[Borruso] LIBERTÀ VO CERCANDO

«Sentirò piacere infinito se da chi pensasse diversamente, e meglio, sarò con Ragioni e con Onestà oppugnato» [Ferdinando Galliani, "della moneta" - 1750]
sandropascucci
Messaggi: 12962
Iscritto il: 5 ago 2009, 17:22
condivido lo Statuto e il Manifesto:
zona operativa:: Roma-Lazio-Italia
azioni: articoli, manovalanza di piazza, pagamento quota, volantinaggio in proprio, oratore FdEV, costruzione "cose", scrittura articoli, interventi sul WEB, documentazione burocratica, contatti con altre "entità" (associazioni, enti, strutture..)..
Contatta:

[Borruso] LIBERTÀ VO CERCANDO

Messaggioda sandropascucci » 3 nov 2013, 14:09

(sistemare gli stili)

:

:

LIBERTÀ VO CERCANDO

Chi ha imparato a maneggiare la vera filosofia – quella dell’essere – sa che si tratta di una ferramenta utilissima per ordinare non solo le alte sfere della teologia come volevano gli Scolastici, ma tutto il campo dello scibile, dalle umili viti in un’officina meccanica a questioni di importanza sociale come l’economia e la politica.
Se è del sapiente ordinare, è dello stolto disordinare, il che può farsi in tre, e solo tre maniere: confondendo (prendere lucciole per lanterne), separando (fare i conti senza l’oste), o riducendo (Dio mi guardi da chi studia un libro solo).
Ebbene l’uomo moderno, chino sotto le batoste sferrate all’umano pensare dal nominalismo di Ockham in poi, naviga in un vero tsunami di errori filosofici, a cominciare da sei confusioni rampanti tutt’oggi. Tutte sono degne di trattazione, ma mi limiterò a quella di più antica data e di massima importanza: la confusione tra libertà e indipendenza.
È di moda, dagli ultimi 200 e passa anni, beffarsi del peccato di origine. Ora codesto dogma (= insegnamento) non è filosoficamente dimostrabile, ma neanche filosoficamente falsificabile. Chi lo nega non può che ricorrere alla beffa, allo sdegno, al dileggio, insomma a una gamma di emozioni che però lasciano la questione intatta, senza dar ragione del disordine osservabile a tutti i livelli.
Lo stesso avviene a chi nega che l’uomo sia creatura. Deve rifugiarsi in ragionamenti rocamboleschi, affermazioni dogmatiche la cui autorità non va al di là della frode scientifica (lampante solo per chi sa di scienza), et similia.
Cominciamo quindi con l’analisi di cosa voglia dire essere creatura. L’ingegno umano ne ha prodotto un’infinità, di creature, nel corso dei secoli, sotto forma di aggeggi più o meno utili. Tutte sono però accomunate dallo stesso principio: la dipendenza dalle specifiche del costruttore. Il Museo Smithsonian di Washington D.C. conserva centinaia di marchingegni costruiti chissà da chi, chissà quando, le cui specifiche sono andate perdute, e con esse la dipendenza, e con essa la loro utilità.
Consideriamo un locomotore, un mostro che con le sue migliaia di cavalli di potenza è in grado di trainare molte più migliaia di tonnellate da A a B. Lo può fare solo umilmente sottoponendosi, lui e il treno, a un paio di rotaie, di costo infinitamente inferiore, ma senza le quali si affosserebbe per sempre, incapace di sviluppare una benché esigua potenza.
Una creatura è quindi tanto più libera di fare quello per cui è stata progettata, quanto più dipende dalle specifiche del progettista. E se indipendente, assolutamente inutile.
Ora l’uomo, piaccia o no, è creatura; razionale quanto si voglia ma creatura; il che vuol dire che il suo marchio di fabbrica è la dipendenza. Sviluppiamone il concetto.


Le Rotaie
Chi si muove sulle rotaie della Verità e del Bene è anche in grado di contemplare il Bello, così viaggiando libero e felice. Chi cerca di rendersene indipendente non fa che affossarsi in delusioni e subire guai più o meno cocenti.
Cominciamo dalla caduta originale. Cosa prometteva il Serpente ai progenitori? Indipendenza, camuffandola naturalmente da libertà. “Sarete come Dio, conoscitori del Bene e del Male”. Tentatore e tentati sapevano benissimo cosa volesse dire “conoscitori”. È un termine analogico, che la povertà del linguaggio applica tanto all’umano quanto al divino. La realtà dietro al termine, però, è diversa ai due livelli: l’uomo conosce adeguando l’intelletto alla realtà esteriore; Dio conosce creando quella stessa realtà.
Per cui i tre intesero che “conoscere come Dio” volesse dire essere in grado di decidere cosa fosse bene e cosa male. E mangiarono.
Quella proibizione, si noti, era la sola specifica del Creatore, che serviva solo a ché le creature ammettessero di essere tali. Avevano tutto l’universo a disposizione, tranne quell’albero. Non era troppo, ma il desiderio di indipendenza, o forse di emulazione, li perdette. E conobbero. Ma cosa? Che erano nudi, e per di più in preda ad un senso di vergogna mai provato prima.
Il peggio era da venire. Dio li cercava:
- Adamo dove sei?
- Sono qui, dietro a un cespuglio, e sono nudo.
- E chi ti ha detto di essere nudo? Hai mangiato del frutto di quell’albero?
Era un’offerta di pentimento, e quindi di salvezza, ma il già ottenebrato intelletto non gli permise di capire. Avesse risposto: “Sì, e me ne pento. Perdonami”, le conseguenze sarebbero state diverse, anche se non siamo in condizioni di dire quali. Ma no: cominciò un inutile esercizio di scaricabarile: “La donna che Tu mi hai dato…” come se la colpa fosse del creatore e non sua; eccetera.
Chi vuole un’idea del pesantissimo giogo con il quale il Principe di questo mondo sottometteva la società pagana storica (non la sua idea romanticizzata dei neopagani di oggi) legga Erodoto e decida se veramente volesse confarsi a quello stile di vita. Aristotele avrebbe intravisto la guerra civile che infuria nell’intimo umano. Agostino, con l’aiuto della rivelazione, la elucidò: “Un uomo buono, anche se schiavo, è libero; un malvagio, anche se re, è schiavo. E quel ch’è peggio, non di un solo padrone, ma di tanti quanti sono i vizi che ha contratto”
Uomo libero e Uomo indipendente
L’unica scelta creaturale, quindi, è uno di due gioghi. Il secondo è quello “dolce e leggero” promesso da Gesù (e mantenuto solo per consenso personale). Che però è del 10.000% più pesante rispetto a quello originale: dieci comandamenti invece di uno.
La libertà interiore dello schiavo di Agostino si gode accettando legami, cioè volontariamente rinunciando alla propria indipendenza. E non solo rispetto ai comandamenti, ma anche a compromessi sociali come promesse mantenute, lealtà indiscusse, prontezza a rendersi utile, senso del bene comune eccetera. La maturità di una persona è misurabile non dai risultati di un esame che premia una memorizzazione di nozioni più o meno inutili, ma dalla capacità – e volontà – di accollarsi doveri: verso Dio, verso il prossimo e verso sè stessi. Un dovere, personalmente e lietamente assunto, è sintomo di libertà interiore, non di servilismo. La vera maturità comincia in gioventù per arrivare alla senilità non solo senza soluzione di continuità ma addirittura in crescendo.
Una tale esperienza è indimostrabile ad altri ma sperimentabile su di sé. Rimane da dimostrare come l’indipendenza creaturale sia sempre foriera di conseguenze non volute e invariabilmente sgradevoli, come la fame di ghiande del figliuol prodigo all’estero.
Ma per lo meno il ragazzo, rientrato in sé, scoprì la verità ed ebbe il coraggio di prendere le misure adatte. Pochi lo fanno oggi. E quanto peggio vanno le cose, tanto più si persegue un’indipendenza irraggiungibile, come la pletora di capricci ribattezzati ‘diritti umani’ senza doveri corrispondenti e rivendicati ad infinitum da una marea di indipendentisti.
La confusione di libertà con indipendenza comincia normalmente con il rifiuto del Decalogo. Ma qui sopravviene un imprevisto: l’uomo non può fare a meno di adorare. Perchè? Perchè è creatura, e quindi ha un bisogno assoluto di sottomettersi a quello che giudica essere il Bene Supremo.
E se quel Bene Supremo non è chi deve essere, sarà un altro: un idolo o idoli, come il re multischiavo di Agostino.
Se gli idoli mantenessero le loro promesse, non ci sarebbe problema. Ma non lo fanno. Non l’hanno mai fatto. Per cui un bel giorno crollano in una tempesta di cocci sull’illuso che aveva creduto di potervisi appoggiare. L’esempio seguente è uno su milioni.
Conobbi PJG non più giovane, ma ancora capace di sostenere viaggi di centinaia di chilometri nel 4 x 4 in cerca di specie botaniche che poi catalogava e pubblicava in lavori prestigiosi di ricerca scientifica. Non aveva famiglia.
Ma passavano gli anni, e gli cominciavano a mancare le forze per sottomettersi alla routine di una professione esigente, anche se con il servizio di un autista. Arrivò il giorno in cui l’età avanzata ebbe ragione della ricerca scientifica.
L’idolo non era crollato: si era solo portato fuori tiro. PJG rientrò in sé, proprio come il figliuol prodigo, ma diversamente dal ragazzo, non aveva Padre a cui tornare: era ateo.
Con la morte che si avvicinava a grandi passi, e senza risorse spirituali a cui attingere, la disperazione esplodeva in pianti sconnessi e improvvisi, mentre i tentativi di amici credenti che cercavano di portarlo sul piano soprannaturale fallivano uno dopo l’altro. E morì disperato.


