GREEN ECONOMY

..quello che ti passa per la testa. Ma sempre in ottica "sociale".
Avatar utente
kasiacolagrossi
Messaggi: 2454
Iscritto il: 12 dic 2009, 14:28
condivido lo Statuto e il Manifesto:
zona operativa:: Roma e provincia
azioni: volantinaggio in proprio, grafica , costruzione e/o progettazione dei supporti, manovalanza di piazza,
Località: Castel Madama (RM)

GREEN ECONOMY

Messaggioda kasiacolagrossi » 9 gen 2011, 1:39

http://www.ecn.org/reds/ambiente/inquin ... green.html

::
La green economy piace

Perché le politiche dei maggiori paesi si orientano verso un'economia verde? Quanto vale il mercato verde? Non è calcolabile nel dettaglio. I business sono dispersi in segmenti diversissimi. Ma una stima sommaria si può azzardare: siamo nell'ordine di un fatturato sui 10 miliardi di euro. Reds - Dicembre 2009





Nei grandi paesi capitalisti occidentali stiamo assitendo ad un aumento della coscienza ecologista dei consumatori al punto da spingere le aziende e gli imprenditori a mettere in primo piano le questioni della difesa dell’ambiente e della produzione ecosostenibile.
Anche nella grande politica internazionale, la tendenza di fondo è ormai orientata a dare forte risalto alle scelte filo ambientaliste, come ad esempio ha fatto il presidente statunitense Barack Obama e come anche il nostrano Veltroni ha cercato di fare proponendo un’uscita dalla crisi economica attraverso un piano di rilancio tutto incentrato sugli investimenti in campo ambientale. Come poi è andata lo sappiamo tutti…..
Si potrebbe pensare che alla base di queste nobili tendenze dei governi vi siano delle motivazioni etiche (e forse potrebbe anche essere vero), o anche più semplicemente la volontà di autoconservarsi di fronte alla minaccia della catastrofe planetaria; ma forse la verità vera stà nel fatto che questa domanda di aria pulita che viene dal basso, dalla gente comune, può rappresentare un mercato di sicuro interesse, con prospettive di profitto molto serie per le borghesie locali.

Sono ormai molti a pensare che il mercato del dopo-crisi si gioca sugli standard tecnologici di domani e chi rimarrà indietro sulla tecnologia verde perderà la gara al business.Secondo una stima di Alessandro Marangoni, docente alla Bocconi e analista dell'economia ambientale, nel complesso il settore ambientale (rifiuti, energie rinnovabili, disinquinamento, salute e sicurezza, risorse agro-forestali) occupa circa 300mila addetti, dei quali circa un terzo nella gestione rifiuti. In questo settore solo le imprese private (350 con 20mila occupati) fatturano circa 2,5 miliardi.

Nelle fonti rinnovabili di energia il fatturato 2008 è stimato in circa 5,5 miliardi di euro, con un'occupazione di circa 30mila unità (solo rinnovabili “nuove”, escluso cioè le tecnologie vecchie come l'idrolettrico).
Per le rinnovabili è prevista la creazione di circa 100 mila posti di lavoro ed è proprio il comparto delle energie rinnovabili uno tra i più dinamici della green economy, al quale guardano sempre più investitori e mercati finanziari. E quando si muovono questi signori è perché l’odore del denaro è veramente molto intenso.
Il settore è uno dei pochi in forte crescita nonostante sia in corso una fase di crisi generalizzata: nel 2008 in Europa oltre la metà della nuova capacità produttiva del settore elettrico è stata generata da fonti pulite.

Quella della green economy è una tendenza che sarà impossibile ribaltare, se è vero come è vero che novanta colossi come General electric, Volvo e Air France hanno invitato i rispettivi governi a fissare obiettivi per la riduzione di gas serra.Ma che cos'è la green economy?
Se fino a qualche anno fa la "sostenibilità" era per le imprese una fonte di costo, era l'obbligo di adeguarsi alle normative o un impegno volontario per diventare un'azienda migliore, oggi la "green economy" è quel segmento economico che non è più una voce di costo ma diventa un'occasione di fatturato, di arricchimento (in senso stretto ma anche in senso figurato).

