando l'agenzia di rating tirava bordate contro l'Italia e faceva affondare l'economia del Belpaese nel baratro della recessione e della crisi economica.

Adesso, proprio Moody's è indagata, insieme a Fitch e a Standard & Poor's, dalla procura di Trani per manipolazione di mercato. Palazzo Chigi si affretta a spiegare che il Professore è stato membro del "senior european advisory board" dell'agenzia "dal luglio 2005 al gennaio 2009, periodo in cui ricopriva l’incarico di presidente dell’Università Bocconi".

In Italia scoppia la bufera contro le agenzie di rating. La procura di Trani sta mettendo sotto la lente di ingrandimento le accuse, i giudizi e i tagli di rating che negli ultimi anni hanno colpito il Belpaese contribuendo ad affossarne la solidità e a minarne la tenuta. Giudizi che, molto spesso, venivano comunicati a mercati ancora aperti. Tagli di rating che agli inquirenti sono sembrati un vero e proprio strumento per colpire l'Italia. Proprio oggi la sede di New York di Standard & Poor’s è stata indagata dai pm di Trani per manipolazione del mercato. È un nuovo fascicolo-stralcio che segue la chiusura delle indagini notificata nei giorni scorsi a cinque persone: l’ex presidente di S&P Deven Sharma, l’attuale responsabile per l’Europa Yann Le Pallec e i tre analisti senior del debito sovrano che firmarono i report sotto accusa Eileen Zhang, Frank Gill e Moritz Kraemer. Per quanto riguarda gli uffici italiani il pm di Trani Michele Ruggiero ha indagato l'amministratore delegato Maria Pierdicchi. Nel mirino le ore immediatamente precedenti la comunicazione ufficiale di S&P sul taglio di due gradini del rating al debito sovrano dell'Italia del 13 gennaio scorso: da A a BBB+.

Sulle stesse agenzie di rating i pm di Trani stanno indagando dal 2010 dopo la denuncia congiunta di Adusbef e Federconsumatori. Il 6 maggio del 2010 un report pubblicato da Moody's bollava l'Italia come "Paese a rischio". Da quella denuncia l'inchiesta si è allargata a Fitch e Standard & Poor's per i giudizi che hanno contribuito a far precipitare la situazione politica fino alle dimissioni di Silvio Berlusconi da Palazzo Chigi. D'altra parte l'ex premier ha ripetuto più volte di aver lasciato la presidenza del Consiglio per il bene del Paese. Sei mesi dopo l'attacco di Moody's, Mario Monti diventava premier e sul web è stata ventilata da diversi blog l'ipotesi (rilanciata dal sito Dagospia) che il Professore potesse finire coinvolto nell'indagine di Trani. Palazzo Chigi ha subito spiegato che la partecipazione di Monti al board di Moody's comportava "la partecipazione a due-tre riunioni all’anno", dal luglio 2005 al gennaio 2009, che non avevano per oggetto, "neppure in via indiretta", la valutazione di stati o imprese sotto il profilo del rating.

Contattati in mattinata, gli uffici londinesi di Moody's non ci hanno ancora fatto sapere il ruolo di Monti all'interno dell'agenzia: dopo averci chiesto il motivo del nostro interesse sul ruolo del Prof dentro a Moody's, sono scomparsi nel nulla. Restiamo in attesa di una risposta ufficiale. Ad ogni modo, presa per buona la smentita di Palazzo Chigi, resta comunque che dal 2005 il Professore era "international advisor" per la Goldman Sachs, una delle più potenti banche del mondo che ha contribuito a mettere in ginocchio l'economia greca. Ma questa è tutta un'altra storia.

Forse.
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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda roberta » 23 giu 2012, 0:00

::
Istruttoria Corte dei Conti contro agenzie di rating per danno erariale di 120 miliardi di euro
Pubblicato da ImolaOggi CRONACA, In risalto, NEWS giu 22, 2012.

La procura generale del Lazio della Corte dei Conti ha aperto un’istruttoria sui rapporti diffusi da Moody’s, Standard&Poor’s e Fitch tra maggio e novembre 2011 sul debito pubblico italiano, quantificando il possibile danno erariale provocato dai report nella somma delle manovre finanziarie dello scorso anno.

Lo ha dichiarato a Reuters il procuratore generale laziale Angelo Raffaele De Dominici, confermando quanto pubblicato oggi da L’Espresso e il Sole 24 ore.

“Ho aperto un’inchiesta sulle agenzie di rating perché non ritengo corretto che si possano esprimere in modo superficiale sul debito sovrano italiano creando una serie di conseguenze a catena che conosciamo tutti”, ha spiegato il procuratore, che ha già ascoltato i rappresentanti delle tre agenzie.

“Siamo stati vessati da una serie di interventi di finanza pubblica che hanno raffreddato l’economia e hanno messo a rischio la stabilità dei conti pubblici italiani”.

Per quanto riguarda il possibile danno erariale provocato dai report, secondo il procuratore la stima di 120 miliardi di euro fornita stamani dai giornali “è approssimativa e riflette il totale delle due manovre, peraltro legittime, del governo prima della crisi parlamentare”, che furono “molto pesanti e ispirate ai giudizi di rating”.

A regime, nel 2014 le tre manovre dello scorso anno – quelle di agosto e settembre del governo Berlusconi e quella di dicembre del governo Monti – riducono il deficit di 81 miliardi.

“Il caso verte sull’ipotesi di un pregiudizio finanziario con conseguenze dannose sui conti pubblici, che hanno spinto ad incrementare la leva tributaria a carico dei contribuenti italiani“, ha sottolineato ancora De Dominicis.

Nei mesi scorsi, la procura di Trani ha aperto un’inchiesta penale sulle tre agenzie con l’ipotesi di reato di manipolazione del mercato, a causa delle oscillazioni di borsa – ritenute anomale – fra il 2010 e il 2012 a seguito della diffusione dei loro report, anche a mercati aperti. Le tre società hanno sempre respinto ogni accusa. reuters
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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda sandropascucci » 26 giu 2012, 13:24

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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda sandropascucci » 27 giu 2012, 10:02

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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda MauroB » 6 lug 2012, 13:50

"
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>
Libor dei banksters"

di: WSI Pubblicato il 06 luglio 2012| Ora 12:21

Un tempo banchieri, oggi gangster della finanza. Il ciclone che ha travolto Barclays è appena iniziato. I tentativi di manipolare il tasso potrebbero tradursi nella frode finanziaria più imponente della storia. Via ale class actions. Come accadde in Usa per il tabacco. Per smantellare le banche.

Roma - Già la fiducia verso i banchieri di tutto il mondo era scesa ai minimi storici, complice la crisi finanziaria del 2008, le rivelazioni shock sui bonus e gli stipendi dei dirigenti, l'ultimo scandalo di trading che ha visto JP Morgan nell'occhio del ciclone. La tempesta che si è abbattuta sulla City di Londra e che ha visto colossi britannici del calibro di Barclays manipolare il tasso interbancario Libor, è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. E che ha fatto infuriare tutti: governo britannico, cittadini inglesi e non solo, piccoli investitori e...anche la stampa. Tanto che l' Economist non risparmia critiche all'intero settore bancario in un articolo di oggi e ribattezza i bankers, ergo i banchieri, con l'appellativo di banksters.

Ecco a voi i gangster delle banche. Indicativo quanto scrive il settimanale: "i tentativi di manipolare il Libor tradiscono semplicemente una cultura fatta di disonestà gratuita, oltre a dare il via a una serie di cause legali e a una maggiore regolamentazione in tutto il mondo". Questo potrebbe essere davvero essere il momento della verità, che l'Economist definisce come "tobacco moment", riferendosi alle cause legali che colpirono pesantemente l'industria del tabacco anni fa. Il momento,insomma, di fare i conti con la giustizia. "I pericoli di tutto ciò sono ovvi: la furia popolare e le cause collettive raramente rappresentano un buon punto di partenza per la creazione di nuove regole".

Al momento, continua l'articolo, "lo scandalo sta colpendo un paese e una banca in particolare. Barclays è stata multata con $450 milioni dalle autorità di regolamentazione americane e britanniche per i suoi tentativi di manipolare il Libor. Gli sforzi compiuti dall'istituto per sedare lo scandalo sono falliti miseramente, con Bob Diamond, l'amministratore delegato, che si è dimesso questa settimana". Il governo britannico ha ordinato nel frattempo una revisione parlamentare per far luce sulle banche inglesi e il risultato è che la "reputazione della City è stata ulteriormente intaccata".

Ma "questa storia va al di là del Regno Unito. Barclays è la prima banca a essere finita sotto i riflettori in quanto ha deciso di offrire la sua cooperazione alle indagini. Non sarà l'ultima. Le indagini sulla manipolazione del Libor e di altri tassi sono in corso in America, Canada e nell'Unione europea. E tra queste, spuntano molti tra i nomi più altisonanti della finanza: come quelli di Citigroup, JP Morgan Chase, UBS, Deutsche Bank e HSBC. A essere implicati, sono i dipendenti da New York a Tokyo".

Lo scandalo "potrebbe finire con il costare molti soldi alle banche. Il Libor è utilizzato infatti per fissare il valore di strumenti finanziari stimato a 800.000 miliardi di dollari, ed è capace di condizionare i prezzi di tutto, dai semplici mutui ai derivati sul tasso di interesse. Se i tentativi di manipolare il Libor sono riusciti - e le autorità di regolamentazione ritengono che in alcuni casi Barclays abbia ottenuto i risultati sperati - allora questa si confermerà la frode finanziaria più grande della storia, condizionando investitori di tutto il mondo. E tutto ciò darà il via a una serie di cause legali che saranno avviate non solo dai clienti diretti delle banche implicate, ma da ognuno che abbia un interesse finanziario legato al Libor. Le cause, probabilmente, sono già iniziate".

http://www.wallstreetitalia.com/article ... sters.aspx

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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda sandropascucci » 6 lug 2012, 18:01

ottimo per le fiere !
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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda sandropascucci » 17 ago 2012, 14:17

e parliamo di DENARO già CREATO, ossia "in circolazione".
IGB è a MONTE di tutto ciò.

riesci ad immaginare il POTERE di IGB, ora?

:

:

Numero del 15.08.12
02 ECONOMIA

APERTURA di Sarah Jaffe

IL DOSSIER - Un rapporto del Tax justice network fornisce le cifre della ricchezza finanziaria. Ecco cosa ci nascondono i più ricchi del mondo
Il paradiso dei super-evasori globali
21 mila miliardi di dollari è la cifra custodita nei Paesi offshore e nelle mani di un'élite di ricchi. Mentre i governi tagliano spese pubbliche e welfare, meno di dieci milioni di persone nascondono al fisco una somma pari al Pil di Stati Uniti e Giappone. A favorire questo processo, le grandi banche salvate dai governi: Goldman Sachs, Ubs, Credit Suisse

Ventunomila miliardi di dollari. È questa la cifra che gli uomini più ricchi del mondo nascondono nei paradisi fiscali offshore sparsi per il Pianeta. Potrebbe anche trattarsi di una somma maggiore - fino a trentadue mila miliardi - ma il suo ammontare complessivo è quasi impossibile da calcolare.
Mentre i governi tagliano la spesa e licenziano lavoratori - perché c'è bisogno di austerità a causa del rallentamento dell'economia - gli ultra-ricchi, meno di dieci milioni di persone, hanno nascosto al fisco una somma pari alla somma del prodotto interno lordo degli Stati Uniti e di quello del Giappone. Lo rivela il nuovo rapporto di Tax justice network. Le cifre fornite dal documento sono scioccanti. «Le entrate perse a causa dei paradisi fiscali - rileva lo studio - sono talmente ampie da costituire una differenza significativa secondo tutti i nostri indici convenzionali di diseguaglianza. Poiché la maggior parte della ricchezza finanziaria mancante appartiene a una (piccola) élite, l'impatto è sconcertante».
James S. Henry, ex capo economista di McKinsey & Co., autore di The Blood Bankers e di articoli apparsi su The Nation e sul New York Times, ha scavato nei documenti della Bank for international settlements, del Fondo monetario internazionale (Fmi), della Banca mondiale, delle Nazioni unite, di banche centrali e di analisti del settore privato, riuscendo infine a tracciare il profilo dell'enorme riserva di denaro che fluttua nelle nebulose località definite offshore. E stiamo parlando soltanto del denaro, perché il rapporto non si occupa di appartamenti, yacht, opere d'arte e altre forme di ricchezza nascoste - nei paradisi fiscali e quindi non tassate - dai super-ricchi. Henry lo definisce il «buco nero» nell'economia mondiale e nota che «nonostante ci siamo sforzati di essere prudenti, i risultati sono scioccanti».
C'è una gran quantità d'informazioni in questo rapporto, quindi abbiamo scelto sei cose fondamentali da conoscere sul denaro che i più ricchi del mondo stanno nascondendo a tutti noi.