Ragione libera e Ragione indipendente
Passando dal livello personale a quello sociale, la cerca inutile di indipendenza non è meno innocua. Cominciò con la rivolta contro la ragione – e pertanto contro la verità delle cose – con un dileggio sistematico della filosofia scolastica. Il dileggio rimane tale dopo cinque secoli, ripetuto acriticamente, con variazioni sul tema, da chi non ha mai imparato a pensare proprio per l’abbandono delle ferramenta della conoscenza: Dialettica, Grammatica e Retorica, quel Trivio che per mille anni fu la spina dorsale dell’educazione nella Cristianità.
Entra Descartes (1596-1650) e completa il ribaltamento. Con lui la ragione non si adegua più all’essere: lo crea. Si passa dal decidere cosa fosse buono e cosa no, a cosa sia vero e cosa no. La certezza delle matematiche offre l’illusione di verità, per cui gli scienziati non sanno che farsene di elucubrazioni filosofiche non più capaci di rendere ragione del cosmo. E si creano una filosofia tutta loro, chiamandola ‘scienza’, in realtà una trappola di confusione, separazione e riduzione in cui loro stessi cadono senza neanche rendersene conto.
L’annaspare nell’errore continua, ma il mondo della scienza ha imparato come nascondersi dietro le penne di pavone della tecnologia, che continua a basarsi sulla verità delle cose facendo caso omesso di teorie fallaci e pertanto inutili.
Il ‘Secolo dei Lumi’ segnò l’apogeo della ragione indipendente, da colà portata a scorrazzare in politica, in economia, nella vita intellettuale e morale più un lungo eccetera impossibile di esaurire qui. Andiamo per ordine.
Libertà e Indipendenza politico-giuridica
C’era una volta… un re!, sì, proprio un re, che governava come si addiceva ai re. Ciò voleva dire espletare cinque funzioni: a) amministrare la giustizia, cioè punire i criminali e ricompensare chi faceva il suo dovere; b) fare rispettare l’ordine sociale per mezzo di leggi giuste; c) emettere la moneta con la quale permettere di pagare le tasse; c) difendere il territorio da possibili aggressioni, ed e) proteggere stranieri residenti sul suolo nazionale a cambio di protezione dei cittadini proprî residenti all’estero.
C’erano anche funzioni minori, come stimolare l’economia, costruire infrastrutture, ecc. ma non erano funzioni di governo: erano funzioni di Stato, che Luigi XIV sbrigava da solo sedendo per 57 lunghi anni al tavolo di lavoro otto ore al giorno. Ecco perchè diceva “Lo Stato sono io”. Per le funzioni di governo c’erano le riunioni di gabinetto, dalle quali veniva rigorosamente escluso chiunque avesse potenziali conflitti di interesse.
Il re aveva ereditato come Superintendente alle Finanze, dal reggente Mazzarino che se l’era svignata in tempo, il Marchese di Belle Île e Visconte di Vaux Monsieur Nicolas Fouquet. Sotto Mazzarino costui aveva fatto una bella ammucchiata di fondi pubblici con i suoi privati, e si era costruito un imponente chateau ancora oggi esposto all’ammirazione del pubblico.
Forte della sua anzianità (aveva 46 anni contro i 23 del re) e del sostegno di centinaia di esattori dipendenti dal suo potere, Fouquet invitò il sovrano alla festa di inaugurazione del rutilante chateau. Il re venne, vide, mangiò, ringraziò e se ne andò, mentre faceva mentalmente i conti in tasca al Superintendente.
Il quale credeva di farla franca, ma poco dopo veniva arrestato (dal capitano D’Artagnan) e processato. Ma non per direttissima: il processo durò tre lunghi anni, durante i quali vennero a galla le prove di malversazione aggravata e continuata. Sentenza, la confisca dei beni e l’ergastolo, che Fouquet scontò a Pinerolo fino alla morte nel 1680.
Così governavano i re. Lo potevano fare perchè le leggi servivano la virtù della giustizia, definita da Ulpiano come “volontà costante di dare a ciascuno il suo”. La quale in turno serviva la verità delle cose. Così non governa lo Stato moderno, semplicemente perchè non può. Avendo Cartesio mandato la verità a quel paese, è impossibile sapere che tipo di “suo” sia da dare a chi. Lo Stato moderno non governa: si limita a emettere leggi e leggine, praticamente nessuna in funzione del bene comune.
Governare, infatti, vuol dire dirimere conflitti, che esistono perchè l’attaccamento di un gruppo a certi valori cozza con l’attaccamento di un altro gruppo a valori diversi.
Ma lo Stato moderno, democratico e costituzionale, non vuole conflitti: vuole consenso, che secondo Jürgen Habermas (1929- ) ultimo vate della modernità, deve essere raggiunto deliberativamente per contentare tutti: individui e gruppi che sono allo stesso tempo legislatori e soggetti alla legislazione.
Si tratta di contraddizioni lampanti, ma solo per chi ragiona secondo la logica tradizionale. Habermas è hegeliano, per il quale la contraddizione è solo tesi e antitesi, da sintetizzare svignandosela fra le due con un artificio linguistico ad hoc.
E così l’indipendenza filosofica, etica, linguistica, morale, giuridica e politica predica libertà e razzola schiavitù in crescendo.
Tradizione e Modernità
Siamo usi a trattare di modernità in termini cronologici: 1450 (Gutenberg) 1453 (i Turchi a Costantinopoli) o 1492 (Colombo in America). Scavando però in profondità, la sua origine va cercata nella prima delle tre tappe della Rivoluzione: l’Umanesimo. Dietro alle brillanti produzioni letterarie degli Umanisti, è nelle loro vite dove invariabilmente appare la voglia di disfarsi della dipendenza morale dai comandamenti, conseguentemente dovendo negare il peccato originale.
La cosa non era di ieri: Pelagio lo aveva fatto mille anni prima, ma era stato condannato come eretico. Gli Umanisti lo negarono in pratica, vivendo come se si trattasse di una fola senza conseguenze.
Ma qui si imbatterono in un’altro inevitabile aspetto della natura umana: il libero arbitrio di una creatura. Si faccia attenzione: ciò che è libero, in una creatura, è il decidere quel che fare o non fare. Le conseguenze della decisione dipendono dalla natura dell’assunto deciso. Se si sono scelti la verità e il bene, si continua ad esser liberi; se no, si sarà alla mercé di un idolo o idoli come visto nell’introduzione.
Ecco perchè le insulsaggini che ebbero a scrivere non furono che fuochi di paglia, inceneriti dai lanzichenecchi di Carlo V quando sconvolsero i loro piani nel sacco di Roma (1527). Non molto tempo fa leggevo di una professoressa di liceo turbata dall’assoluta apatia della scolaresca verso codesti figuri. E che voleva? Che ammirassero un Petrarca che ci mette 80 pagine a lamentarsi degli amici che lo sparlano? O gli argomenti di un Pomponazzi che attacca un problema filosofico con il metodo dell’autorità?
Gli Umanisti lasciarono in eredità il rigetto del peccato originale, rigetto che avrebbe sempre di più dilagato per andare a finire nei campi culturali suindicati. Nel secolo XVII John Milton (1608-1674), Protestante, ancora diceva: “Il fine dell’educazione è riparare le rovine dei progenitori ricuperando la giusta conoscenza di Dio, per poi avendolo conosciuto amarlo, imitarlo ed essere come Lui.
Furono les philosophes dell’Illuminismo, con in testa Rousseau, a dichiarare guerra senza quartiere a quel dogma, e a ragione: avevano capito benissimo che nell’assenza di un peccato di origine divengono ridondanti la redenzione, un redentore e una chiesa che ne continui l’opera. Tre piccioni con una fava insomma.
Non si può negare il loro successo eclatante. Il peccato di origine è sparito da tutti i campi dello scibile e del fattibile. L’uomo moderno è indipendente: da Dio, dal prossimo e ora anche da sé stesso. Ma è libero? Ci risponda Pierre Joseph Proudhon (1809-1865):
Essere governati vuol dire essere sorvegliati, ispezionati, spiati, diretti, legislati, regolamentati, recintati, indottrinati, predicati, controllati, pesati, misurati, censurati, comandati da uomini che mancano tanto del diritto di farlo quanto di conoscenza e di virtù... Vuol dire, ad ogni operazione, a ogni transazione, a ogni mossa, essere notati, registrati, elencati, etichettati, timbrati, scrutati, preventivati, assessorati, patentati, licenziati, autorizzati, annotati, ammoniti, ostacolati, arrestati. Vuol dire, sotto pretesto di utilità pubblica, e in nome dell’interesse generale, venir tassati, addestrati, ricattati, sfruttati, monopolizzati, estorti, schiacciati, raggirati, derubati; e alla minima resistenza, alla prima lagnanza, repressi, multati, vilipendiati, infastiditi, braccati, rimproverati, bastonati, disarmati, strangolati, imprigionati, fucilati, mitragliati, giudicati, condannati, deportati, sacrificati, venduti, traditi e per colmo burlati, scherniti, oltraggiati, disonorati. Ecco il governo, la sua giustizia, la sua moralità!
Il testo risale a più di 150 anni fa. Aspetta ancora di far parte dei ‘programmi ministeriali’.

