[DOSSIER n.24] Un link tira l'altro

raccolta delle menzogne del SistemaIGB
sandropascucci
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[DOSSIER n.24] Un link tira l'altro

Messaggioda sandropascucci » 2 ott 2013, 0:15

inizio.. briciole.. google.. signoraggio.. link..
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sandropascucci : primit.it signoraggio.com
INTERNET AIUTA A RIVOLUZIONARE IL MONDO COME
TRATTENERE IL RESPIRO AIUTA A PESARE MENO SULLA BILANCIA

sandropascucci
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Re: [DOSSIER n. 24] Un link tira l'altro

Messaggioda sandropascucci » 2 ott 2013, 0:47

una


http://www.signoraggio.com/signoraggio_diolovole.html
Bankitalia S.p.A. non è una S.p.A. - Dio lo vole!!
(di Sandro Pascucci - www.signoraggio.com&#41;

parte I e parte II

Esplora il significato del termine: IL LUTTO
Addio al giurista Ferro-Luzzi
Un giurista al quale venivano affidati spesso compiti delicati. Un conoscitore profondo delle regole del diritto societario, che con i suoi consigli ha contribuito a riformare. Paolo Ferro-Luzzi, nato a Roma il 14 maggio 1937 si è spento ieri all’età di 75 anni. Professore emerito di diritto bancario all’Università «La Sapienza», di cui è stato professore ordinario dal primo novembre 1984. Avvocato cassazionista, si è spesso occupato delle questioni relative allo status giuridico della Banca d’Italia. Suo ad esempio il parere sul fatto che via Nazionale non è una società per azioni. Un parere espresso quando la riforma arrivò a prevedere la possibilità che le quote rappresentative del capitale di Via Nazionale potessero essere trasferite sotto il controllo del ministero del Tesoro. Un passaggio che avrebbe messo in discussione l’indipendenza stessa della Banca d’Italia. E molte volte il ministero del Tesoro si era affidato a lui per dirimere questioni legate, ad esempio, alle privatizzazioni delle quali veniva considerato uno dei maggiori esperti. Era stato consigliere di amministrazione dell’Iri, l’Istituto per la Ricostruzione industriale. Poi di Telecom Italia. Tra i suoi incarichi quello di rappresentante degli obbligazionisti dell’Alitalia. Tra gli ultimi ruoli ricoperti da Ferro-Luzzi la presidenza della Milano Assicurazioni, di Prelios e quello di consigliere di amministrazione del gruppo Pirelli. Ma sono state soprattutto le banche il suo campo di attività, dalle società del gruppo Bnl al consiglio di sorveglianza di Ubi banca spa. RIPRODUZIONE RISERVATA

N. Sa.
Pagina 29
(13 novembre 2012) - Corriere della SeraIL LUTTO
Addio al giurista Ferro-Luzzi
Un giurista al quale venivano affidati spesso compiti delicati. Un conoscitore profondo delle regole del diritto societario, che con i suoi consigli ha contribuito a riformare. Paolo Ferro-Luzzi, nato a Roma il 14 maggio 1937 si è spento ieri all'età di 75 anni. Professore emerito di diritto bancario all'Università «La Sapienza», di cui è stato professore ordinario dal primo novembre 1984. Avvocato cassazionista, si è spesso occupato delle questioni relative allo status giuridico della Banca d'Italia. Suo ad esempio il parere sul fatto che via Nazionale non è una società per azioni. Un parere espresso quando la riforma arrivò a prevedere la possibilità che le quote rappresentative del capitale di Via Nazionale potessero essere trasferite sotto il controllo del ministero del Tesoro. Un passaggio che avrebbe messo in discussione l'indipendenza stessa della Banca d'Italia. E molte volte il ministero del Tesoro si era affidato a lui per dirimere questioni legate, ad esempio, alle privatizzazioni delle quali veniva considerato uno dei maggiori esperti. Era stato consigliere di amministrazione dell'Iri, l'Istituto per la Ricostruzione industriale. Poi di Telecom Italia. Tra i suoi incarichi quello di rappresentante degli obbligazionisti dell'Alitalia. Tra gli ultimi ruoli ricoperti da Ferro-Luzzi la presidenza della Milano Assicurazioni, di Prelios e quello di consigliere di amministrazione del gruppo Pirelli. Ma sono state soprattutto le banche il suo campo di attività, dalle società del gruppo Bnl al consiglio di sorveglianza di Ubi banca spa. RIPRODUZIONE RISERVATA

N. Sa.
Pagina 29
(13 novembre 2012) - Corriere della Sera

AMMINISTRATORI

Paolo Ferro-Luzzi



Scarica la foto CV (54.7Kb)
Consigliere di Pirelli & C. S.p.A. dal 21 aprile 2011.

E’ nato a Roma nel 1937.

Laureato in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” con il massimo dei voti e lode.

E’ Avvocato cassazionista; dal 2011 è Emerito di Diritto Bancario presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”

E’ stato Consigliere, Vice Presidente e Presidente di BNL Vita S.p.A., Consigliere di Amministrazione dell’IRI, Presidente del Consiglio di Amministrazione della Cassa per il Credito alle Imprese Artigiane S.p.A. - Artigiancassa, Presidente del Consiglio di Amministrazione di BNL Fiduciaria Gestioni Sim p.a., Consigliere di Amministrazione del Banco di Napoli, Presidente del Consiglio di Amministrazione del Credito Fondiario e Industriale - Fonspa S.p.A., Consigliere di Amministrazione di GAN International, Consigliere di Amministrazione della Società Nuova Teatro Eliseo S.p.A., Presidente del Consiglio di Amministrazione di BNL Gestioni SGR, Consigliere di Amministrazione di Telecom Italia S.p.A., Consigliere di Amministrazione di BNL Fondi Immobiliari SGR p.A. (ora BNP Paribas Real Estate Investment Management Italy Società di Gestione del Risparmio p.A.), Presidente del Consiglio di Amministrazione di Fondiaria Assicurazioni S.p.A. e di Milano Assicurazioni, Consigliere di Amministrazione di Fondiaria-SAI, Presidente del Consiglio di Amministrazione di BCC Private Equity - Società di Gestione del Risparmio p.a., membro del Consiglio di Sorveglianza di UBI Banca S.p.A.

Dal 9 settembre 1993 è Presidente del Consiglio di Amministrazione della Società Servizio Italia -Società Fiduciaria e di Servizi S.p.A.
Dal 27 maggio 2008 è Presidente del Consiglio di Amministrazione di Banknord Società di Intermediazione Mobiliare S.p.A. (già Banknord GE.PA.FI.SIM spa); dal 23 aprile 2009 è Presidente del Consiglio di Amministrazione di Prelios SGR S.p.A. (già Pirelli & C. Real Estate SGR S.p.A.) e dal 9 settembre 2010 Presidente del Consiglio di Amministrazione di Prestitalia S.p.A..

E’ in possesso dei requisiti contemplati dal Codice di Autodisciplina delle Società Quotate per essere qualificato come indipendente.

lunedì 19 novembre 2012 < back
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Si è spento a Roma il giurista-banchiere Paolo Ferro-Luzzi

1logoitalia oggi7grande
Si è spento a Roma Paolo Ferro-Luzzi. Professore emerito di diritto bancario all’Università «La Sapienza» di Roma e avvocato cassazionista, è stato più volte consigliere del ministero del Tesoro per esempio durante le privatizzazioni. È stato consigliere di amministrazione dell’Iri, di Telecom Italia e rappresentante degli obbligazionisti di Alitalia. Tra gli ultimi ruoli ricoperti, oltre ai molti nel mondo bancario (Bnl, Ubi e Artigiancassa), è stato presidente di Milano Assicurazioni e di Prelios e, da poco più di un anno, consigliere del gruppo Pirelli.

Gianluca Pascucci, nel marzo del 2010 organizzava un incontro a Jesi per il PdL, a favore di Erminio Marinelli. Su FB dà il suo “mi piace” al gruppo “Benito Mussolini eterna passione”. Lavora per il Messaggero e per la banca UBI.

Giovanni Bazoli
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.


Giovanni Bazoli
Giovanni Bazoli (Brescia, 18 dicembre 1932) è un banchiere italiano.
Attualmente è presidente del Consiglio di sorveglianza della banca Intesa Sanpaolo e presidente della finanziaria Mittel.
Biografia [modifica | modifica sorgente]

Discendente da un'importante famiglia bresciana, impegnata in politica fin dall'inizio del XX secolo (il nonno Luigi Bazoli fu tra i fondatori del Partito Popolare nel 1919, il padre fu deputato all'assemblea costituente), è stato docente di Diritto amministrativo e Diritto pubblico dell'Economia all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
Amministratore della Banca San Paolo di Brescia nel 1982, fu chiamato dall'allora ministro del Tesoro Nino Andreatta per contribuire al salvataggio del Banco Ambrosiano, travolto dallo scandalo Calvi.
Divenne presidente del Nuovo Banco Ambrosiano, che continuò l'attività bancaria del Banco Ambrosiano. Diresse la cessione della Rizzoli-Corriere della Sera, il gruppo editoriale che Angelo Rizzoli aveva ceduto a Roberto Calvi. Fu egli stesso beneficiario della transazione in quanto presidente della Mittel, una delle società che parteciparono all'acquisto del gruppo.
Integrò il Nuovo Banco con la Banca Cattolica del Veneto, formando il Banco Ambrosiano Veneto. Nel 1990 fece entrare nell'azionariato del Banco il gruppo francese Crédit Agricole, respingendo i tentativi di Gemina di assumere un ruolo guida nella banca.
Nel 1997 dall'unione dell'Ambroveneto con Cariplo, nacque Banca Intesa, di cui Bazoli divenne presidente. Negli anni successivi, Banca Intesa si fuse con la Banca Commerciale Italiana (1999), conservando il nome Banca Intesa, che si fuse poi nel 2007 con il Sanpaolo di Torino, originando così l'attuale gruppo Intesa Sanpaolo.
Bazoli è noto anche per la sua passione per gli studi biblici e per la simpatia politica nei confronti del centrosinistra. Secondo voci giornalistiche, Bazoli avrebbe declinato un'offerta di candidarsi alla guida della coalizione dell'Ulivo alle elezioni politiche del 2001, ruolo poi rivestito da Francesco Rutelli. È molto appassionato di calcio, è molto tifoso del club Brescia, ed è amico personale del presidente Gino Corioni.
Fa parte ed è animatore del Gruppo Etica e Finanza.
Dal 1999 è presidente della Fondazione Giorgio Cini di Venezia.
Dal 2012 è presidente dell'Opera per l'Educazione Cristiana di Brescia.
È sposato con Elena Wührer (della famiglia produttrice della celebre birra). Dal matrimonio sono nati tre figli: Stefano, Francesca e Chiara.

07.06.2013
Banco di Brescia Vitali
presidente per la nuova sfida

IL VERTICE. L'ex direttore generale, già vice, succede a Franco Polotti. L'obiettivo è «fare banca per bene. Dobbiamo essere rigorosi, ma al tempo stesso concorrere alla crescita del territorio»
Il presidente Costantino Vitali Il presidente Costantino Vitali

Un nuovo leader per una nuova sfida all'insegna della tradizione e del territorio. L'ASSEMBLEA degli azionisti del Banco di Brescia (gruppo Ubi) ha nominato cinque consiglieri in sostituzione di altrettanti componenti che si sono dimessi nei giorni scorsi. I nuovi amministratori - come già emerso - sono Francesca Bazoli (figlia di Giovanni Bazoli leader di Intesa SanPaolo), Pietro Gussalli Beretta (dello storico gruppo armiero di Gardone Valtrompia), Giorgio Franceschi (già nel Cda; è alla guida dell'Istituto Atesino di Sviluppo, Isa), Orlando Niboli (gruppo Fondital) e Giuseppe Zannoni (imprenditore emiliano già nel Cds di Ubi). Il Consiglio (in carica fino al 2014) ha nominato Costantino Vitali presidente e Pietro Gussalli Beretta vice presidente; Beretta si affianca all'altro vice, Pierfrancesco Rampinelli Rota. Sono usciti dal board Ettore Medda, Giuseppe Sciarrotta, Victor Massiah, Flavio Pizzini e il leader, Franco Polotti, ora al vertice del Consiglio di gestione di Ubi. COSTANTINO Vitali - milanese di nascita, bergamasco d'adozione - è a Brescia dal novembre 1992: entrato in Banca San Paolo come vice direttore generale, è stato direttore generale fino al 1998, quindi direttore generale del Banco di Brescia fino al 6 aprile 2010 quando ne è diventato vice presidente vicario. Tra gli incarichi ricoperti attualmente anche quelli di componente del Consiglio direttivo e del Comitato di Assbank, vice presidente di Ubi Banca International. Assumere la nuova leadership è per lui «un grande onore e un privilegio». Subito dopo la nomina ha sottolineato l'ottimo rapporto costruito con una città «che ha avuto la bontà e la cortesia» di accoglierlo, con grande e reciproca stima «costruita nel tempo, soprattutto con gli imprenditori». GUARDANDO al nuovo impegno ha ribadito che il Banco di Brescia è stato, è, «e sarà la banca dei bresciani, un tutt'uno con la società, da oltre cent'anni». Ha ricordato il motto del gruppo «fare banca per bene», quindi ha evidenziato che «dobbiamo essere rigorosi, perché gestiamo il denaro dei risparmiatori. Abbiamo altresì il dovere di concorrere alla crescita del territorio, impiegando risorse per sostenere le iniziative sane: è il compito di chi fa il nostro mestiere, con risposte tempestive fornite tenendo sempre presente che l'attività svolta implica una responsabilità sociale particolarissima, soprattutto in questa situazione di grave crisi economica». Vitali ha sottolineato come il Consiglio di amministrazione si caratterizzi per «profili eccellenti», ha rimarcato l'«ottimo rapporto con Franco Polotti, grande professionista e amico di lunga data, che stimo moltissimo» e con il direttore generale, Roberto Tonizzo, «che ben conosco e stimo». E parlando dei dipendenti li ha definiti «il patrimonio della banca».R.E.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corrado Passera
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La carriera politica
Corrado Passera
Ministro dello Sviluppo economico
dal 17 11 2011 al 27 04 2013
Como 30 dicembre 1954. Manager, banchiere. Ministro per lo Sviluppo economico, Infrastrutture e Trasporti nel governo Monti. «Qualcosa è stato fatto, ma adesso occorre fare bene i compiti».

• Amministratore delegato di Banca Intesa dal 2002, incarico che ha assunto dopo aver lasciato le Poste Spa, di cui è stato il numero uno operativo per quattro anni. In precedenza aveva lavorato nel settore del credito come amministratore delegato del Banco Ambroveneto (che si è poi fuso con la Cariplo dando vita a Banca Intesa) e prima ancora come vicepresidente del Credito Romagnolo. Si è formato nella società di consulenza McKinsey, dove è stato per cinque anni, dall’80 all’85, per poi passare al gruppo De Benedetti, prima come direttore generale della Cir, e poi, dal ’92 al ’96, come amministratore delegato della Olivetti. Si è occupato anche di editoria come direttore generale della Mondadori (1990-’91) e amministratore delegato del gruppo Espresso (1991-’92). Bocconiano dell’anno 2000 (si laureò nel ’77).

• «È stato spesso dipinto con il cuore al centro che guarda a sinistra, (ha votato per le primarie del Pd), è da decenni in sodalizio con il professor Bazoli, vicinissimo a Prodi. Negli ultimi anni però si è sempre più smarcato da questa etichetta occupandosi, tra l’altro, e in prima persona, del risanamento di Alitalia, caro all’ex premier Berlusconi». [ansa.it] Dal 2008 anche al fianco di Luca Cordero di Montezemolo, con un forte investimento di Intesa in Ntv, Nuovo trasporto viaggiatori: la banca possiede il 20 per cento del capitale azionario della compagnia ferroviaria privata dell’alta velocità in procinto di competere con Trenitalia.

• «Il Financial Times ha paragonato Corrado Passera al personaggio di Harvey Keitel di Pulp Fiction: il pulitore. Dopo il regolamento di conti, arrivava lui a togliere i cadaveri e rimettere tutto in ordine. Dicendo: “Sono Winston, risolvo problemi. A patto che facciate esattamente quello che dico”. Forse non era proprio il ruolo a cui pensava Giovanni Bazoli quando l’ha chiamato, nella primavera 2002, a prendersi cura di Intesa-Bci (come ancora si chiamava la banca risultante dalla fusione tra Ambroveneto, Cariplo e Banca Commerciale), ma gli calza a pennello» (L’Espresso). [L’Espresso]

• Alto 1.90, fisico asciutto, «viene da una famiglia cattolica comasca ed è un prete, professore di seminario, l’educatore da lui più interrogato e ammirato nell’adolescenza. Poi c’è la famiglia. Suo nonno, preso ad esempio, era medico e non si faceva pagare dai clienti poveri. “Se non fossi diventato dirigente d’azienda, avrei voluto fare il medico”» (Gianluigi Melega).

• «Studia a Como al liceo Volta. Diventa presidente del consiglio studentesco. È un’esperienza che non dura a lungo, il prevalere degli estremismi di destra e di sinistra non sono adatti al suo carattere. Mentre studia alla Bocconi fa il militare e, prima di laurearsi, comincia a lavorare alla Olivetti, prima dell’arrivo di Carlo De Benedetti. Qui resta un anno e mezzo circa, lavorando ai programmi di formazione e presso la direzione finanziaria e amministrativa. Nel 1978 decide di andare negli Stati Uniti dove ottiene il master in business administration alla Warthon University di Filadelfia. Nel frattempo lavora a Boston, consulente di una società svedese. Al ritorno in Italia lo aspetta un’esperienza di prim’ordine alla McKinsey, la grande società di consulenza. Si occupa in particolare di progetti di riorganizzazione della Banca Nazionale del Lavoro. Poi si dedica, sempre per la McKinsey, ai problemi dell’Ibi, del Cis (Credito Industriale Sardo), delle Generali. Nel 1985 c’è la consacrazione del suo successo: la McKinsey gli propone di diventare partner della società. Ma ecco la sorpresa: Guido Roberto Vitale, amministratore delegato dell’Euromobiliare, prende contatto con lui e gli dice che “De Benedetti avrebbe piacere di conoscerla e certamente lei avrà piacere di conoscere l’Ingegnere”».

• «Passera entra in Cofide e si trova subito alle prese con il primo affare, quello della Banca Agricola Milanese, una piccola azienda di credito. Per il controllo di questo istituto si erano fronteggiati per mesi molto aspramente la Cofide e la Banca Popolare di Milano. Alla fine l’aveva spuntata la Popolare di Milano e a De Benedetti non era rimasto che cercare un accordo con il nuovo azionista di maggioranza. A condurre il negoziato per conto della Cofide era stato il giovane Passera che, una volta firmata la pace, aveva ottenuto un posto nel consiglio della Bam, come riconoscimento del lavoro svolto. Nella battaglia per il Rolo, Passera si è impegnato fino in fondo, cosciente che si poteva trattare di una svolta nella sua carriera e non se l’è fatta scappare» (Nino Sunseri).

• Al banco romagnolo riesce a convincere gli azionisti e imporre la presidenza di Francesco Bignardi, il candidato di De Benedetti. Da quel momento diventa il braccio destro dell’Ingegnere, che gli affida la Mondadori prima della battaglia di Segrate, quindi il gruppo Espresso, infine l’Olivetti, l’azienda più problematica tra le sue controllate. Passera: «“Ricordo ancora quel periodo di grandi sogni, di grandi speranze di creare qualcosa di nuovo: non soltanto ricchezza (e pensare che con Infostrada e Omnitel creammo decine di migliaia di miliardi di valore ex novo!), ma un nuovo modo di essere in azienda, nei rapporti tra azienda e società...”. Poi deve essere successo qualcosa su cui Passera preferisce sorvolare. Il giovane ottimista puritano comasco deve avere inghiottito qualche delusione. Dagli uomini, dai comportamenti. “Sono stato vaccinato”, dice senza sorridere: “Avevo accettato perché l’azienda stava per fallire: ma non mi aspettavo problemi tanto gravi, addirittura con la giustizia. Ho lavorato giorno e notte. Mi sentivo internamente diviso. Mia moglie mi disse che non poteva tollerare di vedermi tanto angosciato e in conflitto con me stesso”» (Melega).

• Nel 1996 lascia il gruppo Olivetti (e si separa da De Benedetti dopo 11 anni di lavoro fianco a fianco) per passare alla guida del Banco Ambrosiano Veneto, chiamato dal presidente Giovanni Bazoli. L’esperienza da banchiere sembra destinata a durare poco. Dopo solo un anno la banca si fonde con Cariplo per formare Banca Intesa. Passera è uno dei candidati ad amministrare il nuovo istituto, ma lo supera Carlo Salvatori, che viene dal gruppo lombardo e ha un curriculum con sedici anni di esperienza al comando di una banca. Al governo c’è Romano Prodi, il ministro del Tesoro è Carlo Azeglio Ciampi. Passera è un manager brillante, ancora giovane, che medita di mettersi in proprio. «“Prodi e Ciampi mi chiamarono per chiedermi un impegno nella nuova gestione delle Poste. Chiesi ventiquattr’ore per parlarne con mia moglie e poi dissi di sì. Mi sembrava una bella impresa provare a rimettere in marcia quel colosso addormentato e rendere un servizio al Paese”. Una scelta pazzesca, quella di Passera. Bisognava mettere le mani in un un’azienda demotivata, pascolo riservato di corporazioni politiche e sindacali. Poi c’era il deficit che appariva incomprimibile e fuori controllo (ben 2.649 miliardi di lire nel 99). Ma soprattutto le Poste non erano in grado di fare il loro mestiere: consegnare in tempo la corrispondenza. “Per questo ho deciso che fin dall’ inizio dovevamo confrontarci con la maggiore sfida possibile. Si trattava dell’ introduzione della posta prioritaria, ossia di lettere che devono arrivare a destinazione entro due giorni”. Il successo della prioritaria (nel giro di un anno l’ 81 per cento delle missive venne consegnato dopo un solo giorno) fu come una frustata capace di infondere orgoglio fra i 169 mila dipendenti» (Giorgio Lonardi).

• In cinque anni Passera risana Poste Italiane spa. Ci riesce con un grosso piano di riduzione dei costi (quello del personale passa dal 91 per cento dei ricavi al 60) e di apertura dell’azienda ai servizi bancari o para-bancari: gradualmente introduce il conto alle Poste, il Postamat, la carta di credito delle Poste. Ogni anno le perdite si dimezzano, nel 2003 l’azienda torna a chiudere un esercizio in utile. Ma già non c’è più lui alla guida. Bazoli nel 2002 lo aveva infatti richiamato a Banca Intesa, dove c’era da lavorare duramente per rimettere a posto i conti, messi in subbuglio dai soldi prestati a società come la Enron travolte dalla crisi della New Economy. Passera si è già fatto una fama di risanatore, e la pulizia gli riesce anche stavolta: vara un piano di taglio dei costi e già dopo un anno il miglioramento della situazione dell’istituto di Bazoli è cosa visibile. Una Banca Intesa risanata diventa il primo istituto di credito italiano il 1° dicembre 2006, grazie all’incorporazione di San Paolo. “Intesa Sanpaolo è la grande banca di Prodi”, scrivono gli osservatori, considerata la vicinanza di Bazoli e dello stesso amministratore delegato al Professore. Ma Passera rigetta ogni madrinaggio politico sull’operazione: «Ci sentiamo di dire che è una fusione molto equilibrata e più che chiara. Non accetto che qualcuno la voglia far passare per una grande operazione politica.

• Nella trattativa Alitalia ha sempre appoggiato la Air One di Carlo Toto, verso cui Intesa aveva un credito di 600 milioni. Molta rabbia quando il governo dell’Unione, il 28 dicembre 2007, sceglie di trattare solo con i francesi. Ma quando, il 2 aprile 2008, l’offerta di Air France viene ritirata per il fallimento della trattativa con i sindacati e le elezioni, una settimana dopo, decretano la vittoria di Berlusconi, Passera torna in prima fila nella partita per il vettore italiano. È a lui che l’esecutivo di centrodestra affida il coordinamento della cordata italiana destinata a prendere il controllo di Alitalia. Intesa Sanpaolo lavora al dossier: elabora il “Piano Fenice” per rilanciare la compagnia di volo e mette assieme sedici imprenditori nella Cai, la Compagnia aerea italiana, la società preparata per lanciare un’offerta sul vettore nazionale. Il presidente è Roberto Colaninno, l’amministratore delegato Rocco Sabelli. La banca guidata da Passera partecipa direttamente nell’operazione, con un investimento previsto di 100 milioni di euro. Dopo un faticoso negoziato con i sindacati, quando Alitalia, già commissariata dal governo, è a un passo dal fallimento, la Cai riesce a ottenere il via libera di tutte le organizzazione dei dipendenti il 29 settembre 2008. L’avvio della nuova Alitalia, nelle intenzioni del banchiere comasco, è previsto per il 1° novembre 2008. Passera cerca anche stavolta di allontanare l’idea che si tratti di un’operazione poco industriale e molto politica: «Noi finanziamo i progetti in cui crediamo, dove necessario anche con capitale di rischio: Fiat, Piaggio, Prada, Nh e decine e decine di casi meno conosciuti. Non c’è gioco di potere, è il mestiere della banca da sempre. Quando non c’è più un ruolo finanziario da svolgere e ci siamo ripagati il nostro investimento noi siamo sempre usciti. Il problema non è di una banca che fa troppo, semmai di una politica che, a volte, fa troppo poco».

• I credit default swap (Cds), i derivati che coprono gli investitori dal rischio di fallimento degli emittenti, per Intesa Sanpaolo hanno, nel settembre del 2008, un costo di 70 punti base. In pratica, mentre infuria anche in Europa la crisi finanziaria scatenata dai mutui subprime, la banca guidata da Corrado Passera viene addirittura considerata la più sicura del continente. D’altra parte lui stesso chiarisce che quella dei derivati sui prestiti immobiliari americani «è un’attività che non svolgiamo».

• Lavoratore infaticabile (anche 18 ore al giorno se necessario, magari in piedi perché forti dolori alla schiena gli rendono difficile stare a lungo seduto)

• Secondo la classifica pubblicata sull’Atlante delle banche leader 2007 (in edicola con Mf/Milano Finanza e Italia Oggi), nel 2006 fu il secondo banchiere più pagato d’Italia, 17,07 milioni contro i 20,19 di Alberto Nagel

• Sia nel 2007 che nel 2008 è finito al quarto posto nella classifica dei banchieri europei stilata dal gruppo editoriale finanziario americano Istitutional Investors (al primo sempre Alessandro Profumo)

• Membro dell’Opus Dei, partecipa in Kenya ai campi estivi di lavoro per la formazione dei giovani

• Nel 1999 ha patteggiato una condanna per falso in bilancio qualitativo per i conti di Olivetti ai tempi in cui ne era amministratore delegato. Il giudice di Ivrea ha revocato il patteggiamento nel 2003, dato che il falso in bilancio qualitativo non era più considerato reato dalla legge (Pietro Saccò). [Dell’Arti-Parrini 2008]

• Sposato in seconde nozze (rito civile, il 28 maggio 2011 sul lago di Como, nella loggia di Villa Balbianello di Lenno) con Giovanna Salza, esperta di comunicazione d’impresa (ex Poste e Air One), sua compagna dal 2008. Tre figli: Luigi e Sofia, nati dal primo matrimonio con Cecilia Canepa, e Luce, nata nel 2010. Ospiti del secondo matrimonio (alcuni arrivati in elicottero): Luca Cordero di Montezemolo, Alessandro Profumo, Umberto Eco, Andrée Ruth Shammah, Bruno Ermolli, Mario Monti, Giovanni Bazoli, Miuccia Prada, Elsa Fornero, Giovanni Perissinotto, Francesco Micheli, Lorenzo Bini Smaghi, il vescovo Vincenzo Paglia, Vittorio Colao, Domenico Siniscalco, Gaetano Miccichè ecc.

• Al giuramento, nel salone delle Feste del Quirinale c’è anche una signora in attesa: è la moglie di Corrado Passera. «È un maschio» rivela ai cronisti. [Michele Brambilla, La Stampa 17/11] • Monti e Passera non sono coetanei ma si frequentano da lustri. È stato Monti a cercare il banchiere. [Alessandro Barbera, La Stampa 17/11]

• «L’Italia si salverà» (Corrado Passera). [Alessandra Longo, la Repubblica 17/11]

Il banchiere del papa racconta: "Ecco come ho risanato lo IOR"
Dopo quasi quindici anni di presidenza della banca vaticana, Angelo Caloia rompe il silenzio. Fa i nomi di amici e nemici. E accusa la finanza cattolica d'aver venduto l'anima per il potere

di Sandro Magister





ROMA - Giovanni Paolo II non s'è mai occupato di soldi, non ha un proprio conto in banca e tanto meno s'è arricchito. Ma lascerà al suo successore una lauta eredità: un Vaticano con i conti a posto, i profitti floridi, gli amministratori fidati.