1. Incontra il top 0.01%
«Secondo i nostri calcoli, almeno 1/3 di tutta la ricchezza finanziaria privata e circa la metà di quella offshore è posseduta dalle 91.000 persone più ricche del mondo, appena lo 0.01% della popolazione mondiale» rileva il documento. Questi top 91.000 hanno circa 9.800 miliardi del totale stimato nel rapporto e meno di dieci milioni di persone possiedono l'intera pila di denaro.
Chi sono queste persone? È chiaro che sono le più ricche, ma cos'altro sappiamo di loro? Il rapporto parla di «speculatori cinesi trentenni, attivi nel settore immobiliare e magnati del software della Silicon Valley» e coloro la cui ricchezza deriva dal petrolio e dal traffico di droga. Non cita invece - ma avrebbe potuto - candidati alla presidenza degli Stati Uniti: Mitt Romney è stato attaccato per aver nascosto denaro in un conto svizzero e in investimenti nelle Isole Cayman.
Mentre i signori della droga hanno bisogno di nascondere i loro profitti illegali, tanti altri ultra-ricchi evitano di pagare le tasse costruendo intricati gruppi di aziende e altri investimenti soltanto per cancellare un po' di voci dal conto che devono pagare al loro paese.

2. Dove diavolo sono finiti i soldi?
Secondo Henry, il termine offshore non corrisponde più a un luogo fisico, nonostante una quantità di posti come Singapore e la Svizzera continuino a specializzarsi nel fornire ai ricchi di tutto il mondo «residenze fisiche sicure a bassa tassazione».
Ma oggi la ricchezza offshore è virtuale. Henry descrive «siti nominali, ultra-portatili, multi-giurisdizionali e spesso temporanei all'interno di reti di organizzazioni e accordi legali e semi-legali».
Una compagnia può essere ubicata all'interno di una giurisdizione, ma posseduta da un gruppo di aziende situato altrove e amministrata da un insieme di società in una località terza. «In definitiva il termine offshore si riferisce a un insieme di potenzialità» piuttosto che a un posto o a una serie di posti.
Il documento nota anche che è importante distinguere tra «paradisi intermedi«, cioè quei posti che la gente normalmente immagina quando pensa ai paradisi fiscali (come le Isole Cayman di Romney, le Bermuda e la Svizzera) e i «paradisi di destinazione», che includono Stati Uniti, Gran Bretagna e perfino Germania. Queste ultime sono destinazioni richieste, perché mettono a disposizione «mercati azionari efficienti e disciplinati, banche sostenute da un'ampia popolazione di contribuenti e compagnie d'assicurazione; sistemi legali ben sviluppati, avvocati competenti, sistemi giudiziari indipendenti, e il principio di legalità».
In altre parole la stessa gente che non paga le tasse spostando in giro il suo denaro approfitta, al fine di evadere, dei servizi finanziati dai contribuenti. E negli Stati Uniti alcuni Stati hanno cominciato, fin dagli anni Novanta, a fornire, a buon mercato, organizzazioni «il cui livello di segretezza e protezione nei confronti dei creditori e i cui vantaggi fiscali fanno concorrenza a quelli dei tradizionali paradisi fiscali offshore». Se a questo si aggiunge che i ricchi e le multinazionali negli Stati Uniti pagano sempre meno tasse, ne risulta che stiamo provando ad attirare quelli che stanno cercando nasconderci il denaro.

3. Le banche salvate dai governi
Chi sta favorendo questo processo? I nomi che vengono fuori quando si spulcia nei dati sono familiari: Goldman Sachs, Ubs e Credit Suisse sono i primi tre, mentre Bank of America, Wells Fargo e JP Morgan Chase rientrano tutti nella Top 10. «Alla loro lista di onorificenze possiamo aggiungere quest'altra: sono attori chiave in molti paradisi fiscali in giro per il mondo e sono fondamentali nel sostenere il sistema globale d'ingiustizia fiscale» nota il rapporto.
Alla fine del 2010 le prime 50 banche private amministravano circa 12 mila miliardi in patrimoni investiti oltre frontiera per i loro clienti. Più del doppio rispetto al 2005, con una crescita annuale di oltre il 16%.
«Dalle banche alle aziende di consulenza fiscale, agli studi legali internazionali, alcuni degli affari più grossi del mondo sono legati alla fabbrica dell'elusione fiscale globale» scrive sul Guardian la studiosa di finanza (ed ex trader di Goldman Sachs) Lydia Prieg. «Queste aziende non sono enti morali che possiamo rimproverare per fargli pagare la loro parte. La loro funzione è massimizzare i loro profitti e quelli dei loro clienti».
«Fino agli ultimi anni del 2000 - nota Henry - il tipico giudizio dei capitalisti rampanti era: che cosa potrebbe essere più sicuro delle - troppo grandi per fallire - banche statunitensi, svizzere e britanniche?». Senza i salvataggi arrivati con la crisi finanziaria del 2008 - aggiunge Henry - molte di queste banche che stanno nascondendo i soldi degli ultra-ricchi non esisterebbero più. Questi ultra-ricchi si rivolgono alle grandi banche proprio perché danno per scontato l'appoggio governativo a queste ultime.

4. Sempre più disuguaglianze
Tutta questa ricchezza nascosta in giro per il mondo - che pare impossibile da misurare e da tassare - sottolinea il Tax Justice Network, ci porta certamente a sottovalutare le diseguaglianze di reddito e di ricchezza. Stewart Lansley, autore di The cost of inequality, ha dichiarato a Heather Stewart sul Guardian: «Non c'è alcun dubbio: tutte le statistiche sui redditi e la ricchezza in cima alla scala sociale sottovalutano il problema».
Lansley sostiene che quando si determina il coefficiente Gini (un indice per misurare le diseguaglianze all'interno di una società) «non si prendono informazioni sui milionari e i miliardari e, anche se lo si fa, esse non possono essere calcolate in maniera completa».
Si tratta di un problema così significativo che a quello di Henry il Tax Justice Network ha aggiunto un secondo rapporto, intitolato "Diseguaglianza: la metà non la conosci". Il documento elenca tutti i punti deboli del modo in cui attualmente calcoliamo le diseguaglianze, le quali spesso sembrano ridursi perché non abbiamo alcuna misura adeguata della vera ricchezza dei super-ricchi. Sono disponibili i dati delle dichiarazioni dei redditi, ma se ci sono davvero miliardi nascosti nei paradisi fiscali sparsi per il mondo, come calcoliamo le entrate effettive dei più ricchi del mondo?
Anche solo in base agli indici che utilizziamo attualmente, la diseguaglianza nel mondo sta salendo alle stelle. Se però quell'1% di più ricchi degli Stati Uniti non possiede soltanto il 35,6% della ricchezza, ma una porzione molto più abbondante nascosta da qualche parte, che significa per noi tutto ciò? Non dobbiamo dimenticare, come chiarisce il rapporto, che «la disuguaglianza rappresenta una scelta politica», che in quanto società operiamo le nostre scelte in base al livello di disuguaglianza che riteniamo tollerabile o giusto. Se questa è molto più grande di quanto pensiamo, come tutto ciò altera le nostre priorità? Molti americani sono disinformati sul nostro livello di disuguaglianza, ma il rapporto conferma che anche i presunti esperti stanno sottovalutando ampiamente il problema.

5. I paesi non sono indebitati
Il rapporto di Henry esamina separatamente un sotto-gruppo di 139 paesi, la maggior parte dei quali a reddito basso o medio, e rileva che alla fine del 2010 questi 139 paesi, tutti assieme, avevano un debito di oltre 4 mila miliardi. Ma se si tenesse conto di tutto il denaro detenuto offshore, questi paesi avrebbero un debito negativo di 10 mila miliardi o, come scrive Henry, «una volta considerati questi patrimoni offshore e i guadagni che essi producono, molti paesi definiti come debitori si rivelano essere in realtà ricchi. Ma il problema è che la loro ricchezza è offshore, nelle mani delle loro élite e dei loro banchieri privati».
Henry nota inoltre che - ormai da oltre una decina di anni - i paesi in via di sviluppo nel loro insieme si sono rivelati essere creditori di quelli sviluppati invece che debitori. «Ciò significa che siamo in presenza di un problema di giustizia fiscale, non semplicemente di debito».
Ma questi debiti ricadono sulle spalle dei lavoratori di quei paesi, di coloro che non possono avvantaggiarsi di sofisticati scudi fiscali.
E ciò non rappresenta certamente un problema solo per i paesi in via di sviluppo. Oggi - rileva Henry - il mondo sviluppato ha la sua crisi debitoria. L'economista francese Thomas Piketty nota che «la ricchezza detenuta nei paradisi fiscali è probabilmente sufficiente a trasformare l'Europa in un grosso creditore netto nei confronti del resto del mondo».

6. Quanto ci stiamo rimettendo?
Henry stima che se questi 21 mila miliardi non dichiarati fruttassero un rendimento del 3% e questa rendita fosse tassata del 30%, soltanto ciò genererebbe introiti fiscali pari a circa 190 miliardi di dollari. Se invece l'ammontare di denaro nei paradisi fiscali fosse più vicino alla valutazione più elevata, quella di 32 mila miliardi, ciò potrebbe generare introiti fiscali per 280 miliardi, circa il doppio di quanto i paesi dell'Oecd (Organizzazione per lo sviluppo e la cooperazione economica, ndt) spendono per il sostegno allo sviluppo. In altre parole, un mucchio di soldi. E la tassazione al 3% è quella più bassa che si potrebbe imporre.
E parliamo solo delle tasse sul reddito.Quelle sui capitali azionari, sulle eredità e altre potrebbero fruttare ancora di più.
È per questo motivo che, in conclusione, Henry sostiene che possiamo prendere questo rapporto come una buona notizia: «Il mondo ha appena scovato un enorme ammontare di ricchezza finanziaria che può essere invitata a contribuire alla soluzione dei più urgenti tra i nostri problemi globali». «Abbiamo l'opportunità di pensare non soltanto a come prevenire alcuni degli abusi che hanno creato questa situazione, ma anche a come utilizzare al meglio i guadagni non tassati che ha generato».

* Tratto da AlterNet
Traduzione di Michelangelo Cocco


190 MILIARDI DI DOLLARI
A tanto ammonterebbero gli introiti fiscali se questi soldi non dichiarati avessero dei rendimenti del 3% e fossero tassati del 30%. Se l'ammontare di danaro fosse invece vicino alla stima più elevata, 32 mila miliardi invece che 21 mila, gli introiti salirebbero a ben 280 miliardi. Senza contare le tasse sui capitali azionari, sulle eredità e su altro. Un «tesoro» che darebbe un colpo decisivo alla crisi dei debiti sovrani.

4.000 MILIARDI DI DOLLARI
A tanto ammonta complessivamente il debito di 139 Paesi, in gran parte gravante sulle spalle dei lavoratori che non hanno mezzi per proteggersi. Ma se si tenesse conto di tutto il denaro offshore e dei guadagni che esso produce, molti paesi in realtà sarebbero ricchi. Il problema, dunque, è di giustizia fiscale, non di debito, perché la ricchezza è nelle mani delle élite di quei Paesi e dei loro banchieri privati.