Silvano Borruso
silvano.borruso@gmail.com
18 ottobre 2013


1 È la frase iniziale nella Contra Gentes di S.Tommaso.
2 I nove libri sono in realtà nove lunghi capitoli di uno stesso libro (tascabile) di 600 pagine. Niente paura.
3 Città di Dio IV 3.
4 Recovering the Lost Tools of Learning, Douglas Wilson, recensito in The University Bookman, ritaglio senza data.
5 Può decidere perfino di cambiare sesso…
6 Idée générale de la révolution au XIXe siècle.

:

:

 - - - 8< - - - 8< - - - 8< - - - 8< - - - 8< - - -
sandropascucci : primit.it signoraggio.com
INTERNET AIUTA A RIVOLUZIONARE IL MONDO COME
TRATTENERE IL RESPIRO AIUTA A PESARE MENO SULLA BILANCIA

sandropascucci
Messaggi: 12962
Iscritto il: 5 ago 2009, 17:22
condivido lo Statuto e il Manifesto:
zona operativa:: Roma-Lazio-Italia
azioni: articoli, manovalanza di piazza, pagamento quota, volantinaggio in proprio, oratore FdEV, costruzione "cose", scrittura articoli, interventi sul WEB, documentazione burocratica, contatti con altre "entità" (associazioni, enti, strutture..)..
Contatta:

Re: [Borruso] LIBERTÀ VO CERCANDO

Messaggioda sandropascucci » 3 nov 2013, 14:19

:

:

NATURA NON IRRIDETUR
La copertina di Le Figaro del 20 luglio 2013 mostrava una faccia maschile un po’ torva e un titolo provocante: “Dove sono andati a finire gli uomini?” L’autrice dell’articolo corrispondente si chiedeva:
È l'inizio della fine per il maschio dominante? La lotta in corso contro il «patriarcato», soprattutto attraverso la teoria del genere e le mariage pour tous, accelera la sua scomparsa. L'identità maschile è in pieno marasma.
Per chi ama la verità, e non luoghi comuni e stereotipi, mi si permetta di portare alla ribalta cose sapute e risapute ma ignorate o artatamente occultate dal femminismo militante. Comincio con l’armonico sviluppo umano secondo natura, e meno secondo cultura, vigente da sempre in tutto il mondo e rimasugli del quale esistono tutt’oggi in Africa, dove ho il privilegio di vivere. È mio proposito mettere a nudo ideologie aberranti che da lungo tempo mettono i bastoni tra le ruote di codesto sviluppo, senza però impedire alla natura di vendicarsi in termini ben precisi.
Inizi ed errori iniziali
La natura ha decretato che il primo sviluppo abbia luogo non secondo un processo graduale e pacifico, ma secondo una serie discontinua di traumi, che preparano il neonato a diventare prima bambino, poi adolescente, e in fine giovane adulto destinato a spiccare il volo dalla famiglia per formarne una sua, così contribuendo al bene comune. È sapienza gestire codesti traumi prima, durante e dopo l’uso di ragione. È stoltezza, invece, non capirli e quindi disattenderli, con conseguenze solo parzialmente, a volte null’affatto, rimediabili.
Il primo trauma è il passaggio dalla tranquillità amniotica all’aperto. All’aprirsi dei polmoni all’ossigeno atmosferico, il neonato proietta l’urlo che tutte le levatrici (quando ce n’erano) accoglievano — a volte provocandolo con schiaffetti opportuni — gioiose davanti alla dichiarazione di autonomia di una nuova vita.
Qui si commette un primo errore: il parto cesareo. Natura vuole che l’uscita dal grembo materno debba avvenire non asetticamente, ma con uno strusciarsi contro miliardi di microorganismi e scorie epiteliali sempre presenti negli anfratti del corpo e che non sono affatto nemici da distruggere, ma amici da conoscere e, ancora una volta, gestire.
Il parto cesareo, asettico, nega al neonato codesto rinforzo naturale del sistema immunitario. Il parto naturale risparmierà tempo, e ansietà, il giorno in cui i genitori sorprenderanno i piccoli a mettersi in bocca scarpe vecchie e oggetti più o meno sporchi, che la curiosità naturale porta non solo a guardare, ma anche ad assaggiare. E l’immunità naturale si rafforza ulteriormente.
Un terzo rinforzo viene dal latte materno, forma naturale di nutrizione. Ma c’è chi ha inventato tutta una gamma commerciale di surrogati da infliggere (non c’è termine migliore) a mamme e piccoli ignari, che vengono indeboliti loro malgrado. E a mettere i bastoni tra le ruote ecco in agguato i vaccini ‘pediatrici’ prima della fine del sistema immunitario iniziale.
Un secondo trauma, lo svezzamento, avviene durante questo periodo cruciale. Natura vuole che lo si faccia introducendo cibi diversi, con il latte, un poco alla volta, per poi a un dato momento completare il cambio. E dato che non c’è due senza tre, un terzo trauma può accompagnare il secondo se e quando arriva un nuovo componente la famiglia. Il treenne viene forzato a una crescente indipendenza. Bisogna che cominci a far da sé con l’intervento, sempre più rado, di mamma.
Il periodo da zero a tre anni è importantissimo per lo sviluppo armonico della personalità. Il punto chiave è che esso sviluppo debba aver luogo attorno ad un cardine fisso: la presenza fisica materna. Gli europei che viaggiano in Africa presto notano che i bambini di quella età non piangono. Ed è che in Africa non ha attecchito la carrozzella. Esiste invece il fazzolettone, che la giovane madre si annoda al collo con il piccolo dentro, testa che si affaccia da su e gambette che penzolano dai lati. Un destro movimento fa roteare il carico dal dietro in avanti ogni volta che il fardello vivente vuole allattare. La presenza materna è quindi triplice: visibile, con la faccia; tattile e dinamica, con il corpicino massaggiato dai muscoli dorsali della mamma in movimento; e gustabile, con mammella a richiesta. Anche la vita sociale ha inizio a questo stadio, sotto forma delle facce di papà, zie, nonni, visitatori, ecc.
Qui si commettono non uno ma vari errori. Il meno dannoso è «la distribuzione dei bambini sin da neonati tra madri, padri, ex, nonni, baby sitter, e in definitiva alla TV e videogiochi». Senza ricondurre regolarmente i sensi del bebé verso una stessa faccia (materna), la perdita del cardine fisso lo sconcerta. Viene introdotto alla vita sociale al tempo giusto, ma di troppo. All’estremo opposto sta il lasciare il bebé solo o sola regolarmente per più di tre ore di seguito. Una tale malpratica la si paga sempre cara in termini di attitudini riottose, scontrose, antisociali, generalmente riconducibili a solitudini infantili indebite. Il danno può essere permanente.
Fa di peggio la carrozzella, specialmente con la faccia del piccolo distolta da quella di mamma. Lo si verifichi dalle espressioni dei pargoli nelle due posizioni.
Lo Svegliarsi delle Passioni
Succede ai tre-quattro anni. Come gestirle?
Secondo natura, con la ragione. Dei genitori s’intende. Per cui se le richieste, normalmente violente (lo voglio qui e adesso, pena il pianto disperato) sono secondo ragione, le si accontenta; se no, è il divieto secco, fino allo sculaccione. Verrà sempre il giorno in cui lo sculacciato (raramente la sculacciata) capisce che ciò che era proibito era proibito perchè cattivo, e non cattivo perchè era proibito.
Arrivata l’età di ragione, sculaccioni/scapaccioni non servono più. Serve invece l’autorità morale, data non dall’alto, ma dall’esempio: amore coniugale reciproco, padronanza di sé, abnegazione, e non tanto giustizia quanto equità date le differenze inevitabili tra un figlio e un altro. L’autorità morale si mantiene anche dopo aver commesso errori nei loro riguardi. Basta la lealtà verso la verità, chiedendo scusa.
Qui le femmine partono in quarta, lasciandosi dietro i maschi di due-tre anni. La curiosità dei maschi e il loro senso di esplorazione della realtà avvengono in contrasto totale con le femmine. I primi volgono la loro attenzione prevalentemente verso cose, naturali o artificiali, con una curiosità a ventaglio, come se stessero cercando la migliore combinazione di destrezze da sviluppare. La curiosità femminile, in cambio, si orienta invariabilmente verso le persone, in primis la loro. A sei anni cominciano a sfoggiare tacchi alti, acconciature sofisticate, e orpelli che acuiscono la vanità.
Uno dei mezzi più efficaci, se non il più efficace, per mettere ordine tra le passioni, è introdurre i giovanissimi al lavoro. Giovannino Bosco (1815–1888) aveva quattro anni quando Mamma Margherita (1786–1853) lo mise a sedere a terra con un fastello di steli di canapa da decorticare. Nulla fa maturare l’uomo quanto metter mano a compiti utili.
Natura vuole, in assenza di perversioni, che la donna maturi gestendo la politica domestica.
Già, politica. Perchè la famiglia, Polis naturale, fa da primo governo, primo albergo, prima scuola, primo ospedale, prima società ad accogliere il nuovo venuto. Specialmente se numerosa, la famiglia è un campionario di princìpi di governo: decisione congiunta, giustizia distributiva e commutativa, solidarietà, sussidiarietà e prudenza politica.
Uomini e donne maturano in codesto ambiente. La Chiesa giudica la donna capace di gestire la politica domestica a quattordici anni; l’uomo, a sedici. Oggi si ride di queste utopie, o se ne ha paura; vedremo perché. Intanto diamo per terminata l’esplorazione del metodo di prima educazione naturale.
La Polis domestica
Chi affibbia alla donna lo stereotipo «angelo del focolare» non sa di riferirsi a una situazione di mezzo tra quella che non esisteva una volta e quella che è oggi al lumicino. Illustro con un esempio preso dalla realtà africana, scevra ancora di certi fronzoli ideologici.
Lui arrivava sempre nelle ore piccole del mattino, e ubriaco fradicio per giunta. Lei, che aveva un disgusto viscerale per il solo odore dell’alcool, gli sbatteva la porta alle spalle, lo lasciava solo a smaltire la sbronza e se ne andava a letto. La cosa era arrivata al punto da suggerire la separazione, se non il divorzio. Ma provvidenzialmente una sapiente amica la dissuase dalle maniere forti, e le suggerì il metodo giusto.
Al rientrare il devoto di Bacco alla solita ora, invece della sbattuta di porta trovò la moglie sorridente, anche se con sforzo sovrumano. Lo aiutò a togliersi la giacca, gli riscaldò la cena, gli si sedette accanto e sparecchiò. E così per giorni. E aggiunse ricette saporite per variare il vitto.
Sembrava che la cosa non sortisse effetto. Poi lei cominciò a notare che l’uomo rientrava un po’ prima del solito. Poi prima ancora, ed ancora… fino a che un bel giorno si presentò a casa sobrio. La battaglia era vinta.
L’esempio non è che un caso particolare di un principio generale: dentro ad ogni maschio della specie umana sta in agguato un animale selvatico, con le passioni disgregate dagli effetti del peccato originale. E dentro ad ogni donna esistono le qualità per domare la bestia, simili alla frusta e lo sgabello nelle mani del domatore di leoni. Allo schiocco di frusta (schiocco, si badi bene, non frustata che avrebbe tutt’altre conseguenze), il grosso felino si adagia su uno sgabello di dimensioni ridotte. Parallelamente, in attesa di una prelibata cena, vero schiocco di frusta nelle sapienti mani della gerente domestica, l’acquolina in bocca fa da guinzaglio all’uomo che rientra. L’arte (e scienza) culinaria, a parte il fatto di essere la sola attività che permetta di mai ripetersi anche per tutta una vita , è l’unico, ripeto unico strumento che dopo una certa età attrae il maschio a rientrare in tempo al covile giusto. Con l’ovvio corollario che dopo una certa età un vitto sciatto o non esistente è la tentazione più potente perchè il maschio abbandoni il tetto coniugale.
Il Matrimonio
Si capisce sempre meno non già l’importanza, ma la natura di codesto istituto. Si tratta in ultima analisi di un guanto di sfida lanciato in faccia a Monna Morte. Gli sposi le dicono: “Tu ci porterai via, ma ti sconfiggeremo con discendenti più numerosi e migliori di noi, che ci ricorderanno per generazioni”. Nessuno eccetto sposi veri (non «conviventi» in combinazioni assortite) è in grado di lanciare quel guanto di sfida.
In Africa non è difficile verificarlo de visu. Ad aprile 2012 attesi le esequie di Mama Dzame in quel di Chonyi, nella foresta equatoriale a 25 chilometri dall’Oceano Indiano. Vi contai circa 500 persone. Otto preti concelebrarono la Messa de corpore insepulto. L’atmosfera era di festa, non di cordoglio. Il genero, ex collega, me ne raccontò la storia.
Dzame era andata sposa a quindici anni. A 35 era rimasta vedova, con dieci figli. Uno, sacerdote, la precedette nella tomba. I nove rimasti generarono 47 nipoti e questi 43 pronipoti, che le allietarono gli ultimi 42 dei 77 anni di vita. E non si mosse mai dal villaggio natío: la casupola dov’era nata e quella dov’era morta distavano non più di trenta metri l’una dall’altra.
Luoghi comuni, ideologie e menzogne
È ora di rispondere alla domanda della giornalista di Le Figaro: «È l'inizio della fine per il maschio dominante?» ma diversamente da come lei risponde: «La lotta in corso contro il «patriarcato», soprattutto attraverso la teoria del genere e le mariage pour tous, accelera la sua scomparsa. L'identità maschile è in pieno marasma.»
Vediamolo quindi codesto «maschio dominante». Scriveva il Dottor Johnson (1709–1784): «La natura ha dato alla donna tanto potere, che la legge le ha saggiamente concesso poco». Rincarava la dose Robert Frost (1874-1963): «Una donna ci mette vent’anni a fare di suo figlio un uomo. Ne arriva un’altra e ne fa un imbecille in venti minuti».
La storia corrobora. Al secondo piano del British Museum, stanza 69, si può ammirare un vaso greco rappresentante un’Amazzone e datato 470 a.C., contemporaneo quindi di Erodoto. Snella, in arnese di combattimento, con arco e scudo in mano e faretra al fianco, costei sfoggia pantaloni lunghi fino alle caviglie e capelli a coda di cavallo. Con un laptop, tacchi a spillo e borsetta, eccone la contropartita del secolo XXI.
Racconta Erodoto che i Greci le sconfissero in una campagna militare, ma ebbero la malaugurata idea di trarne prigioniere quante più poterono. Non appena la nave prese il largo nel Palus Maeotis (Mare d’Azov) le Amazzoni si sollevarono uccidendo tutti gli uomini. E qui la natura intervenne: uccidere un uomo è relativamente facile; armeggiare con vele, timone o remi non tanto. La nave, alla deriva, naufragò. Saltate fuori, le virago trovarono una mandria di cavalli al pascolo, li inforcarono e si diressero al galoppo in territorio Scita, finendo per incorporarsi in quella nazione.
Erano Amazzoni di pelle bianca. Quelle nere vennero descritte per la prima volta da viaggiatori europei del secolo XVII nel Dahomey (oggi Benin). Esiste il disegno di una, stavolta con un fucile di fabbricazione danese in una mano, e la testa di un decapitato nell’altra. E non le si creda estinte da lungo tempo: l’ultima di costoro è morta nel 1979, come dire ieri. La «voglia di morire in battaglia» ce l’avevano e come; non era questione tanto di proteggerle dal morire quanto di conservarle per l’insostituibile ruolo di dominae nella respublica domestica Christiana.
Le donne elleniche non andavano per il sottile neanche loro: il solo superstite della battaglia di Atene contro Aegina venne trafitto a morte dalle vedove dei caduti con gli spilloni dei loro fermagli, ognuna chiedendogli dove fosse il suo uomo. E quando gli ateniesi lapidarono a morte Lykidas per avere espresso un parere contrario al consenso, le donne, non appena informate, e senza consultare gli uomini, si recarono a casa del poveraccio e ne lapidarono moglie e figli.
Quindi chi, o che, domina chi? Il maschio viene attratto, cioè dominato, dalle cose che lo incuriosiscono. Per questo si parla di passione per questa o per quell’altra professione. In certe professioni vi è un’eccedenza di maschi perché attratti da esse, non perché intenzionati a dominarle.
È vero che «le donne sono competenti quanto gli uomini» come afferma Monsieur Chatel ex ministro francese dell’Educazione Nazionale. È possibile far loro acquisire il gusto per le professioni maschili, così com’è possibile rendere un uomo esperto nel cambiare i pannolini. Codeste passioni snaturate mi ricordano Felice, un prozio che in gioventù era riuscito a rendere un gatto ghiotto di cipolle. Con una mano lo prendeva per la collottola, con un piede gli pestava la coda, e quando il micio faceva «miao miao» gli ficcava la cipolla in bocca con l’altra mano, condizionandolo.
Il punto, quindi, è esattamente l’opposto di quello avanzato da M. Chatel: sono gli uomini ad essere incompetenti nell’imitare le donne. E non solo nel portar su i bebé.
L’anziana mia zia Emma, nubile e genio del cucito, fu invitata alle doppie nozze di due fratelli che sposavano due sorelle. La notte prima della cerimonia le donne di casa, nel mettere a punto un velo da sposa, avvertirono un peso insolito che impediva loro di sollevarlo. Con orrore costatarono che un gattino si era imbrogliato nel delicatissimo tulle. Con il cuore in gola tentarono di districarlo gentilmente, ma la povera bestia si inferocì lasciandosi dietro un vistoso squarcio.
Urla e pianti non scomposero zia Emma. Si disfece la capigliatura bianchissima che le cadeva fino ai piedi (era piccolina) per non aver mai conosciuto la forbice; poi, strappando un capello alla volta passò la notte rammendando. Nessuno l’indomani notò che dodici ore prima quel velo aveva subìto uno strappo irreparabile: per qualsiasi uomo, non per zia Emma.
I termini in cui Le Figaro pone la questione, però, non la esauriscono: c’è altro.
La teoria (rectius ideologia) del “genere” venne sanzionata alle conferenze del Cairo (1994) e di Beijing (1995). Il mariage pour tous non è che il capolinea di quella ideologia. Già, perchè mentre non c’è nulla da fare per aggiungere sessi ai due dettati dalla natura, è possibile aggiungere “generi” a piacere: oltre a maschio-femmina c’è l’omosessuale maschile, idem femminile, e trans (per il momento). Su quello che avvenne nelle conferenze l’aneddoto che segue si commenta da sé.
Un rappresentante stampa di mia conoscenza era a Beijing nel 1995. Notò una donna cinese con un gran cartellone che diceva, in inglese, FREEDOM FOR LESBIANS. Alla risposta affermativa se parlasse inglese, le chiese: «Lei capisce quello che dice il cartello?» La donna rispose di sì, ma poi a sua volta: «C’è una sola cosa che non so. Dov’è Lesbia?»
Marasma
È innegabile che l’identità maschile sia oggi in un caos imponente. Ma non per essere «all’inizio della fine del maschio dominante». Siamo alla fine del maschio successivamente denudato delle coltri di sicurezza che ne proteggevano le libertà: economica, politica e sociale, e privato delle sue attitudini naturali grazie a una educazione redatta da accalappiacani in veste di funzionari approvvigionatori di menzogne di Stato.
Non c’è bisogno di ricordare al maschio che «le donne sanno la sua pochezza, la sua inermia, la sua intermittenza». Lo ha saputo da sempre di essere il vero sesso debole in assenza di certe protezioni. Lo prova la completa assenza storica di una società amazzonica maschile. È evidente che stiamo assistendo ad una progressiva amazzonizzazione della società. Vediamone le tappe.
La Respublica Christiana confezionò tre coltri di protezione: le corporazioni di arti e mestieri, il governo monarchico e il matrimonio, matris munus, dove la domina era la mulier fortis delle Scritture.
Le forze della Rivoluzione individuarono ben presto quelle coltri, e ci si misero di buzzo buono a disfarle. Ci vollero secoli, ma l’indefessa unità di intenti e di metodo di codeste forze ha sortito i suo esito.