La "green economy" è proiettata verso l'esterno, verso il mercato.
Infatti è un fiorire di idee, progetti e investimenti. La maggior parte va verso la facile soluzione dell'energia fotovoltaica, ben incentivata. Secondo il primo rapporto sull'energia fotovoltaica realizzato dalla Camera di commercio di Milano e dal Politecnico di Milano, in Lombardia ci sono 6.024 impianti per una potenza di quasi 57 megawatt (che si stima quadruplicabile nel 2011).
È la prima regione per numero di impianti (15,6% del totale) seguita da Emilia-Romagna (10,1%) e Veneto (9,3%) mentre è seconda per potenza prodotta (11,6%) dopo la Puglia (12,5%).

Ma non c'è solamente l'energia dal sole. Nascono società di servizi ambientali.
La Sendeco ha una delle principali borse delle emissioni di anidride carbonica, e l'Ecoway negozia per conto delle aziende le quote di emissione.
Nino Tronchetti Provera tramite il fondo Ambienta I ha raggiunto i 217,5 milioni di euro ed è il più grande fondo europeo specializzato in investimenti nel settore ambientale.
La Sutter di Genova (d'intesa con il Wwf) e la Chanteclair lanciano i detergenti ecologici in fialetta, da allungare con l'acqua. L'Ecomen usa prodotti riciclati per ottenere sottofondi stradali di qualità e l'Intec ricicla le terre di scavo nei conglomerati di calcestruzzo, mentre un'azienda centenaria come la Boldrocchi di Biassono (Milano) è leader nella depurazione industriale dell'aria: sue le tecnologie adottate dall'Enel nella centrale elettrica a idrogeno – la prima al mondo – in completamento a Marghera.
A Torino si è appena tenuta la dodicesima edizione del Cinemambiente Environmental Film Festival. La Total ha messo nella stazione di servizio Arda Ovest di Fiorenzuola (A1) i pannelli solari e l'asfalto mangiasmog: è a impatto zero perché annulla tutto l'inquinamento prodotto dalle auto che vi passano.Si muovono anche le amministrazioni pubbliche.
L'Agenzia delle entrate ha vinto il premio CompraVerde perché ha lanciato una gara per la fornitura di energia elettrica 100% verde destinata per due anni a tutti uffici delle direzioni centrali.
La Fondazione Gianni Pellicani ha stimato in 880 milioni gli investimenti pubblici e privati (in parte attivati e in parte previsti) per trasformare Marghera nel polo della green economy.Ci sono poi le fiere, come le due maggiori Ecomondo a Rimini e Solarexpo di Verona. Ma anche – qualche nome tra mille – Zeroemission di Roma, Enersolar e Greenenergy alla Fiera di Milano o Energethica di Genova.
Anche le fiere non specializzate nel tema "green" dedicano sezioni al settore ecologico: per esempio a Parma la rassegna Cibus (con la Conergy la Fiera di Parma ha avviato un impianto fotovoltaico da 1,7 megawatt) ha lo spazio CibusTec dedicato al rapporto tra agricoltura e ambiente.

Ma nonostante tutta questa vivacità nel rincorrere questo settore dell’economia da parte di importanti gruppi industriali e finanziari c’è un elemento che non muta: il tasso di inquinamento del pianeta (aria, terra, mare, ecc..) è in continuo aumento.
Siamo di fronte quindi a una contradizione: da una parte si inquina e dall’altra si produce per non inquinare. E questa dicotomia, nei fatti non viene minimamente messa in discussione, tant’è che ogni qualvolta i grandi della terra si incontrano per discutere di clima, come alla recente conferenza di Copenaghen, non raggiungono mai accordi significativi che vadano verso la riduzione dell’immissione di inquinanti nell’ambiente.
Alla fine tutti si salutano con sorrisi e abbracci dandosi l’appuntamento alla prossima conferenza.
E’ come se vi sia una legge superiore a cui tutti (inquinatori e disinquinatori) sottostanno e li porta a riconosersi legittimità; questa legge superiore, a nostro avviso, è quella del massimo profitto.

Il dibattito tra costoro è tutto nel cercare di convincersi reciprocamente, portando argomentazioni di vario tipo, che è possibile accumulare una maggiore massa di profitti agendo in un settore piuttosto che nell’altro.
Il risultato finale è quello di un paradosso: quello della coesistenza di due settori dell’economia che in nome del profitto fanno cose opposte, ma non si contrastano perché non entrano in competizione tra loro. Le industrie inquinanti competono tra loro come atrettanto fanno le imprese operanti nelle green economy.