Sono quattro, in Vaticano, gli uffici finanziari chiave. In ordine di importanza sono lo IOR, Istituto per le Opere di Religione; l'APSA, Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica; il Governatorato dello Stato della Città del Vaticano; la Prefettura degli Affari Economici. A capo di ciascuno c'è un cardinale. Ma con un'avvertenza. Perché allo IOR, la banca vaticana, c'è sì una commissione cardinalizia di vigilanza, con alla testa il segretario di stato Angelo Sodano, ma il vero uomo di comando è un'eminenza laica di 64 anni venuto dalla Lombardia, con moglie inglese e quattro figli, il banchiere Angelo Caloia.

Caloia è una leggenda di riservatezza ed è personaggio ai più sconosciuto. Ma per la finanza vaticana è il parallelo perfetto di quel che è il cardinale Camillo Ruini per il governo della Chiesa in Italia: l'uno e l'altro autori di una doppia rivoluzione.

Anche nelle date Caloia e Ruini hanno sempre viaggiato in parallelo. Diventano l'uno presidente dello IOR e l'altro presidente della conferenza episcopale all'inizio degli anni Novanta e, riconfermati di quinquennio in quinquennio, sono tuttora alla testa dei rispettivi organismi. Entrambi hanno cominciato le loro battaglie isolati, con molti più avversari che amici. Entrambi hanno vinto.

La differenza è che oggi Caloia ha deciso di rompere il silenzio: con tanto di nomi, giudizi, retroscena sulla sua storia di banchiere del papa, per la prima volta messi nero su bianco.

L'outing di Caloia è in un libro scritto da un suo amico e collaboratore d'antica data, Giancarlo Galli. Lo pubblica Mondadori, la stessa editrice dell'ultimo best seller del papa, ed è in vendita dal 22 giugno. Il titolo è "Finanza bianca" e si riferisce a quell'insieme di banche e banchieri cattolici che a Roma e in Italia hanno oggi accumulato un potere senza precedenti: con Antonio Fazio governatore della Banca d'Italia, con Cesare Geronzi dominus di Capitalia, con Giovanni Bazoli presidente di Banca Intesa, con i templi finanziari laici caduti nelle loro mani o assediati.

Caloia è parte di questa finanza bianca, è da lì che è venuto. Ma nel libro non la esalta per gli attuali trionfi. Anzi. La accusa d'aver venduto l'anima per ottenerli, d'aver smarrito la sua "identità cristiana". La prova è nel coinvolgimento delle banche cattoliche nei colossali disastri di Parmalat, Cirio e simili: una "Caporetto etica" dalla quale invece, dice, è rimasto immune lo IOR. Partito isolato nella sua battaglia per ripulire e rilanciare la banca vaticana, Caloia lamenta oggi di ritrovarsi di nuovo solo, a far da baluardo di una finanza moralmente corretta.

* * *

Quando Caloia inizia la sua lunga marcia, nei primi anni Ottanta, il Vaticano è in pieno dissesto, al pari dei finanzieri cattolici con i quali aveva condotto pessimi affari: Michele Sindona e Roberto Calvi. Alla testa dello IOR regnano un arcivescovo americano, Paul Marcinkus, che Caloia definisce "facilone, pressapochista, mal consigliato", e un prelato italiano che è tra gli autori di quei cattivi consigli, Donato De Bonis. Lo IOR è assediato dai creditori, e nel 1984 il cardinale Agostino Casaroli, il segretario di stato dell'epoca, li tacita una volta per tutte versando 242 milioni di dollari a titolo di "contributo volontario", sfidando il parere contrario non solo di Marcinkus e De Bonis ma di quasi tutti i dirigenti vaticani.

Quello stesso anno, a Milano, anche la buona finanza cattolica decide di risalire la china. Lo fa dando vita a un Gruppo Cultura Etica Finanza. Si riunisce in via Broletto, a pochi passi dal Duomo, e di esso fa parte anche un vescovo, Attilio Nicora, ausiliare del cardinale Carlo Maria Martini. Nel gruppo figurano intellettuali destinati a ruoli di peso: come il gesuita GianPaolo Salvini, futuro direttore della "Civiltà Cattolica", e Lorenzo Ornaghi, futuro rettore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Tra i banchieri, Bazoli è il predicatore più acceso della riscossa contro la finanza laica e il suo potentissimo nume Enrico Cuccia. A coordinare il tutto è Caloia, con Galli segretario.

Caloia è presidente del Mediocredito Lombardo e punta più in alto, alla CARIPLO, una delle più grosse Casse di Risparmio del mondo. Ma tra i cattolici c'è chi gli sbarra la strada, e nella curia di Milano gli rema contro monsignor Giuseppe Merisi. "Nemo propheta in patria", dice oggi Caloia rievocando quella battaglia perduta. Perché invece che a Milano il suo futuro è a Roma. Nel 1987 e poi nel 1988 si presentano da lui emissari del Vaticano. A nome del cardinale Casaroli vogliono che prenda in pugno lo IOR.

Non solo. Casaroli gli chiede di riscrivere gli statuti della banca vaticana. Caloia accetta e si mette al lavoro. È fatta. Nel 1990 Giovanni Paolo II promulga i nuovi statuti, Marcinkus lascia Roma e si ritira in una parrocchia dell'Illinois, Caloia diventa presidente del nuovo consiglio di sovrintendenza dello IOR. A nominarlo sono gli altri quattro banchieri del consiglio: un tedesco, uno svizzero, uno spagnolo e un americano. Lo svizzero è Philippe De Weck, ex presidente dell'Union de Banques Suisses, vicino all'Opus Dei e frequentatore a Milano del Gruppo Cultura Etica Finanza. È lui il grande elettore di Caloia.

Ma alla macchina dello IOR resiste la vecchia guardia: il prelato De Bonis, il direttore generale Luigi Mennini, il ragioniere capo Pellegrino De Strobel. Questi due sono i primi a saltare. De Bonis non cede. A norma del nuovo statuto dovrebbe fare solo assistenza spirituale, in realtà continua i suoi affari come in passato.

De Bonis si allea in Vaticano con l'allora presidente dell'APSA, il cardinale Rosalio José Castillo Lara, e col segretario di quell'organismo, monsignor Gianni Danzi, e manovra per sostituire a Caloia, al termine del suo primo quinquennio di presidenza, un suo candidato, l'americano Virgil C. Dechant, dei Cavalieri di Colombo e grande finanziatore di Solidarnosc in Polonia. Castillo Lara e Danzi premono anche perché lo IOR faccia merchandising religioso. Caloia rifiuta e riceve dal cardinale una raffica di lettere al veleno. Ma alla fine la spunta. De Bonis è spedito a far da cappellano ai Cavalieri di Malta, Caloia è riconfermato presidente nel 1995 per altri cinque anni e Castillo Lara lascerà presto l'APSA.

Nel 1999, altra manovra. Questa volta il candidato a rimpiazzare Caloia è nientemeno che il presidente uscente della banca federale di Germania, la Bundesbank, Hans Tietmeyer, e il suo promotore è il cardinale americano Edmund Casimir Szoka, all'epoca presidente della Prefettura degli Affari Economici del Vaticano. A mettere sull'allarme Caloia è monsignor Renato Dardozzi, dell'Opus Dei. A una conferenza di Tietmeyer alla Pontificia Accademia delle Scienze, Caloia si alza a criticarne le tesi ultraliberiste. Tra i due scoccano scintille. Ma di nuovo è Caloia a vincere la sfida, forte anche dell'appoggio del segretario personale del papa, Stanislaw Dziwisz.

Nel 2000 Caloia è riconfermato presidente, e l'ultima parola a suo pro l'avrebbe detta Giovanni Paolo II: "Finché vivo io, mai un tedesco alle finanze vaticane". Ma più che il cuore polacco, a convincere il papa sono i proventi dello IOR a lui devoluti ogni anno per opere di bene. Erano 15 miliardi di lire nel 1990, all'inizio della gestione Caloia. Oggi sono "molti, molti di più".

Nel 2005 scadrà il terzo quinquennio di Caloia, e nessuno questa volta trama più per cacciarlo. All'APSA c'è ora il suo amico Nicora, divenuto cardinale, con segretario il vescovo Claudio Maria Celli, uomo di Casaroli e Sodano. Al Governatorato Szoka ha passato i limiti d'età e un candidato a succedergli è Carlo Maria Viganò, legatissimo a Sodano e Nicora. Resti o no Caloia presidente, il suo IOR, almeno questo, non passerà certo al nemico.

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Banca Intesa: così cattolica, così ingrata


L'Istituto per le Opere di Religione opera in tutto il mondo da un'unica sede, situata in Vaticano nel torrione di Niccolò V addossato al palazzo del papa.

Lo IOR non fa prestiti e non emette assegni propri. Il suo scopo essenziale è far fruttare i patrimoni perché siano impiegati in opere di bene. Una parte cospicua delle rendite è devoluta al papa.

I depositanti sono diocesi, parrocchie, ordini specie femminili, enti e privati con finalità religiose.

Lo IOR investe soprattutto in obbligazioni e opera sulle monete forti: dollaro, yen ed euro. Vanta risultati "d'assoluto rispetto anche in periodi difficili per i mercati finanziari".

Ha smobilitato tutte le sue passate partecipazioni azionarie tranne una: quella col maggiore gruppo bancario privato italiano, Banca Intesa, di cui detiene oggi lo 0,8 per cento, tramite la finanziaria Mittel.

Quando questa banca, presieduta dal cattolico Giovanni Bazoli, era sotto l'assalto della laica Mediobanca, lo IOR l'aiutò portando temporaneamente la sua quota al 2 per cento.

Ma oggi Angelo Caloia, presidente della banca vaticana, è molto critico nei confronti di Bazoli. Lo accusa di "gigantismo" e di "distruggere ricchezza anziché crearne". Nel 2002 la caduta in borsa di Banca Intesa "comportò una decurtazione del contributo dello IOR al Santo Padre nell'ordine di qualche decina di miliardi di lire".


[Da "L'espresso" numero 25 del 18-24 giugno 2004]


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Il libro:

Giancarlo Galli, "Finanza bianca. La Chiesa, i soldi, il potere", Mondadori, Milano, 2004, pp. 230, euro 16,00.

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A norma degli statuti entrati in vigore nel 1990 lo IOR, Istituto per le Opere di Religione, è retto da un consiglio di sovrintendenza e da una commissione cardinalizia di vigilanza.

Compongono il consiglio di sovrintendenza:

Angelo Caloia, presidente;
Virgil C. Dechant, americano, dei Cavalieri di Colombo, vicepresidente;
Theodor E. Pietzcker, tedesco, della Deutsche Bank;
José Angel Sánchez Aslain, spagnolo, del Banco Bilbao-Vizcaya;
Robert Studer, svizzero, dell'Union de Banques Suisse.

La commissione cardinalizia di vigilanza è presieduta dal segretario di stato Angelo Sodano ed è composta dai cardinali Jozef Tomko, Eduardo Martínez Somalo, Adam Joseph Maida e Juan Sandoval Íñiguez.

Direttore generale è Lelio Scaletti, con Dario Sabbioni come vice.

Nel sito web del Vaticano lo IOR non c'è. In compenso, c'è una sezione speciale in più lingue dedicata all'Obolo di San Pietro:

> Obolo di San Pietro

In passato la tradizionale offerta al papa si raccoglieva nelle chiese una volta all¿anno il 29 giugno, festa dei santi Pietro Paolo. Ma oggi l'Obolo non ha più una data esclusiva: può essere versato "in qualunque momento", anche da casa con carta di credito. Con conseguente aumento del gettito.


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18.6.2004

Banche, salta la nomina in Ubi di Francesca Bazoli, figlia del presidente di Intesa Sanp Paolo Giovanni
L'Huffingtonpost | Di Carlotta Scozzari
Pubblicato: 15/01/2013 11:57 CET | Aggiornato: 15/01/2013 11:58 CET


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Giovanni Bazoli
Giovanni Bazoli
Mentre si sono aperti i giochi per il rinnovo, in primavera, degli organi di Ubi Banca, una cosa appare certa: la cooptazione in consiglio di gestione (cdg) di Francesca Bazoli è naufragata. All'inizio dello scorso autunno, infatti, l'associazione di azionisti Banca lombarda e piemontese, presieduta da Giovanni Bazoli, aveva designato la figlia di quest'ultimo, Francesca, per l'ingresso nel cdg della Popolare, in sostituzione del notaio bresciano Giuseppe Camadini, scomparso alla fine di luglio. Dopodiché, la formalizzazione della nomina da parte del consiglio di sorveglianza (cds) era parsa quasi come una formalità, o comunque era attesa in tempi stretti.

Sarebbe dovuta arrivare, si diceva, entro la fine del 2012. Ma così non è stato e, secondo quanto ha appreso HuffingtonPost, non dovrebbe essere nemmeno nel 2013. Insomma, nessuna cooptazione in vista per Francesca Bazoli, che potrebbe salire ai vertici di Ubi soltanto nel caso in cui, in occasione del rinnovo degli organi che avrà luogo con l’assemblea dei soci di aprile, il suo nome fosse inserito in una delle liste stilate dagli azionisti. Tuttavia, c’è chi nutre seri dubbi anche circa quest’ultima eventualità.

Il punto è che la nomina della consigliera fa discutere all’interno della Popolare: in particolare, secondo le voci, avrebbe provocato malumori soprattutto nell’ala bergamasca, fin dai tempi della fusione tra Banche Popolari Unite e Banca Lombarda e Piemontese “antagonista” di quella bresciana. E non a caso bresciana è Francesca Bazoli, figlia di quel Giovanni presidente del consiglio di sorveglianza nonché grande dominus di Intesa Sanpaolo che alla fine dello scorso marzo ha dovuto lasciare il cds di Ubi per il rispetto della normativa sui doppi incarichi in società finanziarie concorrenti (l’articolo 36 del cosiddetto decreto “salva Italia”).

Ecco perché qualcuno aveva messo in guardia dalla possibilità che la designazione della figlia - la cui professionalità come avvocatessa è fuori discussione - avrebbe potuto permettere al grande banchiere di Intesa, nonché noto avvocato bresciano, di mettere in qualche modo di nuovo un piede ai vertici della Popolare lombarda. Tra i personaggi noti cui Francesca Bazoli è vicina non va poi dimenticato il marito, Gregorio Gitti, pure avvocato e recentemente candidato alla Camera nella lista “Scelta civica – con Monti per l’Italia”.

Non solo: Francesca Bazoli, all’interno della Popolare, ricopre già il ruolo di vicepresidente di Ubi Leasing, l’omonima controllata che proprio negli ultimi mesi è stata oggetto di una ispezione da parte della Banca d’Italia. Di recente, sempre secondo quanto HuffingtonPost ha appreso in ambienti finanziari, terminati i lavori dell’Authority di vigilanza bancaria, si è dimesso l’amministratore delegato di Ubi Leasing, Gianpiero Bertoli, che aveva assunto l’incarico alla fine del 2010. Fonti vicine alla banca rassicurano che l’uscita di Bertoli è legata a “motivazioni personali” e non ha nulla a che vedere con il lavoro di Bankitalia.

A contestare i vertici di Ubi, nei mesi scorsi, anche sulla scorta dell’attività dell’Authority di Palazzo Koch (che ha monitorato anche le attività del factoring), sono stati sia il senatore dell’Idv Elio Lannutti, sia l’Associazione azionisti Ubi Banca che fa capo a Giorgio Jannone. Proprio Jannone, nei prossimi, giorni si starebbe preparando a presentare una propria lista per il rinnovo dei vertici di Ubi, in asse con l’altra associazione di soci, Tradizione in Ubi Banca.

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24 SET 2012 10:23
LE QUOTE ROSA ALL’ITALIANA - PRIMA DI LASCIARE LA POLTRONA, ABRAMO BAZOLI PIAZZA LA FIGLIA FRANCESCA NEL CDA DI UBIBANCA, QUARTO GRUPPO FINANZIARIO DEL PAESE - MA NESSUNO SI INDIGNA NE' NELLE FILE DEL GOVERNO (CHE AVEVA TENTATO DI DARE UN GIRO DI VITE AI POSTI NEI BOARD) NE' FRA GLI ADDETTI AI LAVORI (CHE CHIACCHIERANO SOTTOBANCO) - I DOSSIER LEGALI DI INTESA AFFIDATI ALLO STUDIO DEL GENERO DELL’”ARZILLO VECCHIETTO” DELLE BANCHE…

Baraonda Bancaria per "Dagospia"

Il Sole24Ore sabato scorso parlava (ironicamente?) di quote rosa. Probabilmente, era il caso di offrire maggiore chiarezza (e qualche riga in più) ai lettori da parte del quotidiano della Confindustria. Ma tant'è: quando si toccano i cosiddetti poteri forti, fa qualche "riflessione ulteriore" sui pezzi da mandare in rotativa.

GIOVANNI BAZOLI
GIOVANNI BAZOLI
Il caso di cui Dagospia riferisce oggi, che già è diventato oggetto di frenetico gossip fra gli addetti ai lavori e di chiacchiere da bar pure sull'elegante parterre di piazza Affari, è quello di Francesca Bazoli, avvocato milanese di 44 anni.

E, elemento più indicativo del suo curriculum vitae, figlia di Abramo Giovanni Bazoli, presidente di IntesaSanpaolo e universalmente riconosciuto come "grande vecchio" dell'industria bancaria italiana. E' sulla sua scrivania, tanto per fare un esempio, che viene definito, tra altro, l'assetto di comando dell'Abi, la lobby del settore.

ubi banca
UBI BANCA
Il punto è questo. A marzo, Bazoli lascia il cda di Ubibanca. Una scelta tutt'altro che volontaria visto che era stata nei fatti imposta da una norma del Governo di Mario Monti, varata per tentare di dare un giro di vite alle poltrone e agli intrecci nell'alta finanza. Ma che forse non ha tenuto conto dei fenomeni di "nepotismo bancario" o di "successione della poltrona". Sta di fatto che il posto lasciato vacante da Bazoli viene colmato attingendo nel fidato recinto di Brescia. Poi qualche mese dopo se ne libera un altro.

VELASCO VITALI E FRANCESCA BAZOLI
Così per riempire la casella lasciata vuota dall'81enne Giuseppe Cavadini, notaio bresciano scomparso ad agosto, il 77enne il numero uno di Ubi nonché vicepresidente dell'associazione Banca Lombarda (cui spettava la scelta), l'esangue Corrado Faissola, ha proposto la brillante figlia del collega e amico Abramo Bazoli (80 anni a dicembre).

Ecco fatto. Ora si dirà che l'avvocato Francesca Bazoli ha le carte in regola per ricoprire quel prestigioso incarico. E si dirà pure che il fatto di essere la moglie di Gregorio Gitti, tra i più noti professori universitari di Milano (insegna diritto privato alla Statale), non ha pesato nella scelta.

FABIO COPPOLA
E ancora si dirà che Bazoli non è tipo da fare scelte in campo familiare, anche se qualcuno - con abbondante dose di malizia - ricorda come alcune recenti delicate operazioni finanziarie di Intesa siano state gestite, sul piano giuridico, dallo studio legale americano Latham & Watkins, la cui filiale italiana è guidata da Fabio Coppola. E chi è costui? Il genero di Bazoli (marito dell'altra figlia Chiara). Ma è solo un caso ...

GIOVANNI ED ELENA BAZOLI CON I FIGLI FRANCESCA E STEFANO

IL MONDO / finanza / 15 Maggio 2013 Poltrone/ Gregorio Gitti lascia la guida di Gz Corporate Finance a Francesca Bazoli L'avvocato bresciano si è dimesso dalla presidenza della società di consulenza aziendale. A sostituirlo la moglie Francesca, figlia del banchiere Giovanni Bazoli Poltrone/ Gregorio Gitti lascia la guida di Gz Corporate Finance a Francesca Bazoli
Milano, 15 mag. L’avvocato bresciano Gregorio Gitti lascia alla moglie Francesca Bazoli, figlia del neoriconfermato presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, il posto di presidente di Gz Corporate Finance, società di consulenza aziendale fondata da Gitti e dal noto commercialista della città della Leonessa, Claudio Agostino Zulli. Nei giorni scorsi infatti, secondo quanto ricostruito da ilmondo.it, Gitti si è dimesso dalla presidenza e il consiglio, ristretto a tre componenti che sono anche azionisti (la Bazoli, Zulli e Gianfranco Montini), ha poi affidato la carica alla figlia del banchiere, assegnandole contemporaneamente quella di amministratore delegato assieme a Zulli, che già la ricopriva. GZ Corporate Finance controlla fra l’altro il 75% della bresciana Gloker Media Group, una società di elaborazione di software: anche qui Gitti ha lasciato la presidenza e in tal caso gli è subentrato Montini. La figlia di Bazoli, attualmente, è fra l’altro vicepresidente di Ubi Leasing, mentre il marito è presidente di Ubi Finance.

Gitti, vicino al Pd, ha fondato lo studio legale Gitti - Verzoni, che ha poi siglato un’alleanza con lo studio Vitali, Romagnoli e Piccardi dell’ex ministro dell’economia Giulio Tremonti. Proprio Vitali-Romagnoli-Piccardi fu a fianco dello studio di Zulli nell’assistere la Bell, scatola lussemburghese della Hopa allora di Emilio Gnutti, per chiudere una transazione fiscale di 156 milioni di euro dopo l'accusa di evasione fiscale a seguito delle laute plusvalenze incassate cedendo la quota Telecom a Marco Tronchetti Provera.
Andrea Giacobino twitter @andreagiacobin1

472) CCIAA: MN NRI:(MN-2003-4925) Sezioni RI: O Data iscrizione RI: 13/02/2003
N.RD: 217868 F.G.: SU
Denominazione: G.E.N. S.R.L.
Indirizzo: VIA CROCEVIA, 29/B
Comune: 46046 MEDOLE - MN
C.fiscale: 02026030201 Partita IVA: 02026030201
Data inizio attività: 13/02/2003
Attività: ACQUISTO, VENDITA, PERMUTA E GESTIONE DI IMMOBILI URBANI, RUSTICI,
COMMERCIALI, INDUSTRIALI, ARTIGIANALI E DI OGNI ALTRO TIPO, AD ESCLUSIONE
DELL'ATTIVITA' DI INTERMEDIAZIONE IMMOBILIARE.
C. Attività: 68.1 P
1) pers.: DRAGO GIORGIO, AMMINISTRATORE UNICO
2) pers.: GZ CORPORATE FINANCE S.R.L., SOCIO UNICO
Impresa cancellata in data 18/07/2011
Causale: TR Data cessazione attività 18/07/2011
Data denuncia (MT) 12/07/2011
12/07/2011 - CESSAZIONE DA TUTTE LE CARICHE O QUALIFICHE PER MARTINI ODINO
NATO A CASTEL GOFFREDO IL 18/12/1934 (AMMINISTRATORE UNICO)
- NOMINA O AMMISSIONE DI DRAGO GIORGIO, AMMINISTRATORE UNICO
Data denuncia (CT) 18/07/2011
18/07/2011 - TRASFERIMENTO DELLA SEDE

MERCOLEDI' 16 APRILE 2008
Hopa-Sopaf: Magnoni ci prova (Sole)
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Milano, 16 apr - Dopo la Mittel di Giovanni Bazoli e la Palladio Finanziaria di Roberto Meneguzzo e Giorgio Drago, a intavolare trattative con Hopa, il salotto buono anche se piuttosto malmesso della finanza bresciana, e' ora la Sopaf. Lo scrive 'Il Sole 24 Ore', spiegando che la banca d'affari milanese controllata da Giorgio Magnoni sarebbe in realta' un cavallo di ritorno, visto che un primo abboccamento ci fu addirittura prima che sulla Hopa si indirizzassero gli appetiti della Mittel. Il negoziato, che sta muovendo in questi giorni i primi passi, e' favorito dal fatto che l'attuale presidente di Sopaf, Giorgio Cirla, e' stato amministratore delegato di Interbanca, che di Hopa fu azionista negli anni d'oro in cui la finanziaria di corso Zanardelli assurse agli onori della cronaca come uno dei protagonisti della scalata alla Telecom.

GIOVEDI' 12 FEBBRAIO 2009
Mittel: Bazoli, se confermato presidente indichero' Zaleski come vice -2-
Ok assise bilancio 2008, nuovo Cda e acquisto azioni proprie (Il Sole 24 Ore Radiocor) - Milano, 12 feb - Il Cda di Mittel si riunira' quindi per confermare, molto probabilmente nelle cariche di presidente e vice presidente, rispettivamente Giovanni Bazoli e Romain Zaleski (che di Mittel ha in portafoglio oltre il 19%). L'assemblea degli azionisti, che ha approvato all'unanimita' il bilancio chiuso al settembre 2008, ha deliberato di chiamare a comporre il Cda che restera' in carica per tre esercizi e sara' formato da 11 membri: Giovanni Bazoli, Romain Zaleski, Giovanni Gorno Tempini, Giorgio Franceschi, Mario Marangoni, Giambattista Montini, Giuseppe Pasini, Giampiero Pesenti, Duccio Regoli, Ulrich Weiss, indicati dall'azionista Italmobiliare (12%) e Stefano Gianotti indicato dall'azionista Manuli Realtor (4,28%). L'assemblea ha poi deliberato di autorizzare l'acquisto e la disposizione di azioni proprie. Tmm (RADIOCOR) 12-02-09 20:42:41 (0473) 5 NNNN

GIOVEDI' 16 OTTOBRE 2008
Marcolin: Giorgio Drago (Palladio) assolto da accusa di insider trading -2-
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Milano, 16 ott - La vicenda risale al 2004 quando, secondo l'inchiesta condotta dal pm milanese Roberto Pellicano, i coniugi Marcolin e Giorgio Drago avrebbero utilizzato la loro conoscenza, acquisita prima che fosse nota al mercato, che Dolce&Gabbana non avrebbe piu' rinnovato il contratto di licenza per la produzione dei loro occhiali con il gruppo Marcolin per vendere titoli. La notizia del mancato rinnovo del contratto causo', infatti, all'apertura della Borsa l'11 ottobre 2004, una perdita di oltre il 28% del valore del titolo Marcolin. I coniugi Giovanni Coffen Marcolin e Maria Giovanna Zandegiacomo hanno in seguito patteggiato la conversione a una pena pecuniaria di 30.000 euro per ciascuno piu' il pagamento delle spese processuali durante l'udienza preliminare. Red (RADIOCOR) 16-10-08 18:10:10 (0392) 5 NNNN

MARTEDI' 17 MAGGIO 2005
De Agostini Editore: Giorgio Drago nuovo vice presidente
Volume d'affari 2004 sale a 1.592 mln (+12,4%) (Il Sole 24 Ore Radiocor) - Milano, 17 mag - Il Cda di De Agostini Editore ha nominato Giorgio Drago nuovo vice presidente e ha confermato tutti gli altri vertici della societa' per il triennio 2005-07: Pietro Boroli presidente, Paolo Boroli vice presidente e Stefano Di Bella amministratore delegato. De Agostini Editore ha chiuso il 2004 con un volume d'affari pari a 1.592 milioni (+12,4% sul 2003) e un utile operativo di 41 milioni (+22,8%).