Le Corporazioni
Furono istituzioni che agivano da poderosa rete di previdenza sociale; garantivano lavoro, qualifica, occupazione, il giusto salario e l’assistenza in caso di bisogno, e a chi ne comprava i prodotti il giusto prezzo e la qualità delle prestazioni.
Controllavano anche il potere regio dal basso; il sovrano era tenuto a giurare di rispettarne le libertà concrete in cambio di una tassazione collettiva e patteggiata. Quello che chiamiamo Stato non esisteva.
Due sovrani chiave: Francesco I Angoulême di Francia e Enrico VIII Tudor d’Inghilterra, entrambi corrosi dai vizi, vedevano le corporazioni come ostacoli all’agognato potere assoluto, e accettarono i suggerimenti dei rivoluzionari su come sbarazzarsene.
Queste erano troppo potenti per poterne decretare l’abolizione. Cominciarono quindi a infarcirle di personale togato del tutto inutile che ne dissanguava le finanze, così indebolendole e preparandone l’abolizione.
Questa arrivò con l’editto Turgot (1776) che ne distrusse i monopoli; con il decreto Allarde (1791) che le soppresse, e con la legge Le Chapelier, anch’essa del 1791, che abolì addirittura il diritto di associazione. Da allora il maschio al lavoro si trova solo e indifeso davanti ai poteri sempre più invadenti di uno Stato liberticida.
Con il collasso dell’ordine corporativo, il maschio fu costretto ad allontanarsi progressivamente dal focolare per trovare «il posto» che ora sostituiva IL LAVORO. Succede da tanto tempo che quasi nessuno oggi sa più concepirne la differenza. La libertà economica di scegliere se lavorare in proprio o per conto altrui diminuisce spaventosamente al ritmo di decine di migliaia di piccole aziende ogni mese.
Sempre più lontano dalla famiglia, il maschio divenne facile bersaglio di tentazioni artatamente messegli tra i piedi per traviarlo: l’alcool, il gioco, l’adulterio facile, l’inganno di considerare la pietà come cosa donnesca, il tutto esaltato e mistificato da una stampa di intento criminale confezionata da utili idioti al servizio del male.
A questo si aggiunga una politica monetaria che penalizza il contante a favore del credito bancario, responsabile più di ogni altra misura per la sparizione della conduzione agricola diretta e dell’artigianato. Grazio Forgione, padre di San Padre Pio da Pietrelcina, dovette emigrare in America per quasi venti anni per estinguere un debito di cento (!) lire.
Da Domina ad Amazzone
I rivoluzionari sapevano che la fortezza femminile avrebbe opposto maggiore resistenza di quella maschile alla disintegrazione. Ma i piani c’erano: la polizia pontificia li scoprì durante il pontificato di Gregorio XVI.
La strategia è basata interamente sulla menzogna che il lavoro domestico, con la cura dei neonati fino all’emancipazione, sia inferiore al lavoro fuori di casa, semplicemente perchè questo viene retribuito e quello no.
Il problema sparirebbe retribuendo anche il primo, ma no: non ci sono «fondi», e poi andare a scuola è superiore a gestire la casa.
L’alfabetizzazione è vantaggiosa solo se e quando si è capaci di giudicare cosa valga la pena leggere o scrivere. Diceva Chesterton nel contemplare i fantasmagorici annunci al neon di Piccadilly Square: «Che spettacolo meraviglioso per chi ha la fortuna di non saper leggere!» E poi, chi ha detto che detta alfabetizzazione debba aver luogo proprio a scuola?
Quando la bambina che sarebbe stata mia madre raggiunse la terza elementare, a otto-nove anni, andare a scuola voleva dire due chilometri a piedi e due di ritorno dalla stazione FFSS dov’era nata e cresciuta. Nonno Costantino capostazione non ne volle sapere e fu la fine di un brillante curriculum vitae.
A parte il fatto di non aver mai verificato un solo errore ortografico nelle sue numerose lettere a me durante il corso degli anni, durante un mio soggiorno in Italia fummo ospiti di un cugino, la cui moglie mi chiese a bruciapelo: «Zia Lena dove ha fatto l’università?» Caddi dalle nuvole, e risposi che zia Lena non aveva mai messo piede in una scuola media, figuriamoci poi nell’iperuranio accademico. Una seconda domanda mi stese: «E come sa il francese?» Non seppi rispondere, né allora né oggi.
Il punto però è un altro. A misurare l’importanza di un tipo di lavoro non in termini di retribuzione monetaria, ma di quel che accadrebbe se esso sparisse, la graduatoria cambierebbe come segue:
1. Maternità. Suppongo che non vi sia bisogno di dimostrazione.
2. Aiuto domestico. Lo Stato ‘sovrano’ lo ha fatto sparire a colpi di legislazione, sapendo benissimo trattarsi di apprendistato materno, giacchè la ragazza che serviva in famiglia, specie se numerosa, riceveva in cambio tutta una gamma di conoscenze utilissime per quando lei stessa sarebbe divenuta madre.
3. Insegnamento elementare sussidiario a quello famigliare, anche se non «a scuola».
4. Agricoltura mista, eccetto per chi crede che i generi alimentari vengano prodotti nei supermercati.
5. Artigianato indumentario, oggi scalzato dalla produzione di massa di abiti e calzature.
6. Costruzione di alloggi.
Queste sei occupazioni coprono i bisogni umani nella loro interezza. Tutte quante le altre occupazioni hanno un ruolo periferico, quando non parassitario, rispetto alle sei. Ma allora, perchè vengono pagate meglio? Per la cosiddetta «legge» della domanda e offerta, che fa caso omesso della qualità per concentrarsi sulla quantità.
Pari passu con il primo indebolimento maschile, la Rivoluzione si prefisse il compito di amazzonificare la donna in sei fasi ben definite:
1. Scolarità femminile;
2. Parità di programmi;
3. Co-educazione;
4. Lavoro fuori casa;
5. Femminismo di Stato;
6. Anti-maschilismo anch’esso di Stato.
Dal già detto si dovrebbe evincere come la cura della lunga infanzia naturale all’uomo sia un lavoro a tempo pieno. Le misure rivoluzionarie, tutte all’insegna della stessa frode, convinsero — e con successo — le donne a credere che le occupazioni maschili fossero «superiori» a quelle femminili, e quindi valesse la pena «realizzarsi» in esse piuttosto che «sottomettersi» a lavori «degradanti» (leggi: domestici) perchè non retribuiti.
Verso la fine del XIX secolo numerosissime donne avevano abboccato all’amo. Chesterton osservava: «Diecimila donne marciarono per le strade gridando: <Non ci faremo dettare da nessuno!> poi si dispersero e si impiegarono come stenografe».
La fase 2 eliminava le destrezze domestiche dai curricula femminili, imponendo loro gli stessi programmi ministeriali maschili. E siccome occhio che non vede cuore che non duole, sempre più donne sono oggi condizionate a disprezzare quello che una volta amavano, per darsi a lavori essenzialmente inutili ma ben retribuiti e indubbiamente più facili.
La fase 3, la coeducazione, sferrò alle donne un colpo del quale sono ancora oggi beatamente ignare. Lo sviluppo naturale femminile, che precede quello del maschio di 2-3 anni, ne viene artificialmente represso. A dodici anni una ragazza è donna; alla stessa età un maschio è uno sbarbatello senza capo né coda. Ecco perché «a scuola i ragazzi hanno l'impressione di essere il sesso debole». Ma costringere donne fatte a segnare il passo insieme a imberbi immaturi è un’ingiustizia che ritarda e depista lo sviluppo femminile non solo intellettuale ma anche psicologico. E loro, beate, si lasciano frodare senza batter ciglio.
Ogni fase di codesta educazione perversa ha soppresso, o per lo meno drasticamente alterato, la femminilità: non più sapienti direttrici delle passioni infantili, non più domatrici di istinti belluini maschili, non più superbe chefs con niente da invidiare a un Béchamel; ma Amazzoni allo sbaraglio all’inseguimento di maschi in fuga.
Al disordine ha contribuito poderosamente un libro scritto a tavolino e propagandato dalla solita stampa fino a farne un best seller mondiale: The Common Sense Book of Baby and Child Care di Benjamin Spock (1903-1998). Come afferma Wikipedia, «Spock occultò le spiegazioni freudiane del comportamento infantile sotto un linguaggio franco e rassicurante per evitare di offendere i lettori, così rendendo Freud accessibile al gran pubblico americano».
Corsivo mio. Spock cambiava il testo secondo la moda, facendo caso omesso tanto di princìpi quanto di senso comune. Nell’ultima edizione in vita aveva aggiunto l’arte di allevare i bambini adottati da coppie omosessuali. Ma diamogli la parola: «Sculacciarli insegna ai bambini che chi è grande e più forte ha il potere di fare quel che vuole, anche senza ragione […] E chi è sculacciato si sente in dovere di picchiare chi è più piccolo».
Qui ho un’altra storia da raccontare, sempre della stazione FFSS di prima. Quando un ferroviere allarmatissimo riferì a nonno Costantino che i suoi quattro rampolli con la sorellina a rimorchio giocavano a nascondino salendo e scendendo da treni in manovra, questi attese i cinque al varco con un tortore di dotazione FFSS: un’asta di bandiera da segnalazione. La piccola, terrorizzata dalle randellate sul groppone dei fratelli, seppe come fare gli occhi dolci e la scampò. Ma nessuno dei cinque la pensò mai alla Spock.
Ora vediamo cosa ha da dire il buon dottore circa il ruolo dei sessi: «Penso che sia perfettamente normale che i maschi vogliano giocare con bambole e le femmine con automobiline. È bene farglieli avere».
Certo. Mia madre giocava con i treni perchè in stazione di bambole non c’era l’ombra. I fratelli si sarebbero interessati di bambole (di tutt’altro tipo) più tardi.
Ma la natura sempre si vendica, a volte innocuamente. Una prestigiosissima segretaria di un consiglio di amministrazione, rientrando a casa, colse la figlioletta treenne nel dare di «mummy» alla badante. Lo shock le fece rassegnare le dimissioni la mattina dopo, così da potere edurre la piccola circa la vera identità di «mummy».
Altre vendette non sono affatto innocue. Amelia Earhart (1897-1937) che mandava in estasi la stampa femminista, sparì sul Pacifico nel suo Lockheed Electra. La stampa non spese una parola di conforto per il vedovo e l’orfano rimasti a casa. I resti incorrotti di Francys Arsentiev e del marito Sergei decorano la cima dell’Everest dal 1998. Avevano lasciato a casa un figlio per «realizzarsi». E la stampa continua a lodare le prodezze di Susan Taylor, spirata a luglio 2013 nel tentativo di attraversare la Manica a nuoto.
È politicamente scorretto soprannominare tali imprese «diserzioni dal posto di combattimento». Però ci si continua a sorprendere della «rabbia compressa che qualche volta esplode nei modi più diversi», o del «maschio lasciato che uccide», o di invettive oscene, o di chi chiede la protezione del branco di pari nel terrore di vedersene respinto, senza capire che si tratta di leones rugientes mancanti di schiocco di frusta e sgabello domestico, che vanno in giro quaerentes quos (meglio quas) devorent. Non fanno che rivendicare la superiorità del solo fattore naturale: la forza fisica.