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fonte: ilmanifesto.it


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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda ivanopino » 20 ago 2012, 11:39

davvero illuminante
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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda MauroB » 5 set 2012, 12:25

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Alle grandi banche un regalo da 2,5 miliardi

Il governo Monti perfeziona una norma varata da Tremonti che trasforma crediti inesigibili in moneta sonante

Laura Verlicchi - Mar, 04/09/2012 - 08:00
Milano - Compensare i debiti col fisco grazie ai crediti in sospeso: un sogno impossibile per centinaia di migliaia di contribuenti, soprattutto piccoli imprenditori e forzati della partita Iva, che da anni attendono rimborsi fiscali o sospirano invano i pagamenti dovuti da parte della pubblica amministrazione.

Per le banche, invece, il miracolo è a portata di mano: un affare da 2,5 miliardi di euro. Il calcolo si deve al sito Linkiesta.it, che ha acceso un faro sui vantaggi finanziari che deriveranno alle grandi banche italiane dalla «Trasformazione delle attività per imposte anticipate iscritte in bilancio in crediti di imposta». Più brevemente, il «comma 55», ovvero un codicillo dell'articolo 2 del Milleproroghe 2010 - era Tremonti, quindi - che solo ora, perfezionato dal governo Monti, comincia a mostrare i suoi effetti.

Apparentemente, il comma 55 è una possibilità aperta a tutte le imprese: si applica infatti alle «attività per imposte anticipate» (Dta) relative alle svalutazioni di crediti, all'avviamento e altre attività immateriali come marchi e brevetti, deducibili su più anni. In realtà, le svalutazioni concernono solo gli enti creditizi e finanziari: gli altri contribuenti possono solo sfruttare gli ammortamenti. Che di fatto sono una voce di bilancio importante soprattutto per i gruppi bancari, usciti da anni di fusioni e costose acquisizioni. Non solo: l'unica condizione posta dal comma 55 è che il bilancio della società sia chiuso in perdita. Esattamente quello che è accaduto a fine 2011 per tutte le grandi banche italiane. Sulla base di un calcolo prudenziale, Linkiesta stima che quest'anno solo per le cinque maggiori banche italiane il beneficio finanziario supera i 2,5 miliardi di euro. «Per Intesa Sanpaolo le Dta trasformate in crediti di imposta ammontano a circa 771 milioni. Anche Unicredit si è avvalsa della previsione normativa convertendo in credito d'imposta attività per circa 588 milioni. Nel caso di Ubi Banca il beneficio sfiora i 250 milioni, il Banco Popolare dovrebbe beneficiare di 484 milioni. Nella semestrale al 30 giugno 2012 del Monte dei Paschi di Siena, vengono evidenziati crediti d'imposta per 521 milioni di euro, non ancora utilizzati in compensazione».

Ma come funziona il sistema? Una banca svaluta crediti alla clientela quando ritiene che non recupererà per intero la somma prestata. Ai fini fiscali, però, queste svalutazioni non sono interamente deducibili nell'esercizio in cui avvengono, ma solo per una parte. Il resto, chiamato appunto «attività per imposte anticipate», può essere dedotto in quote costanti nei 18 esercizi successivi. Nell'immediato, quindi, la banca paga imposte più alte di quelle che teoricamente dovrebbe pagare se le norme fiscali fossero allineate a quelle contabili, come del resto succede anche alle imprese. Ma se chiude il bilancio in rosso, più alta è l'incidenza delle perdite sul patrimonio, maggiore è il credito di imposta che si ottiene: una somma che la banca potrà utilizzare subito, e senza limiti di importo - a differenza dei contribuenti comuni - in compensazione dei debiti fiscali, rinunciando, naturalmente, a dedurre le attività trasformate negli esercizi successivi. Una norma su misura per le banche, alle prese con le strettoie di Basilea.

http://www.ilgiornale.it/news/interni/a ... 34399.html

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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda sandropascucci » 6 set 2012, 14:08

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Cosa fanno oggi i banchieri che hanno scatenato la crisi?

Scritto da Fulvio Nebbia | Yahoo! Finanza – lun 3 set 2012 16:58 CEST

Quattro anni fa, il colosso bancario Lehman Brothers dichiarava bancarotta, mentre Goldman Sachs e Morgan Stanley si trasformavano da banche d'affari in banche normali, palesando al mondo la crisi finanziaria che, verosimilmente, era iniziata due anni prima, nel 2006, con la crisi dei mutui subprime americani. Molti degli attori protagonisti di questa crisi sono noti e afferiscono al mondo di quel sistema bancario guardato ormai con rancore e diffidenza da gran parte dei cittadini, costretti a subire sulla propria pelle gli effetti delle loro azioni. Ma dove sono ora queste persone?
Il Fatto Quotidiano riprende un articolo comparso sul quotidiano economico tedesco Handelsblatt, che ci informa sulle recenti occupazioni di chi ha ridotto il mondo sul lastrico. Ovviamente, la maggior parte di loro continuano a passarsela piuttosto bene.

Cominciamo da Richard Fuld, ex amministratore delegato di Lehman Brothers, conosciuto anche come "il Gorilla di Wall Street". È stato lui a portare la banca ad acquistare mutui subprime per poi rivenderli all'interno di "obbligazioni salsiccia" (composte da vari tipi di titoli tra i quali vengono infilati i mutui) che hanno infettato gran parte della finanza globale. Dopo il fallimento della banca d'affari (dalla quale ha percepito un compenso complessivo di circa 500 milioni di dollari per il suo operato), Fuld ha lavorato prima per Matrix Advisor (un hedge fund definito "fondo locusta" per il comportamento adottato, cioè spremere tutto il valore possibile da una società per poi passare a un'altra) e poi per Brokerhaus Legend Securities. E questo mentre ai creditori di Lehman Brothers verrano dati circa 65 miliari di dollari, rispetto alle richieste che ammontavano a 300 miliardi.

Stan O'Neal, ex amministratore delegato di Merrill Lynch, ha invece un legame più stretto con l'attualità italiana, perché attualmente fa parte del consiglio d'amministrazione di Alcoa, il colosso statunitense dell'alluminio che sta chiudendo il suo impianto in Sardegna, nonostante abbia ricevuto dallo Stato italiano 3 miliardi di euro in 15 anni. Mentre era invece alla guida della banca d'affari, aveva puntato sui derivati legati ai subprime, fino ad averne a bilancio per 41 miliardi di dollari nel giungo del 2006. Merrill Lynch è stata salvata dalla Bank of America (con la supervisione di Federal Reserve e di George W. Bush), mentre O'Neil ha percepito una buonuscita di 160 milioni di dollari.

Ma non sono solo oltreoceano i protagonisti di questa lunga e intricata storia, italianissimo è infatti Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredit dal 1998 al 2010. Dopo aver portato quasi al fallimento il più grande gruppo bancario nostrano con la sua strategia di acquisizioni e l'adozione di pratiche come la vendita di derivati alle società e agli enti pubblici o di titoli Parmalat e Cirio nonché di bond argentini poco prima dei rispettivi crack e dopo essere stato rinviato a giudizio dal Tribunale di Milano per frode fiscale attraverso l'operazione Brontos, ha ricevuto da Unicredit una buonuscita di 40 milioni di euro ed è passato a capo di Monte dei Paschi di Siena, i cui enormi problemi finanziari e giudiziari sono cronaca di questi mesi.

Un ruolo di primo piano l'ha giocato anche Kathleen Corbet, presidente di Standard & Poor's fino al 2007. L'agenzia di rating ha alimentato la bolla dei mutui subprime assegnando il rating più alto alle "obbligazioni salsiccia", come se fossero investimenti privi di rischio. Questo naturalmente non per generosità d'animo o superficialità, ma perché le stesse banche che vendevano quei titoli pagavano Standard & Poor's. Oggi risulta all'opera presso una banca d'investimento che lavora nel settore dell'energia.

Fred Goodwin ha invece perso il suo titolo di "sir" mentre si è visto affibbiare quello meno lusinghiero di "peggior banchiere del mondo" a seguito del suo lavoro come amministratore delegato della Royal Bank of Scotland, che ha portato alla nazionalizzazione della banca. Questo non gli ha comunque impedito di raggiungere a soli 50 anni una pensione di 703mila sterline all'anno (cifra che è stata dimezzata nel 2009 a seguito delle polemiche).

E coloro che hanno le responsabilità politiche della crisi? Bill Clinton, ex presidente USA che ha contribuito molto alla deregolamentazione delle operazioni bancarie, è oggi consulente di grandi imprese, mentre Gordon Brown, ex primo ministro inglese, anch'egli entusiasta sostenitore delle banche e della deregolamentazione e detassazione dei loro affari, oggi presta le sue competenze a organizzazioni che si occupano della povertà infantile.

Ultimo, ma non certo per importanza, Alan Greenspan, il "Maestro", a capo della Federal Reserve dal 1987 al 2006, che dopo aver ammesso in un'audizione al Congresso Statunitense nel 2008 di aver fatto degli errori (tra gli altri, una politica monetaria che ha alimentato la bolla dei mutui subprime), è oggi consulente di Picmo, uno dei più grandi gestori di fondi mondiali.
Quando si parla di meritocrazia...
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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda sandropascucci » 27 set 2012, 11:14

Corruzione e legname, UBS nei guai
Creato 17 Settembre 2012 09:29

La Proocura della Repubblica ha aperto un procedimento penale nei confronti del gruppo bancario UBS, sospettato di riciclaggio dei proventi della corruzione nell'industria del legno dallo stato malese di Sabah nel Borneo. Lo ha annunciato l'Ufficio del procuratore generale della capitale della Svizzera, Berna. Il caso contro l'UBS è stato aperto il 29 agosto 2012, a seguito di una denuncia penale da parte del Bruno Manser Fonds sugli stretti legami della banca con Musa Aman, primo ministro dello stato malese di Sabah.
Musa Aman ed i suoi candidati sono stati accusati di riciclaggio di oltre 90 milioni di dollari di proventi della corruzione del settore del legno tropicale in Sabah, Borneo, attraverso una serie di conti bancari UBS a Hong Kong. Musa Aman ha anche un conto bancario personale presso la UBS a Zurigo. Secondo il Bruno Manser Fonds, la UBS ha omesso di applicare correttamente la due diligence, come previsto dalla legge quando si tratta con persone soggetti a rischio. Musa Aman non solo il capo del governo dello stato di Sabah, ma anche il fratello del ministro degli Affari Esteri malese, Anifah Aman. Il caso si basa sulla normativa anti-antiriciclaggio svizzera, che rende un reato penale per le imprese svizzere il coinvolgimento nel riciclaggio dei proventi della corruzione o altri crimini nelle commessi in un qualsiasi altro paese.