E’ come se un gruppo industriale scavasse buche nel terreno, difendendo il suo diritto a fare buche e facendo profitti e un altro settore si preoccupasse di coprire queste buche, facendo anch’esso profitti.
Ma poiché è sotto gli occhi di tutti che le cose continuano andare di male in peggio è evidente che gli scavatori di buche se la passano meglio; ma nessuno si sogna di dire a costoro di smettere di scavare (il profitto è sacro), si preferisce invece continuare a coprirle, affinchè tutti alla fine siano contenti.

Con questo non intendiamo dire che gli sforzi che si stanno facendo nella direzione dell’investimento nel campo dell’economia verde siano da scoraggiare, al contrario. Quello che deve essere scoraggiato è l’investimento nel campo di produzioni inquinanti e dannose alla salute delle persone.

Affinchè la green economy abbia successo, dal punto di vista dei bisogni delle popolazioni povere del pianeta (ma anche di quelle dei paesi sviluppati) occorre che parallelamente si intervenga in direzione di una colossale riconversione di tutto il sistema produttivo mondiale. Riconversione che deve avere al centro la tutela dell’ambiente e il bisogno di salute e pace delle popolazioni tutte. E non la ricerca del massimo profitto.

Ma a questo punto il discorso si fa (come si dice) “politico”.
Per chi produrre, cosa produrre, quanto produrre, come produrre.

Se non si scioglie questo nodo, la green economy si rivelerà, così come si sta rivelando, un’opportunità di profitto per un settore di borghesia, senza risolvere anche in parte minima i problemi dell’ecosostenibilità.


sto cercando di capire chi è l'autore.
katarzyna edyta colagrossi

Avatar utente
kasiacolagrossi
Messaggi: 2454
Iscritto il: 12 dic 2009, 14:28
condivido lo Statuto e il Manifesto:
zona operativa:: Roma e provincia
azioni: volantinaggio in proprio, grafica , costruzione e/o progettazione dei supporti, manovalanza di piazza,
Località: Castel Madama (RM)

Re: GREEN ECONOMY

Messaggioda kasiacolagrossi » 16 mar 2011, 20:23

per autore non ci arrivo... il massimo che so, sono quelli del sito.

http://www.confindustriaroma.it/Public/ ... nomica.pdf

"giochi abbiano inizio" :roll:
katarzyna edyta colagrossi

Avatar utente
kasiacolagrossi
Messaggi: 2454
Iscritto il: 12 dic 2009, 14:28
condivido lo Statuto e il Manifesto:
zona operativa:: Roma e provincia
azioni: volantinaggio in proprio, grafica , costruzione e/o progettazione dei supporti, manovalanza di piazza,
Località: Castel Madama (RM)

Re: GREEN ECONOMY

Messaggioda kasiacolagrossi » 30 mag 2011, 12:57

!
LIBIA, QUEL DESERTO “STRATEGICO”
domenica, maggio 15, 2011

DI MARINELLA CORREGGIA
ilmanifesto.it

Immagine

Se il petrolio è una delle cause economiche dei bombardamenti Nato sulla Libia (e di tanti altri conflitti), chissà se anche per il Sole e il deserto si faranno guerre? O se la corsa allo sfruttamento energetico rinnovabile dei deserti assolati sarà pacifica?

Il deserto libico è strategicamente situato e con il fotovoltaico potrebbe produrre energia a volontà per Europa e Africa. Nel luglio 2007 l’Arab Water World Magazine riportava uno studio commissionato dal governo della Germania, un paese Nato che a) non sta bombardando la Libia, b) nel solare investe moltissimo: ha una sua Sun Valley nella normalmente nebbiosa pianura fra Norimberga e Berlino, dove le industrie petrolchimiche pre-unificazione si sono riconvertite alla produzione di tecnologia solare, anche e soprattutto per l’export.