FINANZA
La galassia di Intesa tutte le partecipazioni che Cucchiani venderà
IL CAPITALISMO RELAZIONALE RIGUARDA ANCHE LA PIÙ GRANDE BANCA ITALIANA, CHE HA QUOTE IN GRUPPI INDUSTRIALI E FINANZIARI LO SMANTELLAMENTO CI SARÀ MA PUÒ ESSERE REALIZZATO SENZA FRETTA
Adriano Bonafede
Lo leggo dopo
Roma N on ci sono soltanto Telco e Alitalia, che finiscono sui giornali un giorno sì e uno no per i loro annosi problemi, fra le partecipazioni di Intesa Sanpaolo. E neppure soltanto Risanamento, forse il più clamoroso caso italiano di salvataggio con trasformazione dei crediti della banca in titoli di proprietà. Le partecipazioni della più grande banca italiana sono decine e decine. E vanno dai gruppi più grandi come Eni e Pirelli, ai più piccoli e sconosciuti, passando da investimenti in fondi o società di private equity come la F2i di Vito Gamberale e la Palladio Finanziaria di Roberto Meneguzzo e Giorgio Drago, uno degli ultimi acquisti risalente allo scorso luglio. L’ingresso con il 5 per cento nel capitale di Palladio è stato tra l’altro letto da alcuni come una mossa anti-Mediobanca, ma è assai più probabile che sia il chip da puntare per entrare in una serie di operazioni di finanziamento delle società partecipate dalla finanziaria. Il reticolo di partecipazioni, industriali e non, di Intesa è davvero ampio. Si può dire che la banca abbia le mani in pasta un po’ in tutti i business industriali. È nell’editoria con il 7,5% di Rcs, negli hotel Nh con il 4,5%, nella finanziaria Camfin con l’1,4%, nella produzione del latte Granarolo con il 19,8%, in Fila con il 12,4% e nei giocattoli Giochi Preziosi con il 14,3%, tanto per citare alcuni esempi. Un retaggio del cosiddetto “capitalismo relazionale”? Certamente sì.
E oggi, come per Generali e Mediobanca, si pone anche per l’istituto guidato da Enrico Cucchiani il problema di una drastica riduzione di queste partecipazioni. Che, per inciso, assorbono capitale quando non producono vere e proprie minusvalenze, visibili o invisibili a seconda che le aziende siano o meno quotate in Borsa o siano sotto i riflettori. È stata la stessa Banca d’Italia ad avvertire che gli istituti di credito debbono entrare in una nuova fase liberandosi dalla zavorra delle partecipazioni industriali. Ma il pozzo nero delle partecipazioni industriali, e delle tante partite “politiche” più o meno collegate, non nasce ieri. Intesa Sanpaolo è il risultato dalla fusione di due grandi banche ciascuna delle quali aveva già, per conto proprio, un reticolo di quote industriali. La decisione di unire le due banche ha avuto bisogno di grandi appoggi politici e ha quindi prodotto, come naturale contropartita, la disponibilità a mettere faccia e denari nelle operazioni “di sistema”. Certo, l’ingresso in Telco, sebbene abbia finora dato pessimi frutti in termini di svalutazioni di bilancio (soltanto da qui a fine anno potrebbero arrivare altri 200 milioni se si considerasse anche la svalutazione degli shareholder loanscosì come ha già fatto Mediobanca) era pur sempre una scommessa industriale su una società solida. Più difficile giustificare, agli occhi degli azionisti, l’ingresso in Alitalia, una società in cronica perdita da almeno vent’anni e al centro di una complessa operazione di ristrutturazione su cui la politica aveva messo il suo sigillo. È anche vero che molti sussurrarono, benché l’ex ad Corrado Passera smentisse categoricamente, che l’intervento era anche un modo per coprire le perdite su crediti nella vecchia Air One di Carlo Toto. Quale che sia l’origine, o le multiple origini, del pingue pacchetto di partecipazioni industriali, è certo che d’ora in avanti, dato anche il prossimo avvio delle regole di Basilea 3, non è né conveniente né opportuno tenersele. Almeno non così tante. Poiché a capo della corporate finance c’è Gaetano Micciché, che è stato un abile ideatore e co-regista nella creazione del reticolo di partecipazioni, viene automatico pensare che il suo ruolo tenderà a perdere peso. Del resto, il core business di Intesa rimane ovviamente la Banca dei Territori, guidata da quattro mesi da Carlo Messina, incaricato da Cucchiani di un rilancio che passi anche attraverso la multicanalità. Un rilancio che sarà tanto più forte quanto più l’economia si riprenderà e con essa i prestiti alle imprese, fino al primo semestre 2013 in discesa del 3,5 per cento sull’anno precedente. Per quanto riguarda Cucchiani, non ha mai fatto dichiarazioni riguardo alle partecipazioni, ma la sua biografia parla chiaro. L’ad di Intesa, per lunghissimi anni quinta colonna di Allianz in Italia, è sempre stato fuori dal cosiddetto “capitalismo relazionale”. Tra i suoi discorsi non se ne trova uno a difesa di questo tipo di relazioni. Quindi è più che logico supporre che vorrà, seppur senza alcuna fretta, trovare modi e tempi per disfarsene. Giovanni Bazoli permettendo, ovviamente: il presidente è stato certamente uno dei sostenitori della politica delle partecipazioni in ossequio anche al ruolo “politico” di Intesa. Ma i tempi sono cambiati per tutti e la Banca d’Italia ha indicato la strada. Lo smobilizzo delle partecipazioni non è però una questione prioritaria per Cucchiani. Non come per Nagel con Mediobanca o come per Greco con Generali. Per una serie di ragioni. Intanto perché l’assorbimento di capitale è in questo caso minimo - fa notare Matteo Ghilotti, responsabile dell’ufficio studi di Equita. «E poi perché il conto economico di Intesa Sanpaolo non ha subito impatti negativi grazie ad esempio alla plusvalenza su Prada in grado di compensare le minusvalenze passate ed eventuali perdite che dovessero emergere in futuro. Il punto è che le banche - e ancor di più Intesa Sanpaolo - non fanno alcuna disclosuredelle società a cui si riferiscono le svalutazioni. Quindi minusvalenze potrebbero anche esserci in mezzo alla congerie di partecipazioni ma non si conoscono. «In ogni caso - dice Ghilotti - il mercato non si preoccupa di queste cose, che hanno impatti modesti sul bilancio. Piuttosto cerca di capire se sull’esposizione verso la Tassara, 1,2 miliardi svalutati già del 30 per cento, ci siano ulteriori perdite, cosa che noi non ci aspettiamo ». Infine, non c’è nessuna fretta di vendere. «Se Intesa volesse/dovesse disfarsi di alcune partecipazioni - dice Paola Sabbione, analista di Deutsche Bank - potrebbe attendere il momento migliore, visto che già ora, con un Core Tier 1 ratio dell'11.7%, e un leverage ratio ben superiore ai requisiti minimi europei, è uno degli istituti più solidi in Europa». Nel grafico a sinistra, l’andamento del titolo Intesa Sanpaolo nell’ultimo anno
(23 settembre 2013) © RIPRODUZIONE RISERVATA

SanPaolo, appello di Bazoli a Chiamparino
"Non posso perdere il miglior azionista"
Il presidente della banca chiede al presidente della Compagnia di San Paolo di restare. "Ma comprendo" aggiunge "che, come diceva mio padre, 'semel politicus, semper politicus'. Come dire che quando uno ha fatto politica nella vita, poi tende a farla per sempre"
di PAOLO GRISERI
Lo leggo dopo
SanPaolo, appello di Bazoli a Chiamparino "Non posso perdere il miglior azionista" Sergio Chiamparino

Appello di Giovanni Bazoli a Sergio Chiamparino: "Se scegliesse la politica perderei il migliore azionista che potessi avere". Cosi il presidente di Intesa San Paolo sull'ipotesi che Chiamparino lasci la presidenza della Compagnia per correre alla segreteria del Pd.

Pochi minuti prima Bazoli aveva raccontato di quando toccó a lui essere corteggiato dalla politica: "Ricordo l'insegnamento di mio padre, che era stato uno dei costituenti e che diceva sempre, parafrasando un detto latino: "semel politicus, semper politicus'. Come dire che quando uno ha fatto politica nella vita, poi tende a farla per sempre". Un riferimento alla vicenda di Chiamparino? "Questa è una interpretazione maliziosa" (18 maggio 2013) © RIPRODUZIONE RISERVATA

Intesa, Bpm, Ubi Banca, A2a il duale finisce sotto accusa molte poltrone poca efficienza
NELLA PIÙ GRANDE BANCA ITALIANA LA TORNATA DI NOMINE HA ASSEGNATO, TRA CONSIGLIO DI SORVEGLIANZA E COMITATO DI GESTIONE, BEN 29 POLTRONE. MA ANCHE L’ESPERIENZA NEGLI ALTRI ISTITUTI NON SEMBRA DARE BUONI FRUTTI
Andrea Greco
Lo leggo dopo
F orse il duale all’italiana è come la democrazia di Churchill. «La peggiore tra le forme di governo, fatta eccezione per tutte le altre sperimentate finora». Un sistema farraginoso ma che riesce a contenere tutte le istanze. Tuttavia le istanze mutano e il duale all’italiana, dopo un primo decennio poco glorioso, dovrebbe sottoporsi a un esame approfondito e capire se continua ad avere senso.
Milano I l rinnovo delle cariche di Intesa Sanpaolo, la prima banca italiana, è un vetrino ideale per scrutare lo stato di salute del duale. Non buono, a giudicare dagli ultimi sviluppi in Ca’ de Sass, che comunque dovrebbero migliorare lo status quo ante della banca, e una situazione di stallo tra i vari poteri del governo aziendale che s’è acuita con l’uscita di Corrado Passera un anno e mezzo fa. E che si stava facendo pericolosa, specie nella difficile situazione sperimentata dall’Italia e la sua “banca per il paese”. È poco opportuno, qui, entrare nel merito delle decisioni approvate dal Cds di Ca’ de Sass, e proposte dal presidente Giovanni Bazoli dopo settimane di difficili confronti con gli azionisti e i manager più forti. Il riassetto, peraltro, non è terminato e andrà giudicato dagli esiti a regime. Qualche considerazione fattuale, però, mostra la fatica del modello. 1) La tornata di nomine ha assegnato, tra Cds e Cdg, 29 poltrone. Un numero elevato, che produce costi di funzionamento di una decina di milioni l’anno e non raccoglie
le periodiche esortazioni del governatore Ignazio Visco. Di queste poltrone, 23 sono andate a rappresentanti di cinque fondazioni cui fa capo il 25% circa del capitale. Gli investitori istituzionali, che hanno un simile peso azionario, hanno espresso i due consiglieri restanti, nella sorveglianza. 2) La banca è rimasta nelle prime due settimane di maggio senza l’organo di gestione, per problemi interni dovuti anche al fatto che, dopo le richieste di vigilanza sulla presenza dei manager nel comitato, non erano stati fissati criteri per sceglierli, e ciò ha riportato al centro la palla, tra i manager stessi e tra le fondazioni, che formalmente non né avevano, né hanno, titolo. 3) Le manovre per accomodare i manager nel Cdg (su diktat di Bankitalia) hanno risentito del fatto che la banca ha deciso di inserire tra i 10 gestori solo quattro suoi dirigenti; gli altri sei membri sono spartiti con il bilancino tra le fondazioni. È un elemento, questo, contrario allo spirito del duale, che vorrebbe rendere il Cdg un “manager collettivo” dell’azienda: ma è consentito dal legislatore, che un po’ baroccamente (e contro le indicazioni degli emittenti riuniti in Assonime) ha previsto un tot di gestori “indipendenti” in Cdg, per una forma di controllo che coccia con le funzioni proprie del Cds. 4) A un primo esame qualitativo degli eletti nella sorveglianza, almeno una metà dei 19 consiglieri evidenzia profili professionali poco qualificati. Spetterà all’Eba, e a Bankitalia, l’esame dei loro requisiti. Intanto si può dire che su 19 solo quattro sono iscritti al registro dei revisori, contro gli otto del passato Cds: e questo impatterà sulla funzionalità dell’organo, che ha al suo interno ben tre comitati (Controllo, Bilancio, Remunerazioni) che necessiterebbero di professionalità di revisione. 5) Il Cds di giovedì ha ignorato il documento interno sulla composizione quantitativa e qualitativa approvato dal Cds il 5 marzo, che suggeriva di evitare sovrapposizioni tra Gestione e «incarichi in organi amministrativi» della banca. Mentre due dei 10 gestori (Giovanni Costa e Giuseppe Morbidelli) sono al contempo presidenti delle Casse del Veneto e di Firenze. Per questo motivo il membro della sorveglianza Pietro Garibaldi si è astenuto sulle nomine. Le criticità del presente sistema duale in Ca’ de Sass vanno però contestualizzate in un’esperienza senza cui, probabilmente, non si sarebbero potute fondere le due grandi banche di Milano e di Torino, nel 2007. È più facile criticare con il senno del poi, che chiedersi quali alternative di governance fossero percorribili a quel tempo. Anche guardando più complessivamente l’esperienza, ormai decennale, del duale all’italiana, ci sono poche luci - la principale è avere consentito senza traumi manageriali e tra soci forti il ciclo di fusioni bancarie di qualche anno fa - e diverse ombre. Già la sua introduzione in Italia fu fortuita, per una dimenticanza dei lobbisti nostrani a Bruxelles: che negoziarono male la direttiva sull’introduzione della “Società Europea”, che difatti fa riferimento solo alla governance monistica (quella anglosassone, con i controlli all’interno dell’organo di gestione) e dualistica. Dal dettato normativo restò escluso il modello tradizionale con cda e collegio sindacale separati, previsto dal Codice civile italiano. A quel punto, nell’eventualità di vedere società straniere organizzarsi in Italia secondo modalità exlege, il Parlamento domestico fu “costretto' a introdurli, con la riforma societaria del 2003/2004. A circa un anno da questo non eccelso esordio, alcune pressioni di emittenti e giuristi - tra cui Piergaetano Marchetti - la legge di riforma fu integrata dal comma F bis dell’art. 2409 terdecies, per attribuire al Consiglio di sorveglianza poteri di alta amministrazione: «Se previsto dallo statuto, il Cds delibera in ordine ai piani strategici, industriali e finanziari della società predisposti dal consiglio di gestione». L’integrazione è stata recepita da quasi tutte le forme di duale “all’italiana” viste nel decennio. Basterebbe un elenco a dire che il doppio consiglio ha avuto scarsa eco, limitata quasi sempre a istituti in via di integrazione tra loro, o a poche altre società dove si è imposta l’esigenza di separare la gestione dagli azionisti. Chi ha adottato il modello duale sono cinque aziende: Intesa Sanpaolo, Ubi banca, A2a, Banca Popolare di Milano, Lazio. Quasi altrettante sono le società che l’avevano adottato ma l’hanno rapidamente abbandonato: Mediobanca, Banco Popolare, Management & Capitali, Mid Industry. Quasi tutte le banche del campione, oltre ad A2a, avevano colto l’ipotesi del duale per integrare al meglio azionariati e dirigenze in corso di integrazione, e quindi “sdoppiando” vertici e poltrone. Nel caso di Bpm, oltre che in quello, rientrato, di Mediobanca, il duale è stato un modo per distanziare la gestione dall’influenza dell’azionariato. Ma nel caso di Piazzetta Cuccia il duale è stato piegato da due istanze. Una politica: l’avvento di Cesare Geronzi, presidente della sorveglianza che credette di rafforzarsi riunificando i due consigli. Una tecnica: il legislatore, anche su pressione delle lobby dei commercialisti, ha imposto i requisiti del sindaco ai membri dei consigli di sorveglianza; e tale vincolo era evidentemente inadatto per molti dei consiglieri-azionisti della merchant. Come era, e resta, inadatto alle società famigliari, che avrebbero potuto avvalersi del duale per far salire gli azionisti- parenti nella sorveglianza, ma così non è stato perché difettano del requisito di sindaco. Nella Bpm il duale (introdotto a fine 2011 con l’avvento del nuovo presidente-investitore Andrea Bonomi) servirebbe a mitigare l’egemonia dei soci-dipendenti sulla gestione, accomodando gli “Amici” di Bpm nella sorveglianza. Ma le furibonde lotte intestine che ne sono discese, e la recente critica lettera di Bankitalia ai membri del Cds per le loro pressioni sui gestori - benché siano sprovvisti delle funzioni di “alta strategia” di cui al comma F bis sono prove di un funzionamento scarso. Tra i pochi che ancora tengono duro sul duale, anche l’utility di Milano e Brescia e la banca nata sul polo Bergamo-Brescia hanno suscitato frequenti critiche per costi, sovrapposizioni ed elefantiasi di cui soffre il duale all’italiana. L’effetto più rischioso per gli stakeholder interessati, e al di là dei costi, è un allungamento dei centri decisionali che mini l’efficienza della gestione. L’intreccio di competenze, conflitti e personalismi che si crea dentro organismi duplici, con decine di membri dalle diverse estrazioni funzioni e ruoli, appare sempre meno intonato ai bisogni che salgono dal paese alle aziende, specie di credito. Nel grafico in alto a sinistra, le società che hanno ancora il sistema duale e quelle che l’hanno abbandonato A sinistra, l’andamento in Borsa di Bpm, A2a e SS. Lazio, tre delle cinque società che continuano ad adottare il sistema duale Qui sopra, il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco (a sinistra), insieme a Giovanni Bazoli, pres. Consiglio di Sorveglianza di Intesa Sp
(13 maggio 2013) © RIPRODUZIONE RISERVATA

MANAGEMENT

Pietro Boroli
Presidente
De Agostini Editore S.p.A.
Nato a Novara il 21 novembre 1957, si laurea in Scienze Politiche all'Università di Pavia. Nel 1979 inizia la sua collaborazione con l'Istituto Geografico De Agostini. Dal 1981 al 1983 è assistente del Direttore Generale, Marco Drago. Nel 1984 è nominato Direttore Pubblicità, nel 1985 Direttore Commerciale Fascicoli e Periodici e nel 1990 direttore di Divisione Collezionabile, coordinando oltre all'attività italiana anche quella sui mercati esteri. Dal 1993 è Direttore Generale dell'Istituto Geografico De Agostini. Nel 1999 è nominato Amministratore Delegato e Vice Presidente di Istituto Geografico De Agostini e dal 2003 è Presidente di De Agostini Editore, la sub-holding editoriale. è Vice Presidente di De Agostini S.p.A., la holding del Gruppo e ricopre varie cariche all'interno di società del Gruppo, fra cui quelle di Presidente di De Agostini Libri S.p.A. e De Agostini Publishing S.p.A., amministratore di GTECH S.p.A. e Zodiak Media S.A. è membro della rappresentanza categoria editori periodici piccole imprese della FIEG (Federazione Italiana Editori Giornali), Presidente dell'Editrice SGP che controlla il Corriere di Novara, Consigliere di Amministrazione della Venchi S.p.A., di Banzai S.p.A. e di Lavazza S.p.A.


Paolo Boroli
Vice Presidente
De Agostini Editore S.p.A.
Paolo Boroli, nato a Novara il 12 agosto 1951. Laureato in giurisprudenza all'Università Statale di Milano nel luglio 1977.

Assunto all'Istituto Geografico De Agostini il 3 gennaio 1977, dirigente dal 1983, nel 1991 viene nominato Direttore editoriale libri, dal 1994 al 1999 è direttore dell'Area Geocartografia (atlanti, carte stradali, guide turistiche), dal 2005 al 2010 Presidente di Istituto Geografico De Agostini e dal 1999 Vice Presidente di De Agostini Editore.

È inoltre membro del Consiglio di Amministrazione De Agostini S.p.A. e De Agostini Editore S.p.A.


Giorgio Drago
Vice Presidente
De Agostini Editore S.p.A.
Giorgio Drago, Vice Presidente di De Agostini Editore da maggio 2005, è nato a Novara il 1° agosto 1951. Laureato in Scienze Politiche, dal 1977 al 1989 è Responsabile Ufficio Lavori Fuori Casa e Vice Direttore Acquisti di Officine Grafiche De Agostini.

Nel 1986 è nominato Dirigente Aziendale, mentre dal 1989 al 2003 ricopre la carica di Direttore Acquisti e Vice Direttore Tecnico di Istituto Geografico De Agostini.

Direttore Tecnico di Istituto Geografico De Agostini-De Agostini Editore dal 2003, da settembre 2005 è Direttore Tecnico Italia. È inoltre membro del Consiglio di Amministrazione De Agostini S.p.A. e De Agostini Editore S.p.A.

Esplora il significato del termine: 19:37 26/04/2012
***Mittel: Giovanni Bazoli si dimette dalla presidenza

Milano, 26 apr - Il presidente di Mittel, Giovanni Bazoli ed i consiglieri Giambattista Montini e Stefano Gianotti hanno annunciato le proprie dimissioni da Mittel , mentre il consigliere Giorgio Franceschi si e’ dimesso da Banco di Brescia, controllata del Gruppo UBI Banca. Com-Tmm 26-04-12 19:37:45 (0487) 319:37 26/04/2012
***Mittel: Giovanni Bazoli si dimette dalla presidenza

Milano, 26 apr - Il presidente di Mittel, Giovanni Bazoli ed i consiglieri Giambattista Montini e Stefano Gianotti hanno annunciato le proprie dimissioni da Mittel , mentre il consigliere Giorgio Franceschi si e' dimesso da Banco di Brescia, controllata del Gruppo UBI Banca. Com-Tmm 26-04-12 19:37:45 (0487) 3

MARTEDI' 24 GIUGNO 2008
Intesa San Paolo: Bazoli, su abolizione massimo scoperto ci penseremo
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Roma, 24 giu - 'Credo che noi ci penseremo'. Cosi' Giovanni Bazoli, presidente del comitato di sorveglianza di Intesa San Paolo, risponde sulla possibilita' di abolire la commissione di massimo scoperto come suggerito dall'Antitrust.

Bazoli e Letta visti da Pizzi. Le foto
09 - 07 - 2013Umberto Pizzi
Bazoli e Letta visti da Pizzi. Le fotoL’occasione per ripercorrere la “storia italiana dal Banco Ambrosiano a Intesa Sanpaolo”, edito dal Mulino. E per rispondere per le rime a Diego Della Valle.Questa mattina al palazzo della Cancelleria a Roma un rilassato e abbronzato Giovanni Bazoli, presidente di Intesa, ha presenziato insieme al premier Enrico Letta alla presentazione del volume “Una storia italiana. Dal Banco Ambrosiano a Intesa Sanpaolo” di Carlo Bellavite Pellegrini. E non ha rinunciato a mandare uno stoccata al patron della Tod’s, autore di una lettera al Presidente della Repubblica, cortesemente rispedita al mittente.Nella sala Vasari, tanti gli ospiti di rilievo come l’ex presidente della Corte Costituzionale Antonio Baldassarre e l’ex direttore generale della Rai Lorenza Lei si aggirava per Formiche.net anche Umberto Pizzi…Così, dopo le sfilate di Jean Paul Gaultier e di Curiel Couture, ecco una nuova photogallery firmata Pizzi.

Cesare Geronzi e Giovanni Bazoli: “Arzilli vecchietti” o “banchieri di sistema”?
Pubblicato il 6 dicembre 2012 15.47 | Ultimo aggiornamento: 6 dicembre 2012 16.53


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TAG: cesare geronzi, generali, giovanni bazoli, intesa sanpaolo, massimo mucchetti

Cesare Geronzi e Giovanni Bazoli: “Arzilli vecchietti” o “banchieri di sistema”? (LaPresse)
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MILANO – Cesare Geronzi e Giovanni Bazoli: “Arzilli vecchietti”, come li aveva definiti Diego Della Valle o “banchieri di sistema” come preferiscono definirsi loro stessi? Di certo c’è che il rapporto forte che lega Geronzi a Bazoli è stato cruciale per la storia italiana degli ultimi trent’anni, una storia in cui le banche hanno pesato molto sull’economia intrecciandosi molto con la politica.
È il capitalismo italiano com’è stato finora e come forse non sarà più: un sistema le cui leve del potere sono concentrate in poche mani e dove le relazioni contano molto più delle azioni. E la relazione fra Geronzi e Bazoli, specialmente dalla fine del millennio scorso in poi, è stata ottima.
Artefici e protagonisti delle grandi fusioni che hanno portato alla nascita dei due più grandi gruppi bancari italiani, rispettivamente UniCredit e Intesa SanPaolo. Hanno un legame “visibile a occhio nudo” della presentazione del libro-intervista su Geronzi, “Confiteor”, a cura di Massimo Mucchetti.
Con Geronzi, ha ammesso il numero uno di Intesa SanPaolo, c’è stata una ”collaborazione leale, lineare per la stabilizzazione del sistema” bancario nazionale. Il Professore (Bazoli) ha quindi fatto un veloce excursus degli ultimi trent’anni fino a ricordare lo strappo del 2006 quando l’ad di Capitalia, Matteo Arpe, acquistò un 2% di Intesa per sottrarre l’istituto romano dal rischio di un’Opa. Eventualità questa che però il Professore ha allontanato con fermezza: ”Non c’è mai stata e andai da Cesare per rassicurarlo in proposito”.
Bazoli ha riconosciuto a Geronzi il merito di aver detto dei no a Berlusconi: “Si sentiva sicuro davanti a Berlusconi e a differenza di altri gli ha detto dei no” perché “tra le qualità di Berlusconi c’è quella di essere una persona riconoscente e la banca di Geronzi gli era stata vicina” negli anni difficili. (Leggi: “Così Geronzi salvò Berlusconi nel 1993?). “A seguito di questa riconoscenza” Geronzi ha potuto dire dei no al patron di Mediaset e presidente del Consiglio all’apice della sua potenza.
Dal canto suo Geronzi, che a più riprese ha chiamato Bazoli con il soprannome di Nanni, ha concluso il suo intervento rivolgendosi al professore con queste parole: ”Noi abbiamo fatto tutto questo” lavoro ”in questi anni con spirito di indipendenza e con la volontà di restare tali e con la voglia di migliorare il sistema. Credo di doverti tutta la mia riconoscenza”.
Nel libro-intervista con Mucchetti, “Confiteor”, la riconoscenza di Geronzi traspare in più passaggi:
Della Valle ha definito me e il professor Giovanni Bazoli gli “arzilli vecchietti”. Stupito, chiesi a Nagel se poteva farlo ragionare, riportarlo nella civiltà [...] Ne parlai anche con Bazoli [...] Lo trovai disgustato da tanta protervia. “Ma Nanni,” gli dissi, “tu non ti devi preoccupare”. [...]
Ma chi ha reso possibile, sulla base di valutazioni aziendali e al fine di rafforzare l’autonomia del primo quotidiano italiano, il ritorno di de Bortoli alla direzione del “Corriere”? Il signor Geronzi, insieme con il signor Nanni Bazoli. [...]
Una volta, a Eugenio Scalfari che gli chiedeva che cosa fosse per lui l’establishment, Guido Carli rispose che l’establishment era quell’insieme di persone con importanti responsabilità che, anche nei dispareri, trovano sempre un terreno comune di dialogo sulle questioni di interesse generale. Ecco, la minaccia francese su Mediobanca, e dunque su Generali, coinvolgeva l’intero sistema finanziario. Per questo ne volli parlare in via preliminare con Bazoli che andai a trovare, per la bisogna, nel suo ufficio a Ca’ de Sass. [...]
Sì, dicevo che lei (Massimo Mucchetti, ndr) è tornato a scrivere come merita sul “Corriere” grazie a me e a Bazoli. [...]
Nanni e io non siamo uomini da fare conteggi tanto piccini. Bazoli ascoltò la rappresentazione della nuova realtà, che gli feci, senza mai interrompere. Alla fine disse: “Se questo è il volere della maggioranza, non sarò io a mettermi di traverso”. Come sempre, Nanni si dimostrò un uomo responsabile. [...]
Il patto di sindacato di Rcs ratificava decisioni già prese. È vero che, nel lasciare questo mondo, l’Avvocato aveva affidato quel suo compito di regia al professor Bazoli. Ma le società editoriali con un azionariato plurale non possono reggersi soltanto su mandati di questo genere, per quanto possano apparire suggestivi. Serve la convergenza di posizioni forti. Come Capitalia prima e poi come presidente di Mediobanca e Generali, ho sempre condiviso con Nanni le grandi decisioni così da aggregare i più vasti consensi. [...]
Sono stato definito un banchiere di sistema. Mi sta bene. Il Paese ha avuto bisogno a lungo di chi esercitasse questa funzione cruciale di equilibrio e riequilibrio. Mi piace dire che non sono stato solo. L’altro banchiere di sistema è Bazoli. Entrambi non abbiamo di certo trascurato la redditività e gli interessi aziendali, accanto a quelli generali che non possono considerarsi irrilevanti e che riguardano innanzitutto lo sviluppo dell’economia e la tutela del risparmio.
[...] Ci siamo conosciuti nelle riunioni dell’Abi. Alla cui presidenza l’ho più volte candidato, senza che lui accettasse, negli anni 90. L’inizio vero della nostra collaborazione, se così vogliamo chiamarla, risale alla convergenza sull’intervento sulle Generali nel 2003 che si era accompagnato ad alcune cene a casa del presidente Ciampi [...]
Geronzi: “I due protagonisti del romanzo (“I Duellanti” di Conrad, ndr) sono entrambi ufficiali di Napoleone. Bazoli e io siamo entrambi banchieri. Storie familiari e formazione professionale ci rendono diversi…”
Mucchetti: “Lui viene dall’alta borghesia, lei dal popolo, lui è un cattolico lombardo, legato al cardinale Martini, lei un cattolico romano, amico dei cardinali Sodano e Bertone…”
Geronzi: “Ma, a differenza del patrizio d’Hubert e del Feraud dalle umili origini, non abbiamo mai incrociato le lame. Anzi, dalle Generali a Telecom Italia, dalla Fiat a suo tempo fino a Rcs MediaGroup abbiamo sempre trovato un’intesa che, nelle condizioni date, faceva bene alle nostre banche e al Paese”. [...]
Senza carisma, non avrei potuto guidare migliaia di persone. Ma stavamo dicendo del potere. Il potere bisogna anche conservarlo. E ci si riesce soltanto se sì è capaci di essere educati ma franchi quando gli spazi per il compromesso svaniscono, e poi di mantenere la parola. Se un giorno qualcuno chiederà a Nanni Bazoli: “Ma Geronzi è mai venuto meno a un impegno che ha preso con lei?”, questo qualcuno si sentirà rispondere: “Mai”.