E non sempre. In Africa vigono altri parametri. È comune che un marito picchi la moglie. I Maasai lo fanno ritualmente, fino a costringerla a cadere in ginocchio con due fasci di erba in mano per indicare sottomissione formale. Ma generalmente parlando ciò avviene al di sotto dei 50-55 anni. Dopo quell’età un uomo che ricorresse alle vie di fatto ne uscirebbe fatto polpette.
Già, perchè lui, amante di Bacco e di altri vizi, non è più un aitante Adone; lei, indurita dal lavoro dei campi, ed esperta nel tirare il collo ai volatili da cortile, non esita a farlo con lui, e non proprio con il collo.
Esistono ulteriori parametri africani. Nessuna organizzazione femminista, per non parlare della polizia, ha mai osato confrontarsi con Kajiwe (pron. Ca-gi-ue), defunto da recente ma in vita natural durante temutissimo stregone della fascia costiera del Kenya. Costui comandava a bacchetta un plotone di quarantun donne multiuso: concubine, coltivatrici o bestie da soma secondo la bisogna.
L’uomo occidentale odierno, sprotetto a casa e sprotetto al lavoro, continua a fare da bersaglio a una macchina infernale che usurpa «il nome di educazione, cioè quando venivo istruito da qualcuno che non conoscevo su cose che non volevo conoscere».
In uno scritto del 1914 (!) Giovanni Papini paragonava le scuole alle patrie galere:
Ma cosa hanno mai fatto i ragazzi, gli adolescenti, i giovanetti e i giovanotti che dai sei fino ai dieci, ai quindici, ai venti, ai ventiquattro anni chiudete tante ore del giorno nelle vostre bianche galere per far patire il loro corpo e magagnare il loro cervello? […] Con quali traditori pretesti vi permettete di scemare il loro piacere e la loro libertà nell’età più bella della vita e di compromettere per sempre la freschezza e la sanità della loro intelligenza?
Il processo di degrado comincia all’infanzia, severamente sbilanciata da asili che impastoiano i piccoli uniformandone le diversità naturali e atrofizzandone la capacità di osservazione; poi da elementari dove si apprende a scrivere prima di aver accumulato un’esperienza sufficiente per avere su cosa farlo; da scuole medie e licei dove per anni si apprendono nozioni insulse e palesemente inutili quando non dannose, per di più inculcate da professoresse tecnicamente qualificate ma prive di passione naturale per esse; per finire con una scuola tecnica glorificata fraudolentemente detta Università. Non ci si meravigli pertanto che i «ragazzi siano sempre in maggior numero ad abbandonare gli studi». Sarebbero meno se lo Stato «sovrano» avesse sostenuto l’istituto dell’apprendistato invece di distruggerlo con leggi chiaramente antimaschiliste.
Per un termine di paragone tra quello che la scuola è oggi e quello che era una volta, il dodicenne Alfonso de Liguori (1696-1787) imberbe che fosse era abbastanza maturo per essere ammesso alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Napoli. E non eccezionalmente: il suo contemporaneo David Hume (1711-1776) entrava in quella di Edinburgo alla stessa età.
La frase che segue fa al nostro scopo: «Pensiamo un attimo allo shock che i maschi hanno subito quando hanno scoperto di aver da sempre oppresso le donne per biechi scopi di potere». Riscriviamo in termini veritieri:
Riflettiamo a lungo sullo shock fatto subire ai maschi mentendo loro spudoratamente, per biechi scopi di potere, sul passato storico delle relazioni tra i sessi; occultando loro non solo l’esistenza di una Tomyris regina dei Massageti che sconfigge Ciro il Grande in campo aperto e lo fa decapitare, di Artemisia capitana di una trireme a Salamina, di Matilde di Canossa la cui statua si erge in San Pietro senza neanche esser canonizzata, Trotula di Salerno professoressa di medicina nell’omonima Scuola, ecc., ma anche che dietro a ogni grande uomo della storia agì sempre, sostenendolo, una gran donna. Un esempio per tutti: Adelaide (c.931-999), moglie, madre e nonna dei tre Ottoni che salvarono le sorti della Cristianità nel 10° secolo.
Il danno peggiore inflitto dall’educazione odierna, sia di Stato che privata, è la specializzazione, caratteristica non umana ma del mondo degli insetti. Il maschio della specie umana, come visto nell’introduzione, tende a espandersi, sperimentando con tutto quello in cui si imbatte. Gli è naturale sviluppare non una, ma varie destrezze, in infinite combinazioni, un tempo possibili con l’apprendistato. Don Bosco, già menzionato, fu esperto giocoliere, acrobata, sarto, falegname e rilegatore prima di entrare in seminario. Con quelle arti messe da parte fece da primo istruttore nelle scuole professionali che fondò.
La scuola obbligatoria e gratuita insettifica il maschio e amazzonifica la femmina. Al danno dell’obbligo aggiunge la beffa: elimina le rette scolastiche ma sostituendole con tasse vita lavorativa natural durante, anche senza figli a scuola. Il tutto per sostenere il Moloch (pardon: Ministero) per la manifattura e distribuzione di falsi in atto pubblico.
Lo Stato moderno, «sovrano» e liberticida
Quando Mussolini proclamava: «Tutto nello Stato; nulla contro lo Stato; nulla al di fuori dello Stato» non faceva che reiterare le intenzioni del fondatore di codesto istituto, il francese Jean Bodin (1530-1596).
La Polis ellenica, l’impero Azteco, la Respublica Romana, o quella cristiana, non erano Stati. Erano comunità con governi, diretti da un sovrano in carne ed ossa che prendeva decisioni politiche. Lo Stato dell’ ideologo da tavolino Bodin fece il suo ingresso nella Cristianità al trattato di Westphalia (1648).
Gli Stati che sorsero dalle rovine della Cristianità si tramutarono ben presto in altrettante «gabbie totalitarie di leggi, direttive, regolamenti, programmi educativi», in un crescendo sempre più turbinoso. Sovranità bodiniana e liberticidio sono facce della stessa medaglia. A mo’ di cuculo, lo Stato si affiancò dapprima al Governo, per poi a poco a poco scalzarlo, rivelando che «sovranità» significa intolleranza assoluta di rivali, interni o esterni.
Usurpò sistematicamente tutte le sovranità intermedie: le corporazioni, i municipi, e infine i re. Chiesa e famiglia si sono rivelati ossi più duri; qui è la seconda che ci interessa. È più che evidente come lo Stato abbia applicato ai sessi il principio del divide et impera con una furia degna di miglior causa.
Le Amazzoni di Stato imperano dovunque. Ne assaggiai il coltello dalla parte della lama nel 1998 a Fiumicino, in transito da un volo proveniente dall’Africa a uno inter-europeo. A metà del corridoio che collegava le due sale d’aspetto c’era un controllo passaporti. Ero solo, alle otto del mattino. Mi fermai e introdussi il documento nello sportello.
Non l’avessi mai fatto. Mi investì in piena faccia una fiumana isterica di rimproveri e improperi inintelligibili di una poliziotta seminascosta, senza che capissi che legge o leggina avessi infranto.
Ascoltai senza profferire parola. L’Amazzone non demordeva, anzi incalzava con toni in crescendo. Poi a gran voce: «Francesca! Francesca!» Arriva Francesca, Amazzone alquanto avvizzita ma temibile a giudicare dalle dimensioni della fondina che le pendeva dal fianco: «Che succede? Che succede?»
Continuai a mantenere il silenzio d’oro. Poco dopo arrivava un poliziotto che in pochi secondi guardò il passaporto e me lo restituì.
Il ricordo di quell’episodio ancora mi sconcerta. Mi chiedevo e mi chiedo: ma chi c’era a casa di quelle due, mentre «si realizzavano» con esibizioni di potere?
Dopo essersi liberato di pastoie come la verità, la giustizia, il bene comune, et similia, lo Stato moderno ha intrapreso una guerra senza quartiere anti–maschio nel nome dell’eguaglianza di genere, facendo uso, neanche a dirlo, di Amazzoni androfobe dal cuore di pietra.
“In tali circostanze, […] la quasi totale femminilizzazione della magistratura non può non influire sulle sentenze di affidamento, con conseguente emersione a livello di opinione pubblica di movimenti dei padri separati” .
Evidentemente. Nel Regno Unito, alla faccia del Dottor Johnson già citato e che sicuramente si va rigirando nella tomba, da dieci anni a questa parte lo Stato, camuffato da Government, ha investito le donne con il potere di trasformare lagnanze di poco conto in micidiali capi di accusa, processati da tribunali segreti senza diritto di appello. Questi hanno emesso il 97% di sentenze di affidamento a favore di donne, così smantellando circa 40mila focolari domestici e buttandone i capifamiglia sul lastrico.
Bloccati legalmente, i padri separati a forza dalle loro famiglie attraggono l’attenzione del pubblico con bravate spettacolari: un centinaio di essi, in costume di Babbo Natale, ha invaso un supermercato dopo l’altro; uno, in costume di Batman, ha scalato le mura di Buckingham Palace; altri due hanno vandalizzato opere d’arte in altrettanti musei. Gli arrestati non hanno opposto resistenza, possibilmente per avere vitto e alloggio gratuiti nelle prigioni di Sua Maestà Britannica.
Ma c’è di più. Criminali sotto processo — nonché i loro avvocati — sanno bene come una giudice non disdegni argomenti ad misericordiam, o ad verecundiam. E dato che per il giuspositivismo dominante «la legge dice» è il supremo criterio di azione, ci si chieda quanti innocenti languiscano in galera e delinquenti siano a piede libero grazie ad Amazzoni togate.
Il successo di Stato più eclatante è stato di convincere le donne (grazie a Dio non tutte) che uccidere la creatura che portano in grembo sia una “conquista sociale”. Il problema esula da questa sede: dico solo che l’aver promosso a diritto umano un crimine che fino al 1785 veniva punito con la pena capitale, rende tutto possibile.
Valgano due esempi. Uno: durante la seconda guerra del Golfo circolava in Rete la foto raccapricciante di una giovane soldatessa USA, radiante di gioia (o di chissà che altro) nel torturare un militare iracheno nella prigione di Abu Ghraib. Due: testata del 31 agosto 2013, Saturday Nation, Nairobi: DONNE E BAMBINI NUOVI SIGNORI DEL CRIMINE. Un articolo di due pagine illustra quel che può accadere disattendendo i ruoli naturali.
Ma la natura non smette di vendicarsi. Si lamentava Elizabeth Taylor del perché Dio non avesse messo le rughe sotto le piante dei piedi. Perché quando queste arrivano, inesorabili, gli unici che per natura vengono portati a coprirle di baci e carezze sono nipoti e pronipoti, come quelli che allietarono gli ultimi quattro decenni di Mama Dzame.
Quando ci sono. Un amico kenyota si era recato in vacanza con la moglie, visibilmente incinta, e una figlioletta di tre anni. In albergo notarono una signora europea che guardava intentamente la piccolina scorrazzare tra i tavoli della sala da pranzo. Chiese di poterla prendere in braccio. Mentre la coccolava, scoppiò in pianto: «Fai bene ad avere figli», disse all’africana. «Quando ero giovane non ne volli. E ora sono tanto infelice…»
Ma nil desperandum. La guerra non è persa, è solo mal combattuta. L’amore è forte perchè fecondo. Non così l’egoismo, sterile come tutte le pratiche passate in rivista qui, non ereditarie per definizione. Le pratiche tradizionali traballano ma non cadono. E chi si aggrappa alla tradizione finisce per essere all’ultima moda.
silvano.borruso@gmail.com
16 ottobre 2013