Lo studio riferiva che l’Europa avrebbe potuto in alcuni decenni tagliare del 70% le emissioni di anidride carbonica – il principale gas serra – relative alla produzione di energia elettrica, e uscire dal nucleare, approvvigionandosi in energia elettrica presso i deserti della regione Mena, acronimo di Medio Oriente e Nordafrica: proprio l’area adesso incandescente, che ha circa il 57% di riserve provate mondiali di petrolio e oltre il 40% di quelle di gas.

Ogni chilometro quadrato di deserto, non coltivabile oltre che fortemente irraggiato, riceve energia solare pari in media a 1,5 milioni di barili di petrolio all’anno. Sempre nel 2007 il Dipartimento Usa per l’Energia affermava che la Libia, per la bassissima umidità e i numerosi giorni soleggiati, presentava le condizioni ideali per l’utilizzo delle tecnologie solari. Insomma il paese petrolifero, molto vicino all’Europa alla quale già la lega il gasdotto sottomarino Greenstream, con le opportune infrastrutture di trasmissione sarebbe un fornitore ideale per la vorace Europa anche in un’era post-petrolifera.

Nel 2009 è nato il consorzio tedesco di imprese (ma include anche Deutsche Bank) chiamato Desertec Foundation, con l’obiettivo di produrre nei deserti Mena il 15% del fabbisogno energetico euroccidentale (con la creazione di una rete di centrali elettriche e infrastrutture per inviare energia elettrica a lunga distanza) ma anche, bontà loro, una significativa porzione di energia per il consumo interno dei paesi produttori (che con i loro enormi problemi idrici, avrebbero molto bisogno di energia anche per dissalare l’acqua di mare). Lo slogan è: «I deserti del mondo ricevono in sei ore dal Sole più energia di quanta gli umani ne consumino in un anno». Ottimistico: certo la costruzione della tecnologia solare richiede essa stessa energia e materie prime, quindi la potenzialità energetica dei deserti si tradurrebbe nel reale solo parzialmente. E poi parliamo di sola energia elettrica. Nondimeno, le potenzialità (e il business) paiono enormi.

Sempre nel 2009 si è tenuta a Erfurt (sempre in Germania, dove è ora in corso la Settimana del Sole) un’importante conferenza dal titolo «Renewable Solar Energy in Mena Region». Per la Libia partecipava l’autority governativa per l’energia rinnovabile (Reaol). Il titolo della sua relazione era «Libya, the hearth of sunbelt». La Reaol indicava i suoi piani per soddisfare la domanda interna di energia elettrica (arrivare al 30% di rinnovabili – fotovoltaico, eolico, solare termico – entro il 2030, per usi residenziali e per la dissalazione) ma indicava anche le possibilità di un «partenariato strategico»: «Produrre energia in Libia, consumarla in Europa»; grazie a una media di 3.500 ore di sole all’anno e a una radiazione solare pari a 7,5 kWh al giorno per metro quadrato.

Marinella Correggia
Fonte: http://www.ilmanifesto.it
14.05.2011
katarzyna edyta colagrossi

Avatar utente
kasiacolagrossi
Messaggi: 2454
Iscritto il: 12 dic 2009, 14:28
condivido lo Statuto e il Manifesto:
zona operativa:: Roma e provincia
azioni: volantinaggio in proprio, grafica , costruzione e/o progettazione dei supporti, manovalanza di piazza,
Località: Castel Madama (RM)

Re: GREEN ECONOMY

Messaggioda kasiacolagrossi » 31 mag 2011, 12:18

!
Germania, mai più nucleare, avanti con le rinnovabili
30 Maggio 2011

La Germania spegnerà tutte le sue centrali nucleari entro il 2022

Lo sguardo sicuro, l'espressione astuta, la rinomata caparbia. Non lo si direbbe, a vederla così, che persino Angela Merkel sia di quella categoria che – a detta del nostro presidente del consiglio – prende decisioni sull'onda delle emozioni. Eppure dev'essere così se è vero che a poco più di due mesi dalla catastrofe di Fukushima la Germania è da questa mattina la prima potenza europea a rinunciare del tutto al nucleare.

La notizia è arrivata alle prime ore dell'alba. Dopo un lungo vertice con la coalizione di governo e una serie di consulti con l'opposizione e rappresentanti della chiesa, delle associazioni e della società civile è giunta infine la decisione, annunciata dal ministro dell'ambiente Norbert Roettgen: tutti i reattori tedeschi saranno disattivati in via definitiva entro il 2022.