Read more: http://www.salvaleforeste.it/index.php? ... z27exUVmlF
Under Creative Commons License: Attribution Share Alike


da: http://www.salvaleforeste.it/index.php? ... Itemid=999
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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda roberta » 6 ott 2012, 11:41

!
I PROVVEDIMENTI URGENTI DA ADOTTARE. DERIVATI SUL DEBITO PUBBLICO ITALIANO – VII
Abbiamo descritto nei post precedenti lo swap sottoscritto dall’Italia con la banca d’affari americana Morgan Stanley, che ha comportato il 3 gennaio scorso l’esborso da parte del Tesoro di circa 2,5 miliardi euro. La notizia, inattesa e scioccante, ha costretto il Governo a riferire in Parlamento sulla vicenda e a divulgare alcuni dati sui derivati sottoscritti sul debito pubblico con varie banche d’affari: circa il 10% del debito italiano quotato è assoggettato a contratti derivati. Abbiamo anche riferito l’impostazione del Tesoro su questi contratti, che noi di Economy2050 condividiamo e riteniamo coerente ai criteri di gestione del debito pubblico adottata negli ultimi due decenni. Noi di Economy2050 riteniamo che la credibilità italiana sia messa in dubbio non tanto perchè Roma è ricorsa agli swap, quanto per la totale assenza di trasparenzache i governi italiani degli ultimi venti anni hanno mantenuto sull’operazione. Abbiamo descritto i danni che derivano all’Italia da tale clima omertoso e gli interrogativi inquietanti che un simile atteggiamento può sollevare.
Secondo noi di Economy2050 l’unica strada percorribile per evitare all’Italia le conseguenze negative e i sospetti elencati in precedenza è la via della massima trasparenza, la divulgazione di tutti i dati necessari per comprendere appieno la struttura dei derivati sottoscritti dal Tesoro italiano.
INIZIATIVE ISTITUZIONALI SULLA TRASPARENZA
Innanzitutto il Governo, seppur non obbligato da alcuna norma, potrebbe (dovrebbe) anticipare il percorso pubblicando di sua iniziativa i contratti e i rendiconti finanziaridei singoli contratti, compresi quelli estinti (non è detto che sia stato chiuso solo il contratto con Morgan Stanley).
Sarebbe anche opportuno che il Parlamentoapprovasse al più presto una norma in tal senso, che renda obbligatoria la trasparenzasu tutte le operazioni compiute sul debito pubblico a qualsiasi titolo.
Dal canto suo, l’Unione Europea dovrebbe farsi promotrice, magari su impulso italiano, della massima trasparenza contabile a livello di Eurostatsui derivati sottoscritti dai Governi dei Paesi membri: per un Paese Ue è oggi molto rilevante impedire ai partner la falsificazione dei bilanci. Il caso della Grecia sembra non aver insegnato nulla sui rischi contabili che l’Europa continua a correre.
INIZIATIVE SUI DERIVATI IN ESSERE
Più in particolare, qualora esistessero contratti ancora in essere con clausole di estinzione penalizzanti per il Tesoro, il Governo dovrebbe utilizzare tutta la sua moral suation per rinegoziarle con le banche controparti: sarebbe inaccettabile pagare qualche altro miliardo di euro a causa di improvvide concessioni fatte oltre un decennio fa. Ricordiamo che le banche coinvolte hanno tutte dei rapporti stabili con l’Italia (sono specialist nel collocamento dei titoli di Stato, attività da cui traggono stabili commissioni), quindi si presume siano disponibili al dialogo costruttivo. Ci auguriamo che le ipotesi di altri contratti con clausole di chiusura unilaterale a vantaggio delle banche non siano vere: infatti in tal caso, oltre a palesarsi un grave danno potenziale per le casse pubbliche, l’attuale Governo italiano dovrebbe dimettersi per aver dichiarato il falso in Parlamento ed aver nascosto rilevanti perdite occulte (ma imminenti) a carico del bilancio pubblico.
Anche per le swaption (derivati molto complessi e probabilmente inadatti ad una efficiente gestione del rischio di un debito pubblico) il Tesoro dovrebbe condurre una approfondita valutazione, finalizzata all’estinzione in tempi rapidicon il vincolo di limitare al massimo gli eventuali danni.
Il Governo dovrebbe anche attivarsi per verificare le conseguenze che la falsificazione del Libor e dell’Euribor potrebbero aver avuto sul bilancio pubblico in seguito ai derivati. Infatti ormai è dimostrato che i tassi interbancari siano stati adulterati al ribasso da un cartello di banche d’affari internazionali (post economy2050 “Lo scandalo dei tassi falsi: Libor (ed Euribor) manipolati”), tra le quali alcune sono controparti sugli swap italiani; poiché gli oneri dei derivati a carico dell’Italia sembrano essere collegati alla discesa dei tassi, l’Italia potrebbe aver subìto dei danni rilevanti (date le cifre in ballo) e, in tal caso, dovrebbe attivarsi prontamente per difendere i propri interessi. Tale verifica andrebbe condotta in primo luogo sui contratti già chiusi.
Sarebbe infine opportuno che il Ministero dell’Economia chiarisse la correlazione fra l’andamento dei tassi di mercato e il costo complessivo del debito pubblico.Infatti la presenza così consistente di derivati potrebbe implicare che la discesa dei tassi o dello spread comporti un aggravio di oneri a carico dello Stato addirittura superiore ai benefici derivanti dal rinnovo a tassi più contenuti delle scadenze del debito. E’ un’ipotesi remota, ma tutto dipende da come sono strutturati i derivati e dai tassi in essi applicati. In sostanza è essenziale fare delle proiezioni del costo del mantenimento degli swap e valutarne la loro estinzione anticipata (su iniziativa del Tesoro) in relazione ai tassi di rinnovo del debito in scadenza. Dall’impatto del costo dei derivati comparato ai tassi di mercato (che si preannunciano bassi per anni) dipende, a nostro giudizio, tutta la strategia di gestione del debito pubblico in un’ottica di minimizzazione i tassi pagati.
PERCHE’ L’ITALIA EMETTE BOND A TASSO VARIABILE?
Il Tesoro dovrebbe poi spiegare tecnicamente per quale motivo si continuano ad emettere titoli di Statoa tasso variabile, se poi se ne trasformano sistematicamente i tassi variabili in oneri fissi.
Dai dati della Banca d’Italia sul debito pubblico i titoli a tasso variabile con scadenza superiore ad un anno in circolazione ammontano a poco meno di 180 miliardi di euro; il nozionale dei derivati (che però comprende anche contratti di protezione valutaria) è di 160 miliardi. Perciò si può dire che la massima parte del debito pubblico italiano a tasso variabile è stata oggetto di copertura sul rischio-tassi, probabilmente anche quello emesso negli ultimi anni. Ma che senso ha emettere bond a tasso variabile per poi trasformarli artificialmente in titoli a tasso fisso, se non per il vezzo di pagare commissioni alle banche controparti? Non riteniamo che il mercato sia così forte da imporre l’emissione di Cct per accettare di sottoscrivere debito italiano; né i Cct vengono emessi in un’ottica di diversificazione del rischio-tasso, visto che la variabilità delle cedole viene sterilizzata puntualmente.
Questa strana situazione può far sorgere un dubbio: se i derivati sottoscritti dalla Repubblica Italiana non corrispondessero alle effettive cedole pagate (o alla durata) sui Cct in circolazione, significherebbe di fatto che l’Italia sta conducendo operazioni speculative per mezzo di quegli stessi derivati.Come una qualsiasi banca d’affari anglosassone. Verrebbe meno la finalità di copertura dal rischio dichiarata ufficialmente e si paleserebbe una chiara natura di azzardo degli swap utilizzando in segreto denaro pubblico.
Un’ipotesi, quest’ultima, che noi di Economy2050 non abbiamo neanche preso in considerazione nell’elenco delle cause che potrebbero essere all’origine della carenza di trasparenza sui derivati di Stato (post “I molti interrogativi irrisolti”), tanto è inverosimile: a nostro giudizio l’impiego di risorse pubbliche per speculazioni di mercato sarebbe ben più grave della falsificazione dei dati sul debito pubblico (almeno questa azione sarebbe stata motivata dalla necessità di accedere all’euro). Riteniamo, quindi, che le apparenti contraddizioni nella gestione della parte variabile del debito pubblico vadano approfondite e i dubbi connessi debbano essere fugati quanto prima.

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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda MauroB » 13 ott 2012, 0:48

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Popolare Milano: prestiti di favore agli amici e manipolazione di ministri

di: WSI Pubblicato il 12 ottobre 2012| Ora 14:02

Il presidente Ponzellini e l'alfiere Cannalire minacciavano governo, deputati e funzionari. Leggi intercettazione conversazione con Santanche'. Sms a Paolo Romani: "Vediamoci finche' abbiamo una banca".


Il contenuto di questo articolo, pubblicato da La Repubblica - che ringraziamo - esprime il pensiero dell' autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

Milano - «Tutto quello che è Camera deve essere girato a me». Antonio Cannalire, braccio destro di Massimo Ponzellini quando era il presidente della Banca Popolare di Milano non aveva un ruolo preciso in banca. Ma dalle telefonate intercettate nell'ambito dell'inchiesta della procura di Milano sui "finanziamenti facili" della Bpm, emerge come uno dei suoi principali compiti fosse quello di costruire una ragnatela "politica" intorno all'istituto di credito e al presidente Ponzellini.

Così si spiega la sua conversazione con un funzionario della Bpm, durante la quale Cannalire chiede di ricevere tutte le pratiche bancarie relative ai deputati della Camera. Il metodo e il tono è forse un po' rude, ma rende bene l'idea della "raffinatezza finanziaria" con cui venivano gestiti gli affidamenti bancari: «per la Camera giramele a me che me le smazzo io ... so chi è ... e chi mandare a fanculo ».

Cannalire sa che bisogna trarre il massimo vantaggio possibile dalle posizioni di potere che lui e Ponzellini rivestono in quel momento. Lo rivela una telefonata con la segretaria dell'ex ministro per lo Sviluppo Economico, Paolo Romani (Pdl). Cannalire: «Ciao Denise, scusa se ti rompo. Mi dice il mio capo, Ponzellini, finché ci abbiamo una banca, chiede se si può invitare stasera Paolo a cena». Denise: «È impegnato, mandagli un messaggino». E l'sms a Romani parte il 18 ottobre 2011: «Mi chiede Ponzellini se possiamo invitarti a cena stasera dove ti fa comodo, almeno finché abbiamo una banca. Antonio Cannalire».

Romani si spende per far avere un finanziamento a Ilaira Sbressa, presidente e amministratore delegato della Interattiva Media, che detiene il 70% del consorzio Alphabet, titolare del canale 33 del digitale terrestre, denominato ABC e dedicato alla formazione, educazione e alla divulgazione, a cura dei vari ministeri, tra i quali anche quello di Paolo Romani. Cannalire avvisa la segretaria di Ponzellini: «mi ha chiamato Romani e mi ha fatto pelo e contropelo per la pratica Sbressa "non è possibile che da un mese sta lì bloccata a Roma per un fido di 500mila euro'».

Per avviare la pratica Cannalire è esplicito con chi se ne occupa: «Mi sono rotto il cazzo ...non posso inseguire, mi spieghi a che cosa serve questa persona, che non c'è una pratica che viene mai fatta ...avvisalo dici guarda che ti ha sentenziato la morte...mo mi sono rotto il cazzo... questo signore e lo avvisi sappi che la motivazione se ti fanno licenziare è che si sono rotti i coglioni di te...uomo avvisato tutto salvato».

Dopo questa telefonata la Sbressa risponde a Cannalire, il quale le chiede se la sua voce si sia sentita: «Credo si sia sentita forte e chiara. Grazie. Mi hanno chiamato. Dice che stanno caricando tutto online. Vorrei però essere libera di operare con l'home banking con tutto il fido disponibile».

La tecnica è efficace e ne approfittano in molti, tanto che quando Ponzellini e Cannalire si recano a Roma, c'è la coda per parlare con loro. L'ex ministro Ignazio La Russa sponsorizza la Quintogest, Daniela Santanchè (Pdl) la propria concessionaria di pubblicità Visibilia e Paolo Berlusconi sé stesso. Il 6 luglio, poi, è necessario organizzare una cena con Umberto Bossi, il leader della Lega. Cannalire dice di aver parlato con il senatore Roberto Calderoli (Lega), già sponsor della Fincos, che risponde, «ma avete avvisato Bossi? ».

A occuparsi dell'organizzazione è un tale Andrea e alla serata dovrebbe partecipare anche il parlamentare del Pdl, Aldo Brancher. E proprio Brancher, insieme con il senatore Alfredo Messina (Pdl), sembra aver mediato un finanziamento della Bpm per l'avvocato Acampora, da sempre vicino all'ex premier Silvio Berlusconi e condannato dalla corte d'appello di Milano per corruzione nella vicenda Imi-Sir.

Caro dottore, mi permetto - scrive Messina in un sms a Cannalire - di ritornare sul caso Acampora. Sembra che all'esito perizia, il perito abbia anticipato la sua valutazione positiva. Tuttavia se occorre io posso unire la mia firma a garanzia solidale dell'apertura di credito in favore dell'avvocato Acampora. Attendo un suo cenno». Anche il 3 agosto 2011, Ponzellini si trova a Roma.