Caldissime
Mittel, Giovanni Bazoli si dimette dalla presidenza
<a href="/quotazioni/quotazioni.asp?step=1&action=ricerca&codiceStrumento=u2ae&titolo=MITTEL">Mittel</a>, Giovanni Bazoli si dimette dalla presidenza
Il presidente di Mittel, Giovanni Bazoli, e i consiglieri Giambattista Montini e Stefano Gianotti hanno annunciato le proprie
dimissioni da Mittel. Il consigliere Giorgio Franceschi si è invece dimesso da Banco di Brescia, controllata del Gruppo UBI Banca. Confermate
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Messaggioda sandropascucci » 4 apr 2016, 9:13

Ve la ricordate UBI Bank, quella del compianto Ferro Luzzi.. Bankitalia non è una SpA..
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Panama Papers, ecco gli italiani con i soldi in paradiso
Luca di Montezemolo. L'imprenditore Giuseppe Donaldo Nicosia, latitante, coinvolto in un'inchiesta per truffa con Marcello dell'Utri. Il pilota Jarno Trulli. Si sono rivolti a Mossack Fonseca per aprire società offshore. E nelle carte analizzate da l'Espresso ricorrono anche i nomi di Ubi e Unicredit
DI PAOLO BIONDANI, VITTORIO MALAGUTTI, GLORIA RIVA, LEO SISTI E STEFANO VERGINE
03 aprile 2016
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Panama Papers, ecco gli italiani con i soldi in paradiso
Si chiama Lenville overseas e ha sede a Panama la società che proietta il nome di Luca di Montezemolo nel lungo elenco degli italiani con l'offshore. I documenti analizzati da l'Espresso confermano che lo studio Mossack Fonseca ha curato anche gli interessi del presidente di Alitalia. Nei primi mesi del 2007 sono stati siglati una serie di contratti che, tra l'altro, indicano Montezemolo come procuratore di Lenville. Il manager, a quell'epoca al vertice di Ferrari e presidente di Fiat, ha ricevuto la delega per operare su un conto alla Bim Suisse, filiale elvetica dell'italiana Banca Intermobiliare. Raggiunto da l'Espresso, Montezemolo non ha risposto alle richieste di chiarimenti.

Le carte di questi affari sono custodite nell'immensa banca dati di Mossack Fonseca. Un gigantesco archivio informatico a cui, grazie a un anonimo informatore, hanno avuto accesso i giornalisti dell'Icij, l'International Consortium of investigative journalists . Montezemolo si trova in folta compagnia. Circa un migliaio di clienti provenienti dal nostro Paese sono citati, a vario titolo, nei documenti che l'Espresso ha consultato. Imprenditori, professionisti, volti noti dello spettacolo, ma anche moltissimi personaggi sconosciuti alle cronache sono approdati a Panama per mettere al sicuro il patrimonio di famiglia.
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PanamaPapers
Panama Papers: così vip e potenti del mondo hanno nascosto miliardi nei paradisi fiscali

È la più grande fuga di notizie nella storia della finanza. Undici milioni e mezzo di file segreti su oltre 200mila società offshore. Create dallo studio Mossack Fonseca di Panama. Ecco gli affari riservati degli uomini di Putin, della famiglia Cameron, dei vertici comunisti cinesi. Insieme a star come Leo Messi e Jackie Chan

Nei prossimi giorni, una volta completate le nostre verifiche, daremo conto di questi affari offshore. Intanto va segnalato che nelle carte ricorrono i nomi di due grandi istituti di credito italiani come Unicredit e Ubi. Non solo. I file panamensi aggiungono particolari inediti su vicende giudiziarie come il caso dell'eredità di Nino Rovelli, il re della chimica anni Settanta. E negli stessi documenti segreti compare anche il nome di Giuseppe Donaldo Nicosia, sotto inchiesta a Milano per frode fiscale e bancarotta fraudolenta. Un'inchiesta in cui è coinvolto anche l'ex senatore di Forza Italia, Marcello Dell'Utri, che sta scontando in carcere una condanna a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

Anche Jarno Trulli, l'ex pilota di Formula Uno, risulta azionista della Baker street sa, una società registrata nelle isole Seychelles e creata con l'assistenza dei legali dello studio Mossack Fonseca. Il campione, ritiratosi dalle corse nel 2012, è andato offshore grazie all'intermediazione del Credit Foncier Monaco, uno degli istituti di credito più forti sulla piazza di Montecarlo. Questo è quanto risulta dalle carte ufficiali, ma Trulli, contattato da l'Espresso tramite il suo manager, non ha risposto alle richieste di chiarimenti.

«Mossack Fonseca non risulta essere un consulente fiscale della capogruppo» è stata invece la replica del portavoce di Unicredit. I file segreti raccontano una storia più articolata. La banca milanese in effetti ha avuto relazioni d'affari con lo studio panamense per la gestione di circa 80 società offshore. Per esempio la Baracaldo inc. e la Overshoot inc. entrambe di Panama, oppure la Nemo partners Ltd, registrata alle Isole Vergini britanniche. Nel 2010 però Unicredit prende le distanze.
Panama Papers, da Montezemolo a Unicredit chi sono gli italiani coinvolti

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Il cambio di rotta coincide con un altro avvenimento: il gruppo italiano vende parte delle sue attività in Lussemburgo ai tedeschi di Dz bank. E proprio dal Granducato passava il rapporto tra Unicredit e Mossack Fonseca. I documenti danno conto anche dei tentativi dei manager dello studio panamense per riallacciare i rapporti con l'istituto di credito. Senza successo.

Anche per Ubi banca, la grande Popolare bergamasca che si è da pochi mesi trasformata in spa, la piattaforma d'operazioni per gli affari offshore si trovava a Lussemburgo. È quindi Ubi international che dal Granducato ha incrociato la rotta di Mossack Fonseca. Nelle carte compaiono i nomi di 40 sigle offshore, registrate a Panama e alle isole Seychelles, che appaiono legate a Ubi. Una decina risultano ancora attive. Nei documenti si trova però traccia di numerose conversazioni tra i manager di Mossack Fonseca e i manager di Ubi banca in Lussemburgo.

«Non abbiamo società controllate in quelle località», ha risposto la banca a l'Espresso. Gli azionisti delle offshore sono però da ricercare tra i clienti di Ubi, che via granducato e con l'assistenza delo studio panamense sono così riusciti a sbarcare in un paradiso fiscale. Chi sono questi clienti? Mistero, perché il capitale delle società è al portatore.

Nessun mistero invece per quanto riguarda la Countryside Group Ltd delle Seychelles. Il titolare delle azioni, lo shareholder, come viene indicato nei file di Mossack Fonseca, è Oscar Rovelli, uno degli eredi di suo padre Nino, l'imprenditore che quarant'anni fa controllava il gruppo chimico Sir.
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Panama Papers, una fonte anonima e un anno di lavoro per svelare i segreti offshore

Oltre 300 giornalisti di tutto il mondo per analizzare un'immensa banca dati finanziaria. La stessa su cui ora indagano le autorità fiscali negli Stati Uniti e in Germania, tra società fiduciarie e conti bancari

Il nome dei Rovelli è stato al centro di una complicata vicenda giudiziaria conclusa nel 2006 con una sentenza di Cassazione. Quel verdetto, che condannava tra gli altri l'avvocato Cesare Previti, stabiliva che la famiglia si era comprata a suon di bustarelle la sentenza del Tribunale di Roma che le assegnava un risarcimento del valore di quasi 400 milioni di euro nei confronti dell'Imi la banca che aveva suo tempo finanziato la Sir. Nel frattempo però quella somma era già stata dispersa nei più diversi paradisi fiscali ed è così partita un'indagine della magistratura per recuperare il denaro. L'inchiesta ha già portato a sequestri importanti negli anni scorsi. La Countryside Group delle Seychelles non fa parte, però, dell'elenco di offshore estere già individuate dagli investigatori. Oscar Rovelli ha risposto a l'Espresso, tramite il suo avvocato, di «non avere alcun ricordo di quella società».
Panama Papers, ecco come funziona la fabbrica delle offshore

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È invece ancora in pieno svolgimento la caccia al tesoro di un altro cliente di Mossack Fonseca del calibro di Giuseppe Donaldo Nicosia, imprenditore della pubblicità televisiva, latitante dal 2014, quando avrebbe dovuto essere arrestato per truffa all’Iva, bancarotta fraudolenta e altro. Nicosia era socio di Dell’Utri nella società spagnola Tomé Advertising SL, che secondo le accuse della Guardia di Finanza sarebbe servita per una truffa da 43 milioni all'Erario. L'ex braccio destro di Berlusconi avrebbe beneficiato personalmente di una parte del presunto bottino. in particolare Nicosia gli avrebbe versato 10mila euro al mese dal 2008 al 2011 con la giustificazione, ritenuta falsa, di un ipotetico affitto del palazzo di Dell'Utri in via Senato a Milano.

Secondo le indagini della Guardia di Finanza Nicosia avrebbe reinvestito i proventi della presunta frode in acquisti di lusso: Rolls Royce, Harley Davidson, scuderie di cavalli. Ma il fiore all’occhiello è il doppio appartamento acquistato nel 2006 a New York: il Cityspire Condominium, al 150 West 56th Street. E qui entra in gioco il ruolo di Mossack Fonseca. In rapida successione Nicosia costituisce due offshore: il 20 maggio 2011 Darion Trading, alle British Virgin Islands, e, il 13 giugno, Amadocia, nel Delaware americano. Subito dopo che fa? Per 3,2 milioni di dollari vende l’appartamento di Manhattan a sè stesso, cioè alla Amadocia, controllata da Darion Trading. Un vero lavaggio all’ombra delle offshore. Ma non è tutto. Perché su quella casa pendeva una richiesta di sequestro proveniente da Milano, presa in esame negli Usa nel marzo 2015, ma approvata dal giudice Richard Roberts appena lo scorso 1 marzo. Peccato che in autunno Nicosia avesse già ceduto il suo gioiello per 3,7 milioni. Oltre al danno anche le beffe.
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sandropascucci
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Re: [DOSSIER n.24] Un link tira l'altro

Messaggioda sandropascucci » 2 ago 2016, 12:55

Come sapete sono abbonato alla newsletter di Bankitalia, perché è meglio del cinema e devo solo sostenere il costo del popcorn.

Mi arriva oggi la notizia numero 245245 di 30857359721958713.

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E-MAIL ALERT
Banca d'Italia

1. Arianna Sim s.p.a.

Provvedimenti dell'Autorità di risoluzione delle crisi

http://www.bancaditalia.it/compiti/riso ... &pk_kwd=it


con enorme sforzo clicco sul link:

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Arianna Sim s.p.a.
Liquidazione coatta amministrativa. Nomina degli organi della liquidazione coatta amministrativa
Allegati

Arianna Sim s.p.a. pdf 111.4 KB
Liquidazione coatta amministrativa. Nomina degli organi della liquidazione coatta amministrativa
2 agosto 2016


Mi chiedo: come mai questo nome l'ho già sentito?

leggo: http://www.bancaditalia.it/compiti/riso ... 150716.pdf

e non essendo intelligente né avendo ricevuta la giusta istruzione uso Google per soddisfare la mia curiosità sulla azienda (AH! AH! AH!) in questione.

E' questa: http://www.ariannasim.it/
E chi sono? E' sempre scritto lì:
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LA SOCIETA'

La Sim, costituita nel 1994 con il nome di Sofid Sim del Gruppo Eni, viene acquistata nel luglio 2011 da un gruppo di privati con esperienza nel mondo finanziario ed industriale


Chi è "Sofid Sim":

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Ora ai dipendenti Eni ci pensa Arianna
di redazione (tutti i suoi articoli)
Ultimo aggiornamento : 18-08-2011 11:06

Dal perfezionamento dell'acquisizione di Eunice Sim nasce una nuova realtà con sportelli presenti negli stabilimenti del gruppo italiano

Nei primi giorni di agosto Arianna Spa, società che vede Rossana Venneri come amministratore delegato e azionista di maggioranza con il 61,5%, ha perfezionato l’operazione di acquisizione di Eunice Sim, società del gruppo Delta. L'operazione, annunciata a marzo, era subordinata al via libera della Banca d'Italia, che ha dato parere positivo. La società ha quindi cambiato denominazione sociale in Arianna Sim, ponendosi come obiettivo lo sviluppo della clientela core attraverso il rafforzamento dei presidi territoriali, una pianificazione finanziaria altamente specializzata e la valorizzazione delle attuali risorse (circa venticinque) provenienti dalla realtà Eni. "Eunice è una realtà unica nel panorama italiano per questo, da oltre un anno, abbiamo manifestato il nostro interesse", ha dichiarato la Venneri. "La nostra attività", ha aggiunto, "si focalizzerà principalmente sull’offerta, la gestione e l’amministrazione titoli per i clienti Eni". Eunice Sim, infatti, è l’ex Sofid Sim del gruppo Eni e annovera fra i suoi clienti circa 10mila dipendenti ed ex dipendenti Eni, con sportelli presenti negli stabilimenti dell'azienda a Roma, San Donato Milanese e Porto Marghera. Il consiglio di amministrazione di Arianna Sim è presieduto da Patrizio Messina e composto dai consiglieri Michele Calzolari, Serenella Bianchi e Luigi Grasso.


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IMPRESE – ARIANNA SPA: NASCE ARIANNA SIM DOPO L’OK DI BANCA D’ITALIA ALL’ACQUISIZIONE DI EUNICE SIM

Via libera di Banca d’Italia all’acquisizione di Eunice Sim da parte di Arianna Spa, societa che vede Rossana Venneri come amministratore delegato e azionista di maggioranza con il 61,5%. La societa ha provveduto al cambio di denominazione sociale in Arianna Sim, ponendosi come obiettivo lo sviluppo della clientela core, attraverso il rafforzamento dei presidi territoriali, una pianificazione finanziaria altamente specializzata e la valorizzazione delle attuali risorse (circa 25) provenienti dalla realta Eni.

Il Consiglio di Amministrazione di Arianna Sim e presieduto da Patrizio Messina e composto dai consiglieri Michele Calzolari, Serenella Bianchi e Luigi Grasso.”Eunice e una realtà unica nel panorama italiano per questo, da oltre un anno, abbiamo manifestato il nostro interesse – ha dichiarato Rossana Venneri – La nostra attività si focalizzerà principalmente sull’offerta, la gestione e l’amministrazione titoli per i clienti Eni”.

Eunice Sim, infatti, e l’ex Sofid Sim del Gruppo Eni, e annovera fra i suoi clienti, circa 10mila dipendenti ed ex dipendenti dell’Eni, con sportelli presenti all’interno degli stabilimenti Eni nelle citta di Roma, San Donato Milanese e Porto Marghera.


E chi è la signora Venneri?

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Sei in: Archivio > la Repubblica.it > 2005 > 06 > 28 > Banca 121, la Venneri in ...
Banca 121, la Venneri in Procura
Due ore e mezzo di interrogatorio per raccontare la sua verità. Una tesi difensiva molto semplice. I prodotti sono stati venduti dopo il 2000, quando era già andata via da 121 - ha spiegato al pm - Ma soprattutto all' interno della banca ricopriva un ruolo dirigenziale, assolutamente di vertice. Non poteva dunque sapere in che maniera i prodotti venissero collocati. Rossana Venneri, salentina, prima responsabile della sezione finanza di Banca 121 e poi direttrice di Mps Finance, è stata interrogata ieri pomeriggio dal sostituto procuratore Antonio Savasta. La Venneri è tra le 34 persone indagate nell' inchiesta aperta dalla Procura di Trani sui prodotti strutturati emessi da Banca 121 (e per i quali Mps ha rimborsato quasi tutti i risparmiatori). Dopo aver ricevuto l' avviso di conclusione delle indagini, ha chiesto di essere interrogata «per spiegare - spiega il suo avvocato, Giulia Bongiorno, nota per aver assistito Giulio Andreotti, che la difende insieme con Federico Massa - la nostra posizione nei confronti delle accuse che ci vengono messe». Il reato ipotizzato è di truffa e di ostacolo alle funzioni di vigilanza. Secondo il pm, insieme con gli altri colleghi Rossana Venneri avrebbe «indotto i clienti a stipulare i contratti con artifizi e raggiri» e avrebbe omesso di consegnare agli ispettori di Bankitalia parte delle documentazione richiesta. Ieri la manager salentina ha però respinto le accuse. Avrebbe spiegato al pm Savasta di non essere stata a conoscenza delle modalità di vendita dei prodotto perché, ricoprendo un ruolo dirigenziale all' interno della banca, non aveva rapporti diretti con i promotori. E non solo: i quadri dell' istituto di credito avevano sempre fatto in modo che la tipologia del prodotto fosse chiara ai clienti. A sostegno di questa tesi sono stati prodotti due poster pubblicitari, appesi nelle filiali: «Btp on line non garantisce il rimborso integrale del capitale a scadenza - si legge chiaramente - poiché presenta profili di rischio propri di investimenti a carattere azionario». A difesa della Venneri - sostengono i suoi legali - ci sarebbe poi l' elemento cronologico: è uscita da 121 nel 2000. La maggior parte dei prodotti è stata venduta negli anni seguenti, quando lei era già a Mps Finance. Un «difetto di informazione ai clienti» nella vendita degli strutturati ci sarebbe stato, comunque. Lo sostiene la Consob, che la scorsa settimana ha multato una quarantina di ex dirigenti di Banca 121, tra cui anche la Venneri (seppur in maniera minore rispetto ad altri). Secondo l' istituto di vigilanza, nella vendita non c' era stata «un' adeguata conoscenza dei prodotti finanziari offerti e i dirigenti della banca non si erano premurati di informare a sufficienza i risparmiatori». La relazione Consob è stata acquisita dal pm Savasta, che sta per chiudere l' inchiesta: si prospetta la richiesta di rinvio a giudizio per gli allora responsabili di divisione dell' istituto di credito e molti direttori di filiale e promotori finanziari. Ci dovrebbe essere l' archiviazione invece per gli ex alti dirigenti, da Vincenzo De Bustis a Lorenzo Gorgoni.


Strano.. qui ne dicevan gran bene:

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Rossana Venneri, Finanza, femminile singolare (ma anche plurale)
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DI ANNAMARIA BARBATO RICCI IL 3 FEBBRAIO 2015 · RUBRICA
Che avesse sin da subito una marcia in più lo dimostra una foto che, su cortese concessione della ritratta, vi riportiamo: all’epoca, Rossana Venneri, oggi protagonista del mondo della finanza internazionale, è una frugoletta di tre anni e mezzo e, vestita con un vezzoso abitino bianco, partecipa alla festa in casa in occasione della Prima Comunione della sorella, maggiore di quattro anni. Veloce come un fulmine, s’impadronisce del velo della comunicanda – nell’immaginario bambino, quasi un simbolo di potere – e audacemente chiede al fotografo di fare a lei una foto, perché quella sorella star assoluta la trova persino irritante. Il risultato è questo ritratto tenero e malizioso, in cui la protagonista, come ciliegina sulla torta, si esibisce anche con la vestina alzata.

Rossana Venneri, una storia di finanza tutta al femminile

Rossana, leccese di nascita, è una delle professioniste della finanza, un campo fino a qualche anno fa quasi più maschilista del Monte Athos. Oggi la situazione è cambiata, ma nei primi anni ’80, quando Rossana mosse i suoi primi passi nel settore, era davvero una mosca bianca. Non fatevi fuorviare dalla sua apparenza free, dall’approccio semplice e amichevole, dai suoi vestiti easy, senza le sovrastrutture di un abbigliamento da sciura, che certamente non le appartiene, e che emergono tutti nell’immagine di Rossana oggi. E neppure dall’aspetto giovane (non giovanile, quello è un aggettivo da carampane), la pelle distesa, senza aiutini di botulino e chirurghi plastici, la predisposizione al sorriso: sono la conchiglia che racchiude un cuore – generosissimo –, ma anche una professionalità sopraffina. La sua storia è esemplare: la ricostruiamo con lei incontrandola a Roma, negli uffici di Arianna Sim SpA, la Società che ha fondato, mettendosi in proprio qualche anno fa, e della quale è anche amministratore delegato.

Il filo di Arianna

Rossana Venneri
Una specificità intrigante sono le bellissime foto di donne di ogni età, ritratte in location romane assai suggestive, il cui filo d’Arianna – mi spiega la padrona di casa – sta nel fatto che si chiamano tutte… Arianna! Un’iniziativa ad hoc, studiata con un grande fotografo ed ispirata al genius loci dell’azienda. Che l’idea sia venuta originariamente da quella foto di bambina impudente col velo della sorella? Ci racconta i suoi primi passi nel settore bancario che, a quei tempi – inizi degli anni ’80 -, relegava le donne solo a ruoli di retroguardia: “Ho cominciato a lavorare nella mia città natale, Lecce, alla Banca del Salento – racconta – subito dopo aver conseguito a 19 anni il diploma all’Istituto tecnico commerciale con 60/60; all’epoca le banche facevano reclutamento fra i migliori diplomati e laureati ed avere un posto di lavoro non era così difficile come adesso. Il gruppo di diplomati e laureati di cui facevo parte e che frequentò il corso di preparazione pre-assunzione era assai coeso e si sviluppò subito un bello spirito di corpo. Quelli con cui avevo legato di più furono mandati tutti allo sportello, mentre a me toccò andare al Centro Elaborazione Dati, ubicato in un luogo peraltro lontano dalla sede centrale della Banca.

Il primo giorno mi resi conto che si trattava di un lavoro alienante, dinanzi ad un enorme macchinario che serviva per archiviare gli assegni e chiuderli negli scatoloni. L’unico contatto con l’esterno erano le finestre sul parco condominiale, dove giocavano i bambini che, ogni tanto, spiavano il macchinario in funzione. Alle 8:30 dovevo spingere un bottone e la macchina partiva; alle 17:30 dovevo pigiare il pulsante dello stop. Quando quel fatidico giorno tornai a casa per la pausa pranzo, trovai tutta la famiglia a tavola ad aspettarmi per festeggiare; mio padre stappò lo spumante: “Brindiamo”. Mi scappò da piangere e mi chiusi in bagno. Mi sentivo maciullata nel meccanismo alienante rappresentato da Chaplin in ‘Tempi moderni’. Fortunatamente, durò poco.”

Come facesti ad evadere da questa situazione così routinaria?

‘Fortunatamente’ il macchinario ogni tanto si guastava, rompendo la monotonia ed io dovevo improvvisarmi meccanico, perché ho sempre odiato fare la ‘debolepulzellachehabisognodiaiuto’. Fu così che, capitando il Direttore Generale ad ispezionare l’ufficio, mi trovò in salopette di jeans – non avevo un lavoro di front line col pubblico, quindi mi vestivo ‘comoda’ – alle prese col ‘Mostro’ che si era impallato. Mi chiese che stessi facendo e io glielo spiegai. Lui cadde dalle nuvole: ‘Ma non lo sa che il macchinario è in leasing?’. L’episodio servì a farmi trasferire al costituendo ‘Ufficio Titoli’ ed è lì che cominciò… la mia storia d’amore con la Finanza!

Mi pare che l’indipendenza ti scorra nel sangue. Cosa pensavi di fare, nella vita, a 16 anni?

Narrare cosa pensavo di fare a 16 anni mi sembra ozioso rispetto al raccontare cos’ho fatto davvero a 17. Effettivamente, ho sempre cercato di essere autonoma, tant’è che quell’estate, senza l’autorizzazione dei miei genitori, mi unii a mio fratello maggiore Sebastiano, ora dirigente di Legambiente, e ad altri quattro amici e, con tre Vespe, fra cui la mia adorata 125 Primavera (che ho ancora e che non cederei per tutto l’oro del mondo), partimmo verso i Lidi Ferraresi, per trovarci un lavoretto estivo. Tutti ci riuscirono, tranne me, perché erano maggiorenni e potevano essere assunti con tutti i crismi. Io dovetti rassegnarmi ad un lavoro, in nero, in un bar aperto solo di notte. In quel mese non vidi quasi mai Sebastiano e gli altri amici, ma avevamo stretto un patto fra noi: alla fine del mese di lavoro avremmo diviso in parti eguali i proventi di quell’avventura.

I proprietari del bar erano prodighi di lodi; approfittando della mia ingenuità adolescenziale, non si erano esposti a quantificare la mia retribuzione, ma ritenevo che la loro soddisfazione fosse il segnale che sarei stata pagata bene. “Non preoccuparti – mi dicevano – Non rimarrai delusa”. L’ultima notte, mentre gli altri amici mi aspettavano fuori dal bar, poiché ero l’ultima a finire l’orario di lavoro e, nell’attendermi, contavano i loro introiti, (tutti fra le 800 mila e i due milioni di lire), ricevetti la paga per il mese: 150 mila lire. Ero così sconvolta che non trovai neanche la forza di protestare e mi venne un coccolone a pensare come lo avrei detto ai miei, che al telefono continuavano a rimproverarmi per questa mia ‘bravata’. Quando raggiunsi gli altri, delusione doppia: la mia misera paga avrebbe abbassato la media dei guadagni, cosicché solo mio fratello fu disposto a mettere i soldi del mese in cassa comune con me. Fu una dura lezione.

Dopo la maturità, la banca. E l’Università?

In realtà, m’iscrissi ad Economia a Bari, dopo una lunga riflessione. Se avessi voluto seguire il cuore, mi sarei iscritta ad Agraria a Bologna: il Salento allora si presentava come una potenzialità agricola inespressa, la gente scappava dalle campagne; oggi i fatti mi hanno dato ragione. Ero in terrazza al mare a riflettere con i miei sul da farsi, quando arrivò mio padre e mi disse: “Ho un amico in Banca del Salento. Mi ha detto che stanno reclutando giovani laureati e diplomati col massimo dei voti; è un’occasione. Ora è possibile; se la cogli in ritardo non so se il treno si ripresenta. Pensaci.” Di tutta prima, con l’impetuosità dell’età, risposi: “Mai!”. Poi ci fu un ripensamento: volevo l’indipendenza e quella era una chiave. Accettai. Arrivai all’Ufficio Titoli che seguì l’evoluzione determinata dalle leggi susseguitesi: Tesoreria integrata, Gestione Patrimoniale, Sala cambi e, infine, Finanza.

Ovvero, quello che è ormai considerata una trappola diabolica…

Una certa finanza sicuramente lo è. Come in tutte le cose, c’è finanza e finanza. Gli strumenti che hai a disposizione possono essere armi letali, come in mano ai bambini, se utilizzati male. I derivati, che passano come tossici, non lo sono in assoluto: sono strumenti che, se impiegati per finalità di copertura di rischi, sono utilissimi. Se, invece, li si usa per operazioni speculative oppure sono messi a disposizione di operatori che li propongono per esigenze di tipo diverso o non conoscono gli stessi, non accorgendosi, nel contempo, che son proposti da persone non trasparenti, impegnate a fare utili in proprio, piuttosto che l’interesse del cliente, diventano devastanti. Ciò è accaduto per tutte le P.A. che vi hanno fatto ricorso. Strumenti così complessi abbisognano, nella loro valutazione, di competenze specialistiche, cosa che, in quel mondo, sono del tutto assenti.

In realtà, già nelle Banche medio/piccole è difficile trovare queste professionalità, come si può pensare che nei Comuni, o nelle ASL, o nelle piccole e micro imprese, siano ritrovabili competenze in grado di valutare la rischiosità di certe operazioni?

ariannasim_logoCi sono stati persino casi di derivati venduti a negozianti, oppure ‘appioppati’ a imprese piccolissime, fino a quel momento fiorenti, che sono state costrette a chiudere!

Quanto è difficile per una donna fare carriera nella finanza? Ti ha portato a fare delle rinuncie?

Ho lavorato con grande passione e la carriera rispecchia il riconoscimento di un’attività svolta in maniera seria e professionale. E’ indubbio, però, che in alcuni momenti della mia vita professionale mi son trovata sorpassata da persone meno meritevoli. Noi donne, però, siamo tenaci, e, pur impiegandoci più tempo, sappiamo arrivare all’obiettivo di far emergere le nostre capacità. Così è stato per me; così è accaduto per altre donne di grande valore che conosco.