La Germania conta ad oggi 17 reattori. Di questi, gli otto più vecchi sono già stati scollegati dalla rete di produzione dell'energia elettrica e non verranno riattivati. Altri sei saranno disattivati entro il 2021, gli ultimi tre nell'anno successivo, il 2022 appunto. Poi niente più energia atomica in Germania. Un solo reattore sarà tenuto in stand-by, ma solo nel caso di emergenze e black-out. I costi di riconversione, stimati in 40 miliardi di euro, saranno aiutati dal mantenimento della tassa sulla produzione di energia atomica.

E per il fabbisogno energetico? Il nucleare tedesco produceva fino al 1998 circa il 33 per cento dell'energia. Poi, il cosiddetto 'addio dolce all'atomo' voluto in quell'anno da Gerard Schroeder portò la percentuale in una decina d'anni al di sotto del 20 per cento. Al cambio di mandato la nuova cancelliera Angela Merkel si mostrò al principio piuttosto favorevole al nucleare – fu accusata da molti di subire eccessivamente l'influenza delle lobby dell'atomo – riportando la produzione nucleare a circa il 22 per cento del totale. Ma il disastro di Fukushima, e l'ascesa inarrestabile del partito antinuclearista dei Verdi (ormai stabilmente il primo partito di opposizione, secondo alcune statistiche il primo partito in assoluto) deve averle scrollato di dosso – emotivamente, s'intende – persino ogni profonda convinzione.

Il piano prevede che siano le energie rinnovabili a prendere il posto delle centrali. Già adesso la Germania, il paese più industrializzato d'Europa, copre il 23 per cento del proprio fabbisogno energetico grazie a fotovoltaico, eolico, biomasse e simili. Fra il 2020 e il 2030 le rinnovabili arriveranno al 70-80 per cento.

La svolta della Germania fa esultare il comitato referendario 'Vota sì per fermare il nucleare'. Quella tedesca, si legge in una nota, è una “lezione magistrale per chi continua a sostenere, anche di fronte alla sciagura di Fukushima, l’ineluttabilità dell’atomo. [...] Il futuro – conclude il comitato – è altrove: nelle energie pulite, nell’efficienza. Parole che il governo in Italia conosce poco e frequenta ancor meno”.

Già, perché bando alle emozioni e in controtendenza rispetto al mondo intero l'esecutivo italiano è ben deciso a proseguire sulla strada atomica appena intrapresa. Venerdì il ministro dello Sviluppo Economico Paolo Romani ha ribadito all'assemblea annuale di Confindustria la convinzione del governo che “la scelta nucleare sia la più corretta per un Paese industrializzato come il nostro”.

Poco importa se ancora oggi in Italia si debbano fare i conti con le scorie prodotte in quel ventennio che è durata la nostra avventura nucleare. A questo proposito consiglio a tutti di guardare attentamente il video qui sotto. È un intervento di Ulderico Pesce, attore teatrale lucano da sempre impegnatoi in battaglie contro il nucleare, presso il presidio di qualche giorno fa organizzato dai comitati referendari sotto Montecitorio, in occasione dell'approvazione del decreto Omnibus.

http://www.youtube.com/watch?feature=pl ... CFVIi1JdCo

Video a cura di Massimiliano Petrucci del comitato '2 Sì per l'Acqua Bene Comune'.

Il decreto Omnibus, approvato la scorsa settimana dalla Camera e firmato da Napolitano, è nelle mani della Corte di Cassazione, che dovrà decidere se la norma sostituisce, e dunque annulla, il quesito referendario sul nucleare. Il responso, da cui dipende il futuro del nucleare in Italia (o forse il futuro e basta?) è atteso per mercoledì.