L'agenda è fitta: «Appuntamento con Letta alle 19.30, con tale Fortunato e con Tremonti». Ponzellini incontra anche Bobo Craxi, mentre a novembre è la volta di un alto funzionario di Stato, Attilio Befera, capo dell'Agenzia delle Entrate. Il 7 novembre 2011, Cannalire chiama la segretaria di Ponzellini e dice di aver parlato con Befera. Chiede di contattare la segretaria al fine di accordare l'incontro con il presidente. E la segretaria informa Cannalire. «Alle 10.30 presso gli uffici di Befera, alle 11 sottosegretario Micciché».

IL RUOLO DI DANIELA SANTANCHE'

Da L'Espresso

Il caso di Daniela Santanchè irrompe nelle indagini un anno fa, quando Antonio Cannalire chiede a un funzionario della Bpm notizie su un finanziamento all'azienda di pubblicità della pasionaria berlusconiana. Il 22 ottobre, il giorno in cui Andrea Bonomi prende la guida della banca, lei stessa chiama Cannalire. Entrambi credono nella continuità della gestione e si preoccupano della permanenza al vertice del direttore generale, Enzo Chiesa.

Santanchè: «Vinto!».
Cannalire: «Vinto! (...) Ma la cosa brutta è che Bankitalia continua eh...».
Santanchè: «Continua Bankitalia, ca...».
Cannalire: «Ha mandato stamattina (...) una letterina che riguarda proprio Enzo...».
Santanchè: «...Che non lo vogliono».
daniela santanchèdaniela santanchè

Cannalire: «Eh no. Speriamo che Bonomi tenga. (...) Lunedì fanno il primo summit in banca... Poi ho detto ad Andrea che alla prima occasione utile (...) avevo il piacere di farvi incontrare... Se a te faceva piacere...».
Santanché: «A me sì molto... comunque scusa... il primo gol è andato in porta!».
Qualche giorno dopo Cannalire torna a sollecitare di anticipare alla Santanchè delle fatture. Il funzionario è contrario: «Un conto è dire "abbiamo il 75 per cento di fatture non incassate" e un conto è dire "ne abbiamo il 35-40 per cento"». Conclusione dei magistrati: «Non c'erano le condizioni per erogare il credito».

A fine novembre Cannalire, ormai indagato, scopre di aver perso il posto. Ecco il suo scambio di sms con Daniela:
Santanché: «Hai novità per me????».
Cannalire: «A fronte delle sollecitazioni arrivate dalla procura, si è risolto il rapporto tra me e la banca».
Santanché: «Meglio così».
Cannalire: «Quando finisce il film vedremo».

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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda sandropascucci » 13 ott 2012, 12:33

alla faccia degli IDIOTI che negano la SUPREMAZIA del BANKIERE sul politico [di merda]
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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda sandropascucci » 31 ott 2012, 10:14

LATO A

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Soldi sul conto deposito? È come metterli sotto il materasso

Antonio Vanuzzo
I conti deposito, come afferma la Bce nell’ultimo bollettino, sono protagonisti di un boom. Cacolando i rendimenti netti delle offerte di alcune banche, tuttavia, si scopre che, per quanto siano presentati come prodotti d’investimento, non offrono tassi significativamente più alti rispetto ai Buoni fruttiferi postali indicizzati all’inflazione o ai bond del Tesoro zero coupon. E vanno scelti guardando bene i fondamentali della banca che li propone.

Finanza
11 luglio 2012 - 11:13
Una botte di ferro. L’unico rischio del conto deposito, come si legge nel prospetto informativo, è quello di controparte, cioè l’eventuale fallimento della banca. Ma niente paura: fino a 100mila euro i risparmi sono garantiti dal Fondo interbancario di tutela dei depositi. Premessa: essendo giornalisti finanziari e non consulenti, le righe che seguono non vanno interpretate come consigli d’investimento ma come un approfondimento non esaustivo della tematica.

Nell’ultimo anno gli istituti di credito hanno puntato moltissimo su questo prodotto – diventato popolare con la crisi americana del 2008 – con campagne pubblicitarie martellanti, sia per ottenere mezzi freschi ai fini delle regole di Basilea III che per diversificare le proprie fonti di finanziamento a breve termine, senza abusare del canale Bce. Un aspetto evidenziato anche dall’ultimo bollettino mensile di Eurotower, relativo a giugno: «Il tasso di crescita annuale dei depositi a breve termine diversi dagli overnight è salito del 2,7% nel primo trimestre del 2012, rispetto al 2,3% dell’ultimo trimestre 2011. […]. Ciò riflette il tentativo, da parte delle istituzioni finanziarie in alcuni Paesi dell’area euro, di attrarre depositi stabili offendo tassi d’interesse interessanti».

Mediolanum, Banca Ifis, Banca Sistema sono alcuni istituti che propongono rendimenti lordi che superano il 4%, in cambio di una giacenza superiore a 18 mesi e liquidazione alla scadenza (alcune offerte prevedono una cedola trimestrale, anche anticipata). Il conto deposito è più sicuro rispetto, ad esempio, ai pronti contro termine, prodotto equiparabile anche in termini di rendimento, che però non gode della tutela del Fondo interbancario in caso di default dell’emittente. È inoltre accessibile pressoché a tutti, avendo una soglia d’ingresso minima che nella maggioranza dei casi è pari a mille euro, ed è piuttosto flessibile, da tre a ventiquattro mesi.

Tuttavia, non va considerato come uno strumento d’investimento, ma di mera salvaguardia del potere d’acquisto dei propri risparmi. «Se un bar acquista il caffè a 1 euro e lo rivende a 50 cent, il suo business quanto può durare?». Un operatore del settore sintetizza così i rischi del conto deposito. Per fare bene il loro mestiere, le banche devono prestare a un tasso più alto rispetto a quello corrisposto ai clienti sui conti deposito. In caso contrario stanno lavorando in perdita, il che non è ovviamente sostenibile sul lungo periodo.

Esempio: Mediolanum, una delle banche commercialmente più aggressive sui conti vincolati, offre ai nuovi clienti un tasso del 4,25% lordo, da un lato incassando uno spread del 2,6% su un mutuo ventennale da 130mila euro a tasso variabile, e dall’altro guadagnando però sui finanziamenti alla clientela, sui quali applica un tasso del 7,6% (offerta Maxicredit). L’ultima trimestrale dell’istituto guidato da Ennio Doris ne evidenzia l’uso massiccio: «Il saldo degli impieghi alla clientela cresce a 4.669,3 milioni di euro rispetto a 4.067,3 al 31 dicembre 2011, principalmente per effetto dell’incremento delle operazioni di denaro caldo (+122 milioni di euro) […]». I depositi vincolati sono raddoppiati in un anno: dai 213 milioni di euro del 31 marzo 2011 ai 411 milioni di dodici mesi dopo.

C’è poi la questione del sottostante. Per assicurare al cliente la restituzione del capitale più gli interessi la banca solitamente investe in Ctz oppure in covered bond, cioè titoli di debito garantiti da mutui immobiliari. Non è il caso di Banca Ifis, uno degli istituti che negli ultimi anni ha puntato con più convinzione sul conto deposito, attraverso Rendimax. Dall’istituto veneziano spiegano che la remunerazione deriva dal differenziale tra gli interessi corrisposti alla clientela e le commissioni sui servizi di factoring e di finanziamento alle Pmi, che rappresentano il 90% della raccolta.

Spulciando i conti dell’ultimo trimestre, si scopre che i debiti verso la clientela sono saliti a 5 miliardi di euro (+226,1% rispetto al 31 dicembre 2011) per via del «successo della raccolta retail tramite il deposito on line, rendimax», tanto che i depositi sono saliti a quota 2 miliardi di euro (+28,9% rispetto alla fine del 2011). Il problema è che a crescere, ben del 20%, sono anche le attività deteriorate nette, pari a 333 milioni di euro a fronte di un patrimonio netto di 196 milioni.

Un’altra realtà specializzata nei depositi vincolati è Banca Ibl. “ContosuIbl Vincolato” prevede un versamento minimo iniziale di 5mila euro e una giacenza minima di mille euro. Se si vincola per almeno un anno e fino a 24 mesi il rendimento lordo sale al 4,5%, ma al netto della ritenuta fiscale del 3,6 per cento. La garanzia ai clienti, dicono dalla banca romana, deriva dalla solidità del core business dei finanziamenti professionali e cessione del quinto. Invece, il tasso annuo effettivo di Banca Marche per una giacenza minima di 5mila euro per un periodo di due anni è del 4,49%, ma l’imposta di bollo è a carico del cliente, al contrario di quanto avviene nella maggior parte dei casi. Addirittura SIconto! di Banca Sistema offre il 5,4% lordo, alla scadenza, a chi si impegna per almeno tre anni, senza soglia d’ingresso minima né massima.

Al netto dell’inflazione, a giugno salita al 3,3% su base annua, dei rendimenti mirabolanti promessi rimane ben poco. Oltretutto sugli interessi maturati, come detto, la tassazione è salita al 20% per effetto della manovra dello scorso agosto (legge 148/2011), il che riduce ulteriormente i margini di guadagno dell’investimento. Se, come si vocifera, la Bce taglierà ulteriormente i tassi, è probabile che l’inflazione salirà ancora. Ammesso che rimanga intorno al 3%, i nuovi clienti che vincolano 10mila euro utilizzando ad esempio Rendimax, e liquidando gli interessi alla scadenza ottengono un netto dell’1,85%, pari a 148 euro l’anno una volta pagate le tasse sugli interessi.

Esattamente il medesimo rendimento dei certificati zero coupon (Ctz) emessi lo scorso 26 giugno dal Tesoro con scadenza al 2014, che in linea teorica sono più rischiosi (non essendo coperti dal Fondo di garanzia) ma qualcosina in più rispetto ai Buoni fruttiferi postali indicizzati all’inflazione, che dopo 18 mesi rendono circa l’1,5% netto. Più che un investimento, quindi, il conto deposito è una cassaforte per preservare il valore reale dei propri risparmi, da scegliere con un occhio di riguardo ai fondamentali della banca che lo propone.

Twitter: @antoniovanuzzo

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/conto-deposito- ... z2Arl0i01O



LATO B

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Conti deposito, dal 2013 stangata sull'imposta di bollo

Scritto da Angela Iannone | Yahoo! Finanza – ven 26 ott 2012 13:49 CEST

Un'ulteriore stangata per i risparmiatori. E' previsto, a partire dal 1° gennaio 2013, un aumento del 50% dell'imposta di bollo sui conti deposito.
Dallo 0,10% attuale, l'imposta passerà allo 0,15% annuo sulle somme depositate, con un minimo di 34,2 euro e senza prevedere alcun tetto massimo, come invece c'era nel 2012 di 1.200 euro.

La notizia non è recente: la normativa rientra nel decreto fiscale approvato dal Governo lo scorso 24 febbraio, ma è bene ricordarlo al crescente numero di risparmiatori invogliati dalle super offerte lanciate dagli istituti bancari per attirare a sè nuovi clienti e per sanare la crisi di liquidità che li attanglia.
I conti deposito sono infatti una delle forme di risparmio e di investimento maggiormente scelta dagli italiani. A garantire il loro successo, la semplicità di apertura e di utilizzo, la convenienza - costi molto ridotti a fronte di rendimenti superiori a quelli di un normale conto corrente - e la sicurezza (tutti gli istituti italiani ed extracomunitari operanti nel nostro Paese sono costretti per legge ad aderire ad un Fondo di Garanzia).

Nel 2012, l'imposta di bollo per ogni comunicazione alla clientela era di 1,81 euro, il più delle volte interamente a carico della banca che cercava in questo modo di ingraziarsi i clienti. Altre banche l' avevano addirittura esclusa, soprattutto quando la movimentazione del conto deposito era effettuata solamente in contropartita, con un conto di appoggio della stessa banca con la medesima intestazione. Soluzioni ottimali per i risparmiatori che dall'anno prossimo verranno meno e ritorneranno a pesare sulle loro tasche.