1 Il tema esula da questo articolo. Lo si studi secondo i bisogni.
2 Il Covile n.764 p.9
3 Evidentemente in teoria. In pratica basta una gamma estesa di ricette sapientemente governate dai princìpi di fisica e chimica che soggiacciono al trattamento del cibo.
4 Lettera a un certo Dr Taylor, senza data. Johnson è citato secondo solo a Shakespeare nel mondo anglosassone.
5 Poeta americano. Citazione da internet.
6 Il Covile 764 p.5.
7 Erodoto, 5, 89.
8 Erodoto 9, 4-5.
9 In Piazza Bologna a Palermo vi è una statua di Carlo V nell’attitudine di giurare.
10 Nel 1970 un’agenzia americana calcolò il valore commerciale del lavoro domestico del tempo: 26mila dollari all’anno. A pagare codesto lavoro per quel che vale sparirebbe (o quasi) la disoccupazione.
11 I fondi ci sono, ma nelle tasche dei terratenenti. Il problema esula da qui per evidenti ragioni di spazio.
12 Un tempo anche di cattedrali, monumenti imperituri all’ozio creativo vigente nella Respublica Christiana.
13 Il Covile 764 p.3
14 Louis de, 1630-1703; inventore di una salsa che porta il suo nome
15 Pubblicato nel 1946, ha venduto 50 milioni di copie in poco più di mezzo secolo. È stato tradotto in 39 lingue.
16 Gli ultimi 800 metri del “tetto del mondo” sono il cimitero più macabro del pianeta. Il cadavere di John Mallory, scomparso nel 1924 e trovato nel 1999, fa compagnia a dozzine di altri, tutti a vista.
17 Covile 764 p.5
18 Graffito visto a Monte Mario nel 2002: “ALLE DONNE CAZZO E CAZZOTTI”.
19 Terrore che a volte porta al suicidio. Il 14-enne che poco tempo fa si tolse la vita a Roma non è novità in Giappone, dove una cultura uniformante e asfissiante è causa di autoimmolazioni di maschi anche più giovani.
20 G.K. Chesterton, Autobiografia, cap. 1
21 Con le dovute, ma poche, eccezioni.
22 Il Covile 764 pp. 2-3.
23 Il Covile 764 p.5
24 Il Covile 764, p.3
25 Il Covile 764 p. 3.
26 Così nel Regno Unito, dove un maschio su ogni tre viene allontanato, a volta permanentemente, da suo padre.