A.D.




http://www.ilcambiamento.it/energie_alt ... leare.html
katarzyna edyta colagrossi

mr.spyder
Messaggi: 2435
Iscritto il: 9 ago 2009, 10:14
condivido lo Statuto e il Manifesto:
zona operativa:: palermo - messina
azioni: volantinaggio,donazioni,
organizzazione eventi,sbus,
idee,manovalanza,
condivisione beni e servizi
fra PRIMITivi o volenterosi
a consapevolizzarsi sullla
moneta debito
Località: palermo - messina

Re: GREEN ECONOMY

Messaggioda mr.spyder » 14 giu 2011, 21:05

qualcuno di voi forse lo ricorderà...il progetto "archimede" dove rubbia mollò l'italia (per mancanza di fondi) e andò in spagna (si diceva...)
http://affaritaliani.libero.it/green/en ... refresh_ce
Antonio Prezia, detto spyder... anche se non è importante chi sei,ma cosa vuoi fare per cambiare il mondo.

Avatar utente
kasiacolagrossi
Messaggi: 2454
Iscritto il: 12 dic 2009, 14:28
condivido lo Statuto e il Manifesto:
zona operativa:: Roma e provincia
azioni: volantinaggio in proprio, grafica , costruzione e/o progettazione dei supporti, manovalanza di piazza,
Località: Castel Madama (RM)

Re: GREEN ECONOMY

Messaggioda kasiacolagrossi » 23 nov 2011, 10:45

katarzyna edyta colagrossi

Avatar utente
kasiacolagrossi
Messaggi: 2454
Iscritto il: 12 dic 2009, 14:28
condivido lo Statuto e il Manifesto:
zona operativa:: Roma e provincia
azioni: volantinaggio in proprio, grafica , costruzione e/o progettazione dei supporti, manovalanza di piazza,
Località: Castel Madama (RM)

Re: GREEN ECONOMY

Messaggioda kasiacolagrossi » 23 nov 2011, 10:49

La green economy può aiutarci a superare la crisi

!
Tecnologie > Energia
La green economy può aiutarci a superare la crisi
di Aldo Bonomi
Cronologia articolo20 novembre 2011



La green economy può aiutarci a superare la crisi
Sono tempi che non inducono a pensare un po' oltre, a un altrove. La dittatura dello spread e della Borsa ci è entrata dentro. Attraversa non solo la politica, ma pervade territori e microcosmi. Coraggiosa l'iniziativa di Symbola-Unioncamere e Assolombarda di presentare il rapporto GreenItaly sostenendo che "L'economia verde sfida la crisi". Green economy (le energie rinnovabili, la gestione dei rifiuti, la consulenza ambientale) è la scommessa di riportare sui binari una locomotiva del capitalismo che minaccia di deragliare. La green economy è progressiva, non necessariamente progressista. È sussunzione del limite ambientale, tentativo di superare la frattura tra sviluppo e natura come nuovo terreno storico di accumulazione originaria e di nuovo allargamento del mercato e nuovi consumi. Non è la decrescita ma l'altra faccia della crescita come sviluppo sostenibile. Certo l'eterogeneità dei suoi significati ricomprende anche prospettive culturali di taglio etico-umanistico, dal consumo consapevole fino al "borghigianesimo" italico e alla "decrescita felice".

Sul tempo lungo della storia è l'affermazione, orgogliosa, della capacità del capitalismo di ristrutturarsi per superare la crisi, non la prima avvisaglia del suo crollo futuro. È in primo luogo una narrazione anti-declinista e ipermodernista depurata da ogni idea di supremazia dell'occidente. Sul tempo medio dei cicli di sviluppo dei capitalismi nazionali significa fiducia nella possibilità di innescare una nuova fase di stabilità sociale ed economica che eviti strappi e volatilità di un turbocapitalismo vissuto fino ad oggi di bolle speculative. La green economy è dunque anzitutto una narrazione dell'uscita che non può essere solo "economy" ma deve produrre anche un'idea di green society fatta di nuovi valori e stili di vita. Possibile soprattutto in Italia dove, prima che altrove, il capitalismo di territorio è cresciuto storicamente coniugando economia e società.
D'altronde green economy è anche la tendenza delle città a farsi smart cities, città sostenibili apprezzate dai nuovi ceti medi internazionali, metropoli riflessive e intelligenti con la capacità delle proprie élite di mettere al centro di un nuovo urbanesimo la qualità ambientale della vita.