Da mesi le banche stanno procedendo ad un'operazione di informazione e sensibilizzazione dei propri clienti; alcune - come Mediolanum o CheBanca! - hanno già apportato modifiche al contratto che prevedono il pagamento dell'intera imposta di bollo direttamente al cliente, anche sui rapporti vincolati, diversamente da quanto pattuito al momento della stipula del contratto. Al cliente viene però lasciata la possibilità di annullare il contratto entro e non oltre 60 giorni. Nel Testo Unico Bancario viene inoltre specificato che le modifiche sono approvate solo "ove il cliente non receda, senza spese, dal contratto entro la data prevista per la sua applicazione. In tal caso, in sede di liquidazione del rapporto, il cliente ha diritto all'applicazione delle condizioni precedentemente praticate".
Per il risparmiatore, quindi, non c'è via di scampo. Anche perchè attualmente gli istituti che garantiscono l'esenzione dall'imposta di bollo sono veramente pochi: tra questi, Banca Ifis, Banca Sistema, Bcc For Web, Privat Bank. il Banco Popolare, Iw Bank, Carige.


ps: stili e colori miei
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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda roberta » 6 nov 2012, 22:03

::
Australia, Standard&Poor's perde class action: ingannò 13 comuni
L'agenzia di rating aveva consigliato investimenti su titoli nocivi a comuni australiani. Costretta a risarcire il danno

Luca Romano - Lun, 05/11/2012 - 21:01 commenta
Standard & Poor's, una tra le più influenti agenzie di rating, con una condanna a suo modo storica, è stata condannata oggi in Australia per avere fornito un rating "fuorviante e ingannevole" ad alcuni prodotti finanziari.

L'accusa per la quale tredici comuni avevano aperto una class action contro S&P era quella di avere fornito un rating a tripla A ad alcuni prodotti finanziari che non la meritavano, ovvero ad alcuni derivati rivelatisi "tossici".

La vicenda per la quale l'agenzia era stata trascinata in giudizio risale al 2006.

Un gruppo di comuni aveva investito nell'obbligazione CPDO della banca Abn Amro, non prima di essere stata rassicurata sul fatto che le possibilità di un crollo del titolo erano inferiori all'1%.

Soltanto due anni dopo, nel 2008, la crisi finanziaria si è fatta più intensa e il valore del titolo era crollato. Di conseguenza i tredici comuni australiani, del Nuovo Galles del Sud, avevano subito un danno quantificabile in 13 milioni di euro, oltre il 90% di quanto inizialmente investito.

Da qui era scaturito il processo che ha portato alla condanna di S&P, motivata dal giudice del Tribunale Federale di Sidney, Jayne Jagot, con la tesi che un'agenzia "ragionevolmente competente" non avrebbe potuto dare una valutazione tale a un titolo così nocivo.

Dopo la sentenza S&P, Lgfs e la Abn Amro dovranno risarcire i comuni perché colpevoli di "negligenza e condotta ingannevole". Ognuna delle tre parti dovrà dare un terzo della somma totale persa, che aggiunti gli interessi ha raggiunto i 24 milioni di euro.

Il verdetto della sentenza potrebbe aprire la strada a procedimenti simili anche in Europa. Standard & Poor's ha però già confermato di voler ricorrere in appello contro la sentenza.


http://www.ilgiornale.it
benvenuti roberta, firenze

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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda MauroB » 8 nov 2012, 18:53

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Francia e Belgio salvano ancora Dexia: stati alla mercé delle banche

di: WSI Pubblicato il 08 novembre 2012| Ora 09:25

I due hanno deciso di ricapitalizzare l'istituto, dopo le forti perdite di bilancio. Ma con la crisi in atto e il recente allarme dell'Fmi, Parigi può permettersi di iniettare tutti questi fondi? E l'economia reale?

Dexia: conti in profondo rosso, Francia e Belgio tornano ad aiutare la banca.

Milano - Il caso Dexia, il gruppo finanziario che mantiene il controllo del 70% della banca italiana Dexia Crediop, non è certamente nuovo agli occhi degli investitori. Come dimenticare i continui tonfi del titolo, lo scorso anno, con gli investitori in fuga, a gambe levate? L'istituto franco belga, vittima della crisi europea, mise in allarme i mercati, che iniziarono anche a temere un effetto domino sul merito creditizio della Francia, e dunque il rischio di un declassamento del rating dalla tripla AAA.

Alla fine arrivò il colpo di grazia, con lo spezzatino e la nazionalizzazione dell'istituto. La banca aveva già ricevuto un prestito di emergenza del valore di 18,7 miliardi di euro dalle banche centrali alla fine dello scorso anno, attingendo a garanzie statali temporanee per un ammontare di 22 miliardi di euro.

Evidentemente, le varie manovre non sono bastate, visto che la Francia e il Belgio, azionisti di fatto di Dexia, hanno raggiunto un nuovo accordo per ricapitalizzare la banca iniettando finanziamenti per 5,5 miliardi di euro, dopo la comunicazione di un bilancio da parte dell'istituto, che ha messo in evidenza perdite nette per 2,4 miliardi nei primi nove mesi del 2012.

"Gli stati belga e francese si sono impegnati a sottoscrivere interamente questo aumento di capitale, fino al 53%, o 2,915 miliardi di euro per il Belgio e il 47%, o 2,585 miliardi per la Francia", ha detto, stando a quanto riporta il Financial Times, il ministro delle finanze belga Steven Vanackere.

La domanda è (a parte quella che i cittadini si chiedono, vessati da tasse, mentre le banche continuano a ricevere soldi - soldi che non vengono poi utilizzati per far ripartire l'economia reale con l'erogazione di prestiti), la Francia possono permettersi di iniettare soldi a banche, quando è lo stesso Fmi che afferma che Parigi rischia di seguire le orme di Italia e Spagna?.

http://www.wallstreetitalia.com/article ... anche.aspx

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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda MauroB » 21 nov 2012, 1:14

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Credit Suisse: investitori ingannati, perdite per 11 mld

di: WSI Pubblicato il 20 novembre 2012| Ora 14:44
Il procuratore generale di New York, Eric Scheiderman, si prepara ad avanzare un'azione legale contro la banca elvetica. Oggetto dell'accusa: i titoli legati ai mutui (ancora, come nel 2008).

New York -Credit Suisse finisce nel mirino del procuratore generale di New York, Eric Scheiderman, che si prepara ad avanzare un'azione legale contro la banca svizzera, accusata di aver ingannato gli investitori causando oltre 11 miliardi di dollari di perdite con i titoli legati ai mutui.

Lo riporta il Financial Times citando alcune fonti, secondo le quali la causa dovrebbe essere avviata nei prossimi giorni. In particolare, Credit Suisse sarebbe accusata di aver ingannato gli investitori nelle pratiche di due diligence sui mutui immobiliari, che venivano confezionati in bond.

Il mese scorso Schneiderman ha intentato una causa simile contro JPMorgan Chase. Le accuse riguardavano in particolare la controllata Bear Stearns accusata di frode nell'ambito della vendita di titoli legati a mutui ipotecari, le cosiddette 'mortgage-backed securities'. In questo caso, le accuse risalivano al 2006 e 2007, periodo precedente alla sua vendita a JPMorgan nel 2008.

Quella nei confronti di Jp Morgan è stata la prima causa intentata dopo l'avvio della task force RMBS (che sta per Residential mortgage-backed security), voluta dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama per indagare sulle cattive condotte che hanno contribuito allo scoppio della crisi finanziaria.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/ ... d=AbvRhr4G

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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda MauroB » 15 dic 2012, 19:41

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Senza vergogna, aiuti di stato a MPS salgono a 4,45 miliardi

di: WSI Pubblicato il 14 dicembre 2012| Ora 10:56
La banca Monte dei Paschi di Siena continua a essere imbottita di BTP per un controvalore cinque volte superiore a quello dei finanziamenti statali. Il gioco delle tre carte per aggirare il veto Ue.

Roma - Slitta al primo marzo 2013 il termine entro il quale il Monte dei Paschi di Siena potrà emettere le obbligazioni da vendere al Tesoro, i cosiddetti Monti-Bond, veicolo per gli aiuti di Stato che arriveranno alla banca senese. E’ una delle ultime novità sull’intricata operazione di salvataggio della banca arrivata al capolinea dopo le operazioni portate a termine durante la gestione di Giuseppe Mussari inserita in un emendamento del governo alla legge di Stabilità presentato in commissione Bilancio del Senato.

L’emendamento del governo riprende, ma modificandolo, il recente decreto salva-infrazioni nel quale, tra le altre cose c’erano le modifiche alle norme sugli aiuti pubblici alla banca controllata dalla rossa Fondazione Monte dei Paschi di Siena che ha ripristinato l’emendamento "allunga debito" proposto da Pd e Pdl in occasione del varo del decreto Sviluppo che era stato bocciato dalla Commissione bilancio del Senato.

"Gli eventuali interessi eccedenti il risultato dell’esercizio – si legge nella nuova proposta per avere il via libera all’operazione – sono corrisposti mediante assegnazione al Ministero di azioni ordinarie di nuova emissione, valutate al valore di mercato", con conseguente ingresso del Tesoro nella proprietà.

Tuttavia, negli esercizi finanziari 2012 e 2013, "nei limiti in cui ciò risulti compatibile con il quadro normativo dell’Unione europea in materia di aiuti di Stato, gli eventuali interessi eccedenti il risultato dell’esercizio possono essere corrisposti anche mediante assegnazione al Ministero del corrispondente valore nominale" di obbligazioni "di nuova emissione".

In pratica, quindi, l’ennesimo gioco delle tre carte per fornire aiuti pubblici alla banca più antica del mondo senza incappare nel veto Ue o in quello delle commissioni parlamentari, prevede un aumento potenziale del sostegno statale al Monte dei Paschi, con nuovi bond al posto degli interessi che a loro volta genereranno altri interessi e via dicendo.

Ma non all’infinito, in quanto l’operazione si potrà fare solo per il 2012 e il 2013, anni per i quali gli interessi stimati sono di circa 550 milioni di euro, che, sommati ai 3,9 miliardi di aiuti già deliberati, fa comunque la ragguardevole somma potenziale di 4,45 miliardi di euro. Antitrust europeo permettendo, ovviamente.

Per il Tesoro la soluzione riduce al minimo i rischi di restare col cerino in mano nazionalizzando anche solo parzialmente un istituto bancario per di più imbottito di titoli di Stato per un controvalore cinque volte superiore a quello dei 4 miliardi aiuti, senza contare l’inchiesta della magistratura in corso da maggio.

Secondo gli analisti, invece, a beneficiare del mancato ingresso dello Stato saranno gli attuali soci di Mps e il suo principale azionista, la Fondazione Mps di emanazione piddina, che non dovranno diluire le loro quote. Tutto questo tuttavia ha un costo. "Più bond emettono, più interessi dovranno pagare e più sarà limitata la loro capacità di generale capitale che è esattamente il contrario di ciò che dovrebbero fare", ha detto a Reuters Fabrizio Bernardi, analista di Fidentiis Equities.