:

:

 - - - 8< - - - 8< - - - 8< - - - 8< - - - 8< - - -
sandropascucci : primit.it signoraggio.com
INTERNET AIUTA A RIVOLUZIONARE IL MONDO COME
TRATTENERE IL RESPIRO AIUTA A PESARE MENO SULLA BILANCIA


Torna a “Sandro Pascucci”

Chi c’è in linea

Visitano il forum: Nessuno e 2 ospiti

cron
Eccetto dove diversamente specificato, i contenuti di questo sito sono liberamente riproducibili purché sia citata e linkata la fonte (sono infatti rilasciati sotto una licenza Creative Commons BY-NC-SA 2.0) Il redattore non e' legalmente responsabile per i pensieri e le affermazioni espresse in questo blog dai visitatori. L'autore non assume alcuna responsabilità nel caso di eventuali errori contenuti negli articoli o di errori in cui fosse incorso nella loro riproduzione sul sito. Tutte le pubblicazioni su questo sito avvengono senza eventuali protezioni di brevetti d'invenzione; inoltre, i nomi coperti da eventuale marchio registrato vengono utilizzati senza tenerne conto. Questo sito non è una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità . Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001 Comunque, Costituzione Italiana - Art. 21: Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. :: SE&O :: Salvo Errori et Omissioni "come scrivono le banche, in calce agli estratti conto, per evitare eventuali future azioni penali".