La ricerca di Unioncamere e Symbola ci mostra soprattutto come nel nostro Paese sia in atto un movimento complessivo del sistema produttivo, dalla manifattura alle produzioni biologiche, dalle public utilities, dall'edilizia ai servizi, in cui sono i territori con le loro vocazioni produttive, le loro identità in trasformazione e le loro reti di saperi che stanno interpretando la green economy. Con un'evoluzione culturale del capitalismo molecolare, solo che si pensi a quanta diffidenza suscitava fino a non molti anni fa l'idea della riconversione ambientale del capitalismo manifatturiero, derubricata a costo aggiuntivo. Il 23,9% delle imprese italiane ha realizzato negli ultimi tre anni o realizzerà entro quest'anno, investimenti in prodotti e tecnologie di risparmio energetico o minor impatto ambientale. Tra le Pmi (20-499 dipendenti) al passaggio 2010-2011 la quota di investimenti green raddoppia. Prevale largamente, infatti, l'esigenza di ridurre i consumi energetici e innovare il processo produttivo mentre siamo ancora lontani dall'innovazione radicale di prodotto. Un movimento che ha le sue punte alte nella meccanica che si fa meccatronica, nella media impresa globalizzata ed esportatrice e negli assi territoriali pedemontano e emiliano e che diventa trasversale e unificante tra Nord e Sud se si allarga l'analisi anche ai servizi. Green economy significa anche, potenzialmente, adattamento del mercato del lavoro italiano alla società e al lavoro della conoscenza. Oltre il 30% delle imprese "green" assumerà nel corso dell'anno una quota pari al 41% delle assunzioni complessivamente programmate. E soprattutto assumerà per il 29% figure high-skill e per il 15% laureati. Numeri di speranza per una disoccupazione giovanile del 30% e per lavoratori della conoscenza con Partita iva e senza rappresentanza.

Tracce di metamorfosi del capitalismo molecolare e dei saperi diffusi destinate a rimanere solo tali senza un capitalismo delle reti fatto non solo dei due colossi energetici nazionali, Enel e Eni, quanto di quel tessuto di multi-utilities eredi delle municipalizzate che aggregate e ristrutturate rappresentano il secondo pilastro territoriale di una green economy che abbia ambizioni sistemiche. Basti l'esempio delle smart grid, le reti distributive intelligenti; oppure i primi passi verso la creazione di una rete di alimentazione per l'auto elettrica, prospettiva fondamentale per la qualità della vita delle grandi aree metropolitane. Siamo al solito nodo. Basti pensare allo iato tra finanza e investimenti nell'economia reale.
La connessione tra big players del capitalismo delle reti e filiere del capitalismo manifatturiero è la strada per il paese, la via italiana alla green economy. La green economy è una visione che non si arrende all'idea che capitalismo delle Pmi territorializzato e big players nel nostro paese siano destinati a non comunicare. Partendo in primo luogo dalle risorse di un capitalismo delle reti che ha natura territorializzata perché nato dalla matrice del municipalismo ma che oggi nelle sue eccellenze tende ad aggregarsi in una dimensione di area vasta (A2a, Hera, Acea, ecc.). Se intendono essere elemento di nuova civilizzazione, non solo dispositivo di mercato, i soggetti della green economy dai big player alle Pmi devono saper produrre saperi e legami sociali oltre che modernizzazione di mercato. Contaminando e diffondendo eterotopia possibile per i miei

bonomi@aaster.it
katarzyna edyta colagrossi


Torna a “Libero scambio di opinioni OT”

Chi c’è in linea

Visitano il forum: Nessuno e 1 ospite

cron
Eccetto dove diversamente specificato, i contenuti di questo sito sono liberamente riproducibili purché sia citata e linkata la fonte (sono infatti rilasciati sotto una licenza Creative Commons BY-NC-SA 2.0) Il redattore non e' legalmente responsabile per i pensieri e le affermazioni espresse in questo blog dai visitatori. L'autore non assume alcuna responsabilità nel caso di eventuali errori contenuti negli articoli o di errori in cui fosse incorso nella loro riproduzione sul sito. Tutte le pubblicazioni su questo sito avvengono senza eventuali protezioni di brevetti d'invenzione; inoltre, i nomi coperti da eventuale marchio registrato vengono utilizzati senza tenerne conto. Questo sito non è una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità . Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001 Comunque, Costituzione Italiana - Art. 21: Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. :: SE&O :: Salvo Errori et Omissioni "come scrivono le banche, in calce agli estratti conto, per evitare eventuali future azioni penali".