Nei tuoi ricordi, quali sono stati i momenti più belli?

Tanti, anche all’estero. Oppure l’aver ricevuto la ‘Mela d’Oro’ del Premio Marisa Bellisario; o, ancora, la nomina a Cavaliere Ufficiale della Repubblica. Fanno tutti parte di un affresco che mi hanno portato ad una gratificante visibilità anche internazionale che ha caratterizzato la mia carriera.

Quale è stato, invece, il momento più buio?

Il ‘Complotto’, come lo definisco io, che nacque a Siena quando io ero direttore generale di Monte Paschi Finance e ho partecipato alla start up di questa banca d’investimenti, un’esperienza professionale gratificante. Fu ordito contro tutti quelli che provenivano dalla Banca del Salento e si concentrò in vicende, sfociate anche nelle aule giudiziarie, da cui è emerso che, in ultima analisi, la presunta truffa non esisteva. Sentirsi coinvolta e additata come manipolatrice di ‘prodotti spazzatura’ per una come me, cresciuta a pane e legalità, è indicibilmente doloroso. Ci son voluti anni a dimostrare che così non era, prima di tutto perché i prodotti in questione, comunque frutto di studi e di apporti professionali ai più alti livelli, grazie a un team all’avanguardia, non avevano alcun intento truffaldino, prova ne sia che sono in utile; altra lettura di questa vicenda è l’attuale condizione del Mps. Le strategie adottate durante il periodo della ‘caccia alle streghe’ ha condotto ad una distruzione di valore. Basti pensare che solo oggi Mps ha lanciato la Banca on line, quando l’innovazione della Banca sul web l’aveva acquisita con Banca 121, che la governance dell’epoca, per motivi che non sta a me giudicare, asfaltò senza rendersi conto di avere fra le mani la precorritrice del futuro degli istituti di credito.

E oggi?

Oggi faccio l’imprenditrice, in buona compagnia perché ho soci di assoluto valore con i quali, rivestendo la quota di maggioranza, abbiamo rilevato l’Arianna Sim, con una governance molto al femminile. Abbiamo, oltre a me quale amministratore delegato, una presidente, Giuseppina Fusco, ed una clientela di dipendenti ed ex dipendenti Eni, oltre ad Aziende e Istituzioni. Siamo molto motivati, dal luglio 2011, a portarla avanti, grazie all’esperienza pluriennale del nostro team di professionisti nel mondo dell’Investment Banking domestico e internazionale. In sintesi, ci poniamo l’obiettivo di creare valore sostenibile per i nostri clienti e generare opportunità di business, lavorando in partnership con loro per risolvere sfide finanziarie. Siamo molto fieri, tra l’altro, di ricercare costantemente opportunità di business creativo, sviluppando prodotti e soluzioni finanziarie personalizzate e su misura, nonché degli alti standard di affidabilità del nostro gruppo di lavoro, fornendo alla clientela il massimo livello di riservatezza ed indipendenza. Un obiettivo, quest’ultimo, che soddisfa proprio il mio imprinting di ‘pane e legalità’.

Annamaria Barbato Ricci


Qui un po' meno:

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Quel pasticciaccio brutto del Monte dei Paschi
Venerdì 14 Marzo 2014 16:12 E-mail Stampa PDF

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di Georgevicius

Ricevo e pubblico volentieri questa ricostruzione, dall’interno, della vicenda del MPS, da un compagno che ovviamente non può firmare col suo nome per evidenti motivi. (a.m.13/3/14)

Sono mesi, se non anni, che si sente parlare e si legge sui vari media nazionali delle sorti della Banca Monte dei Paschi di Siena, nota anche come la banca più antica del mondo.

Per capire meglio, è necessario fare qualche passo indietro per scoprire la storia di quello che fino a qualche anno fa era un prestigioso, solido ed apprezzato istituto di credito. Il Montis Pascuorum nasce nel 1472 come monte di pietà, con il fine nobile di dare aiuto alle classi disagiate della popolazione della città di Siena attraverso la concessione di microcredito a condizioni fortemente agevolate. Prende l’attuale denominazione in realtà solo nel 1612, con l’inclusione di Siena nel Granducato di Toscana, quando esercita in particolare il credito agrario e l’esazione dei diritti di pascolo sui colli senesi e sulle terre della Maremma. Con l’unità d’Italia la banca estende la propria attività al resto d’Italia, occupandosi, prima banca nel Paese, di credito fondiario, cioè di finanziamenti garantiti da ipoteca immobiliare di primo grado in favore della banca medesima.

Il Monte dei Paschi di Siena diventa istituto di credito di diritto pubblico con la legge bancaria del 1936. Nel 1990 acquista il controllo di Mediocredito Toscano e di Inca (Istituto Nazionale di Credito Agrario). Il Monte dei Paschi, unitamente agli altri istituti di credito di diritto pubblico (Banca Nazionale del Lavoro, Banco di Napoli, Banca Sanpaolo etc.) ed alle casse di risparmio di dimensioni locali, viene “privatizzato” nel 1990 con la legge-delega Amato–Carli, che dispone la trasformazione degli enti bancari di diritto pubblico in società per azioni private, sotto il controllo di fondazioni bancarie. La Fondazione Monte dei Paschi di Siena nasce ufficialmente però nel 1995, con decreto del Ministero del Tesoro, che la distingue da Banca Monte dei Paschi di Siena S.p.A.. La Fondazione Monte dei Paschi di Siena, altrimenti nota in città come “la Fondazione”, è formalmente un ente senza scopo di lucro che, secondo le prescrizioni legislative, ha e può avere per scopo statutario finalità di assistenza e beneficenza, nonché di utilità sociale nei settori dell’istruzione, della ricerca scientifica, della sanità e dell’arte, con particolare riferimento alla città di Siena ed alla sua provincia, ed in parte alla provincia di Grosseto. Gli utili percepiti in conseguenza della partecipazione nella banca, non possono essere distribuiti ai soci, ma utilizzati per finanziare attività ed opere rientranti nell’oggetto statutario. Siena e la provincia vengono invase tutti gli anni di denaro.

Le fondazioni bancarie, secondo le intenzioni del legislatore, avrebbero dovuto collocare sul mercato le proprie partecipazioni, in tutto o in parte, al fine di stimolare la libera circolazione dei capitali – anche stranieri – e la concorrenza in un settore monolitico quale quello bancario italiano, spesso condizionato da accordi di cartello, taluni promossi dall’Abi (l’associazione di categoria dei banchieri italiani). La Fondazione ha detenuto per anni una partecipazione di gran lunga superiore al 50% nella banca, contravvenendo alla legge Ciampi e con uno statuto, anch’esso contra legem, che glielo consentiva. Nessuno ha mai veramente protestato contro l’improprio assetto azionario della banca senese, se non tardivamente nel gennaio 2013 il presidente di Acri e Cariplo Guzzetti, poi diventato presidente dell’Abi, quando Babbo Monte era in stato oramai esiziale.

La storia della terza banca italiana, almeno quella più recente, si consuma sulle rovine di quel “groviglio armonioso” che per anni ha decretato le sorti di Fondazione e Banca Monte dei Paschi di Siena. Stiamo parlando dei diversi poteri cittadini e locali che partecipano alla Fondazione e, tramite essa, alla banca fondata nel 1472: Comune e Provincia di Siena, Regione Toscana, Provincia di Grosseto, Università degli Studi di Siena, Vescovado di Siena, sindacato. Oltre a questi poteri “ufficiali”, si staglia l’ombra e la longa manus della massoneria.

Il Monte dei Paschi di Siena, nel momento di maggior splendore e sino a qualche anno fa, prima dell’inizio della decadenza, appariva al visitatore come una vera “città-Stato”; e così era Siena, la cui economia si è sempre basata, direttamente come indirettamente, sulle generose elargizioni di “Babbo Monte” e, dal 1995, della Fondazione Monte dei Paschi di Siena, attraverso la sua partecipazione maggioritaria al capitale azionario e dunque agli utili della banca. Il Monte dei Paschi di Siena ha sempre rappresentato una ”anomalia” nel panorama bancario italiano, sia per la sua esagerata, forte connotazione locale, anche dopo l’espansione avviata in tutto il territorio nazionale con alcune criticate acquisizioni, a partire dalla Banca del Salento – Banca 121 nel 2000, acquistata per ben 2.500 miliardi di vecchie lire, apparentemente liquida e produttiva di utili, con un Roe del 20% [il Roe, Return On Equity, indica la redditività del capitale proprio NdR], Banca Agricola Mantovana, Banca Steinhauslin e più tardi, nel 2008, con l’acquisto di Banca Antonveneta, rivelatasi in poco tempo un’operazione fallimentare, che ha dato la definitiva stura all’attuale profonda crisi e decadenza della banca toscana.

Il groviglio armonioso

Sino ad ora, anche prima della privatizzazione della banca e della nascita della Fondazione, avvenute come detto nel 1995, la gestione del Monte dei Paschi è spettata soprattutto alla “politica” latamente intesa e manifestata. La presidenza della banca toccava, a turno, ora ad un uomo indicato dal Pci senese, ora dalla Democrazia Cristiana, ora dal Psi locale, tanto per tenere d’accordo i principali attori della scena politica senese. La maggior parte dei sindaci degli ultimi anni, targati prima Pci, poi Pds, poi Ds e infine Pd, vengono direttamente dalle risorse umane del Monte, anzi, ad esser più precisi, dal sindacato, in particolare da quella Fisac Cgil che è ancora oggi il sindacato maggiormente rappresentativo nella banca e soprattutto a Siena, città che ospita i potenti uffici di direzione generale. Dirigente sindacale Fisac, generalmente rappresentante sindacale aziendale, è l’identikit del sindaco tipo di Siena. Questo fa intendere come tra sindacato e partito ci siano – ma non è novità assoluta – intrecci tali da dissuadere spesso il primo ad intraprendere lotte o a denunciare eventuali irregolarità e soprusi condotti dalla politica, che poi è la prima azionista del Monte. Con la nascita della Fondazione dal 1995, la presidenza viene occupata, a turno, dal Pds-Ds e da Popolari-Margherita, per poi essere occupata sistematicamente dal solo Pd, sempre con l’alternanza tra un esponente della “sinistra” ed uno del “centro” ex democristiano. Quando la Fondazione è guidata da un diessino, tocca ad un esponente locale della Margherita fare il presidente della banca.

Questa è una prima manifestazione del groviglio armonioso, che conferisce armonia e reciproca soddisfazione ad interessi apparentemente configgenti. Poi come detto, c’è il sindacato maggiormente rappresentativo nella banca, che guarda caso impresta spesso e volentieri il sindaco alla città e dunque siede nel partito di maggioranza relativa senese che, guarda caso, è sempre (o quasi) il Pci e poi i suoi mesti successori.

Per un certo periodo di tempo, dopo le lotte degli anni ’69 e ’77 e con una connotazione maggiormente “antagonistica” della Cgil anche in Monte dei Paschi di Siena, dall’armonioso groviglio vengono fuori addirittura dei benefici per i dipendenti della banca, con un contratto integrativo che regala ricchezza, tutele individuali e collettive ed agibilità sindacali ben maggiori rispetto a quelle offerte dalla media del sistema bancario nazionale. Premi a vario titolo corrisposti al personale per ben tre volte all’anno, il collegamento della retribuzione dei “capoufficio” ed in genere degli impiegati (oggi “aree professionali”) a quella dei funzionari, oltre ad una serie di provvidenze e facilitazioni offerte al personale direttamente dalla banca ovvero per suo tramite dalla Cassa di Mutua Assistenza tra i dipendenti. Per tanti, lunghi anni, insomma, questa banca ha rappresentato per molti dipendenti, di ogni ordine e grado, una sorta di eden, che ha così reso possibile un forte attaccamento dei lavoratori ai colori sociali. In questo sistema c’è stata però spesso se non sempre una grande approssimazione nella gestione del personale, raramente incentrata sulla meritocrazia e sulla valorizzazione delle concrete capacità ed inclinazioni dei singoli. La carriera si è formata sulla c.d. “disponibilità al trasferimento” , che ha premiato anche con rapide carriere chi, indipendentemente dalle qualità e dai risultati prodotti, si è mostrato disponibile a fare il giro dell’Italia dove volesse di volta in volta l’azienda. Ne è venuta fuori una classe dirigente spesso composta da persone scarsamente competenti oltre che di approssimativa cultura di base, per non parlare del top management, quasi sempre di espressione politica, e non sempre dotato delle qualità e del necessario expertise bancario e finanziario. Giuseppe Mussari, tanto per fare un nome noto ed ormai arcinoto, è un avvocato penalista senza alcuna esperienza concreta né conoscenza del settore bancario, neanche come docente universitario in materie correlate, il cui unico merito è stato quello di ricoprire il ruolo di presidente della Fondazione in quota Ds. La presidenza dell’ente bancario era invece, dal 1998, di Pier Luigi Fabrizi, senese, ordinario di economia degli intermediari finanziari alla Bocconi, questi sì dotato dei requisiti soggettivi richiesti dalla legge. Mussari sostituisce Fabrizi alla presidenza della banca nel 2006, dopo i primi significativi scricchiolii di quello che pareva l’ineffabile ed immarcescibile colosso senese, dal fallimento dell’operazione Bnl sino allo scandalo, scoppiato a dire il vero un po’ tardivamente, della Banca 121 – acquistata a peso d’oro nel 2000 e definitivamente incorporata nel 2002 – con i suoi discutibili piani finanziari “My Way” e “4 You”, venduti, prima e dopo l’incorporazione in Mps, come un composto a basso rischio di obbligazioni emesse dalla Bei (Banca Europea degli Investimenti) e di quote di fondi comuni di investimento emesse e gestite da Spazio Finanza Spa, società di gestione del risparmio controllata dalla stessa Banca 121. Quello che molti - migliaia di clienti - non sapevano era che in realtà questi piani finanziari non erano piani di accumulo, come generalmente presentati, ma veri e propri finanziamenti concessi dalla banca ai propri clienti finalizzati all’acquisto di strumenti finanziari, cioè proprio le obbligazioni europee e le quote dei fondi di Spazio Finanza Spa.

Questi piani finanziari vennero collocati presso tantissimi clienti della banca pugliese anche per la loro convenienza (generalmente rate mensili da 150mila o 300mila lire per venti o trent’anni) e per la promessa, a scadenza, di ottenere il rimborso del capitale delle obbligazioni europee e di partecipare ad eventuali guadagni delle quote dei fondi.

Il bello è che la Banca 121 guadagnava con gli interessi per i finanziamenti concessi da un lato, dall’altro collocando le quote dei fondi della propria controllata. La sorpresa per il risparmiatore era grande, quando scopriva di essere segnalato in Centrale Rischi per il finanziamento collegato al piano finanziario che non gli consentiva, per esempio, di contrarre un mutuo per l’acquisto della casa di abitazione.

Ritornando a Giuseppe Mussari, catanzarese di origini, laureato in giurisprudenza a Siena e ben coniugato con una possidente locale, come detto prende le redini della banca con provenienza dall’azionista di maggioranza, facendosi sostituire in seno alla Fondazione Monte dei Paschi di Siena da Gabriello Mancini, allora in quota Margherita, nato come oscuro impiegato dell’asl. Mancini fa strada nella Dc senese, dove diventa prima segretario provinciale e poi consigliere regionale. La presidenza della Fondazione gli viene dunque non per meriti o particolari benemerenze nelle materie bancarie, ma ancora una volta per la militanza politica, proprio come Mussari.

L’acquisto di Banca 121.

I guai per il Monte dei Paschi, secondo soprattutto gli osservatori locali, iniziano proprio con l’acquisto dell’istituto salentino, fortemente voluto dal principale azionista della Fondazione, il Comune di Siena, con il suo sindaco Luigi Piccini, diessino e già dirigente sindacale del Monte nell’immancabile Fisac. In quel periodo Massimo D’Alema, già eletto deputato nel collegio di Gallipoli – Casarano, cioè nel territorio di riferimento della Banca del Salento, era Presidente del Consiglio; la banca, invece, aveva come direttore generale il romano Vincenzo De Bustis, manager senza scrupoli che fu presentato a D’Alema proprio in quel di Gallipoli dal senatore diessino leccese Giovanni Pellegrino, affermato avvocato amministrativista e consigliere d’amministrazione della banca salentina. La banca doveva finire nelle mani della torinese Sanpaolo, ma nella notte ci fu il decisivo rilancio di Mps, molto probabilmente a seguito delle pressioni esercitate dal premier sul sindaco di Siena. La vendita della Banca 121 arricchì non poco gli azionisti del patto di sindacato della banca salentina (Semeraro, Gorgoni e Montinari) e gli altri azionisti, come anche il management, ricoperto di premi in danaro ed in azioni della Banca del Salento che, al concambio con quelle del Monte dei Paschi, risultarono particolarmente redditizie. Pochi mesi dopo l’acquisizione di Banca 121 ad opera del Montepaschi, sensazionale fu la nomina a direttore generale dell’istituto senese dello stesso De Bustis, in sostituzione di Divo Gronchi, nomina resa possibile, oltre che dalla spregiudicatezza manifestata nella gestione della banca salentina, tale da assicurare un Roe del 20%, anche sicuramente dalle entrature politiche maturate in quegli anni negli ambienti Ds, a partire da Massimo D’Alema, il più importante ed influente, al citato senatore Pellegrino, ad altri esponenti di rilievo del partito. La banca amministrata da De Bustis, prima di essere acquisita da Montepaschi, contribuì al finanziamento delle campagne elettorali di importanti parlamentari salentini dei Democratici di Sinistra. Rossana Venneri, giovane dirigente dell’Area Finanza di quella banca, era molto vicina ad esponenti dalemiani dei Ds salentini e deve pertanto ritenersi uno dei principali artefici dell’operazione Mps- Banca del Salento. La Venneri è inoltre considerata il principale artefice dei piani finanziari della Banca 121 e dei velenosi “strutturati” venduti come Btp – infatti avevano denominazioni equivoche tipo Btp Tel, Btp Index, Btp Online – che altro non erano se non prodotti finanziari complessi e molto rischiosi, veri e propri strumenti derivati, aventi come sottostante indici di borsa ovvero corsi di titoli azionari per definizione alquanto volatili, venduti spesso e volentieri a persone senza adeguato profilo di rischio, compresi ignari pensionati e disoccupati, attratti dall’elevata remunerazione della cedola iniziale (intorno all’8-9 percento). In realtà in tantissimi ci hanno perso, ma il collocamento di questi prodotti serviva a gonfiare i conti della banca per renderla più appetibile agli acquirenti, anzi … all’acquirente.

Il Monte dei Paschi, con Fabrizi presidente e Gronchi direttore generale, quando venne il momento di verificare i conti della banca, incaricò ben tre diversi advisor, di cui solo uno, Banca Rotschild, avvertì il committente dell’esistenza di significative criticità nella gestione di Banca 121, dal portafoglio crediti evidenziante non poche anomalie in tema di sofferenze e crediti di dubbia esigibilità (in sostanza l’advisor rilevava come spesso i crediti fossero stati concessi con superficialità e talvolta anche in spregio ai criteri dettati dalla Banca d’Italia nelle Istruzioni di Vigilanza), circa l’efficacia dell’azione dei controlli interni e dei sistemi informatici a servizio (dunque i controlli avevano controllato ben poco) ed altre rilievi. La relazione di Rotschild viene ignorata e cestinata da Monte dei Paschi. Il matrimonio s’aveva da fare. Punto e basta, e così Banca 121 passa in dote, ad un prezzo pari circa al doppio di quello reale, al Monte, nonostante il Sanpaolo avesse formulato un’offerta prima migliore rispetto a quella senese. Potere della politica e della finanza!

Il Monte però, oltre ad aver sborsato una cifra esagerata per la Banca del Salento, anche qui grazie alla ritenuta plausibile interferenza del “baffino” sui vertici della banca toscana, si addossa gli oneri delle migliaia di contenziosi e reclami avviati dai clienti traditi della 121, nel contempo incorporata. Il costo dell’operazione supererà dunque di gran lunga i 2.500 miliardi di lire nominali, che non verranno mai realmente compensati dal potenziale produttivo (in termini di raccolta danaro ed impieghi) delle 220 dipendenze della Banca del Salento, localizzate quasi tutte in Puglia, integrate nella rete filiali del Monte. Tanto grazie sia allo scandalo di piani finanziari e prodotti strutturati, quanto ad una certa insipienza del management nella gestione dei rapporti con la clientela.

De Bustis cerca di sopravvivere in questa situazione compromettente, tentando anche di portare a compimento l’aggregazione con Bnl, che fallisce per l’ostilità di Siena e della Fondazione Montepaschi, che temono di subire dall’operazione unademinutio nel controllo come anche nella centralità della città del Palio. Sarà costretto alle dimissioni nell’aprile 2003, non senza ottenere una buonuscita di 4 milioni di euro, accompagnata da un “premio di operosità” da 1,19 milioni, nonostante tutti i guai procurati e subiti. Poco dopo De Bustis, arrivato in Deutsche Bank Italia come amministratore delegato, ricambia il favore a D’Alema finanziando, tramite la dépendance italiana della banca tedesca, la Fondazione Italiani Europei.

Banca, politica, sprechi e clientele

Babbo Monte dunque, nel bene e nel male, dipende dalla politica. I consiglieri della Fondazione sono quasi tutti espressione degli enti locali e dunque dei partiti. La Fondazione è stata sempre al centro di relazioni clientelari, sovvenzionando a fondo perduto piccole e grandi opere, dalla realizzazione di asili comunali o privati al restauro del Duomo, eventi fondamentali per la città come il Palio di Siena, sino alle generosissime sponsorizzazioni della squadra di calcio e della squadra di basket, ripetutamente campione d’Italia (la Mens Sana). Nel 2011, per esempio, la banca sponsorizza le maglie della squadra di calcio cittadina con ben 7 milioni di euro. Il Monte dei Paschi partecipa anche alla gestione dell’Università degli Studi di Siena, che ha un suo rappresentante nel Cda della Fondazione e che, senza neanche farlo apposta, ha un buco in bilancio quantificato ad inizio 2009 in oltre 200 milioni di euro, con 14 persone sotto processo.

Dopo l’acquisto di Banca 121, che si conclude, giudiziariamente parlando, con un nulla di fatto, cioè con dei proscioglimenti di massa per i principali protagonisti degli arricchimenti truffaldini di quella banca, dal presidente Giovanni Semeraro a Vincenzo De Bustis, a Rossana Venneri, sino al potente responsabile delle vendite, Giuseppe Pacileo, come detto cominciano i problemi per l’antica banca. Dopo l’acquisto di Banca 121, Banca Agricola Mantovana e Banca Steinhauslin, dopo l’abbandono del cantiere Banca Nazionale del Lavoro, che rappresentò uno degli obiettivi principali dell’ing. De Bustis, Siena si concentrò sul completamento della sua politica espansionistica per integrazione di nuove banche. La preda successiva fu la Banca Antoniana Popolare Veneta, meglio nota come Antonveneta. Nel frattempo alla presidenza della banca arriva Giuseppe Mussari, avvocato di origini calabresi, direttamente dalla leadership della Fondazione, mentre direttore generale è Antonio Vigni, una vita in Banca Montepaschi. Sotto la loro “abile” direzione la banca attraversa il periodo peggiore della sua lunghissima e gloriosa storia, sino al sostanziale fallimento. Mussari e Vigni si crede aver agito non sempre da soli, considerato anche il non loro brillante profilo manageriale, ma spesso dietro suggerimento soprattutto del partito di riferimento, Ds poi Pd, che occupa i principali gangli del potere locale e nazionale, in combutta con altri poteri, non ultima la massoneria, di cui si dice che Mussari facesse parte. Antonveneta viene acquistata nel 2008 ufficialmente alla cifra di 9 miliardi di euro, dagli spagnoli del Banco de Santander, che qualche mese prima l’avevano a loro volta rilevata dall’olandese Abn Amro al costo di 6 miliardi, che comprendeva anche la sim Interbanca, che invece non fa parte del pacchetto riservato al Monte dei Paschi.

L’Antonveneta viene acquistata, incredibilmente, senza condurre preventivamente alcuna due diligence sui conti e sul funzionamento della banca. Il che significa che c’era una ben chiara “volontà politica” di far acquistare a tutti i costi la banca patavina dal Monte dei Paschi di Siena. La prima perplessità a spiccare è rappresentata dalla significativa differenza di prezzo (9 miliardi piuttosto che 6) ad appena tre mesi dalla precedente acquisizione effettuata dagli spagnoli del Santander. Cosa giustifica il maggior prezzo? Perché nessuna due diligence? Perché il Monte doveva crescere necessariamente acquistando una banca nota come un “gioiellino”, collocata prevalentemente nell’operoso e ricco nordest, area geografica nella quale i Paschi sono sino a quel momento scarsamente presenti. Dunque secondo il top management montepaschino l’acquisto di Antonveneta è fondamentale per la banca, che diventerà, grazie alla costosissima operazione, l’azienda a capo del terzo gruppo bancario italiano. Dietro l’operazione, però, non c’è solo il Pd, e si vedrà anche Forza Italia, come si rileverebbe da contatti intercorsi tra il management della banca e Loris Verdini, coordinatore del partito di Berlusconi e anch’egli banchiere, come presidente del Credito Cooperativo Fiorentino, ma anche l’immancabile governatore della Banca d’Italia, all’epoca Mario Draghi che, evidentemente, non vedeva favorevolmente il controllo straniero su quella banca. D’altronde il predecessore di Draghi, Fazio, fu costretto alle dimissioni, e con lui il Ministro dell’Economia Tremonti, per aver avuto un ruolo assolutamente non marginale nel famoso affare dei “furbetti del quartierino” nella scalata di Antonveneta e di Bnl, praticamente senza soldi o con danaro prestato ai cosiddetti furbetti, senza i prescritti requisiti creditizi, dalle principale banche italiane, Mps compreso, indotto dalla politica che le controlla(va).

Nonostante l’acquisto da parte di Mps fosse particolarmente impegnativo – in pratica la banca senese non aveva tutto il danaro necessario – inspiegabilmente la Banca d’Italia autorizza l’operazione consentendo eccezionalmente al Monte di andare al di sotto del patrimonio di vigilanza, consumato in misura eccezionale dall’operazione di compravendita, e di emettere per finanziarsi prestiti subordinati da collocare presso il pubblico indistinto, nonostante per le loro caratteristiche tali strumenti finanziari risultino maggiormente adatti ad investitori istituzionali, come soprattutto banche ed altre istituzioni finanziarie.

Infatti le obbligazioni subordinate sono strumenti ibridi di patrimonializzazione, che consentono cioè di incrementare il patrimonio, sino a quel momento insufficiente, della banca per rendere possibile l’operazione. In caso di liquidazione della banca emittente, questi titoli saranno rimborsati (nel 2018) solo dopo che saranno stati soddisfatti tutti gli altri creditori non ugualmente subordinati dell’emittente, non verranno rimborsati in casi di riduzione del capitale sociale al di sotto di quello minimo previsto per l’esercizio dell’attività bancaria; inoltre, la duration di 10 anni che rafforza l’esposizione al rischio di mancato o differito rimborso, in connessione al deterioramento delle condizioni finanziarie e patrimoniali della banca e la circostanza che il pagamento semestrale degli interessi può essere sospeso, come in effetti è avvenuto in più di una circostanza recentemente, anche dietro “consiglio” della Commissione Ue, attestano la rischiosità di questi strumenti.

Il Monte dunque ha rastrellato risorse presso la clientela per finanziare parte dell’operazione. L’operazione è stata finanziata, inoltre con un gravoso aumento di capitale, pari a 3 miliardi di euro, sostenuto in primis dalla stessa Fondazione che, per evitare di diluire la propria strategica partecipazione azionaria nella banca, si è dovuta indebitare con un gruppo di banche italiane ed estere, mettendo in pegno le proprie azioni nel Monte. La banca non può che essere senese e dei senesi.

Ben presto si è scoperto che Antonveneta aveva enormi buchi rappresentati principalmente dalle sofferenze, crediti di oramai dubbia esigibilità, che hanno comportato perdite che il Monte ha dovuto accollarsi. Quindi alla fine della fiera Banca Antonveneta è costata la bellezza di 18 miliardi. Lo si evince anche dai bonifici verso l’estero di svariati miliardi, uno di questi verso Abn Amro, un altro verso Santander, rilevati nel corso dell’inchiesta condotta dalla Procura di Siena, che secondo gli inquirenti celerebbero delle tangenti. Si è scoperto anche che Monte dei Paschi sarebbe stato finanziato anche da Santander, il venditore, per poter poi acquistare Antonveneta. Peccato che il gip di Siena abbia negato ai pubblici ministeri l’autorizzazione ad intercettare quasi tutte le conversazioni tra Vigni, Mussari ed i politici.