Il contenuto di questo articolo, pubblicato da Il Fatto Quotidiano - che ringraziamo - esprime il pensiero dell' autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda sandropascucci » 19 dic 2012, 11:51

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Manipolazione Libor, Ubs ammette frode e paga 1,5 miliardi di dollari

Reuters – 3 ore fa

Reuters/Reuters - Il logo della banca svizzera UBS al quartier generale di Zurigo. REUTERS/Michael Buholzer
ZURIGO (Reuters) - UBS dovrà pagare una sanzione di 1,5 miliardi di dollari (1,16 miliardi di euro) per transare contro le accuse di manipolazione del tasso Libor dopo aver ammesso la frode commessa attraverso la propria controllata giapponese dal 2005 al 2010.
La transazione concordata con le autorità americane, britanniche e svizzere è più di tre volte i 450 milioni di dollari (362 milioni di euro) sborsati da Barclays a giugno per aver manipolato il tasso benchmark usato per prezzare i contratti finanziari a livello globale.
L'importo sborsato rappresenta inoltre la seconda maggiore sanzione mai pagata nella storia dopo quella pattuita settimana scorsa con HSBC - pari a 1,92 miliardi di dollari - per riciclaggio di denaro negli Stati Uniti.
"Siamo profondamente pentiti per questo comportamento inappropriato e scorretto. Nessun profitto è più importante della reputazione di questa azienda e siamo impegnati a fare business con integrità", ha detto in una nota l'AD Sergio Ermotti.
UBS pagherà 1,2 miliardi di dollari al Dipartimento di Giustizia Usa e alla Commodity Futures Trading Commission (CFTC), 160 milioni di sterline alla Financial Services Authority (FSA) britannica e 59 milioni di franchi svizzeri per il presunto utile realizzato all'autorità di controllo svizzera Finma.
Sul sito www.reuters.it altre notizie Reuters in italiano. Le top news anche su www.twitter.com/reuters_italia
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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda sandropascucci » 11 gen 2013, 9:39

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Unicredit-Brontos, Cassazione: "gravi indizi" su Profumo, banca non responsabile
Reuters – 14 ore fa

Reuters/Reuters - L'ex AD di Unicredit Alessandro Profumo e attuale presidente di Mps. REUTERS/Stefano Rellandini

ROMA (Reuters) - Secondo la Cassazione nella vicenda sulla presunta fronte fiscale Unicredit-Brontos esistono "gravi indizi" sugli indagati fra i quali figura l'ex AD Alessandro Profumo (oggi presidente di Banca Mps), ma la banca non può essere chiamata a rispondere dei reati, legislazione vigente alla mano.

E' quanto si legge nella motivazione depositata oggi sulla sentenza della Corte suprema del 29 settembre scorso con la quale era stato confermato il dissequestro di 245 milioni di euro sequestrati lo scorso anno a Unicredit, e poi dissequestrati dal Tribunale del riesame, nell'ambito dell'inchiesta che ha visto rinviati a giudizio l'ex Ad dell'istituto Profumo e altre 19 persone per una presunta frode fiscale.
"È pacifico che sussistono gravi indizi che gli indagati, alcuni di essi in rappresentanza dell'ente, abbiano posto in essere la complessa trama fraudolenta in danno dell'Erario, a vantaggio e nell'interesse delle società bancarie poi confluite in Unicredit", si legge nelle motivazioni.
Inoltre la banca, "pur non risultando affatto estranea ai reati tributari, non può essere chiamata, a legislazione vigente, a rispondere per tali reati, in quanto nessuna fonte di legislazione primaria prevede tale titolo di responsabilità", dicono ancora le motivazioni.
La presunta frode sarebbe stata commessa quando Unicredit era guidata da Profumo tramite una complessa operazione denominata "Brontos" con Barclays.
La Cassazione ha respinto il ricorso del pm di Milano Alfredo Robledo contro la decisione del Riesame che a fine novembre dello scorso anno aveva restituito la somma all'istituto, spiegando che gli indagati non hanno disponibilità dei beni sequestrati, tanto più che Profumo non è più AD della banca.
Nell'agosto scorso Unicredit ha definito un contenzioso con l'Agenzia delle entrate su alcune operazioni di finanza strutturata risalenti al periodo 2007-2009, tra cui il caso "Brontos".
Il costo complessivo per la banca per imposte e sanzioni, aveva comunicato la banca, è pari a 264 milioni di euro.
Sul sito www.reuters.it altre notizie Reuters in italiano. Le top news anche su www.twitter.com/reuters_italia

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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda sandropascucci » 11 feb 2013, 14:57

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Il Canada non vola più e spaventa il banchiere “quasi perfetto”

Fabrizio Goria
Mark Carney, il nuovo capo della Bank of England, è il miglior banchiere centrale del mondo? Secondo Londra sì, ma anche il canadese ha un passato da cui guardarsi, proprio come Trichet e Draghi. La bolla immobiliare e il credito (troppo) facile rischiano di far perdere al Canada la sua aura di Paese virtuoso.

Mark Carney (Afp)
8 febbraio 2013 - 15:49
Mark Carney è il miglior banchiere centrale del mondo. Ecco perché è stato nominato come governatore della Bank of England. Il Cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, non ha usato mezzi termini per definire la scelta del banchiere canadese per la Old Lady della City. Del resto, il curriculum parla chiaro: grande esperienza internazionale, elevate competenze nella vigilanza finanziaria, un passato in Goldman Sachs che fa da biglietto da visita grazie al suo network di ferro. Nonostante questo «il banchiere venuto dal freddo», come lo ha definito Euromoney nel 2009, sta ballando sul filo del rasoio. Colpa del suo Paese natio, il Canada, che sta affrontando il rischio di una bolla immobiliare.

«Di tutto si può dire di Carney, tranne che sia una persona dogmatica: lui fa quello che deve essere fatto». Così lo ha definito The Banker, la rivista di culto per il settore bancario. Ed è probabilmente vero. Carney ha superato la classica divisione fra keynesiani e mercatisti. Se serve uno stimolo all’economia, meglio darlo piuttosto che attendere. Se serve nazionalizzare una banca, meglio pensare ai fattori positivi di questa azioni, piuttosto che a quelli negativi. Carney non è spaventato dall’inflazione, come non ha paura ad alzare i tassi d’interesse se nota che sui mercati c’è troppa euforia irrazionale. Messo in questo termini, Carney è il più innovativo dei banchieri centrali moderni. Libero dai dogmi, libero dai pregiudizi. In pratica, un Mario Draghi più comunicatore e più rockstar. Eppure, qualcosa non torna. La recente storia delle banche centrali, specie in Europa, è costellata di banchieri paracadutati nella nuova posizione dopo un controverso operato nel Paese di origine.

Nei corridoi delle banche di Parigi, Londra e Francoforte, ma anche negli uffici di Bruxelles, iniziano a girare strane storie sui banchieri centrali europei. La storia di Jean-Claude Trichet, numero uno della Bce prima di Draghi, è nota. Lo scandalo del Crédit Lyonnais, piccola banca francese di provincia con ambizioni da banca internazionale. Una vicenda che ricorda da vicino quella del Monte dei Paschi di Siena e che alla fine costerà ai contribuenti francesi circa 23 miliardi di euro. In mezzo, anche in questo caso, c’è una questione di vigilanza mancante. E a quel tempo il direttore generale del Tesoro francese, l’uomo che doveva supervisionare ma non lo fece nel modo adeguato, era Trichet. E aveva un doppio ruolo, dato che il Crédit Lyonnais era in mano pubblica. Come ha ricordato Linkiesta, alla fine prevalse la ragion di Stato. Trichet fu mandato da Jacques Chirac alla Bce e tutto fu messo nel dimenticatoio.

Dopo Trichet c’è Draghi, l’uomo che ha salvato l’euro. L’eurozona ha bisogno di lui più di quanto lui abbia bisogno dell’eurozona. Ed è proprio per questo che lo scandalo MPS non lo toccherà, nonostante i sospetti. Il sentimento in Europa, specie tra i francesi e i tedeschi, è controverso. Entrambi sanno che Draghi ha ridato credibilità all’eurozona, ma sanno anche che il suo lavoro alla Banca d’Italia è stato macchiato da MPS. «Ha peccato di trasparenza», dice un diplomatico francese a Linkiesta. Il riferimento è ai 2 miliardi di euro erogati fra ottobre e novembre 2011 per supportare MPS, come ha notato il Wall Street Journal. Ma il riferimento è anche all’operazione di vigilanza effettuata fra 2007 e 2011 dalla Banca d’Italia sull’istituto senese. Per la serie, non poteva non sapere.

E poi c’è Carney, che oltre a essere il numero uno della Bank of Canada, ha anche preso il posto che fu di Draghi al Financial stability board. La banca centrale che il banchiere centrale più giovane e preparato del G7 lascia, la Bank of Canada, sta per affrontare diversi problemi. «Attendiamoci quindi un altro scandalo bancario, dopo Crédit Lyonnais e MPS», scherza con Linkiesta un diplomatico canadese. In realtà, spiega il funzionario, l’operato di Carney non è immune da critiche. «C’è molto timore sulla bolla immobiliare, l’umore dei banchieri è controverso, specie perché l’impressione è che sia insostenibile questo modello di crescita degli immobili», dice. Ha ragione. Ogni mese Scotiabank traccia l’andamento del mercato abitativo canadese. Stando ai suoi database, il prezzo medio di un’abitazione in Canada nel 2007 era di 307.089 dollari canadesi, a fronte di 521.059 unità vendute. Nel 2012 il prezzo medio è salito a quota 364.389 dollari canadesi per un totale di 459.882 unità vendute. Nelle aree di Vancouver, Ottawa e Toronto ci sono gli esempi più limpidi di cosa sta succedendo in Canada: la skyline sta mutando rapidamente, grazie ai nuovi condomini residenziali da 60,70, anche 100, piani.

La crisi immobiliare canadese è ancora all’inizio. E forse il Paese riuscirà a proteggersi da questo pericolo. «I prezzi delle case stanno iniziando a calare in alcune zone, ma in altre, come Toronto o Vancouver, continuano a salire», dice Christopher Ragan, professore di Macroeconomia alla McGill University. «Al massimo ci sarà un soft-landing, perché le banche canadesi sono forti, sicure e protette contro gli shock», continua Ragan. Il merito, si dice, è di Carney. Ragan difende la politica monetaria di Carney, anche perché è uno dei papabili per la sua successione. «Non ha fatto nulla di sbagliato, ha agito quando doveva e i fatti gli stanno dando ragione», afferma con certezza.

Quando scoppio la bolla immobiliare americana e il virus dei subprime si svegliò nella pancia delle banche americane era la primavera del 2007. La banca centrale del Canada, prima ancora delle altre, decise di lanciare misure di quantitative easing per sostenere l’economia. Carney fu uno dei primi a invocare un intervento coordinato di tutte le banche centrali mondiali al fine di sostenere l’economia globale. Gli altri, dalla Federal Reserve alla Bank of Japan, tardarono a dargli ascolto, ma lui andò avanti lo stesso. Il risultato, spiegato dallo stesso Carney nel World economic forum dell’anno scorso è stato positivo. «Abbiamo vissuto anni difficili, con crescita bassa e alcune occasioni perse, ma ora siamo molto più forti di tante altre economie del G20: gli effetti delle nostre misure si vedono ora», disse. Ma come Adrienne Warren di Scotiabank a Linkiesta, il peggio potrebbe essere alle porte. «Gli stimoli monetari e il basso livello di credito hanno creato diverse distorsioni all’interno dell’economia canadese», dice. Non solo. «Se è vero che la nostra industria bancaria è fortemente conservatrice, è altrettanto vero che la nuova edilizia canadese è finanziata dalle banche per il 90%», dice Warren.

La Bank of Canada è consapevole di ciò che rischia il Paese, ma fino a un certo punto. Nello scorso settembre, la banca centrale ha spiegato che «i prezzi delle case stanno continuando a salire in tutto il Paese a un ritmo non usuale». In altre parole, crescono troppo e troppo velocemente. Carney ha detto di non ritenere il Canada come gli USA nel 2006/2007, ma le opinioni sono diverse. Secondo la Royal Bank of Canada «le azioni effettuate dal 2007 a oggi hanno salvaguardato le banche canadesi, ma non è sicuro che i requisiti di capitale siano adeguati per sopportare un collasso del mercato immobiliare». Se così fosse, l’operato di Carney dovrebbe essere rivisto. Da salvatore del Canada ad amplificatore di potenziali bolle creditizie. «Mai come in questo periodo in Canada c’è stato così tanto denaro facile: basta entrare in una banca di Toronto o di Calgary per capirlo», afferma la Royal Bank of Canada. In pratica, la base per la madre di tutte le bolle.