L’acquisto di Antonveneta, l’ennesimo flop non è stato incolpevole, non solo per l’omessa due diligence. Mussari e gli altri erano già a conoscenza delle difficoltà della banca veneta oltre che dell’esagerato controvalore. Il presidente fu avvisato con email da un dirigente dei rischi dell’operazione, dai buchi di bilancio sino alle conseguenze nefaste dell’acquisto per la stabilità del Monte. Mail che è conservata agli atti del processo che si sta svolgendo a Siena e che è una delle prove delle responsabilità dell’ex presidente dell’Abi. E dire che gli unici ad aver creduto nella bontà e nella fattibilità finanziaria dell’operazione, con successivi ritorni per l’acquirente, furono alcuni quotidiani in quota ai Ds, primo su tutti “Repubblica”, che sposa la tesi del presidente della banca, mentre paradossalmente i quotidiani vicini al centrodestra, come “Libero” ed “Il Giornale” avvertono sui rischi dell’acquisizione, troppo onerosa per il Monte e che avrebbe avuto conseguenze di diluizione del valore del titolo della banca e dunque della stessa partecipazione della Fondazione. Parole sacrosante, anche se piuttosto scontate, ed in effetti l’acquisto di Antonveneta non portò alcun beneficio al patrimonio della banca, tutt’altro. L’eccessivo impegno finanziario richiesto dall’acquisto di Antonveneta, del tutto spropositato rispetto al suo valore reale, in uno al generale contesto macroeconomico, a crisi già iniziata, ebbero quale conseguenza quella di diminuire il patrimonio netto della banca e la sua proverbiale solidità. Di conseguenza anche il rating della banca e dei suoi titoli incominciarono un lento declino, sino ai giorni nostri.

Nel 2010 Mussari ha elargito 100.000 euro al Pd, ed il suo vice dell'epoca, Rabizzi, 75.000,00, le più alte donazioni da persone fisiche del 2010, attestate e certificate dal bilancio del partito. I guai per la banca sono partiti però anche prima dell’acquisto di Antonveneta, dal 1995, anno di effettiva privatizzazione: negli ultimi anni, anche prima dell'acquisto di Antonveneta, la banca ha celato perdite di bilancio, ricorrendo a complessi strumenti derivati offerti a peso d'oro da altre banche (Deutsche Bank, Nomura etc) per abbellire lo stesso agli occhi degli analisti e di Banca d'Italia.

Oggi la banca ha cambiatomanagement, con Alessandro Profumo come presidente, designato direttamente dalla Fondazione, già presidente di Unicredit, che contribuì ad affossare e ciononostante meritandosi una buonuscita di ben 42 miliardi di euro, ed il bocconiano Fabrizio Viola come direttore generale e amministratore delegato, proveniente dal Credem. I due manager arrivano in una banca distrutta, distrutta dagli scandali e dai processi penali, con l’obiettivo di rimetterla in sesto anche a dispetto della Fondazione, che rimane pur sempre lo scomodo ed ingombrante azionista di riferimento. Il tandem (Profumo-Viola) naviga a vista nella nebbia senese, nel difficile tentativo di tenere insieme gli obiettivi di risanamento della banca e di salvaguardia, per quanto possibile, degli interessi dei principali stakeholder che rimangono ancora (per poco) gli enti locali con il loro carico di clientele e di famelici personaggi politici. Un piano industriale che prevede 8.500 esuberi, con personale da accompagnare alla pensione con gli esodi non più incentivati, anzi con penalizzazioni al momento pari al 15% dello stipendio per cinque anni, sino al raggiungimento dell’età pensionistica. Gli oneri dell’esodo sono sostenuti dai più giovani colleghi in servizio, tramite un accordo di solidarietà, concluso il 19 dicembre 2012, della durata di tre anni (dal 2013 al 2015) che ha previsto l’azzeramento di molte condizioni economiche e normative favorevoli al personale, sei giorni all’anno di “assenza solidale”, astensioni obbligatorie dal lavoro non retribuite – e solo parzialmente compensate da un fondo di solidarietà, anch’esso finanziato dai dipendenti – e, rinuncia ancor più grave, la “donazione” all’azienda per tre anni del 23,5% dell’indennità di fine rapporto di ogni dipendente. Inoltre è stata decisa, con la complicità della maggior parte delle sigle sindacali – con le lodevoli eccezioni di Fisac Cgil, Dircredito, Sinfulb e Unisin – l’esternalizzazione di quasi 1.100 dipendenti del back office di più punti d’Italia con conferimento di ramo d’azienda alla newco Fruendo srl, appena 5.000 euro di capitale versato, partecipata da Bassilichi, partner ormai storico del Monte dei Paschi, ed Accenture Global Services. Molti dipendenti hanno già conferito mandato legale per impugnare la cessione. Sono lavoratori meno tutelati, di fatto, nonostante l’estensione del contratto collettivo del credito.

La banca ha comunicato che nel 2013 l’esercizio si è chiuso con un passivo di 1,43 miliardi di euro, inferiore al passivo del 2012, pari a 3,2 miliardi. A breve dovrebbe realizzarsi un aumento di capitale per 3 miliardi, richiesto fortemente dall’Ue, che, se portato a compimento, consentirà di rimborsare con anticipo i 4.1 miliardi di Monti bond, il prestito oneroso concesso dallo Stato alla banca per salvarla dal fallimento. Il prestito è stato autorizzato dalla Commissione Ue che ha tuttavia posto una serie di paletti, tra cui quello del contenimento delle retribuzioni dei manager (dimenticato invece dai governi Monti e Letta) e da ultimo, ammonendo che nel caso in cui la banca non fosse nelle condizioni di pagare gli interessi semestrali dei Monti bond, sarebbe necessario effettuare ulteriori tagli alle spese, a partire dal personale. Lo Stato, sottoscrittore dei Monti bond, che sono prestiti obbligazionari convertibili in azioni in caso di mancato pagamento degli intressi semestrali, e dunque in partecipazione diretta dello Stato nell'azionariato della banca, non intende procedere alla sua nazionalizzazione, preferendo invece che la soluzione la offrano i "mercati".


Anche Semeraro è un nome noto:

https://www.google.it/#q=%22Giovanni+Semeraro%22+121

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Avvelenamento colposo: per Giovanni Semeraro due anni e sei mesi di reclusione
Nel processo "Studium 2000" accordata la sospensione della pena, condizionata alla bonifica e al risarcimento delle parti civili. Lo ha stabilito il giudice Silvia Minerva. Il procuratore Ennio Cillo nella requisitoria: "Colpa cosciente con permanenza"

Andrea Morrone
28 novembre 2013 19:39

LECCE – Giovanni Semeraro, storico ex patron del Lecce calcio, è colpevole del reato di “avvelenamento colposo della falda acquifera sottostante il cantiere dell'Università del Salento e inadeguata attività di messa in sicurezza e caratterizzazione dei luoghi contaminati”

L’imprenditore salentino, imputato nell'ambito del processo scaturito dall'inchiesta “Studium 2000”, il complesso universitario che sta nascendo alle porte di Lecce, è stato condannato a 2 anni e sei mesi di reclusione. A Semeraro è stata riconosciuta la sospensione della pena, condizionata alla bonifica e al ripristino dei luoghi e al risarcimento delle parti civili. Nei confronti dei coniugi Fiorentino, assistiti dall'avvocato Giuseppe Bonsegna, è stata riconosciuta una provvisionale di 100mila euro, 35mila per l’Università, 15mila per la Regione, 5mila per il Codacons e Legambiente. La sentenza è stata emessa poco dopo le 19 dal giudice Silvia Minerva.

Il giudice ha anche disposto l'invio degli atti alla Procura per valutare l'ipotesi di reato di getto pericoloso di cose per lo stesso Semeraro e di omissione d'atti di ufficio per il sindaco di Lecce, il dirigente dell'ufficio Ambiente del Comune di Lecce e i dirigenti del servizio Gestione rifiuti e bonifica della Regione Puglia.

L’area è risultata contaminata da idrocarburi pesanti il cui tenore supera i limiti previsti dalla normativa vigente. L’ipotesi è che la causa della contaminazione del suolo sia in qualche modo collegata al fatto che il terreno è adiacente all’ex deposito di carburanti Apisem, già dismesso nel 1997, di proprietà della “RG Semeraro”, sito in corrispondenza tra la via Vecchia Surbo e via Taranto, alla periferia nord del capoluogo salentino. A questo processo era stato unito anche un altro precedente, per le stesse ipotesi di reato, nato dalle denunce presentate dai proprietari di un’abitazione adiacente all’ex deposito, i coniugi Fiorentino, che da anni convivono con gli odori nauseabondi provenienti dalla zona circostante e l’inquinamento dei pozzi.

studium-2-6A dare avvio alle indagini, nell'ottobre del 2010, era stato l’esposto presentato (dopo quello dei coniugi Fiorentino) da alcuni residenti della zona che lamentavano la presenza di odori nauseabondi provenienti proprio dal cantiere dell'Università. Nel cantiere, che ha un valore commerciale di circa sei milioni di euro, stanno nascendo corpi di fabbrica destinati a biblioteche, aule, centro servizi e museo archeologico dell’Università, con fondi Cipe del 2004. Un piccolo gioiello architettonico che dovrebbe rappresentare il fiore all’occhiello dell’Università del Salento.

I consulenti nominati dalla Procura, il chimico Mauro Sanna e il geologo Bruno Grego, che nella loro relazione hanno avvalorato l'ipotesi che la causa della contaminazione del suolo sia da attribuire all'ex deposito di carburanti. I consulenti ipotizzano, attraverso i riscontri delle analisi di 26 campionamenti eseguiti tra il cantiere, l'ex deposito e la Torre di Belloluogo, che la contaminazione si stia propagando alle aree circostanti, poiché le misure adottate dalla proprietà per la messa in sicurezza, “non sarebbero riuscite a rimuovere o isolare le fonti di contaminazione responsabili dell'inquinamento delle acque sotterranee". In particolare, come ha evidenziato il professor Sanna, in alcuni punti i valori di contaminazione sono di migliaia di volte superiori ai parametri consentiti. Un piano di messa in sicurezza e caratterizzazione che la proprietà, però, aveva concordato con la Provincia e la Regione. L’intero complesso è stato sottoposto a sequestro preventivo dai carabinieri del Noe di Lecce, e poi dissequestrato.

L’accusa, rappresentata dal procuratore aggiunto Ennio Cillo, ha evidenziato come vi sia “una colpa cosciente con permanenza”. “Se si fosse intervenuti nel 1998 (subito dopo la dismissione del deposito) – ha spiegato il pubblico ministero nella sua requisitoria – non vi sarebbe stato inquinamento”. L’accusa aveva chiesto una condanna a tre anni di reclusione.


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Giovanni Semeraro
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Giovanni Semeraro (...) è un imprenditore e dirigente sportivo italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]
A soli 28 anni fu nominato componente del consiglio d'amministrazione della Banca del Salento. Due anni più tardi, in seguito ad uno scandalo interno alla banca, Semeraro fu eletto amministratore delegato e attuò un piano di rilancio della banca, acquistando anche le quote della Banca Venturi. Semeraro rimase azionista di maggioranza della banca, divenuta poi Banca 121, fino all'acquisizione da parte del gruppo Monte dei Paschi di Siena.

Nel 1994 acquistò la squadra di calcio del Lecce, ormai destinata alla retrocessione in Serie C1, e ne affidò la presidenza a Mario Moroni. Con il suo patronato la squadra ritrovò in sole due stagioni la massima serie. Nella stagione 2005-2006, in seguito ad una violenta contestazione dei tifosi, decise di mettere in vendita la società, ma nella stagione successiva tornò sui suoi passi e assunse personalmente il ruolo di presidente (che dal 2002 era ricoperto dal figlio Quirico Semeraro). Tale carica la ricoprirà fino al 30 giugno 2010, quando ricederà ancora una volta la poltrona di Presidente, questa volta però all'altro figlio Pierandrea.

Attualmente, oltre all'impegno nel mondo del calcio, presiede un gruppo con ramificazioni che vanno dalla sanità, con le strutture ospedaliere Villa Bianca a Lecce, Salus a Brindisi, Santa Maria a Bari; all'agricoltura, con la produzione vitivinicola; al turismo, con le strutture ricettive Kalèkora; alla cinematografia, con la società Man'è; alla produzione di gommoni, con il marchio Pirelli.

Nel 1994 diede vita alla Fondazione Semeraro, un'organizzazione no profit attiva nella cultura e nel sociale.

Nel 2008 entra con un capitale del 15% nella società SB Soft S.r.l. (www.sbsoft.it) azienda Microsoft Gold Certified Partner con la società R&G Semeraro S.p.A. Oggi SB Soft S.r.l. è una delle realtà più attive nel mondo dell'Information Technology nel Sud Italia.

Il 23 maggio 2011 in conferenza stampa annuncia la propria intenzione di cedere l'U.S. Lecce e il conseguente totale disimpegno della sua famiglia dal mondo del calcio. Il 5 luglio 2011, sky sport annuncia l'avvenuta cessione della società giallorossa di cui Giovanni Semeraro era presidente.

Predecessore Quirico Semeraro (2002-2005)
Presidente dell'US Lecce 2006-2010 Giovanni Semeraro
Successore Pierandrea Semeraro (30-06-2010)


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Ipotesi di truffa per Giovanni Semeraro della ex Banca 121
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Data: 26/03/2003 - Ora: 10:19
Categoria: Cronaca
Ipotesi di truffa quella che si profila per l'ex presidente della Banca 121 Giovanni Semeraro. La Procura di Lecce lo ha iscritto nel registro degli indagati per quanto riguarda la vicenda "My Way", una sorta di mutuo indicizzato anzichè un fondo di investimento come prometteva la banca. I casi di persone che son cascate nel raggiro sono molte, e la vicenda giudiziaria non si prspetta per nulla facile.


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MILIONI IN FUMO: BRUCIA E AFFONDA LO YATCH DI SEMERARO

Martedì 28 Giugno 2016 | Matteo Bottazzo | NEWS 11555 33
OTRANTO - E' colato a picco nella notte, lo yatch di 24 metri della compagna dell'ex Presidente del Lecce Giovanni Semeraro, che stava navigando al largo dei Laghi Alimini, a Otranto.

L'incendio, sviluppatosi nel pomeriggio di ieri per cause ancora da chiarire, ha divorato la lussuosa barca, mettendo in pericolo l'incolumità dei 2 membri dell'equipaggio e di un ospite della famiglia Semeraro, che sono stati comunque tutti tratti in salvo prima che a bordo la situazione precipitasse.

Spinte dal vento le fiamme sono divenute incontrollabili, ed hanno distrutto lo yatch, che nella tarda serata è colato a picco.

In queste ore si sta procedendo al recupero del natante, con moltissima attenzione per i 7mila litri di benzina depositati all'interno del vano carburante.


CONTINUA..
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Re: [DOSSIER n.24] Un link tira l'altro

Messaggioda sandropascucci » 2 ago 2016, 13:13

PROSEGUE..

Torniamo ai VIP di ARIANNA SIM:

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Fabrizio Neri : Presidente collegio sindacale
Barbara Ravalli: Sindaco Effettivo
Lorena Conti: Sindaco Effettivo
Anna Maria Restante: Sindaco Supplente
Roberto Mazzei: Sindaco Supplente


Come "Fabrizio Neri" qui ci sono un paio di omonimi, sicuramente:

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Vicenda Bcr-Asset Banca: interrogatori conclusi

FBTWGPLIMAGuardia di Finanza Guardia di Finanza venerdì 11 gennaio 2008Intanto però le indagini continuano a svilupparsi con nuove perquisizioni messe in campo dalla Guardia di Finanza.
Conclusi gli interrogatori di garanzia al Tribunale di Forlì. Gli ultimi, ad essere sentiti dal giudice per le indagini preliminari Rita Chierici, i tre indagati agli arresti domiciliari per ragioni di età: Vincenzo Dell’Aquila, presidente della Bcr, Gabriele Vignoletti consigliere della stessa banca e Arnaldo Corbara titolare della “Mareco Plastic” di Bertinoro, anche lui consigliere della Banca di Credito e Risparmio di Romagna. Nei giorni scorsi erano stati interrogati tutti gli indagati finiti in cella. I difensori dei 3 sammarinesi attendono ancora una risposta alla richiesta di scarcerazione per Stefano Venturini, Barbara Tabarrini e Stefano Ercolani. Il Presidente di Asset Banca viene considerato dagli inquirenti la “mano segreta” che muoveva tutte le maggiori attività dello sportello forlivese della Bcr. Accuse che i legali dell’indagato rispediscono al mittente. Sono confortato dalla consapevolezza, dichiara l’avvocato Alessandro Petrillo che riusciremo a dimostrare la completa correttezza e legittimità dei comportamenti dei nostri assistiti. E mi conforta l’idea, conclude, che alla lunga questa vicenda possa essere candidata ad una soluzione favorevole per Stefano Ercolani e Barbara Tabarrini.
Sono invece stati concessi i domiciliari a Tristano Zanelli, consigliere della Bcr che avrebbe affermato di avere lui stesso portato alla Asset Banca di San Marino più di 4 milioni in due anni, e al direttore generale della Banca di Credito e di Risparmio di Romagna Fabrizio Neri che avrebbe ammesso di essere stato a conoscenza dei fondi neri, ma di non averli mai personalmente trattati.
Intanto all’inchiesta “Re Nero” si aggiungono montagne di documenti, fatture, registri contabili e computer sequestrati dalla Guardia di Finanza nel corso di una quarantina di ispezioni in aziende e studi commerciali in Emilia Romagna, Marche, Toscana e Lazio. E si comincia anche a sapere di più sulla partenza dell’inchiesta. Tutto è cominciato nella scorsa primavera quando il signor G (queste le iniziali del suo nome), 43 anni, residente in Riviera, viene defenestrato da un giro di soldi in nero. Allora decide di andare alla polizia e rovescia una montagna di accuse su due banche. Tra la Banca di Credito e Risparmio di Romagna e Asset Banca di San Marino, dice il signor G – lui stesso indagato per riciclaggio - c’è un enorme giro di soldi sporchi. La procura di Forlì fa partire indagini e intercettazioni telefoniche. Tra gli indagati anche tre dipendenti di Asset banca. Secondo l’accusa erano loro a portare materialmente i soldi neri a San Marino.


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>
ATTIVITÀ BANCARIA ABUSIVA. GLI ARRESTATI NELL’INDAGINE RE NERO

CRONACASAN MARINO
5 gennaio 2008, 14:05

i sammarinesi Stefano Ercolani, 45 anni, presidente di Asset Banca; Barbara Tabarrini, 37 anni, direttore generale di Asset Banca; Stefano Venturini, 40 anni, che ricopre il duplice incarico di consigliere di di Asset Banca che della Banca di Credito e Risparmio di Romagna. Gli altri finiti in manette nell’inchiesta della procura di Forlì sono Tristano Zanelli, 62 anni, cesenate residente a Forlì, consigliere e presidente del comitato del credito della Banca di Credito e Risparmio; Valerio Abbondanza, 47 anni, residente a Cesena, consigliere dell’istituto di credito forlivese; Stefano Galvani, 44 anni, residente a Rimini, presidente del collegio sindacale di Banca di Credito e Risparmio; Fabrizio Neri, 59 anni, di Forlì, direttore generale di Banca di Credito e Risparmio. Agli arresti domiciliari per motivi di età ci sono invece Arnaldo Corbara, 78 anni, residente a Bertinoro (Forlì-Cesena), presidente del consiglio di amministrazione e procuratore speciale di Banca di Credito e Risparmio; Gabriele Vignoletti, 70 anni, residente a Forlì e consigliere e procuratore speciale di Banca di credito e Risparmio e, infine, Vincenzo Dell’Aquila, 70 anni, di Forlì, presidente del consiglio di amministrazione di Banca di Credito e Risparmio di Romagna.
(ANSA)


Ma qui no: http://www.assofiduciaria.it/documenti/ ... s.p.a..htm

MA VISTO CHI C'E'?!? il NOSTRO FERRO-LUZZI!!

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>
Bankitalia S.p.A. non è una S.p.A. - Dio lo vole!!
(di Sandro Pascucci - http://www.signoraggio.com&#41;

parte I e parte II
http://www.signoraggio.com/signoraggio_diolovole.html


E guardate che vi trovo in Rete..
Il CV del nostro compianto!

>
>
PROF. PAOLO FERRO - LUZZI, “CURRICULUM”.
Nato a Roma il 14 maggio 1937; Codice Fiscale FRR PLA 37E14 H501G.
Laureato in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Roma, La Sapienza, col massimo dei voti e la lode.
Dal 1 novembre 1984 ordinario di Diritto Bancario presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Roma - La Sapienza.
Avvocato cassazionista, con Studio in Roma, Via Condotti n. 91.
Dal 4 novembre 1987 al 28 ottobre 1994 Presidente della BNL Vita, s.p.a.;
dal 29 ottobre 1994 Vice-Presidente della medesima società; dal 27 giugno 1997 nominato Consigliere; dal 10 novembre 1997 al 14 dicembre 2000 Vice Presidente.
Dal 15 luglio 1993 al 20 giugno 1994 Consigliere di Amministrazione dell’IRI.
Dal 15 novembre 1994 al 22 gennaio 1996 Presidente del Consiglio di Amministrazione della Cassa per il Credito alle Imprese Artigiane S.p.A. - Artigiancassa, e dal 24 luglio 1998 al 2 giugno 1999 rinominato Presidente della medesima società.
Dal 9 settembre 1993 Presidente del Consiglio di Amministrazione della Società Servizio Italia.
Dal 1 aprile 1996 all’11 dicembre 2000 Presidente del Consiglio di Amministrazione della B.N.L. Fiduciaria Gestioni Sim p.a.
Dal 30 luglio 1996 al 7 agosto 1997 Consigliere di Amministrazione del Banco di Napoli.
Dal 16 gennaio 1997 al 13 marzo 2000 Presidente del Consiglio di Amministrazione del Credito Fondiario e Industriale - Fonspa S.p.A.
Dal 28 gennaio 1997 al 7 aprile 1998 Consigliere di Amministrazione della GAN International.
Dall’8 ottobre 1997 al dicembre 2000 Consigliere di Amministrazione della Società Nuova Teatro Eliseo S.p.A.
Dal 27 luglio 1998 al 20 dicembre 1999 Presidente della Società BNL Gestioni SGR.
Da giugno 1999 a novembre 2001 Amministratore di Telecom Italia S.p.A..
Dal 13 dicembre 2001 al 20 aprile 2009 Consigliere di Amministrazione della
Società BNL Fondi Immobiliari SGR p.A. (ora BNP Paribas Real Estate Investment Management Italy Società di Gestione del Risparmio p. A.).
Dal 30 maggio 2002 al 30 dicembre 2002 Presidente della Società Fondiaria Assicurazioni S.p.A..
Dal 19 giugno 2002 al 28 febbraio 2003 Presidente della Società Milano Assicurazioni.
Dal 30 dicembre 2002 al 14 febbraio 2003 Consigliere di Amministrazione della Società Fondiaria-Sai.
Dal 23 dicembre 2003 al 30 dicembre 2006 Presidente del Consiglio di amministrazione della Società BCC Private Equity - Società di Gestione del Risparmio p.a..
Dal 1 aprile 2007 nominato Consigliere del Consiglio di sorveglianza di UBI Banca.
Dal 27 maggio 2008 nominato Presidente di Banknord GE.PA.FI. SIM S.p.A. che cessa come società il 31.12.2010;
dal 1.1.2010 Presidente del Consiglio di Amministrazione della nuova società Banknord Società di Intermediazione Mobiliare spa.
Dal 23 aprile 2009 nominato Presidente del Consiglio di Amministrazione della Pirelli & C. Real Estate Società di Gestione del Risparmio S.p.A..

Prof. Paolo Ferro – Luzzi
02.03.2010


E il figlio ovviamente non è da meno:

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>
FEDERICO
FERRO-LUZZI

RUOLO: CONSIGLIERE
Laureato in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”.

Dal gennaio 1998 è iscritto all'Albo degli Avvocati presso il Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Roma. Dal marzo 1999 al dicembre 2002 è consulente dell'Assonime (Associazione fra le Società ltaliane per azioni). Dal novembre 2001, professore di II fascia, titolare della cattedra di Diritto privato presso la Facoltà di Economia dell'Università degli Studi di Sassari e dal 2003, componente dal GAV della Facoltà di Economia dell'Università degli Studi di Sassari.

Nel 2003, membro della Commissione per la formulazione di una proposta di legge delega per la riforma delle persone giuridiche e delle associazioni non riconosciute disciplinate nel libro 1 del codice civile. Commissione costituita dalla Fondazione Giuseppe Orlando.

Dal 2005 al 2011, docente della scuola di Specializzazione per le Professioni Legali della Facoltà di Giurisprudenza dell'Università La Sapienza di Roma.
Dal 2008, componente della "Scuola di Dottorato in Diritto ed Economia dei sistemi produttivi", presso l’Università degli Studi di Sassari e dal giugno 2009, professore ordinario, assegnatario della cattedra di Diritto privato presso la Facoltà di Economia dell'Università degli Studi di Sassari.

Dal 2009 nominato da Banca d'ltalia componente del Collegio di Roma dell'Organo decidente dell'Arbitro Bancario Finanziario (ABF), sistema di risoluzione stragiudiziale delle controversie in materia di operazioni e servizi bancari e finanziari istituito ai sensi dell'art. 128-bis del Testa Unico Bancario.


>
>
Saipem, i nomi Assogestioni
per il rinnovo delle cariche
La lista dovrebbe essere consegnata in queste ore e, salvo colpi di scena, vede confermato il presidente del collegio sindacale mentre dovrebbe cambiare la squadra proposta dai gestori per il consiglio di amministrazione: i nomi sono Guido Guzzetti, Nicla Picchi e Federico Ferro-Luzzi
di VITTORIA PULEDDA
Lo leggo dopo
Saipem, i nomi Assogestioni per il rinnovo delle cariche
TAG rinnovi cda, cariche, Saipem
MILANO - Salvo colpi di scena, la lista dei candidati Assogestioni per il rinnovo delle cariche nella Saipem prevede una sola conferma e il rinnovamento complessivo della squadra. La consegna dei nomi dei professionisti indicati dal Comitato gestori, come rappresentanti indipendenti del mercato, dovrebbe avvenire in giornata e vede appunto la ricandidatura del presidente del collegio sindacale, Mario Busso. Per quanto riguarda invece le tre indicazioni per il consiglio di amministrazione vengono proposti Guido Guzzetti, Nicla Picchi e Federico Ferro-Luzzi.

Guzzetti, omonimo ma non parente del più noto Giuseppe, è tra l'altro consigliere indipendente di Astaldi mentre Nicla Picchi, avvocato dello studio legale Picchi e associati, ha ricoperto spesso la carica di presidente dell'organismo di vigilanza di società quotate, tra cui Sabaf, Gefran e Unicredit banca. Infine Federico Ferro-Luzzi, figlio del famoso giurista Paolo, è a sua volta titolare della cattedra di Diritto Privato a Sassari ed esperto di questioni giudiriche.
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Re: [DOSSIER n.24] Un link tira l'altro

Messaggioda sandropascucci » 2 ago 2016, 13:18

CONCLUSIONI: Bankitalia SPA
(scusa FerLuz ma è una SPA, dai, stàcce..)
fornisce nullaosta e poi li ritira alla bisogna alla chiunque.
Alla CHIUNQUE serva IGB.

In ogni consiglio di amministrazione siede un potenziale indagato per frode.
Se si entrasse in una qualunque società per azioni, a caso, e si ARRESTASSERO 2 o 3 membri - A CASO - del CDA stesso..
beh.. DIFFICILMENTE ci si dovrà preoccupare di trovare delle scuse da porre loro perché scopertesicivibimini INNOCENTI ed ESTRANEI al fatto.
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Re: [DOSSIER n.24] Un link tira l'altro

Messaggioda sandropascucci » 2 ago 2016, 13:56

ooppss!

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La “tranquillità” del dipendente
I pronti contro termine sono garantiti dall’affidabilità di chi stipula il contratto. I Bot, invece, sono emessi dallo Stato

A CURA DI GLAUCO MAGGI
B
K
P
Ex dipendente Italgas, posseggo alcune azioni Eni custodite su un conto fiduciario presso la Arianna Sim a Roma. Ho un libretto postale Posta Smart con circa 30.000 euro con interesse dello 0,30%. Mi è stato consigliato di investire su Pronti contro Termine (Ptc) a 3 o 6 mesi, per 10mila o 20mila euro, per avere un rendimento più alto, il 2 % lordo. Mi hanno detto che si usa questo strumento quando si hanno a disposizione grandi cifre e si intende “parcheggiare” a breve termine la liquidità. Mi può spiegare che cosa sono i Ptc? Sono sicuri?
Anna G.

prosegue su: http://www.lastampa.it/2016/04/04/econo ... agina.html
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Re: [DOSSIER n.24] Un link tira l'altro

Messaggioda sandropascucci » 2 ago 2016, 14:07

il famoso GRUPPODELTA: http://www.gruppo-delta.it/html/lesocieta.htm

delta01.JPG
delta02.JPG


Tutte in Via Cairoli, 8/F 40121 BOLOGNA ??
Tutte in liquidazione?
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Re: [DOSSIER n.24] Un link tira l'altro

Messaggioda sandropascucci » 3 ago 2016, 9:22

Non ho la televisione [- maddai?! E come fai? - No, come fai tu, idiota!]
ma ascolto sempre la radio e proprio in questi giorni (su Radio24, che ascolto per lo stesso motivo per cui sono abbonato a Bankitalia SPA) c’è un dibattito sui mega licenziamenti nella Merloni (o ex Merloni).

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>
“L'odissea della ex Merloni continua: J.P. licenzia 400 addettiL'odissea della ex Merloni continua: J.P. licenzia 400 addetti
Lo stabilimento della Jp Industries a Fabriano (ansa)
Pea il calo del mercato degli elettrodomestici del 'bianco' e il contenzioso con banche. Sindacati sotto shock. Il sindaco di Fabriano, Giancalro Sagramola chiede l'intervento del governo
30 luglio 2016
MILANO - La J. P. Industries avvia la procedura di mobilità per 400 dei 684 dipendenti ex Merloni assunti fra Marche e Umbria, e Fabriano ripiomba nell'incubo di una crisi che sembra non finire mai. Una sorpresa anche per i sindacati e per il sindaco Giancarlo Sagramola, benché il piano industriale della J.P., fondata nel 2012 da Giovanni Porcarelli sulle ceneri dell'ex Antonio Merloni, il più grande contoterzista di elettrodomestici nell'Europa ante-crisi (3.200 addetti nei tempi d'oro), non sia mai di fatto decollato.
Nella comunicazione trasmessa ai ministeri del Lavoro e dello Sviluppo economico e alle parti sociali, Porcarelli addita gli strascichi del contenzioso promosso dalle banche creditrici dell'ex Merloni e le "mutate condizioni del mercato" del 'bianco' come principali cause del forfait. Ma per la Fiom e la Fim "non si possono scaricare sui lavoratori" partite che devono essere giocate su altri tavoli. E anche il sindaco sollecita "un intervento urgente del Mise" e della Regione.
Contro la vendita della Merloni (Ardo) in amministrazione straordinaria avevano fatto ricorso otto banche (da Mps e Unicredit a Veneto Banca), che tutte insieme vantavano crediti per 170 milioni di euro. Troppo basso, sostenevano, il prezzo di acquisto da parte della J.P. - 12,2 mln invece dei 54 stimati - e sia il Tribunale di Ancona sia la corte d'Appello avevano dato ragione agli istituti di credito. La Cassazione però ha ribaltato la sentenza, e per l'azienda si è aperta la strada di una transazione con le banche, rimasta tuttavia sulla carta.
Per J. P. i rubinetti del credito non si sono mai aperti, e, afferma oggi Porcarelli, non potendo far ricorso "a risorse finanziarie provenienti dal mondo bancario", sono saltati "gli investimenti programmati" e sono cresciute le difficoltà nell'instaurare "rapporti duraturi con clienti e fornitori".
La crisi del mercato di settore, il "mutamento della domanda" hanno fatto il resto, sostiene l'azienda. Tanto che dal 2012 a oggi, "ci sono sempre stati in media 480 lavoratori in Cigs". Nessun segnale di ripresa all'orizzonte, ma anzi una situazione "definitiva e strutturale" che rende indispensabile una ristrutturazione con riduzione del personale.
A Fabriano gli esuberi dichiarati sono 390 fra gli operai e 10 fra i quadri e gli impiegati. Proprio mentre quando, dopo sei anni di attesa, l'Accordo di programma per la reindustrializzazione delle aree di Marche e Umbria colpite dalla crisi dell'ex Merloni stava per diventare operativo, con 26 milioni di euro a disposizione delle due regioni.”


Il famoso gruppo DELTA si compone di varie unità. Ne abbiamo mostrato una parte nella grafica precedente. Se chiediamo alla Rete di chi sono quei domini riceviamo risposte interessanti.

Il primo dominio “adelesistemi.com” è dell’amministratore Alessandro Angelini con sede in Bologna Via Boldrini, 20.

delta04.JPG


Dalla foto non è una sede molto appariscente. A pochi metri, letteralmente dietro l’angolo, c’è la sede del gruppo DELTA in persona.

delta03.jpg


Anche qui sono un po’ deluso (vedi foto). Mi aspettavo qualcosa in più, devo dire. Il dott. Angelini, infatti, dice in un simpatico libretto che:

>
>
“Alessandro Angelini, Amministratore di Adale Sistemi - la società che gestisce i sistemi informativi di tutte le realtà del Gruppo - conferma il trend positivo dell’azienda. “Gruppo Delta è una struttura in continua crescita, i cui risultati sono sempre stati superiori rispetto ai piani; siamo una realtà molto giovane ma già ben consolidata”. Con l’obiettivo di dotarsi di un’infrastruttura adeguata ad una realtà distribuita, Adale Sistemi ha sviluppato una rete informatica adatta a supportare il business sia sulla sede che presso i punti periferici, contemporaneamente alla fondazione del gruppo. “La principale esigenza era creare una rete in grado di assecondare la crescita della nostra struttura, che ha visto sorgere numerose filiali nei primi 2 anni di vita”. Una infrastruttura affidabile anche per la telefonia, che per una società finanziaria a stretto contatto con i clienti è più che vitale. “La nostra forza vendita ha la necessità di essere reperibile continuamente, per rispondere alle proposte di contratti dei concessionari che, lavorando con altre strutture analoghe alla nostra, in caso di indisponibilità passano rapidamente la pratica ai nostri concorrenti”.”

Fonte: http://www.cisco.com/web/IT/local_offic ... _delta.pdf

Vediamo altro sul gruppo Delta:

>
>
RETE PLUS DEL GRUPPO DELTA LANCIA LA DISTRIBUZIONE FINANZIARIA INDIPENDENTE
11/30/2008 BANKNOSIE.COM 4 COMMENTI
Dal prossimo anno Rete Plus, società del Gruppo Delta specializzata nell’offerta di finanziamenti personalizzabili rivolti a famiglie e aziende, offrirà la possibilità di acquistare, presso le proprie filiali, non solo i prodotti finanziari del Gruppo, ma anche altri prodotti di Società terze con l’obiettivo di offrire ai propri clienti il miglior prodotto di cui necessita.
“Si tratta di una novità assoluta per quanto riguarda le società di emanazione finanziaria – spiega infatti l’Amministratore Delegato di Plusvalore Arnaldo Furlotti – che offre alle imprese interessate una rete estremamente qualificata e presente in tutto il territorio nazionale, per la commercializzazione di nuovi prodotti e servizi.”

Oltre alla vendita di prodotti esterni al Gruppo e a quelli Plusvalore in particolare, la distribuzione indipendente permetterà di allargare il business non solo, quindi, al prodotto finanziario classico, ma anche al prodotto assicurativo o a quello, per esempio, legato alla fornitura di energia, con proposte mirate per le famiglie. Reteplus è oggi, la Società di coordinamento delle rete commerciale di Plusvalore, che può contare su 141 Punti Plus estesi su tutto il territorio nazionale.

Plusvalore Spa è una Società di Credito al Consumo specializzata nell’offerta di prodotti finanziari rivolti a privati e aziende. Nasce nel 2000 come società captive del Gruppo Industriale Merloni per sostenere la vendita dei propri prodotti mediante l’erogazione di credito al consumo e la fornitura di servizi di assistenza post-vendita. Nel gennaio 2003 Plusvalore Spa viene acquisita da Delta Spa, società di partecipazioni fondata dalla Cassa di Risparmio di San Marino e da Estuari Srl, società formata da un gruppo di manager di consolidata e pluriennale esperienza nel settore del credito al consumo. Nell’ottobre 2004 il pacchetto azionario di PlusValore viene ceduto a River Holding Spa, sub-holding del comparto finanziario del Gruppo Delta, che attualmente detiene il 96,83% di Plusvalore mentre il restante 3,17% è posseduto dalla società Faber Factor S.p.A (Gruppo Industriale Merloni). Plusvalore è membro Assofin ed Assilea.


Certo non è stato un gran lancio..

>
>
Credito al consumo, oltre al finanziamento c’è di più
Di Dust giovedì 4 dicembre 2008
Credito al consumo

Un esperimento di distribuzione indipendente quello inaugurato dalla società Plusvalore, che metterà a disposizione di imprese e privati un pacchetto integrato di prodotti diversificabili. Rivolgendosi dunque alla società di credito al consumo oltre ad avvalersi dei canonici prodotti finanziari i clienti potranno acquistare, presso le filiali, anche altri prodotti di Società terze quali assicurazioni, fornitura di energia e quant’altro.

Così a partire dall’anno prossimo oltre alla vendita di prodotti esterni al Gruppo e a quelli Plusvalore in particolare, la distribuzione indipendente permetterà di allargare il business non solo, al prodotto finanziario classico, ma anche al prodotto assicurativo o a quello, per esempio, legato alla fornitura di energia, con proposte mirate per le famiglie.
“Si tratta di una novità assoluta per quanto riguarda le società di emanazione finanziaria – spiega infatti l’Amministratore Delegato di Plusvalore Arnaldo Furlotti - che offre alle imprese interessate una rete estremamente qualificata e presente in tutto il territorio nazionale, per la commercializzazione di nuovi prodotti e servizi.”

Reteplus è oggi, la Società di coordinamento delle rete commerciale di Plusvalore, che può contare su 141 Punti Plus estesi su tutto il territorio nazionale.

Identikit societario
Plusvalore Spa è una Società di Credito al Consumo specializzata nell'offerta di prodotti finanziari rivolti a privati e aziende. Nasce nel 2000 come società captive del Gruppo Industriale Merloni per sostenere la vendita dei propri prodotti mediante l’erogazione di credito al consumo e la fornitura di servizi di assistenza post-vendita. Nel gennaio 2003 Plusvalore Spa viene acquisita da Delta Spa, società di partecipazioni fondata dalla Cassa di Risparmio di San Marino e da Estuari Srl, società formata da un gruppo di manager di consolidata e pluriennale esperienza nel settore del credito al consumo. Nell’ottobre 2004 il pacchetto azionario di PlusValore viene ceduto a River Holding Spa, sub-holding del comparto finanziario del Gruppo Delta, che attualmente detiene il 96,83% di Plusvalore mentre il restante 3,17% è posseduto dalla società Faber Factor S.p.A (Gruppo Industriale Merloni). Plusvalore è membro Assofin ed Assilea. La Società ha sede a Bologna con capitale sociale, interamente versato, pari a 62.499.340,75 euro. www.plusvalore.it


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>
RETE PLUS DEL GRUPPO DELTA LANCIA LA DISTRIBUZIONE FINANZIARIA INDIPENDENTE
11/30/2008 BANKNOSIE.COM 4 COMMENTI
Dal prossimo anno Rete Plus, società del Gruppo Delta specializzata nell’offerta di finanziamenti personalizzabili rivolti a famiglie e aziende, offrirà la possibilità di acquistare, presso le proprie filiali, non solo i prodotti finanziari del Gruppo, ma anche altri prodotti di Società terze con l’obiettivo di offrire ai propri clienti il miglior prodotto di cui necessita.
“Si tratta di una novità assoluta per quanto riguarda le società di emanazione finanziaria – spiega infatti l’Amministratore Delegato di Plusvalore Arnaldo Furlotti – che offre alle imprese interessate una rete estremamente qualificata e presente in tutto il territorio nazionale, per la commercializzazione di nuovi prodotti e servizi.”

Oltre alla vendita di prodotti esterni al Gruppo e a quelli Plusvalore in particolare, la distribuzione indipendente permetterà di allargare il business non solo, quindi, al prodotto finanziario classico, ma anche al prodotto assicurativo o a quello, per esempio, legato alla fornitura di energia, con proposte mirate per le famiglie. Reteplus è oggi, la Società di coordinamento delle rete commerciale di Plusvalore, che può contare su 141 Punti Plus estesi su tutto il territorio nazionale.

Plusvalore Spa è una Società di Credito al Consumo specializzata nell’offerta di prodotti finanziari rivolti a privati e aziende. Nasce nel 2000 come società captive del Gruppo Industriale Merloni per sostenere la vendita dei propri prodotti mediante l’erogazione di credito al consumo e la fornitura di servizi di assistenza post-vendita. Nel gennaio 2003 Plusvalore Spa viene acquisita da Delta Spa, società di partecipazioni fondata dalla Cassa di Risparmio di San Marino e da Estuari Srl, società formata da un gruppo di manager di consolidata e pluriennale esperienza nel settore del credito al consumo. Nell’ottobre 2004 il pacchetto azionario di PlusValore viene ceduto a River Holding Spa, sub-holding del comparto finanziario del Gruppo Delta, che attualmente detiene il 96,83% di Plusvalore mentre il restante 3,17% è posseduto dalla società Faber Factor S.p.A (Gruppo Industriale Merloni). Plusvalore è membro Assofin ed Assilea.


(continua..)
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Re: [DOSSIER n.24] Un link tira l'altro

Messaggioda sandropascucci » 3 ago 2016, 9:27

nota tecnica:

!
captive
Dizionario di Economia e Finanza (2012)

captive Azienda che produce per un solo cliente e che, quindi, si può considerare ‘prigioniera’ di questo e delle sue decisioni. Di particolare rilievo sono le compagnie c., imprese di assicurazioni fondate con l’esclusivo compito di dare copertura assicurativa ai rischi dell’azienda madre o di un insieme di aziende appartenenti a un gruppo ‘genitore’. La compagnia c. è in senso stretto un’impresa il cui capitale è detenuto integralmente, o in larghissima prevalenza, dalla società madre; il rischio della perdita, dunque, ricade, sia pure indirettamente, a carico dell’impresa che controlla la captive. Per diminuire tale rischio, l’azienda c. può ricorrere alla riassicurazione (➔), mantenendo il duplice vantaggio di eliminare l’intermediazione assicurativa e di usufruire di eventuali arbitraggi fiscali per la disparità di trattamento con la società madre. Non è raro il caso di c. le quali, dopo un periodo di rodaggio, sfruttano le competenze acquisite e le relazioni dell’azienda da cui dipendono per estendere il proprio raggio d’azione. I nuovi clienti possono essere imprese appartenenti alla stessa filiera, oppure anche completamente estranee alle attività della casa madre. In questo modo l’impresa può sfruttare economie di scala e diversificare la rischiosità in capo al gruppo.
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Re: [DOSSIER n.24] Un link tira l'altro

Messaggioda sandropascucci » 3 ago 2016, 9:28

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Come distruggere una banca

Articolo di: Chiara Scattone

Chiara ScattoneIl 10 febbraio scorso è stata stabilita la prima sentenza dal Tribunale di Bologna in merito a uno dei 'filoni' dell'inchiesta 'Varano', che ha visto coinvolti gli amministratori e circa 800 dipendenti del Gruppo Delta di Bologna, insieme agli amministratori della Cassa di risparmio di San Marino. Dopo quasi otto anni, ovvero da quell'estate del 2008 in cui il magistrato di Forlì, Fabio Di Vizio, aveva dato avvio all'indagine contro il gruppo bancario bolognese reo, a suo dire, di essere il tramite italiano della banca sammarinese per effettuare operazioni di riciclaggio di denaro illecito, un giudice italiano ha espresso, finalmente, una decisione. L'indagine era scaturita dopo il sequestro di un furgone portavalori 'sospetto', che dalla filiale della Banca d'Italia di Forlì viaggiava alla volta della Repubblica di San Marino. Il carico del furgone portavalori era, secondo quanto ipotizzato dal Pm forlivese, frutto del riciclaggio e dell'evasione fiscale di cittadini italiani detentori di conti correnti nella Repubblica del Titano. Non solo: sempre secondo l'inchiesta del magistrato, quel furgone portavalori viaggiava senza le dovute autorizzazioni al trasporto valori e in violazione degli accordi internazionali. Insomma, secondo il dottor Di Vizio, quel furgone andava fermato e sequestrato e i suoi mandanti dovevano finire in galera. E in galera, infatti, alcuni degli amministratori della Cassa di risparmio di San Marino e i vertici di Delta, di cui la banca sammarinese era socia, ci sono effettivamente andati, su richiesta del Pm forlivese, nel maggio del 2009. Non prima, tuttavia, di una sentenza della Cassazione che smentiva le ipotesi addebitate a quel presunto trasporto illecito di denaro tra Italia e San Marino, ribadendo come tra i due Paesi vigesse un accordo bilaterale internazionale sottoscritto nell'ambito dell'unione monetaria, secondo il quale San Marino, non potendo emettere carta moneta e utilizzando quale valuta l'euro, deve necessariamente rifornirsi di contante dal primo Paese confinante. Essendo San Marino un'enclave italiana, il Paese confinante più vicino non poteva essere che l'Italia. Quindi, si trattava di normale amministrazione. E come tale era apparso a tutti, dal momento che dopo una prima interruzione dei transiti di portavalori tra Italia e San Marino, la stessa Banca d'Italia aveva sollecitato la magistratura affinché il regolare traffico proseguisse. Strano, inoltre, era apparso fin dall'inizio l'accanimento con il quale il magistrato di Forlì giudicasse illecito solo quel furgone portavalori e non tutti quegli altri che, quotidianamente e costantemente, percorrevano lo stesso identico percorso con il medesimo carico di denaro contante e con le medesime autorizzazioni. Il Pm, dunque, partiva dal sequestro di un furgone per ipotizzare un piano accusatorio molto più ampio e decisamente più corposo, date le decine di migliaia di pagine da lui scritte, trascritte, raccolte e fotocopiate. Nel suo impianto accusatorio, il magistrato individuava diversi reati penali, tra i quali l'associazione a delinquere finalizzata all'abusivismo bancario, il riciclaggio, l'evasione fiscale e l'ostacolo all'Attività di Vigilanza. Il Gruppo Delta venne pertanto coinvolto quasi subito nelle indagini, poiché ritenuto il "braccio italiano" della Cassa di risparmio di San Marino per mettere in pratica l'attività di riciclaggio del denaro frutto di evasione fiscale. Il gruppo bolognese si ritrovò così, nel maggio 2009, decapitato dei suoi amministratori e dei suoi soci di maggioranza contro cui la Banca d'Italia, dopo un'ispezione, emise anch'essa un provvedimento di sospensione delle autorizzazioni a detenere le partecipazioni. In tal modo, il gruppo passava, informalmente, nelle mani dei suoi soci di minoranza, la Sopaf, in quel momento in causa con gli altri soci per questioni di politiche interne. E la Banca d'Italia dispose immediatamente anche il commissariamento del Gruppo, con la nomina di tre commissari straordinari: Bruni Inzitari, Enzo Ortolan e Antonio Taverna. Il gruppo Delta, da quel momento in poi, iniziò il suo veloce declino verso un destino di liquidazione volontaria, licenziamenti collettivi e dismissione di tutte le sue attività e delle sue molteplici società. Non ci addentreremo oltre nel raccontare cosa sia successo al gruppo bolognese dal commissariamento a oggi e quali siano state le responsabilità e il coinvolgimento della Banca d'Italia nell'inchiesta della magistratura forlivese, perché non è quello che al momento ci preme ricordare. Tuttavia, ciò che è necessario constatare è come una 'scellerata' inchiesta della magistratura forlivese, protrattasi per quasi sei anni con danni economici, morali, personali ed erariali ingentissimi, non solo nei confronti degli amministratori ingiustamente arrestati e scarcerati dopo una sentenza a loro favorevole della Cassazione, ma anche contro tutti quei dipendenti e le loro famiglie che hanno perso il lavoro, si sia dimostrata una 'topica' clamorosa. Anche l'Italia ha perso moltissimo, sotto diversi aspetti. E infatti, la sentenza del Tribunale di Bologna, la prima mai emessa a tutt'oggi da un giudice sulla vicenda, ha dimostrato come l'impianto accusatorio del magistrato di Forlì non fosse affatto solido. Ma facciamo un passo indietro: il 12 febbraio 2015, il Tribunale di Forlì ha decretato, su richiesta degli avvocati difensori degli amministratori di Delta e della Cassa di risparmio di San Marino, la propria incompetenza territoriale a giudicare la questione e ha suddiviso i capi di accusa in due tronconi: uno legato ai soli reati attribuiti ai vertici della banca sammarinese, che è stato inviato al Tribunale di Rimini, per competenza territoriale; l'altro troncone, quello concernente i reati connessi direttamente al gruppo bancario Delta, è stato trasmesso al Tribunale di Bologna. Ed è proprio su una delle presunte irregolarità inviate a Bologna da Forlì, che il giudice Resta ha sancito per primo l'assoluzione per i reati ascritti, tra gli altri, a Paola Stanzani (amministratore delegato di Delta), Gilberto Ghiotti (presidente della Cassa di risparmio di San Marino), Andrea Magri (amministratore delegato di River Holding), Arnaldo Furlotti (amministratore delegato di Plusvalore) e Fabrizio Nannotti (amministratore delegato di Carifin). Il giudice bolognese ha dunque assolto tutti gli imputati per il reato di evasione fiscale, derivante dall'accusa di associazione a delinquere finalizzata all'abusivismo bancario. Difatti, secondo quanto si deduce dalla decisione disposta "il fatto non costituisce reato". L'impianto accusatorio contestava a Delta e ai suoi amministratori di aver costituito un'associazione a delinquere finalizzata all'attività abusiva del credito e, di conseguenza, di aver violato le norme tributarie legate agli sgravi fiscali previsti per i gruppi bancari. Probabilmente, il giudice bolognese, di cui conosceremo solo a maggio prossimo le motivazioni della sentenza da lui emessa, non ha ravvisato alcun reato di abusivismo bancario, dato che il gruppo Delta era regolarmente iscritto all'Albo dei gruppi bancari presso la Banca d'Italia, che ne aveva concesso l'autorizzazione. Delta, in sostanza, esercitava l'attività bancaria nel rispetto delle regole previste dalle norme e rispettava il pagamento delle imposte e delle aliquote previste dal suo status giuridico. Il giudice bolognese non solo non ha rinvenuto alcun illecito in questa pratica, assolvendo tutti gli imputati per non aver commesso nessun tipo di irregolarità, ma addirittura ha chiarito che il fatto contestato dall'accusa non costituisce reato. Attendiamo, ora, se mai ve ne saranno, le prossime sentenze del Tribunale di Bologna e di quello di Rimini. Anche se, da quanto è emerso in aula anche a Rimini, nel corso dell'udienza preliminare, tutto fa presupporre un nuovo trasferimento dell'indagine e una probabile prescrizione, ormai alle porte.


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Chiara Scattone - Ravenna - Mail - martedi 8 marzo 2016 10.37
Grazie Stefano per il tuo commento. In realtà l'ordinamento non prevede alcuna sanzione, anche perché per ora nessun giudice ha mai decretato l'incongruità e l'inconsistenza dell'inchiesta. Anzi, il GIP (stessa categoria di magistrati del PM inquirente) ha sempre sostenuto le tesi del Pm e quindi mandato avanti l'inchiesta con gli arresti, i rinvii a giudizio ecc. L'unica volta che il Tribunale di Forlì si è espresso, è stato quando il giudice (non il GIP) ha accolto le richieste di incompetenza territoriale. Non pagherà nessuno, se non le persone che sono state arrestate, a cui è stato tolto tutto (perfino la difesa da parte della propria azienda, ma è altra questione), i dipendenti e le loro famiglie. Il magistrato è stato trasferito in altra sede e continua la sua battaglia contro le banche usurarie ed è stato ammesso nel Board nazionale degli esperti di antiriciclaggio. Alla domanda posta da Paola Stanzani durante l'interrogatorio, in cui si chiedeva al magistrato cosa ne sarebbe stato dell'azienda e di tutti i suoi dipendenti, il Pm ha risposto di non possedere niente. Ecco. Fino a quando non si avrà una vera riforma della Giustizia, avremo sempre un magistrato inquirente che sarà giudicato dal GIP, ovvero da un collega, e che non potrà mai essere sottoposto a una vera "responsabilità civile" (come avviene per esempio per i medici). Un saluto

Stefano - Italia - Mail - lunedi 7 marzo 2016 11.55
Domanda: a che tipo di sanzione o provvedimento disciplinare da parte della magistratura è stato o verrà presumibilmente adottato nei confronti del magistrato (Di Vizio) che sembrerebbe abbia inopinatamente avviato un caso così manifestamente arbitrario e mirato, che ha poi generato la disgrazia di tali danni a tanti cittadini italiani? Almeno è stata avviata una azione di risarcimento per i soggetti colpiti da tale incapacità?


Furlotti è pure un po' scocciato:

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Fantini a Grasso (Dna)/2: “L’obiettivo dell’Italia era colpire la Cassa di Risparmio di San Marino”
16 ottobre 2010 Roberto Galullo
“La ringrazio se è riuscito a dedicare qualche minuto del suo prezioso tempo a questa lettura. Le invio poi un appunto dei fatti da leggere quando andrà in pensione e delibera della Corte di Cassazione”: si conclude così la lettera che Mario Fantini, ex ad della Cassa di Risparmio di San Marino scrive il 24 maggio al capo della Procura nazionale antimafia Piero Grasso che, di lì a poco, la spedirà alla Procura di Forlì (si veda il post di ieri).

Quelli che Fantini chiama “appunti” che Grasso, chissà perché, dovrebbe leggere in pensione e non nel corso dell’iter giudiziario, sono in realtà una lunghissima, corposa e dettagliatissima memoria (molte cose già note anche alla stampa) dove l’ex amministratore delegato di Carisp, di fatto, lancia un durissimo atto di accusa contro le indagini e la campagna di disinformazione della stampa (solo italiana, suppongo). E scrive di azioni combinate. Insomma, di una strategia chiara per attaccare (e annientare?) San Marino.

Un’altra cosa colpisce del memoriale: mai un’autocritica per il ruolo svolto e per eventuali errori o leggerezze commesse. Mai. Evidentemente la perfezione regna sul Titano. O forse sono io che non sono stato bravo a cogliere le autocritiche.

GESTO PREMEDITATO

Di gesti studiati e combinati Fantini – dopo una lunghissima digressione sugli incalcolabili danni a migliaia di persone e sulla platealità delle attività investigative e giudiziarie – comincia a parlare a pagina 4 del memoriale. “La Cassa di Risparmio di San Marino ha alle spalle un passato virtuoso – scrive Fantini – fino a questo momento non smentito dalle indagini, dirigenti incensurati e notoriamente stimati; tuttavia l’accusa di riciclaggio, sostenuta con grande sicurezza e avvalendosi, come cassa di risonanza, della stampa e dei media televisivi, si accompagna a reati gravissimi quali il traffico d’armi e di droga e adombra la presenza della malavita organizzata, provocando immediatamente un effetto di destabilizzazione non solo della Cassa, ma anche della partecipata italiana Delta.

Su quest’ ultima il danno è stato perverso ed irreversibile, come si è constatato e come era immaginabile. Tale rischio era stato segnalato anche alle autorità.

Banche, fornitori e clienti nei giorni successivi hanno in molti casi preferito ridurre o chiudere completamente il rapporto, per evitare interventi da parte delle autorità inquirenti ed altri disagi.

E’ presumibile che questa fosse l’aspettativa degli inquirenti, considerata anche la sinergia con la campagna svolta nei confronti dei cosiddetti paradisi fiscali”.

Eccolo l’atto d’accusa: lo Stato italiano fa la voce grossa contro i paradisi fiscali e la Procura di Forlì si adegua. Mah! Per carità, ci può stare tutto e rispetto il pensiero di Fantini anche se personalmente non ho mai creduto alla Spectre politico-giudiziaria e alle teorie complottarde che in Italia, sul punto, hanno ideologi che governano il Paese.

Dopo poche righe Fantini scrive che “l’iniziativa della Procura di Forlì, assecondata dal Gip, ma ancora ben lontana dall’ aver portato ad accertamenti giudiziali definitivi, è però stata sufficiente a segnare l’inizio di una tragedia che sconvolge uomini, aziende, la storia di San Marino ed i rapporti fra i due paesi. Verranno di fatto frantumati i rapporti contrattuali fra gli Stati e verrà ripristinata la dogana. Viene anche paventata l’intenzione di porre una barriera fisica fra i due paesi”.