Ciò che Mark Carney sarà per la Bank of England lo si capirà solo dopo il prossimo primo luglio, data in cui prenderà ufficialmente possesso del suo studio a Threadneedle Street. Facile che continua le operazioni fatte dal 2003 a oggi da Mervyn King, come il quantitative easing per il sostegno dell’economia britannica, incurante delle critiche a questa operazione. Sul piano della regolamentazione, dati gli ultimi scandali avvenuti nel Regno Unito e non solo, è possibile che decida di spingere verso una divisione fra banche commerciali e banche d’investimento. Prima di fare ciò, tuttavia, c’è il pericolo che Carney debba affrontare i suoi scheletri nell’armadio che ha lasciato in Canada. Bolla immobiliare su tutti.

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

Keywords: Bank of Canada + Bank of England + Bolla immobiliare + crisi + dollaro + Euro + mark carney + Montreal + Ottawa + Subprime + Toronto + Vancouver


Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/carney-canada-b ... z2Kb9OyQe1


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Un altro Goldman Sachs alla guida dell'Europa: Carney alla Bank of England
Il canadese Mark Carney nominato a capo della Bank of England. La scelta rientra nello stesso disegno che ha portato Monti a Palazzo Chgi?

Andrea Indini - Gio, 29/11/2012 - 10:36

Mark Carney, numero uno della Banca centrale del Canada, sarà il prossimo governatore della Bank of England. L'annuncio è arrivato un paio di giorni fa dal ministro delle Finanze britannico George Osborne che ha riferito al parlamento che la nomina sarà effettiva dal prossimo primo luglio.


Come faceva notare la Reuters nei giorni scorsi, la scelta di uno straniero alla successione di Mervyn King ha sorpreso investitori e osservatori. "Carney è semplicemente la persona migliore - ha detto Osborne - la più esperta e la più qualificata nel mondo ad essere il prossimo governatore della Banca d'Inghilterra". In realtà, questa nomina è la ciliegina sulla torta con cui Goldman Sachs completa il proprio dominio, virtualmente su tutte le principali economie europee.

La nomina di Carney non è una sorpresa proprio per tutti. In molti, infatti, avevano già ventilato l'ipotesi qualche mese fa, proprio quando il Vecchio Continente veniva stritolato dalla morsa della crisi del debito pubblico e dalla recessione economica che faceva schizzare al rilazo il tasso di disoccupazione e obbligava l'Unione europea a prendere per il bavero i Paesi spendaccioni - i Pigs che avevano sforato e che stavano trascinando nel baratro la moneta unica. Basta dare un'occhiata al curriculum di Carney per capire che la scelta della Bank of England è tutt'altro che casuale: per tredici anni in forze alla Goldmam Sachs, è intervenuto pesantemente nella gestione crisi finanziaria che ha investito la Russia nel 1998. La scorsa estate Carney sedeva alla riunione del Club Bilderberg organizzata al Marriot di Chantilly, in Virginia. "Carney è sconosciuto fuori dai ristretti circoli dei banchieri centrali e dei regolatori finanziari - si legge sul Guardian - è per questo motivo che la sua nomina ha colto molti di sorpresa che consideravano Paul Tucker il sicuro vincitore".

La nomina di Carney al timone della Bank of England è visto da molti come "l'ultimo tassello del grande puzzle della scalata Goldman Sachs per il controllo virtuale di tutte le grandi economie" dell'Unione europea. In questo scenario potrebbe appunto rientrare la nomina di Mario Monti a Palazzo Chigi dopo le dimissioni di Silvio Berlusconi dalla presidenza del Consiglio. Non a caso il Professore, oltre ad essere consulente internazionale della Goldman Sachs, fa parte anche del Bilderberg. La stessa scena in Grecia, dove il premier George Papandreou è stato "sostituito" da Lucas Papademos, ex vice presidente della Bce quando questa aveva il compito di controllare all’affare sui derivati concluso da Atene con la stessa Goldman Sachs. Non a caso fu proprio la Goldman Sachs a permesso al governo greco di ritoccare l'entità del proprio debito pubblico - anticamera della crisi del debito. Qualche mese più tardi Mario Draghi, ex vice presidente di Goldman Sachs International, veniva nominato presidente della stessa Bce.

Se in Europa le coincidenze abbondano, in America fioccano. Basta dare un'occhiata alla cronistoria del crollo finanziario che ha investito gli States nel 2008 per capirlo. In quei mesi, era segretario del Tesoro statunitense l'ex ceo della Goldman Sachs Hank Paulson che venne, poi, sostituito da Mark Patterson, lobbista per Goldman Sachs. Se questo è il passato, il futruro non sarà da meno dal momento che l’attuale ceo della Goldman Lloyd Blankfein è stato alla Casa Bianca almeno una decina volte.
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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda sandropascucci » 3 mag 2013, 9:42

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Usa, JP Morgan sotto inchiesta come Enron:
l'accusa è di speculazioni nel settore energia

Lo rivela il New York Times: l'amministrazione Obama sospetta la banca regina di Wall Street di operazioni poco chiare. I vertici hanno ricevuto i primi avvisi delle autorità a marzo. Il cerchio si stringe intorno a Jamie Dimon, il potente chief executive dell'istituto

dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI

TAG usa, JP Morgan, enron, speculazioni, settore energia, Jamie Dimon

NEW YORK - Torna l'ombra della Enron sui mercati finanziari americani. Quello di Enron fu il grande crac del 2001, premonitore di altre crisi, uno scandalo di derivati attraverso cui vennero manipolati i mercati dell'energia e si "fabbricarono" artificialmente i grandi blackout in California. Oggi è la più importante banca americana a finire sotto inchiesta per operazioni speculative in quel settore. Lo rivela il New York Times: la JP Morgan Chase, regina di Wall Street, è accusata dall'amministrazione Obama di avere "orchestrato delle trame per manipolare il settore energetico". Tra i sospetti: la banca avrebbe "trasformato centrali elettriche in perdita in poderose sorgenti di profitti", e un alto dirigente dell'istituto di credito avrebbe "reso false testimonianze sotto giuramento", un reato penale.

I vertici bancari hanno ricevuto i primi avvisi delle autorità a marzo, il preludio a un giro di vite degli organi di controllo sui mercati dell'energia. Non è questa l'unica accusa rivolta a JP Morgan Chase. Altre inchieste, promosse da diversi organi di vigilanza, riguardano le tecniche della banca per recuperare i debiti dei titolari di carte di credito. C'è anche un filone d'inchiesta che risale alla truffa di Bernard Madoff, per la quale JP Morgan Chase è sospettata di avere omesso di trasmettere alle autorità i segnali del gigantesco imbroglio.

Il cerchio si stringe attorno a Jamie Dimon, il potente chief executive di JP Morgan considerato fino a poco tempo fa un "banchiere intoccabile", con enorme influenza sul potere politico, anche perché è riuscito a governare la banca limitando i danni della grande crisi del 2008 e portando a casa profitti enormi.

Sono almeno otto, secondo l'anticipazione del New York Times, le agenzie federali che stanno indagando su JP Morgan Chase. Per quanto riguarda la manipolazione del mercato dell'energia, l'analogia col caso Enron si spinge anche alla dimensione geografica: proprio come 12 anni fa, è la California al centro delle indagini, è in quello Stato che JP Morgan Chase avrebbe concentrato le sue operazioni relative all'energia elettrica. E come allora, la "cupola" delle trame si trovava a Houston, dove una squadra di trader sui derivati energetici ha compiuto le operazioni che ora sono al vaglio degli inquirenti.
(03 maggio 2013)

da: repubblica.it
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Re: LE INAFFONDABILI

Messaggioda roberta » 18 mag 2013, 10:46

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Scandalo Bloomberg: i giornalisti spiavano dati riservati


Notizie Economichedi Nadia Fusar Poli - 13 May 2013 - 19:59
Spionaggio e violazioni della privacy da parte di Bloomberg? Il Tesoro americano e la Federal Reserve sarebbero stati spiati della nota agenzia che fornisce informazioni finanziarie ai propri clienti abbonati. Cosa c’è di vero in questa storia? Facciamo un po’ di ordine. Alcuni giornalisti, secondo una inchiesta condotta dal New York Post avrebbero monitorato i “Bloomberg Terminal” - computer forniti ai clienti della società per accedere ai servizi ed ampiamente utilizzati a Wall Street per scandagliare le informazioni finanziarie - al fine di carpire dati “top secret” …utili per la redazione delle storie e degli articoli. I terminali della società siedono nelle più alte sfere del potere - comprese le banche centrali, le agenzie rivali, il Congresso e persino il Vaticano!

Secondo quanto è emerso, i giornalisti al Bloomberg avevano la possibilità di visualizzare la cronologia di accesso e alcuni altri dettagli (riservati?) di clienti della società. Altri nomi di “spicco” della finanza (clienti prestigiosi del calibro di JP Morgan), potrebbe essere stati vittima dello spionaggio di Bloomberg? The Guardian non ha nascosto la propria preoccupazione per come Bloomberg ha utilizzato le informazioni provenienti dai propri terminali nel caso “Bruno Iksil”, il trader conosciuto come la balena di Londra, accusato di aver procurato a JP Morgan perdite massicce lo scorso anno .

Nel frattempo i banchieri centrali degli Stati Uniti stanno alzando il livello di guardia. Si pensa che anche la Securities and Exchange Commission (SEC) stia indagando sulle apparenti carenze nella sicurezza. Il regolatore, per il momento, ha rifiutato di commentare. Nessun cliente Bloomberg ha sinora annullato l’abbonamento notizia della violazione della sicurezza e le voci dello scandalo, hanno già intaccato la reputazione e la credibilità della società.

Una larga fetta del fatturato di Bloomberg è generata proprio dalla vendita di terminali a banche e ad altre istituzioni finanziarie. Più di 300.000 banchieri, traders e impiegati finanziari sottoscrivono il servizio in tutto il mondo. Quasi tutti gli utenti vengono identificati per nome e i terminali sono spesso altamente personalizzati per consentire l’accesso alle informazioni finanziarie di cui ciascun cliente ha bisogno. Dall’analisi e monitoraggio dei dati finanziari in tempo reale alla compravendita di azioni e varie operazioni finanziarie, sino ai più ampi flussi di notizie. Evidentemente, l’accesso a tale tipologia di informazioni, potrebbe rappresentare un notevole valore aggiunto al lavoro di un giornalista.

Bloomberg avrebbe suggerito ai propri giornalisti di usare i terminali – accedendo così alle informazioni di contatto degli abbonati e, in alcuni casi, monitorando l’attività di accesso - per ottenere un vantaggio nel competitivo mondo del giornalismo finanziario, dove anche un solo secondo può fare la differenza? Matteo Winkler, direttore di Bloomberg News, in un editoriale pubblicato su Bloomberg View nella tarda notte di Domenica, ha precisato che la pratica di permettere ai giornalisti l’accesso alle informazioni limitate sugli abbonati, sarebbe ormai consolidata e risalirebbe al momento stesso in cui nacque la divisione “News” del colosso fondato da Michael R. Bloomberg.

Winkler ha sottolineato che i giornalisti non avevano accesso alla negoziazione, al portfolio o ai sistemi di monitoraggio delle azioni, così come era loro proibito sbirciare i messaggi inviati da un cliente all’altro. "I recenti reclami riguardano pratiche che sono quasi vecchie come Bloomberg News", ha precisato Winkler il quale, Venerdì scorso, ha voluto puntualizzare come la politica aziendale vieti ai giornalisti di commentare o trattare documenti non pubblici e informazioni riservate sulla società e i clienti nelle proprie relazioni.

Eppure, Winkler ha riconosciuto che si tratta di una pratica sbagliata, e ha fatto mea culpa, scusandosi per quanto, ormai da decenni, si verifica nella redazione di Bloomberg. "I nostri clienti hanno ragione" ha detto. "I nostri giornalisti non dovrebbero avere accesso a quei dati considerati ‘di proprietà’…L’errore è imperdonabile".

Gli oltre 2.400 giornalisti di Bloomberg sarebbero stati addestrati, attraversi corsi formazione mirati, su come utilizzare i potenti terminali e sfruttare la funzione conosciuta come UUID, per individuare fonti cui hanno accesso anche gli abbonati? Questo è quanto hanno dichiarato alcuni ex dipendenti. Su Bloomberg sta per scatenarsi una bufera?

Fonte: guardian.co.uk
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