L’OBIETTIVO E’ CHIARO: LA CASSA DI SAN MARINO

Scoperti il "mandante" (lo Stato italiano, meglio ancora il Governo) e l’"esecutore" (la Procura di Forlì), resta da scoprire il motivo dell’accanimento terapeutico contro uno Stato, San Marino, che fino al giorno prima era zona franca per le peggiori nefandezze di affaristi italiani e no di tutto il mondo.

E qui Fantini è categorico: “E’ evidente che l’obiettivo è la Cassa di San Marino – nessuna altra banca europea è stata trattata in questo modo - sulla quale si aprono tutti i possibili canali di indagine alla spasmodica ricerca di reati che vengono poi subdolamente e coloritamente descritti dalla stampa (ad es.: usura, appropriazione indebita, falso in bilancio, ecc..)”.

A parte il paragone europeo (con chi avrebbe dovuto prendersela, eventualmente, lo Stato italiano? Con le banche svizzere? Con quelle lussemburghesi? E perché? Per sport?) trovo, da giornalista serio quale sono, sbagliato cadere in un altro luogo comune: la stampa brutta e cattiva. Piaccia o no, la stampa fa il suo dovere. Punto. Può farlo bene o può farlo male. Ma dare per scontata la cattiva fede no, questo è inaccettabile.

UN MEZZO AUTOGOL?

Fantini scrive subito dopo una cosa interessantissima e in parte, a mio moedeto avviso, contraddittoria. “Nel frattempo la Cassa – scrive infatti l’ex amministratore delegato – è diventata, suo malgrado, l’unico sostegno finanziario del gruppo italiano Delta. Si tratta di un sacrificio che non solo non è stato compreso ed apprezzato, ma è diventato addirittura il pretesto per rafforzare una accusa che all’esame successivo della documentazione, appare in effetti già presente e radicata nell’indagine”.

Scrive Fantini “suo malgrado” e su questo punto, tra qualche giorno, rivelerò cose molto interessanti ma quel che mi preme sottolineare è: perché mai lo Stato italiano, come Tafazzi nello sketch del trio Aldo-Giovanni-Giacomo, avrebbe dovuto essere così autolesionistico da colpire fendenti alla Carisp e usare Delta per colpirla meglio? Un gesto suicida, visto che Delta, come sottolinea lo stesso Fantini, è (era?) un colosso con 900 dipendenti e 1.500 collaboratori in tutta Italia.

I dubbi che (ma, ripeto, posso sbagliare) non si trovano all’interno del memoriale di Fantini su eventuali leggerezze proprie o dell’Istituto bancario, vengono invece contestati alla magistratura italiana quando lo stesso Fantini scrive che “la Procura di Forlì muove accuse alla dirigenza di Carisp e Delta ostentando grande sicurezza e una assoluta assenza di dubbi circa i reati contestati, senza tenere conto che il reato stesso nasce da mere interpretazioni di norme e di fatti, fra l’altro difformi da quelle ritenute corrette dalle stesse autorità di vigilanza italiane per anni. Ne è una spia significativa la terminologia usata dall’accusa, che mette in luce una ripetitività ossessiva in contrapposizione alla gracilità e discutibilità dei contenuti”.

Beh, per il momento mi fermo qui. Proseguirò nelle prossime ore.

2.to be continued

r.galullo@ilsole24ore.com..


20 COMMENTI

galullo | 4 novembre 2010 alle 11:49

Ah Romano de Roma,
prima si presenti. Poi scriva. E discetti senza aggiungere nulla che già non si sappia.
Roberto Galullo (Romano de Roma)
Rispondi

Romano DeRoma | 4 novembre 2010 alle 9:54

Gentile dottor Galullo,
mi aspettavo una sua replica…la fara’ il suo giornale (magari tramite il suo collega Elli che dovrebbe essere addentro ai fatti di Delta) una bella inchiesta “without fear and without favour” (e’ una rubrica del Financial Times,come sapra’)? Scavera’ un po’ piu’ a fondo?
Vedremo…scommetto che aspettera’ qualche denuncia penale dell’operato dei commissari (ci siamo vicini, mi creda) e poi riferira’ sull’evoluzione dei fatti.
Giornalismo “postumo”?
Rispondi

Giovanni | 2 novembre 2010 alle 10:43

Gentile Galullo,
non ripeterò, storia, tecnicismi e commenti sull’operato dei commissari di Banca d’Italia, relativi alla vicenda Delta; vorrei solamente aggiungere una considerazione da Italiano, più che da ex agente del gruppo Delta, che stà lottando per non “mandare a casa” i suoi dipendenti.
Data, l’attuale crisi economica ed occupazionale del nostro Paese, non crede che non ci si doveva “permettere” di “buttare al vento”, i milioni di euro di tasse che, sia il gruppo Delta sia i suoi dipendenti e sia tutto l’indotto dei 1500 altri, versavano nelle casse erariali? Che anzi ora sono diventati un costo da sostenere dalla collettività. Mà prima anch’ora: ci si poteva “permettere” di “cancellare” le centinaia di posti di lavoro, così difficili da ritrovare?
Credo che, nel pieno rispetto delle leggi Italiane, si poteva fare molto di più per evitare tutto questo!
Mà anche stà volta a pagare….sono i soliti!
cordialità
Rispondi

Romano DeRoma | 29 ottobre 2010 alle 16:48

Gentile dottor Galullo,
io credo che la vicenda Delta sia da suddividere in due parti temporalmente e logicamente distinte.
Il primo punto e’ costituito dalle eventuali irregolarita’ nella gestione ante commissariamento Banca d’Italia.
Su questo sta indagando la magistratura ma va comunque segnalato (come stato fatto piu’ volte) che:
1) Banca d’Italia aveva sottoposto piu’ volte il Gruppo ad ispezioni e niente era saltato fuori (anzi aveva dato autorizzazione alla trasformazione in Gruppo bancario)
2) La societa’ di revisione (la stessa che non ha poi voluto certificare il bilancio 2009) non ha mai eccepito nulla da un punto di vista procedurale e di bilancio
3) Alla fine il commissariamento e’ stato deciso fondamentalmente sulla base del presupposto dell’illecito controllo da parte di banca estera (grazie a delle norme protezionistiche che continuano a sussistere e a limitare l’ingresso di banche straniere in Italia)
In un paese serio le responsabilita’ di BdI e di PWC forse non sarebbero passate troppo sotto silenzio…in un paese di stampo anglossassone (gli USA ad esempio) i soci avrebbero potuto citare la BdI in giudizio per danni. Purtroppo siamo in Italia.
Lasciamo da parte pero’ il passato e concentramoci sul secondo punto, cioe’ il dopo gestione commissariale.
Io vivamente esorto lei, il suo giornale e chiunque voglia fare del giornalismo di inchiesta serio in Italia ad approfondire cosa e’ stata finora e cosa continua ad essere la gestione commissariale in Delta (siamo a 18 mesi, ormai).
Elementi di riflessione e di potenziale censura ce ne sono a bizzeffe. A partire dai chiarissimi conflitti di interesse (quanto e’ costata la consulenza di PWC – gli stessi che facevano i revisori fino al 2009 – e cosa ha prodotto? Quanti incarichi hanno preso gli studi legali collegati – direttamente o indirettamente alla gestione commissariale?) per continuare con decisioni manageriali chiaramente (agli occhi dell’uomo comune ed in logica di protezione del valore degli asset azeindali) incomprensibili.
Se lei e i suoi colleghi giornalisti hanno voglia di approfondire penso che venga fuori una lista bella lunga di “stranezze”. E non e’ neanche tanto difficile perche’ di persone “informate sui fatti” che possono raccontarne di cose ce ne sono tante (ex dipendenti, professionisti, potenziali acquirenti di parti di azienda, persino attuali dipendenti ormai allo stremo da un punto di vista professionale e psicologico).
Forse e’ un’occasione per rendere l’Italia un po’ piu’ anglossassone e contribuire a migliorare le gestioni delle crisi in tante aziende italiane (di Bondi ce n’e uno solo?).
A presto.
Cordiali saluti.
Rispondi

Arnaldo Furlotti | 27 ottobre 2010 alle 18:13

Gent. Dott. Galullo,
essendo un ex dirigente del gruppo Delta, partecipe alle attività
aziendali sin dai tempi della sua costituzione, comprenderà che provi una
certa ritrosia a comparire ed esprimermi sull’argomento in ambienti
pubblici, pur virtuali che siano, a causa dell’immagine che certi media
hanno fornito di noi e che oramai si è negativamente consolidata
nell’immaginario collettivo.
Ho trovato tuttavia che il contraddittorio instaurato tra Lei e l’ex
collega Rinaldo Lupo abbia evidenziato un’apertura verso le nostre tesi,
così come verso le tesi di chi ci avversa, tale da poter fornire al
pubblico uno strumento propedeutico alla serena ricerca della verità.
Per tale ragione ho ritenuto di intervenire, ed anzitutto mi è lieto
ringraziare Lei per l’attenzione al caso Delta e per l’opportunità che ci
fornisce di esprimerci al riguardo, ed altresì ringraziare il sig. Lupo
per aver espresso con chiarezza concetti che condivido pienamente.
Gli aspetti che vorrei sintetizzare sono fondamentalmente questi:
– Delta ha agito nella piena legalità operando in un mercato nel quale sono presenti vari operatori con i quali il gruppo costantemente si misurava anche a livello di fondamentali di bilancio e le analisi fatte anche da advisor di livello assoluto sancivano che le performances erano ottime.
Si badi che Delta è stata affidata dai principali operatori del sistema bancario.
– permane da definire la legittimità del supposto controllo del gruppo
Delta da parte di un’istituto Sanmarinese, tuttavia è importante
sottolineare che questa situazione era stata palesata e da anni (anzi dalla nascita del gruppo nulla è stato occultato e ne abbiamo le prove ) alle
istituzioni di vigilanza, e conseguentemente nulla è stato fatto in modo
torbido.
– gli attori di questa vicenda stanno pagando prezzi più elevati di quelli
pagati da promotori di operazioni di comprovata origine truffaldina ( inutile fare nomi, li conosciamo tutti).
– alla società è stato negato un futuro, sebbene ci siano prove evidenti
che il mercato aveva esplicitato interesse e disponibilità alla stessa, o
quantomeno a comparti della medesima.
Questi sono fatti chiari e dimostrabili.
In conseguenza di tali fatti nascono supposizioni, che al momento attuale
non possono avere riscontro dimostrativo. Sarebbe quindi di estremo
interesse, oltre che doveroso nei confronti di coloro che hanno
ingiustamente pagato un prezzo altissimo, riuscire a comprendere le
motivazioni che hanno sotteso a tali inusitati comportamenti da parte di
alcune istituzioni.
Ringraziando ancora una volta per il contributo che vorrà e potrà dare a
questa richiesta di chiarezza, rimango a disposizione per eventuale
supporto che volesse ricevere.
Cordialmente,
Rispondi

Rinaldo Lupo | 27 ottobre 2010 alle 9:56

Egr, dott. Galullo,
La ringrazio per la sua replica che denota un’onesta intellettuale rara di questi tempi. Lei sembra agire da uomo libero e per questo la rispetto.
Ritiro quindi il mio giudizio preconcetto sul manicheismo forse generato da un anno e mezzo di vita in trincea dove esistono purtroppo solo amici o nemici. Il concetto di terzietà che lei giustamente rivendica come giornalista lo condivido pienamente.
Lei potrà comprendere cosa significhi fare dei colloqui di lavoro e sentirsi dire con aria tra il compassionevole e l’accusatorio “Allora lei era in Delta” quasi fosse una malattia contratta da ragazzi oppure quasi fossimo dei delinquenti a piede libero.
Le assicuro che è difficile rispondere e rassicurare una figlia di 13 anni che ti dice :”papà a scuola i miei compagni dicono che noi abbiamo una bella casa perchè tu rubi i soldi, l’hanno detto al telegiornale e c è scritto sui giornali”. La sera a cena ci fu un silenzio che rimarrà ben impresso nella mia mente comunque vada a finire questa storia.
Il mio invito è quindi di continuare ad approfondire questa vicenda aiutandoci a che ci venga restituito almeno l’onore avendo ormai perso la speranza che Delta venga salvata e soprattutto ci aiuti a far emergere la verità per scoprire chi ha proditoriamente colpito Delta come mezzo per un altro fine. In un paese dove quasi tutti rinnegano il proprio passato io sono orgoglioso di aver contribuito a fare di Delta una realtà che dava lavoro a 2000 persone (molti dimenticano che anche i collaboratori esterni di Delta sono rimasti senza lavoro), vendeva i propri prodotti attraverso 20.000 esercizi convenzionati a più di 1 milione di clienti. Per inciso le tasse venivano pagate tutte in Italia e su oltre 2 miliardi di fatturato non erano poche glielo assicuro.
Sono disponibile per qualsiasi approfondimento utile a dismostrarle la vera verità.
Con cordialità
Rispondi

GALULLO | 26 ottobre 2010 alle 16:23

Egregio Lupo,
attraverso lei colgo l’occasione per ringraziare tutti i lettori ex dipendenti del Gruppo Delta o di società ad esso collegate che in questo e sugli altri post che ho dedicato al “memoriale Fantini” hanno deciso di scrivere.
Ho il massimo rispetto per tutti voi e per le vostre situazioni personali. Lo dico senza alcuna punta di retorica ma con il cuore.
Ciò detto vorrei specificare una cosa soprattutto e mi rendo conto che, nello specificarla, mi addebito tutte le colpe di una categoria (quella dei giornalisti) incapace ormai di farsi apprezzare per quel che dovrebbe essere: superpartes, pronta ad ammettere di aver sbagliato, con la schiena dritta e senza padroni se non il lettore.
La colpa è nostra. La stragrande parte di noi non è più credibile e dunque capisco quando lei mi invita a tener conto del futuro delle famiglie che hanno speso una vita onesta.
Il punto, però, è che un giornalista degno di questo nome non deve e non può mai curarsi delle conseguenze delle cose che scrive. Mai. Se una notizia è una notizia la si pubblica. Punto.
Con questo voglio dire che io mi limito a fare il mestiere senza prendere parte a contese. A parte e cosa del tutto diversa è, in sede di commento, quale questa sede commentuale offre, è esternare tutta la mia solidarietà per chi ha un lavoro e rischia di perderlo o lo ha già perso.
Deve essere, come giustamente scrive, la magistratura a fare chiarezza. Se non ci riuscirà dovrà pagare per questo. Se questo – per assurdo, per ipotesi o in realtà – dovesse accadere, i media lo scriveranno. Senza curarsi delle conseguenze e dolendosi per un futuro strappato a coloro i quali non doveva essere strappato.
Quanto al manicheismo etc non la seguo proprio. Il mio blog si chiama così e basta. Nessuna dietrologia o vogli di etichettare. Racconto e scrivo. Punto.
Cari saluti a tutti
roberto galullo
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Rinaldo Lupo | 26 ottobre 2010 alle 15:31

Gent.mo Galullo
Sono un ex (mio malgrado )collaboratore di Plusvalore, una società di Delta, ma preferisco considerarmi uno dei 900 dipendenti che si sono trovati in questa situazione per certi versi surreale.
Avevo alcuni dubbi se scrivere sul suo blog, in quanto mi sembra già dal titolo fortemente manicheo, dividendo il mondo in buoni e cattivi, o se preferisce guardie e ladri, dove si presume che lei stando dalla parte delle guardie rivolga le sue attenzioni ai ladri con buona pace della presunzione di innocenza per chi viene da lei “attenzionato”.
Il suo bel libro “Economia Criminale” e i post dei miei colleghi mi hanno convinto che forse un poco di “polifonia” potrà aiutare la comprensione di questa triste vicenda.
Come le accennavo sopra in questa storia surreale ci sono tutti gli ingredienti per un libro inchiesta (tipo Vaticano SpA): un paradiso fiscale paese dei puffi con una classe politica da condominio, finanzieri d’assalto legati ai cd poteri forti (Finanzieri protagonisti di vicende oscure della storia italiana), autorità di vigilanza che si muovono ex post quasi su chiamata, commissari straordinari nominati con criteri di cui non è possibile conoscere i contenuti e di cui non si può discutere l’operato perché “rappresentano lo Stato”, l’onnipresente politica che cerca di trarre vantaggio dalla situazione, sindacati in confusione, ed infine, ultima ma non per importanza, la magistratura primo motore della vicenda che però ad un anno e mezzo dagli arresti non ha ancora formulato un rinvio a giudizio mentre nel frattempo più di 150 persone sono già in mobilità. In questa lista di attori protagonisti ci sono anche i giornalisti che, come la Gabanelli nel nostro caso, fanno da inconsapevole (spero) cassa di risonanza a chi vuole distruggere via stampa il proprio nemico di turno, per poi accorgersi tardi che forse si sta buttando il bambino con l’acqua sporca.
Ma forse il paragrafo precedente le potrà sembrare leggermente dietrologo o generato dalla giusta amarezza di chi ha visto letteralmente franargli il terreno sotto i piedi. Passando quindi ai fatti come scritto da una mia collega Delta è un’azienda italiana al 100% (non meno della FIAT di cui si parla tanto in questi giorni) e le posso assicurare che mai gli esponenti nominati dalla Cassa di San Marino presenti nei consigli hanno interferito nella conduzione dell’azienda.
Inoltre nonostante questa terribile crisi Delta ancora esiste e a quanto mi risulta la raccolta dei crediti procede bene e non esiste alcun buco. Invece dei circa 600 dipendenti rimasti, con l’avvallo “volenterosamente fattivo” dei sindacati, 200 li hanno messi in mobilità, 200 li tengono a tempo per chiudere la gestione dei crediti del gruppo e 200 dovrebbero passare a stipendio “autoridotto” in Intesa che compera a prezzo di saldo la banca (1 euro) e l’assicurazione (patrimonio netto). La chiamano “soluzione di sistema” ma si tratta del solito metodo di socializzare le perdite con i soldi dei contribuenti e privatizzare a loro amici gli utili. Purtroppo non essendo tute blu ma odiosi bancari privilegiati non hanno neanche spazio sui giornali.
La prego quindi di tenere conto del futuro di queste persone e delle loro famiglie pur sperando che la magistratura faccia il suo lavoro e le eventuali responsabilità (mi scusi la frase ipotetica ma rimango garantista) vengano sanzionate con severità e in tempi certi. E se poi non risultassero delle precise responsabilità chi ci restituirà Delta?
P.s : si è parlato di parmalat …. qualcuno si è accorto che l’amministratore di Delta ha fatto più carcere ( domiciliari compresi ) dell’esimio (ex) cavaliere callisto Tanzi e non si sa ancora perchè ??
Rispondi

nadia arcangeli | 25 ottobre 2010 alle 12:36

Caro Galullo,
ha scritto una grande verità! Finalmente qualcuno l’ha scritto: c’è una convinzione precostituita comune a tutti, in base alla quale il commissariamento non si discute e i commissari operano sempre al massimo potenziale . Come tutti i preconcetti, però, atrofizzano la mente, ostacolano ogni sorta di pensiero ed impediscono il farsi delle domande. Ritengo, invece, che il farsi domande denota generalmente un alto livello intellettuale ed intellettivo.
Il commissariamento per sua natura, dovrebbe essere un provvedimento di traghettamento per la soluzione delle problematiche rilevate. Il commissariamento in Delta è iniziato in una società che produceva reddito, con l’obiettivo di rimuovere le tante ventilate irregolarità, garantendo la normale prosecuzione delle attività aziendali. Si è arrivati invece alla liquidazione del Gruppo. Certo, che arrivati a questo punto, come dice Elli, i commissari si stanno adoperando per la migliore soluzione…ringrazio i commissari per il loro buon cuore!
Portare i commissari in Tribunale? Ma lo sa che i commissari godono di una sorta di “immunità parlamentare”? Mi spiego meglio. Il TUB (art. 72 comma 9) stabilisce: “Le azioni civili contro i commissari e i membri del comitato di sorveglianza per atti compiuti nell’espletamento dell’incarico sono promosse previa autorizzazione della Banca d’Italia.” Non serve ulteriore commento, se non ricordare che Banca d’Italia nomima i commmissari stessi.
D’altra parte, se qualcuno ritiene di essere stato leso nei propri diritti può promuove azione contro la Società commissariata: succede a tanti agenti e dipendenti, che so per certo hanno promosso cause per risarcimento danno. Ma vede, in tal modo si va contro la ‘nostra Delta’ , contribuendo al suo depauperamento. Ma si deve fare, perché forse così qualche giudice ci metterà il naso……
Ma vengo al concetto che mi sta molto a cuore: in questi 17 mesi di commissariamento, si è sempre confuso Delta con San Marino. Si parla tanto di evasione fiscale e il paradiso fiscale sanmarinese. Estremizzo: da questo punto di vista, San Marino la possono anche fare sparire dalla faccia della Terra. Cosa c’entra però tutto questo con Delta? Perché utilizzare Delta per raggiungere lo scopo di indebolire San Marino? I rapporti Delta-Cassa di Risparmio di San Marino erano di due tipi, entrambi alla luce del sole:
1) sostegno finanziario: la Cassa finanziava (e finanzia) il Gruppo. Visto che i commissari hanno continuato ad attivare finanziamenti con la Cassa e con il sistema bancario sanmarinese, ritengo questo non sia né un reato né una irregolarità amministrativa;
2) partecipazione azionaria di minoranza in Delta: da questo fatto deriva l’ipotetico controllo della Cassa (banca extra-comunitaria). Faccio rilevare però che gli equilibri azionari e il piano industriale sono sempre stati comunicati a Banca d’Italia fin dalla nascita del Gruppo (anno 2003).
Le indagini sono ancora in corso, allora perché condannare un’azienda e il management prima del processo?
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masotti | 23 ottobre 2010 alle 22:18

Buonasera dr Galullo, sono un ex esponente di una società del gruppo Delta che ne ha seguito la nascita e lo sviluppo accompagnato da persone (collaboratori e dipendenti tutti) con straordinarie e non comuni doti di professionalità e passione per il proprio lavoro; doti ancor più rare se si considera il particolare settore di riferimento del Gruppo (mercato retail) che dai suoi commenti immagino lei non conosca approfonditamente, ma giustamente fa un altro mestiere. Delta era una realtà bancaria, si, ma che ruotava sul credito alla famiglia e alle PMI: non foss’altro per la giovane età, non è confrontabile con le altre banche/gruppi del sistema. Aveva un solo sportello, operava al 95% con persone fisiche (oltre 1 milione) e PMI (oltre 20mila), con un modello di business innovativo che molti player del settore hanno imitato; 800 dipendenti, un indotto di oltre 1500 famiglie. Una rete distributiva – il cuore di una azienda – formata con anni di sacrifici, invidiata da molti e che oggi viene “raccolta” dai principali player per zero euro. Detto questo, che potrà apparirle ininfluente, oggi Delta non esiste più, a differenza di Parmalat e Enron (la seconda ha solo cambiato nome)…
Grazie dell’attenzione, un saluto.
Rispondi

galullo | 21 ottobre 2010 alle 18:54

Cara Arcangeli, non mi attribuisca cose che non ho scritto e che non penso. Solo un pazzo non darebbe merito a chi ha lavorato una vita con passione (come ha fatto lei, come hanno fatto altri suoi colleghi) all’interno di Delta.
Neesuno (tantomeno io) pensa che i lavoratori di Delta siano delinquenti. Ma dico, siamo scherzando o lo dice per provocare?
Ho inoltre sctitto che da quanto mi risulta dai pregevoli articoli scritti dal collega Elli del mio stesso giornale, i commissari si stiano adoperando per dare un degno futuro a Delta. Lei lo contesta? Avrà le sue buone motivazioni che però le chiedo di descrivere e, soprattutto, documentare. E magari, già che c’è, di sostenere le sue tesi in contraddittorio con i commissari e magari trascinarli in un aula di Tribunale. Io vado per logica e le chiedo: a suo giudizio un commissario straordinario (o più commissari ovviamente) ha come sua mission quella di lavorare “al peggio”? Ha cioè il compito di distruggere? Se ne è convinta beata lei.
Metta da parte la rabbia (che comprendo), lasciando che l’inchiesta faccia il suo corso. Chi ha sbagliato (chiunque esso sia) pagherà mi auguro.
Un’ultima cosa: i bilanci sani e le certificazioni non sempre hanno a che fare con il lavoro della magistratura (e parlo in generale) per la quale i conti e i numeri sono una variabile dipendente. O debbo ricordarle, a proposito di bilanci e certificazioni, i casi Parmalat in Italia ed Enron negli Usa?
Si aggiorni e poi ci risentiamo
saluti
Rispondi

nadia arcangeli | 20 ottobre 2010 alle 21:49

GEnt.le Galullo, sono anch’io una persona che ha vissuto Delta e che Lei ci creda o no (non mi sembra) Delta era esattamente come l’ha descritta l’ex-collega Andrea che ha contribuito a questo blog.
Avrei molte cose da dire, ma mi limito a una (per ora): vorrei assolutamente contestare la sua affermazione “Mi risulta che i commissari si stiano adoperando per dare un futuro a Delta”. Se è convinto di ciò, non è ben documentato. Capisco che credere a noi è difficile (siamo considerati delinquenti); allora legga i bilanci 2009 e le relative certificazioni della Società di Revisione di Plusvalore, Carifin e soprattutto Detto Factor. Si aggiorni poi ci risentiamo.
saluti
Rispondi

galullo | 18 ottobre 2010 alle 17:44

Caro Cantarelli,
sul Sole 24 ore in edicola domani, martedì 19 ottobre, risponderò alle sue riflessioni e a quelle che in molti hanno sollevato
caro saluti
roberto galullo
Rispondi

massimo cantarelli | 18 ottobre 2010 alle 12:04

Egregio dott.Galullo
le scrivo dopo che e’ stata divulgata la notizia del pentimento di un grosso boss della ndrangheta.All’improvviso sto’ tizio decide di parlare e si mette a disposizione degli inquirenti.La cosa mi puzza un po’.Non sara’ ,come lei ha piu’ volte messo in rilievo,che ci si stia muovendo per delegittimare qualcuno che sta creando grossi problemi e che si sta avvicinando pericolosamente al connubio massoneria-politica-malavita?
cordialmente e con molta stima
Rispondi

natchez | 18 ottobre 2010 alle 11:34

Non c è dubbio, ha vinto !
Complimenti.
Rispondi

galullo | 18 ottobre 2010 alle 11:00

Saccente Natchez c’è una differenza enorme tra un nickname che sa di patatina messicana e un cognome: il secondo non lo si sceglie (se non le piace me ne farò una ragione) ma si mette a disposizione come firma ai propri lettori che possono giudicare e scegliere. Il primo (è il suo caso) lo si usa per fare domande retoriche e dietrologiche alle quali non si possono dare che le risposte che le ho dato. Se crede che non le abbia risposto (ma vuol dire che non sa leggere) si rivolga a chi le dà le risposte. Il web e la democrazia lo consentono ancora. Però bisogna avere il coraggio di presentarsi, altrimenti sono solo chiacchiere.
roberto galullo
Rispondi

natchez | 17 ottobre 2010 alle 20:48

Buonasera Galullo, anche lei non è messo male come cognome …..
In ogni caso non ha risposto.
Un saluto.
Rispondi

galullo | 17 ottobre 2010 alle 11:05

Buongiorno Natchez, come forse non saprà detesto i nickname e il suo suona come una marca di patatine messicane o come una baby gan latino-americana.
Ribadito che mi piacerebbe sapere con chi parlo, ribadisco anche che non faccio l’inquirente nè l’investigatore e dunque riporto e commento solo i fatti che conosco. La dietrologia – del tipo: ci sono lati oscuri? – mi interessa zero. Mi risulta che i commissari si stiano adoperando per dare un futuro a Delta (il bravo collega Elli del Sole ne scrive quasi ogni giorno). Tutto il resto è noia, come direbbe il mio geniale concittadino-filosofo Franco Califano.
cari saluti
roberto galullo
Rispondi

natchez | 17 ottobre 2010 alle 10:53

Buongiorno Galullo, San marino a parte la vicenda Delta, per come si è svolta e per come stanno operando i commissari le risulta normale o qualche lato oscuro lo presenta ?
Delta, o una parte di essa, si sarebbe potuta salvare ?
Rispondi

De Sade | 16 ottobre 2010 alle 20:03

A questo punto sarebbe interessante divulgare il memoriale Ghiotti piuttosto di quello Fantini.
L’idea della barriera fisica tra i due Stati, era stata chiesta via etere dal tenente colonnello Lucignano che, dopo i ripetuti controlli ai confini sammarinesi con tanto di interviste, è stato promosso.
Dopo la promozione non si è più fatto sentire.
Ha avuto la stessa sindrome dei premi Nobel.
Rispondi
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